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Spinelli, Aldo

10 marzo 2019

E da piccolo fanciullo incominciai…

E da piccolo fanciullo incominciai…

Aldo Spinelli è nato a Lucca il 15 gennaio 1923 e qui è morto il 31 ottobre 2011. Nel 1937 entrava a far parte, prima come impiegato e poi come dirigente, di una Azienda privata di servizi.

Dopo undici anni una brutta malattia lo costringeva ad interrompere il rapporto di lavoro e a ricoverarsi, per più di due anni, in un sanatorio ortopedico. Clinicamente guarito decideva di rinunciare al suo precedente impiego per dedicarsi interamente all’attività politica, diventando funzionario del P.S.I., partito nel quale militava fin dal 1944. Nel 1951 diventa segretario provinciale del Partito Socialista e nel 1972 è eletto Deputato al Parlamento e nominato segretario del Gruppo Socialista, carica che gli viene riconfermata anche dopo la scadenza del suo mandato parlamentare. Nel 1981 il Ministro Andreatta lo nomina Presidente della Banca del Monte di Lucca, incarico che ricopre per quattordici anni fino al 1995.

Dal 1963 al 1978 Spinelli è stato membro del Comitato Centrale del P.S.I., e dal 1956 al 1975 Consigliere Comunale del Comune di Lucca.

Nel 1993 è uscito dal P.S.I. È stato presidente del «Circolo Culturale Lucchese» della  Fondazione Craxi, di cui fu anche fondatore. Ha scritto, in due volumi, “Il socialismo a Lucca nel periodo della Ricostruzione” (1985-1987), e il romanzo autobiografico “E da piccolo fanciullo incominciai…”, del 2004, di cui ci occuperemo.

La narrazione è subito elegante e quieta, pur in presenza di una pensosità che subito però si colora di uno slancio positivo che rasserena.

“Quante volte, da ragazzo, aveva ammirato quella scena dal Baluardo di Pelleria.” Il protagonista (lo stesso autore che narra in terza persona) ha settantasei anni ed è appena uscito dall’assemblea che ha nominato al suo posto un nuovo presidente dell’Istituzione bancaria cittadina, dopo che aveva espresso il desiderio di essere lasciato libero di tornare ad una vita normale, dopo quattordici anni di quell’incarico prestigioso ma stressante.

Aldo Spinelli conosceva il rione di Pelleria, il mio rione, poiché vi era nato e abitava nei pressi, in via delle Conce. Ha respirato la stessa mia aria ed è cresciuto tra gente che sapeva sopportare la povertà del dopoguerra dignitosamente e mai cedendo al pessimismo o rinunciando alla speranza. Sua madre un po’ si vergognava di abitare lì: “Da un lato perché Via delle Conce faceva parte di Pelleria, il rione che, assieme a quelli del Bastardo e di Cittadella, formava il trio dei rioni più malfamati della città. Dall’altro perché, proprio in Via delle Conce al numero quattordici, si trovava la ‘Pensione Pina’; cioè la casa di tolleranza di lusso del Capoluogo.”.

Per me, che sono cresciuto lì, anche se quasi vent’anni dopo, i suoi ricordi sono una ventata di giovinezza; vi trovo il sentimento dei miei primi anni, quando esploravo e a pieni polmoni respiravo la vita. Spinelli non era d’accordo con la madre, Pelleria gli piaceva: “Per lui, infatti, Pelleria era la bella chiesa di San Tommaso dove aveva fatto la prima comunione; era ‘la piazzetta’ con la fontanella dove si andavano a riempire i fiaschi dell’acqua da bere.”. È la fontanella che un giorno sparì e fu rimpiazzata da una fontana molto brutta, cilindrica senza alcuna decorazione, che fu abbattuta a causa di alcuni giochi pesanti dei ragazzi del rione, e mai sostituita, fino all’anno 2009, quando proprio io riuscii a farvi mettere una fontana più bella, che ancora si può vedere. Su quella prima fontana misteriosamente scomparsa scrissi la leggenda: “La miracolosa fontana di Pelleria”.

Spinelli mi sta regalando la Pelleria com’era prima della mia nascita. Come posso non essergliene grato?

Ma il dono che mi fa, va ben oltre, poiché me lo offre all’interno di una cornice dorata, che è la sua scrittura, addolcita di sentimento, sempre controllato, e di poesia.

Quando a Livorno conosce Loredana, una prostituta, scrive: “Sul viso di lei non vi era alcun segno delle speranze che forse la vita le aveva acceso tanto tempo prima. C’erano solo i segni delle speranze che la vita stessa le aveva tolto.”. Non sono molte le volte in cui ho trovato una descrizione di così sensibile delicatezza.

Tutta l’iniziazione sessuale è raccontata con garbo e semplicità e attrae il lettore per questa pudicizia che riesce a restituire alla donna una dignità che il mestiere ha ferito. Le prostitute che il protagonista incontra non sono mai delle miserabili, piuttosto degli esseri umani vittime del destino, anch’esse piene di sogni e di speranze. Mai rinunciatarie alla vita e a una redenzione.

La riflessione gli consente di esprimersi sul femminismo e si pone questa domanda: “Ma un femminismo esasperato, che talvolta fa perdere alla donna la sua femminilità, il suo fascino, la sua dolcezza è proprio la via migliore?”.

Sarà che siamo cresciuti nello stesso rione, ma sento molte affinità con questo autore, che fu socialista per tutta la vita, e che alle classi più deboli e bisognose prestò sempre molta attenzione.

La scrittura di Spinelli è pensosa, riflessiva, insinuante e ci avvolge senza che ce ne accorgiamo, presi da quell’aura di poesia e di pudicizia che l’avvolge. La pudicizia, insieme con la modestia, sono le qualità morali che emergono da questa autobiografia che è anche una consegna di se stesso a quel popolo semplice che egli ha amato e conservato sempre vicino a sé con la sua presenza e il suo ricordo.

