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D’Arzo, Silvio

6 novembre 2007

Casa d’altri e altri racconti  

“Casa d’altri e altri racconti” (1980).

Einaudi, 1999, pagg 136

Ezio Comparoni è il nome anagrafico di questo autore morto giovanissimo, di leucemia, nel 1952, all’età di 32 anni. Questa raccolta comprende quello che è considerato il suo capolavoro, ossia il racconto “Casa d’altri”, che uscì postumo alla fine del 1952. Nel 1942 era stato pubblicato il suo romanzo “All’insegna del Buon Corsiero”. Postumi saranno la raccolta di scritti vari “Nostro lunedì” (1960) e il romanzo “Essi pensano ad altro” (1976).

Va detto subito che di “Casa d’altri” ci sono tre stesure e manca un’indicazione di quale fosse considerata dall’autore la definitiva. Quella che qui si prende in esame “ricalca l’edizione di Vallecchi, con piccoli aggiustamenti ritmici di stampo conservativo”, come si legge in Italialibri (www.italialibri.net).

L’inizio, quel primo paragrafo, è di rara bellezza. Disegnato come un quadro. Ha la luce di Rembrandt de “La ronda di notte”. C’è un saccone di paglia, dove si capisce che è disteso un uomo morto. C’è un moccolo di candela che illumina i volti del protagonista, un sacerdote di “sessant’anni passati”, e “due o tre donne di casa, e più in là qualche vecchia del borgo”, volti che sono vicini l’uno all’altro a scrutare il cadavere: “le nostre sei facce, attaccate una all’altra come davanti a un presepio”, accanto al quale, in silenzio, seduta, sta la vedova. Dunque: una luce centrale, rosata e soffusa, e tutt’intorno l’ombra e il buio, proprio come in Rembrandt.

Fuori si sente l’abbaiare d’un cane e poi il suono dei campanacci. Sono i pastori, compagni del defunto, che vengono a rendergli omaggio. Il sacerdote – che quando era giovane e frequentava il seminario era soprannominato “Doctor Ironicus” -, presi gli accordi per il rito funebre, esce da quella casa e s’inerpica per raggiungere la sua canonica: “Dallo stagno mi voltai per guardare giù in basso. Sette case. Sette case addossate e nient’altro: più due strade di sassi, un cortile che chiamano piazza, e uno stagno e un canale, e montagne fin quanto ne vuoi. Le tre vecchie erano ancora là ferme, proprio sullo scalino di casa, sotto la finestra illuminata ed aperta. – Ecco tutta Montelice, – dissi. – Tutta quanta: e nessuno lo sa. E salii per la strada di monte.”

Montelice è un paese di montagna dove “Non succede niente di niente. Solo che nevica e piove. Nevica e piove e nient’altro.” Lo dice ad un giovane prete che è stato nominato fresco fresco per una parrocchia vicina, ed è venuto a trovarlo pieno di buona volontà e di ottimismo. Al vecchio sacerdote suscita tenerezza. Quando lo accompagna alla porta, resta a guardarlo: “Scese giù dalla parte di Braino. A sinistra voltò. Era svelto e slanciato e tutto vestito di nuovo. Sì: diciott’anni, evidente. La più giovane cosa del mondo. O anche la più vecchia: chissà.”

