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Silone, Ignazio

8 novembre 2007

Una manciata di more
Fontamara

“Una manciata di more”

Mondadori, pagg. 298. Euro 6,20

Che ci troviamo in un paese tutto impregnato di meridionalità, lo si capisce subito quando Silone, nel descrivere i contadini seduti ai tavoli del Caffè Mazzini in attesa della corriera, annota: “Alcuni portavano, infilato nella tesa del cappello, un ciuffetto di peli di tasso, contro il malocchio.”

Il romanzo esce nel 1952. L’autore è già famoso per “Fontamara”, il suo capolavoro.

Un uomo con una grande valigia capita in paese. Don Alfredo Esposito e l’ingegnere Rocco De Donatis, uomini del Partito comunista (Alfredo era stato assessore alle finanze durante il regime fascista ed è miracolosamente riuscito a restare “a cavallo” dopo la sua caduta), stanno confabulando per un incontro al quale Alfredo desidera che partecipi anche Rocco, trattandosi di cosa di grande importanza per il loro Partito. Rocco non vuole andare, ha un altro impegno, ed ecco che ad un tratto sono interessati a questo personaggio nel quale intravedono un che di conosciuto.

Il Silone di “Fontamara” è tra i miei scrittori preferiti. Il suo stile limpido, asciutto, la facilità di comporre e di narrare lo rendono inimitabile e un maestro. Accade anche qui, sebbene dentro una storia che non ha la bellezza e la coralità dell’altra.

Siamo negli anni a ridosso della Liberazione. Fermenti rivoluzionari agitano qua e là l’Italia. Nel paese della nostra storia, vive Zaccaria, un invalido senza gambe, che ha fatto propri i principi della rivoluzione russa e, aizzando la folla, arriva a proclamare il luogo dove vive, Casale, un vecchio cascinale trasformato in un ammasso di rovine dalla guerra, “separato dal reazionario Regno d’Italia” e aderente “a titolo d’esperimento e senza obblighi fiscali, all’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.” Manda a dire al suo Partito quelle che sono le sue intenzioni, servendosi di Stella, una ragazzetta ebrea di origine austriaca “sui diciassette anni, magrissima bruna e dai grandi occhi chiari.” Quando questa ritorna, dà l’annuncio che sta per giungere il rappresentante del Partito Rocco De Donatis. Non si possono prendere iniziative individuali, li rimprovera costui. Ciò significa tradire il Partito. Così il tentativo fallisce e Zaccaria deve ingoiare la sconfitta: “aveva tentato un colpo che non gli era riuscito, né più né meno. Aveva però avuto il coraggio di tentarlo.”

Silone sa usare l’ironia come un bisturi che penetra in profondità senza darne l’apparenza, anche se in questo romanzo essa non è così doviziosa e fondamentale come in “Fontamara”. Non gli vanno a genio i compromessi del Partito, tesi a mantenere l’ordine quasi per compiacere all’altro Partito, quello dei conservatori, che infatti commentano a riguardo dell’episodio del Casale “è la miglior prova che questo Partito, già ispirato dall’Oriente, si è ormai definitivamente inserito nella tradizione liberale e cristiana dell’Occidente.” Rocco riceve per il suo intervento una decorazione al valor civile, che rifiuta seccamente. Emerge a tutto tondo la critica che in vita Silone rivolse al Partito comunista. Dice Zaccaria a Rocco: “Il Partito è una trappola per sorci.”

Martino è il nome dell’uomo con la grossa valigia; viene presto riconosciuto dagli antichi compagni, tra cui Rocco. È tornato per una sua vendetta personale. Ha vissuto in esilio, in Francia, per venti anni. Silone sta imbastendo l’intreccio muovendo vari fili che dovranno presto incontrarsi, e in poche pagine ha già creato in noi l’interesse per la sua storia. Il dialogo si fa strumento vivo della narrazione.