Non dimentichiamo che il protagonista-autore ha settantasei anni, è appena uscito dall’assemblea che ha nominato un nuovo presidente che lo sostituirà nell’incarico, ed ora sta passeggiando sulle Mura e il suo pensiero è quello del ritorno alla vita e al sentimento. Sta incontrando, “col cervello libero”, forse per la prima volta, se stesso e la sua anima. È una riconquista che avverte necessaria e forse anche urgente.

La madre che da giovane andava ad aiutare i suoi genitori Irene e Silvio Brancoli, che gestivano il rotondo chiosco dei giornali che si trovava sull’angolo di piazza San Michele davanti a via San Paolino, gli aveva parlato delle violenze fasciste negli anni ’20 e del timore che avevano suscitato nella città. Stava sorgendo il socialismo e molte amministrazioni comunali, rette dai socialisti e dai popolari, venivano rovesciate con la forza “perché il partito di Mussolini non aveva conquistato, nel 1920, quasi nessun seggio.”. Continua la madre: “Così anche a Lucca, al grido di ‘Torme pallide via!’, le camicie nere si erano impadronite, nel mese di febbraio del 1923, del Palazzo Municipale; avevano imposto lo scioglimento del Consiglio Comunale, mentre la macchina militare creata da Scorza era stata messa in moto per impedire, con la violenza, la presentazione di ogni qualsiasi altra lista al di fuori di quella fascista.”. Molte di queste violenze accadevano nei confronti del rione di Pelleria, “considerato dai fascisti un quartiere rosso, e avevano colpito anche persone da lei ben conosciute.”. Carlo Sforza (soprannominato il ‘Condottiero’) era il federale di Lucca: “un calabrese spregiudicato che predicava un fascismo ‘pronto a ubbidire, violento e spietato’. E che rispondeva, a chi criticava le violenze delle camicie nere: ‘Sì, noi picchiamo. Combattiamo a pugni, a pedate e a revolverate’.”.

Tuttavia il clima euforico e fanatico del tempo aveva afferrato anche il nostro protagonista che “era orgoglioso di essere diventato un Balilla. E, cosa strana, il racconto di sua madre non aveva suscitato in lui nessun moto di avversione verso il Partito Nazionale Fascista del quale, come Balilla, anche lui faceva parte.”.

Il lettore vedrà come a poco a poco, attraverso il racconto della sua adolescenza, l’autore stia già preparandoci ai tempi oscuri e inquieti in cui dovrà presto vivere la sua giovinezza. Saranno anni di riflessioni, di conversione e di impegno civile e politico. Si avverte intorno al fanciullo che il suo futuro è già scritto e germina nella sua anima, e questo spirito giunge anche al lettore che ne capta la portata confidenziale ma ammonitrice. Sta percorrendo una strada colma di insidie che si presentano all’insegna di un ordine che le stesse forze ingannatrici hanno prodotto, con la finalità di assumere, nel caos e nella confusione, il potere di comando sull’uomo e sulla società.

La strada della democrazia non è mai stata larga e pulita, ma in quegli anni che Spinelli ricorda, qualcosa di più terribile la stava restringendo con una specie di filo spinato che ne rendeva pericoloso e sofferente il cammino: “Sì, era stato proprio attraverso questa strada che si era consolidata la dittatura fascista. Con l’offuscamento dei cervelli.”; “una specie di narcotico veniva, giorno dopo giorno, iniettato nelle vene dei cittadini. Un narcotico che aveva finito poi per esplodere in una specie di follia collettiva.”. La quale follia “spingeva gli uomini e le donne di Lucca a riempire spontaneamente Piazza Grande quando gli altoparlanti trasmettevano un discorso del Duce”. Poi il Regime, assopite le menti, genera la consuetudine: “Ci si era infatti abituati agli usi del Regime. Si scriveva normalmente ‘Saluti fascisti’ in calce alle lettere, così come era ritenuto normale salutare, non solo amici e conoscenti ma anche distinte dame che si incrociavano in Via Fillungo o in un’altra via del Centro, anziché con una scappellata, con un saluto romano. Non col braccio teso, s’intende. Un salutino romano che, in fin dei conti, tutti avevano trovato assai più comodo che stare lì a mettersi e levarsi il cappello dal capo.”.

Avrete notato come, in un modo così semplice e in poche righe, si è dato il quadro di un movimento collettivo che avveniva in quegli anni nelle strade della piccola città. Vi incontriamo, anche se non descritti, mille volti e mille espressioni.

Quando il sabato, il padre riceveva la paga, era l’occasione di levarsi finalmente la fame, presente ogni altro giorno della settimana. La sera si poteva consumare una cena “di lusso”: “per primo, caffellatte col pane; ma per secondo una bella fetta di prosciutto a testa, di quello buono, di quello di Marzetto.”.