È una scrittura essenziale, spiccia, tuttavia percorsa da una sua musicalità malinconica e nello stesso tempo aspra, intrisa di un cinismo che sconfina nella più disperata solitudine: “Me ne venivo giù dalle torbe di monte. Né contento né triste: così. Senza nemmeno un pensiero. Era tardi, era freddo, ero ancora per strada: dovevo scendere a casa, ecco tutto. […] Proprio l’ora, capite, che la tristezza di vivere sembra venir su assieme al buio e non sapete a chi darne la colpa: brutt’ora.” La donna che scorge “giù in fondo al canale che scorreva un venti metri di sotto”, intenta a lavare i panni, gli appare come l’icona vivente che riassume il silenzio, il freddo e l’immobilità “un poco tragica” di quell’ora. Gli succede di vederla anche nella sere successive: “Padronissimi di riderci sopra, ma anche i sassi a quell’ora eran tristi, e l’erba, ormai di un color quasi viola, era ancora più triste. E lei sempre laggiù, china sopra i lastroni di pietra. Affondava nell’acqua gli stracci, li torceva, sbatteva e via ancora. E senza fretta o lentezza: così: e senza mai alzare la testa.” Si può già notare, dai brani che abbiamo ripreso, la grande capacità dell’autore di disegnare la scena, di darle movimento dentro una cornice ambientale che è, ancora una volta, fatta di solitudine e di sofferenza. Le parole tronche, che manifestano una scelta stilistica, e che non mancheranno di presentarsi spesso, dànno il ritmo e il senso di una musicalità diretta ad accompagnare senza soluzione di continuità lo stato d’animo che si addensa sui protagonisti e sull’ambiente circostante. Ma la musicalità sta nascosta un po’ dappertutto: “Non credo di conoscerla, quella: la vecchia non è certo di qui; senza dubbio è un uccello sbrancato.”; “A metà del mattino venne fuori anche un pezzo di sole. Vecchio ottone, oro falso, però: da non potersi fidare più che tanto.”; “Loro sei erano venuti per questo fin dalle torbe ai confini di Bobbio.” Anche i colori di cui fa uso confermano il senso di una musicalità diffusa: le nuvole sono blu, “l’aria intorno era viola, e viola i sentieri e le erbe dei pascoli e i calanchi e le creste dei monti”; “l’aria dava già nel celeste.”; “veniva giù il color blu della notte.” È una prosa specialissima, dunque, riassuntiva di stati d’animo che hanno la limatura e la raffinatezza di un componimento poetico, che riesce a trovare la sua equilibrata misura proprio grazie alla brevità del romanzo. Si guardi a tutta la parte del capitolo 9 che riguarda la visita dei pastori che chiedono consiglio sul “maggio” che devono cantare, dopo cinque anni che non lo avevano più celebrato per via della guerra, da poco terminata.

Per qualche tempo il sacerdote non vede più la donna, ma pensa che prima o poi andrà da lui a presentarsi: “Prima o poi vengono tutti, da me. Tanto più che l’inverno è alle porte. Finiscono col venir tutti, io lo so, prima o poi. Dovrà uscir dalla tana anche lei. E invece no. Passò anche l’autunno.” Manderà a chiedere informazioni e saprà che quella donna si chiama “Zelinda Icci fu Primo”, ha quasi sessantatre anni e viene da un paesino, un po’ più in alto, Bobbio, “dove quattro anni prima i tedeschi avevano bruciato anche i sassi”. Fa la lavandaia “per qualcuno o qualcosa di un paese di valle dove c’era già qualche industria.”; “Mai una volta alla processione: mai ai Vespri: mai in chiesa.” D’Arzo ha creato una situazione di attesa, intrisa di molti sentimenti. Proviamo della simpatia per questa donna, e ne vogliamo sapere di più, conoscere il suo viso, la sua storia, ma anche i suoi desideri, le sue malinconie, le sue aspirazioni, le sue delusioni, i sogni che l’hanno cullata e tradita. L’incontro con il protagonista avviene, infatti, e come aveva previsto, è lei che va da lui, una sera. Gliela annuncia la serva Melide: “Una vecchia ha bisogno di voi. È nello studio.”

Questa è la descrizione di Zelinda: “Aveva pelle scura e rugosa, e capelli color grigio-passera e vene dure e sporgenti come neanche un uomo le ha.”; “si lasciava vivere e basta, ecco tutto.”