Anche qui, come in “Fontamara”, c’è stato un sopruso da parte della ricca famiglia Tarocchi che si è impossessata di una selva (la “selva maledetta”) appartenuta da sempre, quale bene demaniale, al popolo, che vi raccoglieva legna e carbone. Per la questione della selva e del sopruso ci sono stati anche dei morti, ed ora è con don Vincenzo Tarocchi, l’ultimo discendente, che il popolo se la prende e continua la sua protesta. Ma le ragioni dei poveri non valgono niente e sono i ricchi ad averla sempre vinta. Sottolinea Silone: “Ma era un ragionamento da povero.” Lazzaro, uno dei tanti cafoni, è il più irrequieto; è finito anche in carcere. Possiede una tromba, con la quale chiama in piazza gli altri cafoni. I ricchi, quando sentono la squilla, tremano di paura, temendo che i cafoni si rivoltino contro di loro, soprattutto la teme la famiglia Tarocchi. Così i carabinieri cercano questa tromba, ma nessuno sa dove Lazzaro l’abbia nascosta. La cercavano già negli anni in cui Martino, “il figlio del carbonaio”, era ancora un ragazzo. Interrogato da don Vincenzo sulla tromba, gli tiene testa, nonostante la sua giovane età. Come Lazzaro, però, finisce al bando anche lui. Ora – sono trascorsi appunto vent’anni – è tornato per prendersi la rivincita. Don Vincenzo, infatti, a quel tempo fece leggere in pubblico le lettere che Erminia gli aveva scritto. Erminia, la sua fidanzata, mentre lui era al bando e non faceva avere notizie di sé, si è sposata con un altro.

Silone sposta continuamente il suo punto di osservazione. Mentre arricchisce la trama di suspence nella vicenda di Martino e della sua vendetta contro don Vincenzo, non trascura di portare avanti il suo disegno su ciò che accade nella vita politica italiana, e in particolar modo sull’organizzazione in quegli anni del Partito comunista, impegnato a scovare al suo interno i traditori, gli indecisi, gli eretici ribelli al pensiero dominante imposto dalla Russia bolscevica, “patria del proletariato mondiale.” Oscar, un fanatico alla Strèl’nikov, il celebre personaggio de “Il dottor Zivago”, inviato da Roma, capita proprio per questo in paese e Rocco, che gli era stato compagno di prigionia, e che è considerato un indisciplinato dalle “idee così arruffate”, non sfugge al suo interrogatorio da inquisitore: “dietro gli occhiali a stanghetta i suoi occhi, piccoli e rotondi, come quelli d’un gatto, erano rimasti vivacissimi.” L’ironia di Silone contro certi comportamenti voluti dal Partito è caustica e senza appello. A proposito della sede del Partito, fa notare che vi erano custodite due reliquie: una rappresentata da un sacchetto contenente “calcinacci della città di Stalingrado” e l’altra da “un fazzoletto con le macchie di sangue d’un eroico partigiano.” Precisa che: “Una volta all’anno, il Primo Maggio, Pasqua del Lavoro, le due reliquie venivano mostrate in processione attraverso le strade del villaggio.”

Anche Oscar, come prima i fascisti, cerca la tromba, vuole impadronirsene. È disposto a perdonare Lazzaro, anche lui in odore di eresia, se mette a disposizione del Partito quella sua tromba divenuta mitica: viene suonata da Lazzaro “Quando proprio non se ne può più. Se c’è qualcosa che rivolta lo stomaco di tutti, e se tutti tacciono impauriti. È un modo di chiamarsi, di stare assieme, di farsi coraggio.” Oscar sarebbe disposto a farlo diventare perfino sindaco del villaggio.