Qualche volta ho incontrato Aldo Spinelli all’ufficio postale di Montuolo. Era venuto a stare, o vi capitava, nel paese vicino di Cerasomma, un paese che è un nido tra belle colline. Io conoscevo lui, che era stato Presidente della Banca del Monte e personalità politica in vista, ma lui non conosceva me, e quindi non ci parlavamo. Mi colpivano ogni volta la sua modestia e la sua umiltà. Se c’era da fare la fila, si metteva in riga anche lui, e restava in silenzio, quasi temesse di essere riconosciuto e fosse considerato diverso dalla sua gente. A vederlo, e sapendo chi fosse, lo ammiravo. Se avessi saputo che era cresciuto nel rione di Pelleria, nel mio rione, non solo mi sarei fatto riconoscere, ma avrei capito perché si comportasse così. La sua era l’umiltà di chi ha conosciuto il mondo dei naufraghi e dei bisognosi, e ne è stato forgiato: “Vita misera, dunque; vissuta però con filosofia, non con passiva rassegnazione. Nessuno si piangeva addosso.”. Riguardo al regime ormai consolidato (“aveva finito infatti con l’indossare il ‘doppio petto’), annota: “Solo più tardi, nel 1938, quando uno sviluppo economico disorganico e il clima rovente di una nuova vigilia bellica si erano fatti sentire sulle condizioni di vita, si era cominciato a toccare con mano il malcontento e talvolta la rabbia, ma non prima.”. Il fascismo era riuscito a spargere nel Paese, e dunque anche a Lucca, un’aurea di seduzione, grazie alla personalità del Duce, “il suo modo di fare, la sua prestanza fisica e, talvolta, anche la sua arroganza”. “D’altra parte la voce del Duce non andava a cadere su un terreno arido e sterposo. Andava, al contrario, a finire in un campo accuratamente concimato. Perché se il Regime fascista non disponeva di televisioni, possedeva comunque il monopolio ideologico ed una fitta rete di centri di irradiazione.”. L’autore ci consente di seguire il radicamento del regime in modo molto mirato e puntiglioso, così da farci conoscere quali siano i modi per instaurare una dittatura in un Paese che stia vivendo un momento di disordine come era quello seguito ad una guerra che aveva lasciato molto malcontento. Sono passaggi che seguono una logica ferrea e collaudata nel corso dei secoli, e nella quale si è trascinati nei momenti di debolezza, se si è confusi e distratti: “Senza considerare la cura del tutto particolare dedicata alle nuove generazioni. Qui il Regime, anche in violento contrasto con la Chiesa, aveva rivendicato e accentrato in maniera totalitaria e autoritaria l’educazione e la formazione giovanile.”; “Erano mille e mille fili che andavano a formare una ragnatela nella quale, in un modo o nell’altro, ogni componente sociale, ogni cittadino giovane o vecchio, uomo o donna, veniva intrappolato”; “sotto il fascismo, durante il periodo definito ‘del consenso’, tutti avevano cessato di essere cittadini per diventare volontariamente dei sudditi.”.

Quando si racconta che nel Ventennio la stragrande maggioranza degli italiani era entusiasta del regime, dobbiamo crederci, e il nostro protagonista non si esime dal confermarcelo. Il 10 giugno 1940, allorché l’Italia entrò in guerra, i Lucchesi erano in piazza, come stava accadendo in tutte le altre città, ed accolsero le parole di Mussolini con entusiasmo: “Aveva allora diciassette anni. Non gli pareva di essere stato tra coloro che avevano perso il controllo di se stessi all’annuncio del Duce. Si ricordava, comunque, che aveva ascoltato con eccitazione ed anche con gioia le parole di Mussolini. Sì, anche con gioia”. Tornato a casa, insieme con il fratello, entusiasta pure lui, trovano i genitori piangenti, e se ne meravigliano: “E lui, solo dopo, molto dopo, quando mille dilemmi avevano ormai cominciato a tormentarlo, sarebbe riuscito a rendersi conto delle ragioni di sua madre e di suo padre.”. La guerra aprì gli occhi a molti, svelò le piaghe della dittatura, ne mise in luce la follia.

Spinelli è ordinato nel raccontare, lo si segue con facilità. Si tratta di uno scrittore che deve poco alla scuola (è arrivato alla terza commerciale) e molto alla sua vocazione naturale. Curioso e riflessivo sin da ragazzo, questa abitudine della mente si è trasformata in una scrittura che ne è lo specchio. Ogni momento che tocca della sua vita è anche un tralcio di esperienza e di maturazione. A Bari, dove si trova per ragioni di lavoro e ha stretto amicizia con Michele, un giovane assistente universitario, “alto, moro”, da lui apprende che cosa sia la democrazia. Stanno parlando della Gran Bretagna, tanto invisa al fascismo e che dopo le parole dell’amico vede “sotto una diversa luce. Il voto periodico dei cittadini per eleggere i governanti, l’esistenza di due partiti, uno che governa e l’altro che controlla e che dice: ‘O fai o ti sostituisco’, il permanente confronto; in una parola, il vituperato sistema democratico, così come glielo aveva spiegato Michele, non gli era apparso più come un mostro da esorcizzare, com’era invece considerato dai fascisti.”. Michele, per quel breve tempo che si sono frequentati (poi nel 1943 il protagonista dovette tornare a Lucca a seguito della ‘spondilite’, una malattia che lo perseguiterà per alcuni anni), darà la svolta alla sua vita.

Il protagonista si sforza di apprendere e di capire. Ora che è anziano, è questo percorso di conoscenza che la sua mente va ricordando. In questo libro avremo pochi contatti con la vita dei sentimenti (e quando li incontreremo saranno teneri e raffinati), mentre saremo sempre vicini all’uomo che sta avvertendo la necessità di un impegno civile, nel momento in cui si accorge di essere stato narcotizzato da un regime che si era presentato con un abito bello ed elegante e nascondeva invece dentro di sé un mostro. La svolta avviene quando con l’amico entra in Bari Vecchia, abitata dai più poveri e miserabili. Quella parte antica, pur suggestiva per la sua antica storia, è fatiscente, priva di ogni comodità: “gli era sembrato di scoprire per la prima volta il volto reale di Bari Vecchia. Cioè, quegli antri neri dai quali si accedeva nelle case o, spesso, negli scantinati, dove famiglie assai numerose vivevano in un carnaio del quale faceva parte talvolta anche qualche animale, al di là dei tradizionali animali domestici come il cane o il gatto.”. E trae questa amara conclusione: “Anche sulla miseria si può speculare.”; “Dopo, lui aveva sentito un gran bisogno di stare solo. Di riflettere. E la sera, nel suo letto, prima di addormentarsi, aveva avuto una lunga conversazione con se stesso.”; “Si rendeva conto, in breve, che dare ragione al suo amico barese, avrebbe voluto dire rimettere in discussione tutto: tutte le cose nelle quali aveva creduto.”. Ci si avvia al cambiamento e il protagonista mostra di non avere alcuna esitazione. Le idee si sono schiarite. Sotto il bell’abito è riuscito a vedere il mostro che vi si nasconde.

