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Siracusa, Marzio

27 luglio 2009

Il segreto viaggio di Dietrich Taufriegel – Il sogno di Abramo

“Il segreto viaggio di Dietrich Taufriegel – Il sogno di Abramo”, Polistampa, 2009.

Suoi scritti sono apparsi anche su “Nuovi Argomenti”, “Paragone”, “Antologia Viesseux”. Nato a Firenze nel 1943, vive a Lucca. Ha al suo attivo “La mirabile storia di Saverio Fanàl. Il cospiratore”, uscito, sempre per Polistampa, nel 2007.
“Il segreto viaggio di Dietrich Taufriegel“, del 2009, è il suo secondo libro che, come il precedente, si dipana tra racconto e saggio.
La scrittura rotonda, ubertosa, pare nutrita dalla leggerezza di una spiritualità incantatrice. Il nonno del protagonista Dietrich è un vecchio fotografo, e il miracolo delle immagini che nascono dalle sue mani di artigiano acuisce nel ragazzo la sua attitudine allo studio e all’osservazione del fantastico e del mistero, fino al punto che gli uomini perderanno la loro carnalità per diradarsi in un’atmosfera tra mistica e magica di cui si nutrirà anche il protagonista una volta diventato adulto: “Il cortile e l’albero di cui indovinava ogni asperità rotolarono nell’intimo, anche la madre si allontanò nel ricordo del tempo della fantasia poiché la sua presenza rendeva impossibile un nuovo approdo. Senza saperlo nel ricordare la fantasia seguiva il sentiero per una diversa sorgente di immagini e una sera pensò che potesse nascondersi nel padre, che bastasse intuirne lo scintillio per trovarla, ma quando lo scorse seduto e stanco si ritrasse per paura che nel suo corpo le immagini andassero solo a morire.”
I fatti vi accadono come risultato di smarrimenti e paure: “Finché dietro una vasta ciocca d’abete le apparve la dimora paterna e troneggiante alla finestra l’avo immobile e canuto, le rughe fregate dal  verde, un che di evanescente e spiritato come se vivere nel villaggio del bosco diluisse lentamente l’intimità del suo corpo nel misto di profumi, brezze e ombre che senza posa si avventavano tra le case.”
Siracusa si inoltra su di un sentiero difficile, dentro una materia appartenente ad un  mondo che sta oltre la soglia del reale, affrontato già da un grande scrittore come Carlo Sgorlon. Come lui, infatti, anche Siracusa si fa ascoltatore di ciò che, muovendosi intorno a noi, determina il nostro destino.
Lo spazio tra i ricordi (più evanescenti) e la memoria, tra le immagini e le cose (“nemmeno la combinazione più complessa di cose può farne immagini”) diventa il luogo in cui si svolge l’indagine di Siracusa. È una zona inquieta e burrascosa, nonostante in superficie tutto appaia liscio, compatto, non scomponibile. L’autore, in modo originale, vi affronta proprio la scomposizione di una sensibilità che, dal risultato che si consegue, può collocare l’uomo al centro dell’universo o disintegrarlo: “È certo che l’aratro e il pettine servono sempre a arare e pettinare ma diverso è lo scarto tra la loro funzione e la nostra fantasia. Poiché quello scarto esiste è lì che le realtà germogliano diverse e quasi evanescenti.”; “Non mi illudo di ritrovare l’attimo in cui cose e immagini si dividono o di sapere cosa accada dopo a entrambe.” Il mistero a cui si rivolge Siracusa è tutto all’interno di questo spazio. Tutto vi accade e tutto vi determina il proprio destino. Tra le cose e le immagini non vi è mai identità, ma la diversità che le coinvolge è il motore della vita.
L’autore scandisce, attraverso il viaggio della conoscenza intrapreso da Dietrich, i passaggi di una ricerca sofferente, dolorosa, in cui ad ogni scoperta si misura inesorabilmente l’insufficienza umana: “L’invecchiamento l’assalì con strappi bruschi e inaspettati che dettero nuovo equilibrio al corpo perché una parte era invecchiata prima, e le altre più resistenti al tempo avevano generato nella disparità la vera vecchiaia, l’opprimente fatica della psiche in lotta con le membra.”
La storia procede come un delicato ricamo tanto della scrittura quanto del pensiero: “poi scrisse a Ilse per la quarta volta dopo aver rinunciato a telefonarle, con ancora negli occhi i fili delle parole spersi nei deserti della terra e dell’aria.” Il lettore si trova trasportato in un mondo che non ha nulla né di reale né di fantastico, ma vive e si sviluppa negli antri più nascosti e remoti della conoscenza. Sembra di vivere, soprattutto in certi momenti della prima parte, un’esperienza “per simbologie altisonanti”, tra spirituale, onirica e perfino alchemica (al modo della Yourcenar, ma anche di Erasmo), in cui il ricercatore porta con sé soltanto una bisaccia carica dei secoli che l’hanno preceduto e formato (“le passate umanità”). Il protagonista, Dietrich, si prova a guadare un mare di cui nemmeno sa se esista l’altra sponda; vi si avventura forte solo del convincimento che esso contiene le risposte che sta cercando. Il rischio è grande, però: il naufragio e la perdita di volontà; la caduta nel nulla.