È andata per sapere se la Chiesa ammetta il divorzio e se un divorziato possa risposarsi, ma il sacerdote capisce che quella richiesta non è che un pretesto. La donna vuol chiedere ben altro, e le manca il coraggio. È tardi, si scusa, e desidera tornare a casa: “Son tornati perfino i pastori e a momenti è già notte. Un’altra volta, semmai. Verrò un’altra volta da voi. Di sicuro.” Nei giorni seguenti il sacerdote cercherà qualche occasione per parlare con lei, ma senza successo. Pare che Zelinda non abbia più voglia di confidarsi. Il racconto, dunque, ci narra una storia di sospensione, di un filo, ossia, che viene gettato tra due esseri umani per incontrarsi, e che fatica a unirli, dimostrando quanto sia più facile il contatto di due corpi piuttosto che di due anime.

Nel frattempo la vita parrocchiale continua, i pastori vanno dal prete per chiedere consigli sul “maggio” da cantare, le Figlie di Maria gli ricordano che c’è da organizzare un pellegrinaggio, ma il sacerdote li ascolta tutti distrattamente, ha altro per la testa, pensa a Zelinda e a ciò che avrebbe voluto dirgli; così se ne vanno tutti insoddisfatti e impermaliti. Gli dispiace, non succedeva una cosa simile da almeno trent’anni, ma non ci può far niente. Ha preparato un fagottino, “ci infilai in mezzo una rama di frassino e me lo provai sulle spalle.”; “me lo misi in ispalla ed uscii.” Va a cercare la donna, la trova seduta sullo scalino di casa: “a filare, e non guardava né rocca né fuso, e di certo doveva pensare a una cosa, a una cosa ed a quella soltanto.” Si capisce che sta pensando alla stessa cosa per la quale era andata a trovare il prete. Deve trattarsi di qualcosa che l’angustia. Ma appena si accorge che si sta avvicinando il prete, la donna si ritira in casa, così che lui si trova costretto a riprendere il viaggio di ritorno, lungo il quale ad un certo punto incontra il sarto che rientra dal suo solito giro per vendere abiti. Lo fa salire sul carro e gli racconta che nessuno compra più abiti, e gli fanno solo perdere tempo. È perché d’inverno usano gli abiti militari che gli uomini si sono portati dalla guerra, gli dice il prete. Ma anche nel corso di questa conversazione, egli ascolta distrattamente e ha il pensiero rivolto ancora alla vecchia: “Che sia uscita a pigliare i suoi zoccoli?” Tornato in parrocchia viene a sapere che la vecchia era venuta nel pomeriggio a portare due ceri e una lettera, e poi era tornata a riprendersi la lettera.

Quel filo che deve unire le loro due anime (“in due si cerca meglio, ecco tutto.”, le dirà il prete) resta ancora penzoloni legato ad un solo capo, mentre l’altro che deve raggiungere la donna ancora cade nel vuoto. È ancora il tempo dell’attesa e della sospensione, dunque. La natura sembra fare da contrappunto: “Tutto il giorno era piovuto e piovuto come capita solo da noi. Non un solo pastore s’era sentito di mettersi in via, e tutti se ne stavano lì, dietro gli usci, a impagliar seggiole e ceste o a preparar le castagne per i giorni del freddo o a far trappole da metter nei boschi. I fossi erano già grigi d’acqua, il canale era in piena, dalle gronde rotte l’acqua cadeva a gomitoli, e non una gallina od un cane o una talpa dalla piazzetta fino in fondo alla valle.”; “e quando nelle stalle le lanterne si accesero, spuntò anche la luna. Non rotonda come in agosto, s’intende, ma più furba, e più lucida e fresca come l’avessero tolta da un secchio: e tutti i monti con le creste già bianche ed i pascoli e il cimitero ed i boschi, e giù, all’altro lato, la valle, mi si aprirono più grandi che mai; tutto giovane e azzurro con qua e là qualche picchio d’argento.” Ho riportato queste due descrizioni del capitolo 11 che fanno seguito l’una all’altra perché danno il segno di una cupa atmosfera, resa ancora più acuta dall’isolamento in cui vive la gente di montagna, per la quale, tuttavia, non tutto è buio, e la natura vi cala i segni di una qualche luce di speranza. È lo stesso giorno che “Si sentì uno sparo dalla parte del Valico.” E poi altri due; la gente si sveglia nella notte, si affaccia alle finestre, agli usci, esce in strada. È in mezzo a questa confusione che il prete, uscito anche lui, incontra la vecchia: “Aspettate, – dissi allora prendendole un gomito, – vengo solo a pigliar la mia lettera.”