Arrivati all’armistizio dell’8 settembre 1943, l’autore–protagonista si trova a Lucca, “corazzato di un robustissimo busto di gesso.”, e ci fa rivivere la gioia ed anche la confusione che scossero la città. Si trova in Piazza San Francesco, dove ha accompagnato a casa due cugine. Vede un gran movimento: “Erano militari che, abbandonati a se stessi, senza ordini, senza disposizione alcuna sul come avrebbero dovuto comportarsi dopo la firma dell’armistizio, stavano scappando dalla caserma che era lì.”. Luigi Comencini ha reso celebre quel periodo con il suo film, “Tutti a casa”, del 1960, interpretato dall’indimenticabile Alberto Sordi. Nel libro è ricordato esplicitamente Mario Monicelli per il film del 1963, “I compagni” (interpretato da Marcello Mastroianni), la storia di un “Professore, ricco di cultura e di fame, che dedica tutto se stesso a questa missione.”, ossia “un’opera meritoria tesa a trasformare le plebi in masse coscienti.”.

Spinelli ci ricorda che subito dopo l’armistizio, molti che fino al giorno prima erano stati fascisti avevano cambiato pelle. Credeva che ciò fosse capitato soltanto all’amico che era venuto a trovarlo in ospedale, ma “Nessuno gli aveva detto che era invece una epidemia così virulenta che era riuscita a contagiare anche molti di coloro che avevano ‘tirato diritto’ fino al giorno prima del 25 luglio.”. Chi non è più giovane, come lo scrivente, può constatare come questa epidemia non abbia mai lasciato il nostro Paese; gli italiani sono avvezzi a salire d’un botto sul carro del vincitore, mutando idee senza alcuna ragione se non quella di volersi trovare sempre dalla parte di chi comanda: “È tutta gente che, dopo il crollo del fascismo, pensa solamente ad individuare quale sia il futuro partito su cui convenga mettere il cappello.”.

Molti fascisti furono riciclati nel dopoguerra addirittura riservando loro posti di rilievo nell’amministrazione del nuovo Stato repubblicano. Di questa confusione, di questo pasticcio, ancora l’Italia paga le conseguenze, con una classe politica che mai è riuscita, in preparazione e capacità, ad eguagliare le altre dell’Occidente: “dal crollo del fascismo in poi, era stato tutto un saltare.”.

Spinelli, pur con la sua pacatezza, non le manda a dire, e, avendo vissuto direttamente quegli anni, non si nasconde dietro un dito, e non teme di lanciare le sue accuse. La sua è una storia di verità, aliena dal compromesso, tipica di chi racconta avendo la coscienza pulita. Ricorda anche don Silvio Giurlani, il mio parroco, in memoria del quale feci apporre dal Comune di Lucca una targa, esposta sulla parete destra della chiesa di San Tommaso in Pelleria, che ricorda il suo impegno partigiano. Il parroco si sta lamentando con lui perché negli uffici pubblici nulla è cambiato e vi siedono a comandare coloro che avevano fedelmente servito il fascismo, e confessa che alle sue rimostranze riceveva sempre la stessa risposta: Erano rimasti al loro posto poiché “Hanno collaborato”.

Sincero e coinvolgente il capitolo intitolato “Un addio al buon Dio”, in cui, in una lenta progressione logica, ci confida il suo abbandono della religione che fino ad allora aveva praticato “nella convinzione che, al di fuori di questa, non esistessero per lo spirito altre vie da percorrere, altre alternative.”. Subito si mette ad approfondire la conoscenza del marxismo: “Questa nuova fede lui la stava allora trovando nel marxismo. (…) Nel marxismo aveva trovato invece un prezioso metodo per indagare meglio le vicende umane. Un metodo che era servito a fargli comprendere che non esistevano verità eterne in astratto. Che le idee degli uomini, e quindi anche le loro idee religiose, non venivano dal cielo, ma scaturivano dalla realtà che, in quel momento, quegli uomini vivevano; e che le stesse idee non erano ferme nel tempo, ma maturavano e quindi si modificavano con il modificarsi della realtà.”.

Il punto di arrivo fu dunque che “Non credeva più in Dio.”. Alla necessità della religione sì, invece, poiché aveva fatto sue le parole di Benedetto Croce: “senza religiosità, cioè senza poesia, senza eroismo, senza coscienza dell’universo, nessuna Società vivrebbe.”; e di Balzac: “Una società di atei creerebbe per prima cosa una religione.”.

È un capitolo che dà il segno della profonda capacità speculativa dell’autore, che sa esporla con l’autorevolezza di un filosofo che abbia sperimentato sulla sua pelle la sofferente maturazione del pensiero e ne abbia tratto un insegnamento che, pur non essendo definitivo, lo pone in armonia con la sua presenza nel mondo.

La scrittura ha acquisito ormai un passo sicuro e resistente; la stessa punteggiatura, tanto precisa e la cui importanza espressiva è quasi scomparsa nella moderna letteratura, accompagna ciascuna riflessione al modo di un guardrail che ne controlli continuamente la direzione, la regolarità e la logica: “Aveva ragionato e ne era uscito sereno. Sì, ne era uscito sereno anche perché il chiarimento religioso aveva camminato di pari passo con l’approfondimento politico. Non c’era stato alcun contrasto tra l’uno e l’altro. Anzi, da questo duplice sforzo di ricerca, aveva alla fine tratto la conclusione che una società socialista presentasse il terreno più favorevole anche per una più profonda, più seria, più coerente e pura religiosità.”.

La conversione è avvenuta e il suo impegno si è delineato, un impegno, tuttavia, che in lui sarà sempre collegato ai valori del cristianesimo, essendo stato Cristo “il primo socialista”. Concludendo che “solo il socialismo, ormai, e non la Chiesa, poteva essere portatore di un analogo messaggio.”. Nel 1944, dopo aver rifiutato l’iscrizione al Pci, si iscrive al Partito socialista. Nasce il suo impegno nella Resistenza. Lo fa utilizzando gli strumenti del suo ufficio di contabile nella società della nettezza urbana dove è impiegato. La sua malattia (ancora indossa il busto di gesso) non gli consente di fare di più. In pratica, poiché i netturbini potevano circolare anche nelle ore del coprifuoco, provvede a registrare come tali alcuni partigiani: “E, per buona sorte, sul registro non si doveva scrivere né la professione né il titolo di studio; altrimenti, tra i raccoglitori di immondizie, sarebbero figurati geometri, ingegneri, professori e perfino un avvocato.”. Nel suo ufficio si nascondono anche le armi che un insospettabile funzionario della Questura veniva a ritirare per consegnarle “alle formazioni partigiane.”.