Lazzaro, Martino, Rocco assumono presto i tratti simbolici e paradigmatici di figure che si ribellano laddove si cerca di imporre e programmare la vita degli uomini. Essi formano come un’unica persona. Quando Rocco lascia il Partito e la sua fidanzata Stella (che in un primo tempo decide di non seguirlo), dirà: “Eravamo allora un partito di perseguitati, adesso stiamo diventando, a nostra volta, persecutori.” L’esperienza personale di Silone pesa sul romanzo e nonostante la sua ironia, si avverte la rabbia e l’amarezza della propria delusione. Scrive, a proposito di Rocco: “Sentiva che gli era moralmente impossibile rimanere in un partito complice di tanti orrori.” Il romanzo ha raggiunto il suo punto centrale, al quale si àncora. Il suo successivo svolgimento tenderà a ribadire la fine di un sogno e la cocente delusione di una sconfitta, rivelatasi profetica, di quella parte di storia nella quale molti avevano intravisto il proprio riscatto. Rocco: “Non volle più parlare in comizi e cessò anche dallo scrivere articoli e corrispondenze per la stampa del Partito.” Silone ha una scrittura rapida, secca, che si ammorbidisce solo attraverso lo strumento, importantissimo per lui, bravo a farne appropriato uso, del dialogo. Anche nelle descrizioni, per esempio di scenari e personaggi, i tratti della scrittura sono ridotti all’essenziale: “A Stella piaceva moltissimo Lazzaro, per la sua semplicità e naturalezza. Faceva un fresco delizioso. Il sole stava per tramontare. L’orto sembrava ricoperto d’un broccato d’oro. L’aria aveva un dolcissimo odore di miele. Stella e Rocco avevano giocato all’altalena.”

Stella, abbandonato Rocco, e abbandonato anche il Partito, è sparita senza lasciare tracce. Rocco la cerca, smarrito e affranto da quella separazione. Con la sua jeep va in giro nella speranza di incontrarla, spesso è ubriaco e combina guai.

Martino si muove tra le ombre del romanzo, non è stato mai al centro della scena come è accaduto per Lazzaro e Rocco. Ogni tanto sappiamo che si arrangia per vivere facendo lo spaccapietre o il taglialegna. Si resta in attesa della sua azione che sappiamo ci sarà e sarà forte (è lui che tiene “appoggiata su un ginocchio, una mano piena di more”, come si apprende dal capitolo 19 della prima parte, da cui il titolo). Silone, pur non riuscendo a raggiungere la perfezione e la compattezza del suo capolavoro, “Fontamara”, ci tiene incollati alla lettura. Noi intuiamo che quei passaggi che riguardano la vita di Rocco, quella sentimentale con Stella soprattutto, che appaiono non fondamentali nel romanzo e di una qualche debolezza perfino nei dialoghi (il colloquio con Adele nella seconda parte, capitolo 8, e nel capitolo successivo, quello con il tenente dei carabinieri), sono in qualche modo propedeutici all’azione di Martino.

Dopo Oscar, da Roma inviano in tutta segretezza un altro funzionario del Partito per ispezionare la casa di Rocco. Il nuovo inquisitore si chiama Ruggero e Silone, non a caso, sottolinea, attraverso Stella, che somiglia molto a Oscar. Nella casa di Rocco, da quando se n’è andato, vive da sola Stella. Ruggero è con lei che discute di Rocco e della sua fedeltà al Partito. Senza rendersene propriamente conto, Stella cade nella trappola tesa dalle sue domande. Sono domande subdole, come questa: “Rocco non ti ha mai parlato di rapine, di omicidi, d’altri presunti delitti che potrebbero essere attribuiti al Partito?” Chiede se sappia dove Rocco ha nascosto alcuni documenti considerati falsi dal Partito. Afferma: “tutto ciò che nuoce alla Russia è falso.” Stella non se ne rende conto: “mostrava di avere ancora fiducia nella calma, nella freddezza, nell’impassibilità di Ruggero.” Silone, in questi momenti in cui raduna falsità e ipocrisia, non mostra alcuna indulgenza e veste i suoi personaggi di una condizione reale che egli ha sperimentato in vita. Si pensi alla carica di ironia e di disprezzo di cui è intrisa la figura della “beghina rossa” nel capitolo 16 della parte seconda: “ella era stata mandata a piangere perfino in provincia.” E ancora: “era alle prese col grave problema se il giorno della resurrezione della carne ella avrebbe avuto il diritto di portare con sé per la vita eterna, la tessera del Partito.”