Tuttavia, lo si deve correre. È il solo modo per interagire con l’incomunicabilità, conoscerla e vincerla: “Il linguaggio crea un malinteso perché le parole astratte nacquero nel rovello di ritrovare la potenza perduta delle parole concrete. Ma ciò genera solo altra astrazione che divora se stessa.”
Sarà la nascita di un figlio anormale, Erich, la cui madre Ilse è morta nel darlo alla luce, che metterà alla prova Dietrich, impegnandolo a liberarsi del proprio mondo per entrare in quello del figlio: “là viveva Erich e là parlarono in reciproci suoni, identici nell’ascoltare e nel dire stimolarono la nascita dei mondi sferici e splendenti che vagavano alle porte degli uomini.”
È ancora un mondo collocato tra le immagini e le cose, eppure nuovo e inesplorato. Lo scenario accende in noi suggestioni che mettono al centro dell’universo una conoscenza che, sollecitata da una sensibilità estrema, viene proiettata ai confini tra l’umano e il divino.
Erich, con la sua infermità, diviene lo strumento di questo contatto nuovo e al tempo stesso dolente. Erich apre infatti al padre la strada della conoscenza attraverso il dolore. Le sue piaghe e le sue malformazioni sono il riflesso di un tormento che va riconoscendosi come appartenente a tutti. E va riconoscendosi in un movimento di ritorno che pone di nuovo al suo centro la figura di Erich quale chiave per sperare in una risposta: “Vive una condizione dove di tutto ha bisogno meno che di una madre. Erich vive dopo tutte le madri e deve uscire da solo dal proprio mondo.”
Il fine del processo è denunciare quella che l’autore chiama “finzione solare”, mascheratura viscida, gravante come una cappa ingannatrice sull’umanità e che solo con il dolore si può vincere: “i malati possedevano una strada propria verso il sole.”
Il prete Heilmitt, con il quale Dietrich ha contratto un’amicizia da lungo tempo, con la sua angoscia esistenziale e i suoi dubbi, lo aiuta nell’incontro con il dolore e la conoscenza.
L’autore mette, infine, sul cammino del dolore, il mistero di Dio attraverso la storia di Abramo narratagli in una lettera da Helmitt. Ad Abramo, in un sogno, l’amico Teone rivela: “Il nostro incommensurabile sapere si è bloccato di fronte alla semplice domanda: ‘a cosa e come servircene?’” Ossia anche la conoscenza non è tutto se non è orientata verso Dio. La storia di Gesù è volta a questo scopo. Ancora Teone: “Così il maestro ha donato loro il ‘perché’, cioè unirsi al dio.”
Ma questo tipo di conoscenza, secondo l’interpretazione di Abramo, non sarà felice per l’umanità, destinata ad un negativo accrescimento, così decide sul monte Moria di non fermare la mano secondo quanto gli comanda l’angelo, e di uccidere il figlio Isacco: “Abramo lancia un urlo e con un fendente squarcia la gola di Isacco.”
La disobbedienza di Abramo provoca l’ira di Dio, che imporrà a lui e all’umanità la sua punizione, l’eterna attesa del figlio: “Mio figlio per raggiungervi deve concedersi al tempo, dunque ignoro se è già venuto, è, o verrà tra gli uomini, poiché il suo incontro con gli uomini è in me eterno. Ma uccidendo Isacco tu hai spezzato questo incontro e per aiutare la vostra attesa io mi separerò in eterno da mio figlio che mutilato vagherà nel mondo.” È un Dio che non conoscevamo, un Dio che si stacca dal figlio per colpa degli uomini e, immerso nella sua eternità, li lascia soli nell’attesa di una salvezza, il cui momento non toccherà più a lui di determinare: “Da allora è il silenzio tra Dio e gli uomini.”
“Il tempo luminoso” si contrappone alla “finzione solare” e lotta con essa perché consente di scoprire che “il mondo procedeva secondo una meccanica puerile e scontata”, la quale una volta spogliata dei viluppi “d’una superiore complessità” può liberarci dall’ “illusione che dalle cose possono nascere cose nuove”. Lo scontro tra “finzione solare” e “tempo luminoso” trova soluzione nell’idea di Taufriegel per cui ” Il sole non fa che imitare quanto accade dentro di noi e qualcuno scoprirà lo scherzo tra astronomia e vita: essere ogni giorno salvati da ciò che ci imita“. Ma il risultato non potrà essere comunque che un risultato di solitudine, quella solitudine in cui Dio ci ha lasciato. Eppure nella disperata intuizione di Dietrich si nasconde anche la definitiva liberazione dalle cose, il loro superamento auspicato fin dall’adolescenza.
Infatti: “Quando le cose sapranno tutto di noi non le vedremo più.”
L’autore con questo difficile e rarefatto romanzo radiografa il dolore così come si è infiltrato coi suoi filamenti nell’universo, colpendo tutti, a partire dagli uomini per arrivare fino a Dio. Erich ne è la raffigurazione misteriosa (“la forma”), grazie alla quale un tale dolore si offre alla visione di tutti, rivelando, oltre che la sua esistenza, la propria mostruosa corposità.
Eccoci, infine, alla domanda finale, a cui l’autore darà una sua personale risposta: si può uccidere il dolore?
Gran bel libro, questo di Siracusa, di grande impegno e di rara forza, che si mangia in un boccone i tanti romanzucoli dei nostri giorni.


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Bart