Alla Resistenza tributa un omaggio in cui ricomprende soprattutto il popolo minuto, e specialmente l’impegno delle donne: “Donne semplici. Che all’anagrafe dell’ ’Arco Costituzionale’ che si sarebbe costituito poi, finita la guerra, non sarebbero certamente figurate. Ignorare, però, questo vasto movimento di solidarietà popolare, significherebbe ignorare l’essenza vera della Resistenza.”. Ne lamenta la dimenticanza dei valori con il passare del tempo: “Ciascuno aveva cominciato ben presto a farne ciò che aveva voluto. Ad intenderli chi in un modo e chi in un altro, finendo col dimenticarli, col disperderli, o addirittura col distorcerli.”.

Il lettore si sta rendendo conto che un libro così ci voleva, una testimonianza sincera, senza reticenze e senza paraocchi.

Ci fa sapere che il 5 settembre 1944, quando Lucca fu liberata, era una giornata di “pieno sole, un giorno feriale”, e tutti stavano aspettando i ‘Liberatori’: “La città, già nelle mani del Comitato di Liberazione Nazionale lucchese dal giorno precedente, brulicava infatti di gente. In particolar modo di giovani e giovanissimi. Tutti erano eccitati. Tutti sembravano invasi da un’euforica allegrezza.”; “Erano le dieci e mezzo. Provenienti da Porta Sant’Anna, e quindi da Via Pelleria, stavano arrivando tre o quattro camionette americane che poi erano andate a fermarsi nella piazzetta antistante il carcere. E, come se l’avvenimento fosse stato preannunciato e pubblicizzato da un qualche volantinaggio, la strada e la piazzetta si erano in un attimo riempite di gente. Di uomini, di donne, di ragazzi.”; “Gli era capitato spesso, in seguito di ricordare e quasi di rivedere la scena di quella mattina. Le persone che continuavano ad arrivare; i soldati americani, neri o bianchi che fossero, che venivano soffocati dagli abbracci e dai baci, soprattutto delle donne e innanzitutto delle meno giovani fra loro”.

L’attenzione di Spinelli, come continuiamo a vedere, è rivolta soprattutto alla gente comune, a coloro che soffrono di più, e ai quali non si deve mai negare la speranza, adoperandosi per alleviarne le sofferenze e riscattarne l’umiliazione. È un leitmotiv che ci piace, che dà alla narrazione un valore ultra letterario, destinato a rimanere.

Società civile e speranza diventano un binomio indissolubile in Spinelli. La sua nascita in un rione popolare, ed anche la sua malattia che lo ha accompagnato per molti anni, gli hanno donato uno sguardo ed un cuore attenti e sensibili alle sventure dei meno fortunati. La stessa scrittura porta il segno di questa umiltà e di questa dedizione. Le pagine che rievocano il giorno della liberazione dal nazifascismo sono forse le più intrise di sentimento e di partecipazione, seppure l’autore sappia sempre dominarli: “Anche lui, a quel tempo, cominciava a fare i primi brancolanti passi di giovane socialista, animato appunto dalla volontà di trasformare quel ‘barlume di un avvenire migliore’ in qualcosa di concreto.”.

Come gli aveva suggerito l’amico barese, Michele, comincia a leggere con assiduità, testi di approfondimento della condizione sociale, delle macroscopiche differenze tra i ricchi e i poveri, tra le razze, nei riguardi delle donne. Ne comprende la sofferenza e le ragioni che la sommuovono.

Spinelli si rivela un politico di altri tempi, non legato alla poltrona e alla notorietà, oltre che al denaro, ma esclusivamente dedito all’impegno di solidarietà e di aiuto nei confronti di chi è discriminato. Si lamenta della politica attuale: “Gli pareva che lo scontro si fosse ormai ridotto ad una pura lotta di potere per il potere.”. Come non dargli ragione.

Altre pagine memorabili sono quelle che rievocano lo stato di incredulità e di smarrimento che attanagliò i lucchesi del Fronte Democratico Popolare, quando, sicuri della vittoria, dovettero registrare una sonora sconfitta. Qualcuno in principio si era recato perfino al Bar Savoia, a comprare dello spumante per festeggiare. In seguito allo shock il protagonista fa un sogno in cui un apposito tribunale cerca di capirne le cause. Un sogno che il lettore troverà divertente, ma molto vicino alla realtà di quei giorni. Troviamo scritto, in una specie di esame di coscienza, che la colpa della sconfitta fu anche dei due partiti maggiori, Il Pci e il Psi: “Fatto sta che, quando il leader dei comunisti italiani, dismesso l’abito a doppio petto, aveva arrogantemente annunciato, in un comizio elettorale, di essersi comprato un paio di scarponi chiodati ‘per prendere a calci nel fondo schiena l’Onorevole De Gasperi’, la gente aveva tremato di paura, e aveva cominciato a confondere il volto del leader dei comunisti italiani, col grugno dei soldati russi che vedeva sui manifesti.”.

La sede del Psi era nel pieno centro di Lucca, in piazza Nazionale, a due passi da Piazza San Michele. A volte, quando stavano sulla porta di ingresso: “”C’è da dire che, a quel tempo, per le strade della città transitavano frequentemente somari, cavalli e talvolta, nei giorni in cui c’era mercato in Piazza San Michele, anche vacche. E quella sera, mentre lui e i suoi compagni stavano parlando, un cavallo alle stanghe di un carretto, passando di lì, aveva mollato sul selciato, proprio davanti a loro, una fila di pallette dei suoi bisogni.”.