Stella è caduta in trappola e se ne rende conto soltanto quando il Partito si prepara a diffondere un bollettino speciale su cui sta scritto: “Le prove del tradimento del rinnegato Rocco De Donatis. Ammissioni e denunzie della compagna Stella.” Il colpo che ne riceve le causa una sofferenza profonda che sfocia in una grave malattia, da cui stenta a risollevarsi. Quando sarà convalescente dirà alla vecchia Giuditta, la moglie di Zaccaria, che l’ha cresciuta come una figlia: “Non conoscevo che la gioia d’amare. Ora conosco il dolore.”

Silone ribadisce la forza della sua denuncia contro il Partito nel momento in cui i braccianti decidono di spartirsi una parte incolta delle terre di don Vincenzo Tarocchi. La sottolineatura che il Partito è pronto ad un compromesso, al contrario di quanto desidera Rocco, che i braccianti hanno eletto loro capo, mostra tutto lo sdegno e il rancore per un atteggiamento ambiguo ed ipocrita che avrà non poca influenza sulla sconfitta dei cafoni. L’ironia di Silone raggiunge il suo momento più felice nell’episodio della denuncia scattata, durante la guerra, contro una povera donna, Caterina, rea di aver dato del pane ad un soldato nemico e che l’armistizio dell’8 settembre 1943 trasforma da colpevole a “benemerita”, poiché “Quelli che erano i nostri nemici, adesso sono i nostri alleati; e i nostri alleati invece sono i nostri nemici.” Quel gesto della donna è ora diventato “un atto di eroismo.”, e le viene proposta addirittura l’assegnazione di una medaglia. Anche i nomi dati ai bar: Eritrea, Addis Abeba, non sono scelti a caso. Quando il Partito organizza la festa in paese e distribuisce regali (fave e formaggio pecorino) Silone annota: “Doveva rimanere un segreto, ma si era risaputo che la merce era stata fornita gratuitamente da don Vincenzo.”

L’atto di accusa di Silone è spietato. Nonostante alcune digressioni nella trama, esso resta il motivo ispiratore e centrale del romanzo, che trova proprio in questi momenti, così strettamente connessi ad una esperienza dolorosa e personale, la sua espressione migliore.

Anche gli echi di “Fontamara” si avvertono un po’ dappertutto nel romanzo, specialmente nella lotta dei braccianti e nei soprusi perpetrati dai padroni delle terre. Un episodio, quello che riguarda il bracciante Cosimo, defraudato del suo campicello dall’onnipotente don Vincenzo Tarocchi, richiama esemplarmente, nel modo come viene turlipinato il poveretto dal sindaco di Sant’Andrea, quello narrato in “Fontamara” allorché l’avvocato don Costanza, nel capitolo II, propone ai cafoni di “lasciare al podestà i tre quarti dell’acqua del ruscello e i tre quarti dell’acqua che resta saranno per i Fontamaresi. Così gli uni e gli altri avranno tre quarti, cioè, un po’ più della metà.”, che è soluzione matematicamente impossibile, giacché se al podestà vanno i tre quarti, solo un quarto può andare ai Fontamaresi.

Alla fine, è attraverso la figura di Martino, significativamente sempre lasciata in ombra rispetto a quelle di Lazzaro e di Rocco, che Silone lascia intendere che il momento della rivincita per la classe dei cafoni non è ancora venuto. La mitica tromba non si è ancora trovata, sta nascosta da qualche parte, e un giorno certamente tornerà a squillare e a radunare la gente, ma quel giorno non è vicino. Martino è accusato di aver ucciso il fattore di don Vincenzo e per questa accusa, che Rocco definisce falsa, è di nuovo costretto a fuggire.