Sono restati soli nella notte davanti all’uscio di casa della donna, ancora recalcitrante, ma finalmente si confida e ciò che viene fuori dalla sua anima è una disperata solitudine: “Io ho una capra che porto con me: e la mia vita è quella che fa lei, tale e quale.” La sua giornata è monotona, tra casa e lavatoio, mangia proprio come la capra: “E anche nel mangiare non c’è gran differenza, perché lei mangia dell’erba, e io radicchi e insalata, e la differenza sta solo nel pane.”

Ma nella lettera, che la donna ha distrutto, non c’era scritto questo. E che cosa allora? Voltatevi e non mi guardate, gli dice la donna, la quale, a poco a poco, tra vergogna e paura, interrompendosi in lunghi silenzi, gli rivela che quel giorno era venuta per sapere “se in qualche caso speciale, tutto diverso dagli altri, senza fare dispetto a nessuno, qualcuno potesse avere il permesso di finire un po’ prima.” È una richiesta di morte, quella che pronuncia con estremo pudore. Notate quel “senza fare dispetto a nessuno”, che rimarca, nel momento in cui manifesta una delicata attenzione verso il prossimo, il suo isolamento e la propria tragica solitudine. Non solo si sente sola, per giunta, ma anche inutile, per quella vita animale che conduce, non più alimentata dalla speranza e dai sogni, che le ha frustrato la mente: “Anche uccidersi… sì, – spiegò lei con una tranquillità da bambina. E si mise a guardarsi gli zoccoli.” Ed ecco che riappare quel filo invisibile che cerca di unire le due anime e ancora non ci riesce: il prete non sa dire che le solite abusate parole di circostanza: “Di mio non una mezza parola: e lì invece ci voleva qualcosa di nuovo e di mio, e tutto il resto era meno che niente.” Ossia, un’anima che ci sta cercando, ha bisogno del contatto con la nostra anima. Solo così esse potranno parlarsi con le medesime parole e comprendersi. Il prete si trova di fronte alla delusione della donna: “Lo sapevo che avreste fatto così. Io l’ho sempre saputo. Fin dal primo momento l’ho detto.”; e ancora: “Perché allora l’avete voluto sapere?” Non si può mettere a nudo un’anima, ossia, se non si è disposti a fare altrettanto. D’Arzo fa di questa storia tra un vecchio prete e una vecchia delusa della vita il paradigma della ricerca di un incontro di due anime che anelano a parlarsi. Non ci sono più veli, non ci sono più i corpi a nascondere il significato autentico delle parole. Le due anime si sono spogliate della loro età, del peso e dell’ombra del proprio corpo e sono comparse nude per confrontarsi nella verità. Rappresentano pure noi, insomma, nel nostro rapporto con la vita, chiamate ad esprimersi attraverso una unica e universale verità. Una nostra insufficienza, una nostra indecisione, una nostra insicurezza (“Ma che altro potevo fare, mi dite?) trasformano quel filo invisibile in un cappio, in una sconfitta. E “Un’assurda vecchia: un assurdo prete: tutta una assurda storia da un soldo.” si sono consumate spietatamente per noi, cancellando ogni traccia della nostra potenza, della nostra vanità e del nostro egoismo per richiamarci all’umiltà del coraggio e della comprensione.