La memoria così precisa dell’autore mi induce a dargli credito su di una questione che ha accennato nel libro e riguarda la processione del “Gesù Inalberato” che ogni due anni partiva dalla chiesa di San Tommaso in Pelleria e girava per la città, seguita da un mare di folla che si accalcava ai lati della strada. Spinelli scrive che quella processione si teneva il Giovedì Santo. Nei miei libri, per esempio nella leggenda “La piccola strega”, io scrivo che si teneva invece il Venerdì Santo. Ho cercato in qua e là per arrivare alla verità storica, ma documenti ufficiali non se ne trovano. Alcuni amici di Pelleria mi hanno confermato che ha ragione Spinelli. Così mi ha scritto su Facebook l’amico di infanzia Rolando Zanni: “Caro Bart, riguardo a ciò che ha scritto il carissimo Aldo, la processione del Gesù morto, si svolgeva il giovedì santo, in onore alla morte di Gesù. Mi è stato detto da mia sorella Roberta e da mio cognato Guido Micheli, e da Luciano Landi. Io personalmente non ricordo.”. Anche un altro mio amico d’infanzia, don Francesco Maccari, mi ha confermato il Giovedì Santo. Se dovessi rieditare i miei scritti, terrò conto, perciò, della precisazione. Il fatto è che mi era sembrato strano che quella processione che espone il martirio del Golgota si potesse svolgere il giorno in cui la Chiesa celebra La Messa nella Cena del Signore e la Lavanda dei piedi di Gesù ai dodici apostoli.

Uno degli aspetti che colpisce il lettore è il rapporto di Spinelli con la sua malattia, la tubercolosi, che lo aveva aggredito alla spina dorsale (“aveva sei vertebre lese dal morbo della tubercolosi”) e lo perseguiterà per anni. Non ne fa mai un dramma. Sopporta la pena di dover sempre indossare un busto pesante e vi si adatta affinché la sua voglia di vivere e di agire non si spenga, e lo fa con una quieta rassegnazione che mai mina e deforma il suo sguardo sulla vita: “L’ago della sua bussola era fissato verso una sola direzione: vivere alla giornata finché avesse potuto.”; “chi ha soldi è preoccupato di perderli e di restare senza. Chi non ha soldi ma è sano, ha paura di perdere la salute. Io non ho soldi, la salute l’ho già persa da un pezzo, chi è più felice di me?”. E ancora: “non poteva, in parole povere, rinunciare a lottare per ritrovare il gusto di vivere.”. Certo, senza quella malattia avrebbe potuto realizzare il suo sogno di fare l’attore di teatro, nel quale si era già impegnato con successo, e avrebbe potuto dare di più anche nell’altra sua passione, la politica. La lettura di libri, la fame di conoscenza, che emergono anche qui, avranno su di lui come l’effetto di una medicina portentosa, che l’aiuterà nei momenti difficili, quando si sentirà una debole barca sbattuta dai marosi. Il 14 settembre 1948 (“proprio il giorno della più grande festa dei lucchesi: ‘la Santa Croce’ ”), allorché si reca a Pozzuoli per il ricovero in ospedale, è uno di questi: “Era partito volentieri per l’ospedale, ma non per curarsi. Non credeva alla guarigione, ed ormai non riusciva a vedere davanti a sé più nulla di buono. Era partito volentieri per rompere con tutto e con tutti.”. Permaneva in lui la delusione per la sconfitta elettorale di qualche mese prima, il 18 aprile, in cui la Democrazia Cristiana aveva fatto cappotto, contro ogni previsione. Dava la colpa agli intrighi del Partito Comunista, che aveva fatto in modo di guadagnare da quella loro alleanza a scapito del Partito Socialista, che aveva ridotto notevolmente la sua rappresentanza parlamentare a vantaggio dell’alleato.

Non avrà cuore, però, di lasciare la politica (“il rimpianto per la politica era ancora forte”), come pure il suo cuore batterà per una profuga Dalmata, Pina, conosciuta a Calambrone, dove era andato per un altro ricovero. È una storia d’amore raccontata con naturalezza, senza enfasi, e in modo tenero e delicato, pervasivo e contagioso, da riuscire a scuotere il lettore: “Ma gli altri non sapevano che quella sera lui non aspettava ‘le ragazze’: ne aspettava una in particolare.”. Ci riflette su: “Non era né poteva essere certamente amore. Ma poteva essere, per lui, qualcosa di più pericoloso: il bisogno di qualche cosa da amare.”; “Stai attento. Nelle tue condizioni non puoi immischiare le ali da nessuna parte.”.

Con Pina e le sue amiche, dalle quali è riuscito a farsi accogliere, discorre anche di politica e da una di loro si sente domandare, con un certo tono preoccupato, se sia comunista. “Aveva balbettato di no”, ma aveva pensato che fossero delle fasciste, visto che Mussolini a quelle terre aveva rivolto un’ ”attenzione del tutto speciale”, mostrando la faccia ‘buona’ del regime. Non sapeva ancora delle stragi commesse dai titini: “non gli passava neanche per l’anticamera del cervello che sotto la bandiera rossa dei comunisti di Tito potessero accadere cose non meno orribili di quelle accadute sotto i regimi totalitari di destra.”. E perciò chi accusava i titini “non poteva essere che fascista.”. Viene a sapere che “Anche Pina aveva perso l’impiego perché italiana, e non avrebbe potuto mai insegnare, nonostante il diploma e i posti disponibili, se non avesse accettato la nazionalità croata. Lo stesso era stato per il lavoro del fratello.”, e “alla piccola impresa familiare di suo padre, che era un muratore, veniva negata, per la stessa ragione, ogni commessa sia pubblica che privata.”.

Quel contatto, dunque, oltre a far nascere un sentimento a cui ancora non sa dare un nome (sarà l’amore), gli rivela una realtà politica prima sconosciuta e per lui inattesa, sorprendente e dolorosa. Essendo un seguace di Nenni, il suo legame, seppure critico, con i comunisti era sempre stato stretto. La rivelazione lo inquieta e lo turba: “non era riuscito neanche a capire quel loro morboso attaccamento all’italianità.”. Ma riesce a metabolizzare l’accaduto: “Comunque l’episodio di quella sera fu una nuvoletta passata ben presto.”.

Quello per Pina sembra l’amore di un’estate, dato che a causa della malattia non intende impegnarsi oltre: “Lì sul muretto, stretto a lei, aveva avuto infatti l’impressione che tutto in lui si dilatasse. Che il cielo e le stelle – quante quella sera! – mandassero luci diverse, e il mare accompagnasse l’evento con un canto carezzevole.”.