È a lui che Silone consegna il significato del suo libro, dunque, che è di delusione nei confronti della storia, di rabbia, ma anche anelito vagheggiato, forse utopico, di una speranza che, sebbene costretta ancora una volta ad assopirsi, non si rassegna comunque al silenzio.

“Fontamara”

Considero questo romanzo una delle gemme che appartengono alla nostra letteratura. Lo stile sobrio, penetrante, mai deviato dalla sirena dell’esercizio retorico, rende la sofferenza di un popolo un fatto di alta spiritualità. Qui non ci sono singoli personaggi protagonisti, ma sono l’umiliazione e il desiderio del riscatto che s’innalzano a tema dominante del libro. Il Sud è presente con la sua atavica sofferenza, le donne (si legga lo stupro subito da una di esse, Maria Grazia, nel capitolo V) trovano qui, insieme con gli uomini, la forza di una protesta, che non è ancora vincente, ma che lascia aperto l’interrogativo finale: “Dopo tante pene e tanti lutti, tante lacrime e tante piaghe, tanto odio, tante ingiustizie e tanta disperazione, che fare?”. L’ironia che Silone fa sugli avvocati, ha ancora una sua attualità. “Tanti avvocati, per vivere, sono costretti ad inventare ogni settimana nuovi intrighi, a provocare, a trarre in lungo i più piccoli processi. Le divergenze che in altri tempi si componevano alla buona, adesso, a causa degli avvocati, durano anni, costano fior di quattrini…” (capitolo VII). Don Circostanza e don Pazienza pagano lo scotto di questo convincimento che non è solo dell’autore, e restano due azzeccagarbugli tra i più riusciti della nostra letteratura. Alcune frasi: “Il punto da chiarire era un altro: su che cosa fosse ancora possibile mettere una tassa… Forse sul chiaro di luna?” (I); “Ogni Governo è sempre composto di ladri.” (IV)

Riassunto della trama: Siamo ai primi anni del Fascismo. In un paesino del bacino del Fucino, Fontamara, si fronteggiano “galantuomini” e “cafoni”. I primi approfittano della situazione politica per arricchirsi ancora di più alle spalle della povera gente. Il sindaco don Circostanza, al contrario di quanto va dichiarando in giro, e cioè di essere amico del popolo, si schiera sempre dalla parte dei più forti, ed in particolare a fianco dell’Impresario, figura emergente in quella società, affarista e truffaldino, divenuto podestà, il quale vuole deviare un piccolo corso d’acqua che irriga le povere terre dei cafoni, verso le proprie. Anche il prete, don Abbacchio, è dalla sua parte e si adopera per convincere i cafoni a cedere. Le donne per prime protesteranno recandosi al capoluogo, ma inutilmente. Toccherà agli uomini, a capo dei quali si mette Berardo Viola, ma quando la sua fidanzata Elvira rimane incinta, abbandona la lotta per pensare alla famiglia ed emigra a Roma. Qui incontra un antifascista, il Solito Sconosciuto, con il quale è arrestato per possesso di volantini antigovernativi. In carcere l’antifascista gli apre gli occhi sul regime che si sta affermando e Bernardo decide, dopo la prematura morte di Elvira, di sacrificarsi, dichiarandosi l’unico colpevole della detenzione della stampa clandestina. In questo modo, l’antifascista viene liberato e potrà recarsi a Fontamara per aiutare i cafoni a difendersi. Berardo muore in carcere a causa delle torture e diventerà un esempio di martire per tutti. A Fontamara una dura repressione disperderà i fontamaresi. Pare una definitiva sconfitta dei cafoni, ma questa nuova consapevolezza sarà il loro patrimonio per il futuro.


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