Ricordate l’incipit del romanzo? Nella casa, sopra un saccone, è deposto il corpo di un uomo, c’è una candela accesa che illumina i visi che sono su di lui. Si sente provenire da fuori un suono di campanacci e si capisce che fra poco i pastori saranno lì ad onorare il defunto. Una scena simile si ripeterà alla fine. Solo che nella casa, in attesa, questa volta c’è il prete, che dalla finestra, in una giornata di gelido inverno, vede scendere da Bobbio, per venire da lui, “sei vecchie” vestite di nero. Sono le vecchie che a pagamento vegliano e piangono i morti. Scendono per prendere accordi. Una donna è morta, infatti. Il prete sa chi è. Comincerà, così, da quel momento, per il sacerdote, il gravoso tempo dei ricordi e di un vuoto che sarebbe durato “fino alla fine dei secoli.” Quello smarrimento, quella insicurezza, quella indecisione hanno trasferito in lui, quasi per nemesi, l’angoscia e la disperazione della donna che non è riuscito a salvare.

A “Casa d’altri” il libro fa seguire altri racconti, assai brevi, alcuni dei quali ricordano l’ultima guerra a cui prese parte l’autore. Quello che s’intitola “Alla giornata” ha più di un punto di contatto con il racconto che dà il titolo alla raccolta. Ci sono brani trasferiti quasi interamente dall’uno all’altro. In “Prefazione a «Nostro lunedí»” si legge: “Niente al mondo è più bello che scrivere. Anche male. Anche in modo da far ridere la gente. L’unica cosa che so è forse questa.”; “Roma non è Milano. È la città meno romana del mondo. Il vero padre di Roma è Micawber.”, che, come sapete, è il mirabile personaggio creato da Charles Dickens, in “David Copperfield”, sempre di buon umore, pieno di fiducia e di debiti. “Una fasciatura ben fatta” racconta di soldati italiani fuggiti da un camion tedesco, che si portano dietro un maresciallo dolorante, troppo grasso e imbranato che ha bisogno di fermarsi ogni tanto per riposare e rifarsi la fasciatura alle gambe, quando invece, dice il capitano, avremmo “bisogno di correre: otto notti a dir poco, se vogliamo arrivare alle linee.” Il soldato che ritorna a trovare la madre è raccontato in “L’aria della sera”; cerca di consolarla, non è cambiato niente, le dice, ma lei: “Certo non loro: ma noi…” Uno dei migliori è senza dubbio “Elegia alla signora Nodier”, una ricca signora che si è sposata tardi con un generale e, lui morto, vive nel suo ricordo: “tutto aveva un’aria come di chi a un tratto, di propria volontà, si sia, senza morire, arrestato.” Sembra di rivedere un po’ la figura di Miss Havisham di “Grandi speranze” di Dickens. Certi echi di scrittori scandinavi (Ibsen, Strindberg), intrisi di fatalità e di mistero, si avvertono nell’altro racconto molto ben fatto, e forse il migliore, e stilisticamente ancora più perfetto di “Casa d’altri”, “Due vecchi”, che narra della vita di due sposi che hanno sofferto la tragedia della morte di un figlio e ciononostante sono riusciti a sopravvivere uniti (“credo che la sua vita non avrebbe resa così unita la nostra.”); solo che sul più bello si presenta un giovane che prende a ricattare la donna. La lettera che la donna, di nome Giovanna, scrive di notte ad Enrico, il marito, ha qualcosa di così profondo e di tenerissimo che diventa ben più di una nuova dichiarazione d’amore: “Sono le due e dormi ancora. Hai il respiro piuttosto pesante. E non sai ancora niente.” Il libro si chiude con un altro bel racconto: “Un minuto così”, che è la storia dell’incontro di un giovane maestro, che fa il supplente in una scuola di montagna, con un certo Cloante, “uno squallido ometto che aveva un campo e una vigna proprio sulla cima del colle”, il quale, mentre arava, ha trovato alcuni cadaveri di militi fascisti.

Gli ultimi tre racconti che ho citati, seppur molto brevi, hanno una loro speciale misura stilistica che li rende perfetti e per nulla indegni di apparire a fianco di “Casa d’altri”. Questo autore, dunque, morto giovanissimo, avrebbe potuto darci ancora molto, vista la feconda e raffinata maturità raggiunta così precocemente in queste opere.


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Bart