La pellicola che si sta svolgendo nella mente dell’anziano protagonista riesce a ricreare atmosfere e sentimenti. Si avverte, grazie alla sobria scrittura, che la vita trascorsa è tornata a farsi presente. Spinelli procede, pur adoperando la prosa, come il poeta che sente levarsi dentro di sé la poesia, e ne assapora l’umore che l’avvolge.

Intanto, nel 1950, dall’ospedale di Calambrone si trasferisce alla Casa di cura San Camillo di Vittoria Apuana, “una frazione di Forte dei Marmi.”. Ci si trova bene, “Ma non le notti. La notte chi avesse avuto un occhio speciale, come i ricoverati avevano, avrebbe potuto veder calare sul ‘San Camillo’ una oscura cortina di bruma, che andava ad avvolgere mille singoli pianti, mille singole preghiere, mille cuori che battevano, battevano, battevano, battevano.”. Una sera che era uscito e si era avvicinato alla famosa ‘Capannina del Franceschi’, aveva visto, insieme a tanta altra gente, “un folto gruppo di giovani e di ragazze, seduti attorno a due tavolini. Erano intenti a scherzare tra loro, ed esplodevano salute da tutti i pori.”; “Li vedeva, infatti, come una razza di un altro mondo; di un mondo del quale lui non faceva e mai più avrebbe fatto parte.”. Dovrà convivere con questo dramma per tutta la sua giovinezza. Quel ‘mai più’ “aveva cominciato a sconquassarlo dentro, come se un martello pneumatico lo perforasse.”; “con la ‘normalità’ gli era stata sottratta la speranza nell’avvenire.”. Per qualche anno l’autore è un escluso dalla società e ne vive il dramma. Nonostante la sua forza interiore, la condizione di chiusura e di isolamento lo angustia e lo consuma. Uscito dal San Camillo viene dichiarato guarito ‘clinicamente’, ossia la tbc potrebbe ripresentarsi, non solo, ma potrebbe contagiare perfino la sua discendenza. Deve superare anche il trauma di entrare nuovamente nella vita senza il riparo delle quattro mura della clinica, che lo avevano tenuto lontano dal pensiero di dover organizzare il suo futuro: “Ora il ‘dopo’ era arrivato.”. Non ci mette molto a convincersi che il suo obiettivo non poteva che essere quello di “un impegno politico e sociale.”. La convivenza con i malati e la conoscenza di molti casi di rilascio per guarigione clinica che creavano il dramma del lavoro che per ‘i guariti’ non c’era (chi avrebbe mai assunto uno che era stato malato di tbc?), sono fattori determinanti per la sua scelta. Spinelli vuole spendersi per il prossimo, soprattutto per coloro che più ne hanno bisogno, che sono respinti ed esclusi dalla società. È un uomo che ha sperimentato il disagio fisico e morale, ne conosce, avendoli provati sulla sua pelle, i tormenti e i drammi, le prostrazioni e le diffidenze, e soprattutto la mancanza di solidarietà da parte di chi è stato più fortunato.

Questo libro è il compendio di una speranza che non vuol morire, di una forza che non vuole essere vinta, di un sogno che deve essere conquistato, anche se a poco a poco, nello spazio e nel tempo: “Era stato per tutto questo che, ritornato a casa, la sede del Partito Socialista era diventata il suo rifugio.”. Deve fare i conti, come tutti i politici di sinistra, con l’ostracismo delle Istituzioni e della Chiesa che consideravano ‘pericoloso sovversivo’ chiunque avesse simpatia per quelle idee.

Il lavoro che lo attende è notevole. Praticamente la sezione lucchese del Psi non esisteva più. Siamo negli anni ’50. A lui è stato affidato l’incarico di ricostituirla e vi mette tutto il suo impegno, incontrando i numerosi ostacoli che a quel tempo si frapponevano alle organizzazioni operaie. I datori di lavoro intimorivano gli iscritti al sindacato rosso e impedivano ai loro rappresentanti di fare proselitismo.

Il lettore si trova di fronte alla descrizione di una realtà che non è frutto di fantasia. Io stesso ricordo quegli anni difficili, quando il lavoro dipendente era soggetto a ogni tipo di angheria e di fronte ai soprusi del datore di lavoro era assai difficile ottenere giustizia dalla magistratura. Occorrerà aspettare, grazie all’impegno socialista, in specie del ministro del lavoro e della previdenza sociale Giacomo Brodolini e del giurista Gino Giugni, il 20 maggio 1970, allorché entrerà in vigore la legge n. 300, chiamata Statuto dei lavoratori, che segnerà uno spartiacque tra il prima e il dopo e consentirà ai lavoratori di reclamare molti diritti fino ad allora negati. Le donne soprattutto pativano una discriminazione assurda, ereditata dal passato. Avevano ottenuto con l’avvento della Repubblica il diritto di voto, ma la loro condizione in fabbrica non era mutata. Sarà ancora il partito socialista, sempre con l’impegno del ministro Brodolini, ad abolire le gabbie salariali che stabilivano per lo stesso lavoro retribuzioni differenti a seconda del luogo ove esso era svolto. Si legge anche: “Oggi tutti i preti sono impegnati ‘nel sociale’. Talvolta sembrano più a sinistra di tutte le altre sinistre. Ma negli anni cinquanta non era così.”. La Chiesa era schierata dalla parte dei padroni; erano pochi i preti che difendevano gli operai. In seguito le cose cominceranno a cambiare con l’avvento dei preti-operai, che tuttavia trovarono nella gerarchia forti resistenze.

Il protagonista si sente, tuttavia, “sempre più arricchito e rincuorato dai colloqui che aveva, dalle riunioni che teneva; in una parola, dall’esperienza che stava facendo.”.

Dal quadro che si sta formando, si avverte che ci troviamo di fronte a un impegno assai ostico per quel tempo, ad una vera e propria missione laica, e si avverte pure che Spinelli vi si adopera non per fanatismo o per desiderio di una qualche conquista ideologica, ma per amore e solidarietà verso chi soffre e chi è sfruttato: “Fu infatti proprio nel 1950, dopo l’inizio di una campagna speciale per la diffusione dell’Avanti!, che il Questore di Lucca intervenne con una sua ordinanza per vietare alla Federazione del PSI lucchese di consegnare il quotidiano socialista al domicilio degli iscritti, ritenendo questo fatto un reato.”. Arriva così a rinunciare al proprio lavoro per diventare “un funzionario del Partito Socialista Italiano”, e dedicarsi così a tempo pieno al suo nuovo impegno politico e sociale: “Se il destino gli impediva di costruirsi una famiglia normale, lui ne aveva scelto una più ampia, più numerosa, alla quale era deciso a dedicare il meglio di sé.”. La malattia di cui ha sofferto e che, secondo il medico, avrebbe potuto ripercuotersi sui figli, lo portano a questa scelta: “Non aveva cessato di pensare di essere diverso dagli altri.”.

Il protagonista sta attraversando un periodo difficile. Il timore di poter nuocere a qualcuno lo sollecita a compiere uno dei sacrifici più importanti: rinunciare all’amore per una donna in compagnia della quale avrebbe potuto trascorrere tutta la vita: “Lo ricordava bene quel giorno. Si erano incontrati a Livorno. Erano andati al cinema, ma contrariamente al solito lui era rimasto molto silenzioso. Poi, uscendo, le aveva detto che non si sarebbero più rivisti. Pina era rimasta di pietra. Aveva forse capito che questa volta non era come le altre. Anche un timido tentativo della ragazza di replicare qualcosa, era stato da lui prontamente bloccato.”. Alla domanda di Pina se avesse un’altra ragazza risponde di sì, mentendo volutamente e “vigliaccamente”; “Allora Pina si era ammutolita ed aveva pianto sommessamente.”. Pina, l’esule dalmata, è una splendida coprotagonista del romanzo e si percepiscono l’affetto e la nostalgia che l’autore, con una delicatezza straordinaria, ha voluto consegnare ed imprimere alla sua figura: “E si era reso conto che tutto il resto era nulla nei confronti di quello che aveva perduto.”. Il lettore, infatti, non potrà dimenticare questi suoi momenti di dolore.

La poesia che di lì a poco incontriamo, nata dal suo rimorso, è bella e struggente.

La madre rimedierà con astuta spregiudicatezza al suo errore. Di nuovo ricoverato presso un ospedale d’Imperia riceverà una lettera di Pina, che lo farà riflettere e gli farà capire quanto grande sia il suo amore, e allora si domanderà finalmente se sia giusto continuare a farla soffrire. Si incontreranno di nuovo a Pisa, “in un piccolo bar che allora si trovava nel Largo di Ponte Garibaldi”, e l’autore le consegnerà l’anello di fidanzamento: “E mentre lei non riusciva a frenare le lacrime, lui le aveva dato l’altra piccola scatola con l’anello di fidanzamento.”.

C’è un protagonista assoluto che a poco a poco si erge e domina il romanzo, ed è l’amore, ma un amore speciale, dovizioso e in continuo crescendo al punto che esso andrà ad occupare di sé anche le pagine inziali in cui si era tenuto nell’ombra: è un amore mai rivolto a se stesso bensì fatto di dedizione, sacrificio, temerarietà, partecipazione, volontà di donazione, sempre rivolto a chi ha più bisogno. E aggiungiamo: di speranza, di fiducia, di forte determinazione, di vigile attenzione, di costante impegno per riuscire nell’impresa, e soprattutto di umiltà con cui questo particolare amore si presenta al prossimo. È un libro che aiuta ad avere coraggio, a liberarsi dalla paura e dalla rassegnazione.

Pina, che è diventata nel 1953 sua moglie e gli ha dato tre figli, quando finalmente il protagonista fa rientro a casa e si mettono a conversare ricordando gli anni vissuti insieme, gli dice: “Credevi nel tuo lavoro, nel tuo ideale. E io credevo in quello che facevi. Perché sapevi convincere, sapevi trascinare. Se tu fossi stato un politicante, sai quante volte ti avrei mandato al diavolo!”. Non poteva ricevere complimento più bello.

Lui stesso, nella fase conclusiva, allorché è amareggiato per come il comunismo si era manifestato nell’URSS, così si sfoga: “Non era un intellettuale, un laureato. Non era arrivato al socialismo attraverso lo sviluppo del sapere o la lettura di qualche catechismo. Vi era stato spinto più dal cuore che dal raziocinio; dal pianto della madre di Lorenzino che non voleva portare via dal San Camillo il figlioletto guarito perché a casa non sapeva cosa dargli da mangiare; dagli appelli alla carità, che ogni giorno leggeva sulla cronaca, per dare qualcosa ai disoccupati privi di ogni altra risorsa; dalle condizioni di vita, dallo sfruttamento e dai soprusi subiti dalle operaie e dagli operai delle fabbriche lucchesi.”.

Deluso dalla società moderna, non rinuncia alla speranza che lo ha sempre guidato e protetto: “Prima o dopo una forza – comunque essa si chiami – facendo proprio, come il socialismo alla fine dell’ottocento, le aspirazioni e i valori umani di ogni creatura, saprà riaprire le vie alla speranza.”. È deluso della propria vita? potrebbe domandarsi il lettore, e il protagonista, precedendolo, già gli risponde: “se fosse stato uno che crede nella ‘reincarnazione’, avrebbe chiesto, al momento opportuno e a chi di dovere, di farlo reincarnare in un nuovo se stesso.”. E aggiunge: “Di farlo nascere nella stessa città, nello stesso rione, dagli stessi genitori. Di dargli gli stessi fratelli. Di farlo sposare con la stessa donna e di dargli gli stessi figli. Di farlo militare in quello stesso partito che gli aveva dato gioie e dolori.”. E questo cos’è, se non un inno alla vita? Rare nel mondo l’intelligenza e l’umiltà che ho trovato in questo libro.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart