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Stelzer, Franco

8 novembre 2007

Ano di volpi argentate

“Ano di volpi argentate”

Einuadi, pagg. 118. Euro 9,30

Suscita subito una curiosità maliziosa un autore che esordisce, dedicando il libro alla “mia sposa”, con un’espressione di questo tipo: “… in un punto oscuro di quei boschi, esiste veramente lo sfintere di una volpe. (… omissis…) Ora, quando guardo una distesa di boschi, e quando penso allo sfintere delle volpi, mi vieni in mente tu.”

Ma andiamo al primo dei quattro racconti che compongono il libro, intitolato: “Fissano ostinate il cielo”. Da una finestra del “terzo piano”, l’io narrante osserva le auto che passano sulla strada. La sua attenzione si concentra sulle coppie, riesce a vedere o a intuire ciò che accade tra loro: “La coppia è così. Né più né meno.”

Ma c’è qualcosa di più di questa osservazione arricchita dalla fantasia: una smaterializzazione che si fa pensiero e ci conduce in un viaggio del narratore sulle strade della Foresta nera, il quale penetra, non visto, nella vita degli altri. Badate, non un automobilista che precede o segue di volta in volta l’auto o il camion osservati, come sembra, ma una specie di passeggero in più, un voyeur speciale che non si limita all’osservazione di ciò che accade nell’intimità del singolo o di una coppia, ma cerca di trasferirla sul piano più alto del rapporto (e dell’influenza) che le forze istintive della natura hanno sull’uomo. Il gusto dell’osceno e del truculento, che si ritrova disseminato qua e là, è nient’affatto estraneo a conseguire un tale risultato, arricchendo l’osservazione di dettagli pregni di affinità e di riferimenti impliciti. Uno dei primi esempi che incontriamo è la sosta alla locanda nella Foresta nera, dove ritroviamo il camionista, “la coppia della berlina” e l’io narrante. Il quale non è per puro caso che osserva l’ostessa, l’orso che fruga nel fienile e i due corvi che “si strappano di bocca il fegato della lepre”, giacché si vuole dare a tutto ciò il senso di un parallelismo costante tra gli istinti della natura e ciò che è pronto ad esplodere dall’interno dell’uomo. E la conferma la si può trovare poco più avanti, nella tragica conclusione.

Il secondo racconto porta il titolo “Matteuzzi”. Il protagonista, un medico o un infermiere, un amico, un assistente sociale – ha poca importanza – fa visita ad alcuni pazienti di età avanzata e, per mezzo di essi, ha imparato a conoscere i segreti e i vizi della vecchiaia. Ci parla in particolare di un vecchio “che si operava da sé di emorroidi”. Anche qui è presente il gusto per l’osceno, il lugubre, il truculento, finanche il blasfemo, che, a quanto pare, sono i registri, insieme alla particolare tessitura del romanzo, di questo autore: “ci sono uomini che vorrebbero tanto sdraiarsi, la sera, accanto a un ratto mostruoso, feroce e scaltro: che li rodesse piano, che gli frugasse con le zampette sotto la pelle, che infilasse loro la coda nel culo con lentezza e distacco.” Matteuzzi è un bizzarro e sanguigno individuo, grande amatore in gioventù: “un vento. Di lui si dice che, quand’era fruttivendolo, pisciasse sul palo della luce vicino al suo carretto.” Una figura che, caricatasi di anni, è diventata marcescente, repulsiva, per offrirci l’immagine pietosa di un’età della nostra vita verso la quale l’autore non mostra alcuna condiscendenza.

Si arriva così al terzo racconto: “L’ansito della mia sposa”, per il quale non c’è che da usare un solo aggettivo: straordinario, per bellezza e stile. L’inizio ha qualcosa di sublime, di rara ispirazione: difficile rendere con le mie parole la bellezza dei paragrafi 1, 2 e 3.

È un canto, un sussurro, forse, all’amore e alla donna, e soprattutto al valore della donna nel rapporto con l’uomo. Un canto di amore e, vedrete, di dolore. E gli angeli, un po’ guardoni e un po’ partecipi, che vi compaiono, sebbene “sudati e grassi” con “i polpacci e le caviglie grosse. Le gambe corte. Un’ampia stempiatura. Una lunga, incessante cascata di forfora” sono tra le figure più belle e dolci e simpatiche tra quante ne abbia lette nella mia vita. Dirà il protagonista, riferendosi agli angeli e alla sua donna con la quale sta facendo l’amore: “Mi va che quei rotondi messaggeri se la spartiscano lieti.” E appena più avanti: “Vi portiamo le donne che amiamo. Senza che esse se ne accorgano.”

È grazie alla loro presenza che quel gusto dell’osceno qui si attenua e si amalgama felicemente alla storia. Anche la tragedia che incombe non dà spazio a cedimenti sull’originalità inventiva di questo autore che, alla sua prima esperienza, ha scritto già una storia come questa, di grande profondità e sentimento.

“Ano di volpi argentate” è l’ultimo racconto, e dà il titolo alla raccolta. Riprende la curiosa epigrafe che troviamo all’inizio del libro e che ho ricordato al principio del mio viaggio.

Anche in questo racconto si assapora un piccolo saggio di bravura. Si parla di una strana e visionaria partita di calcio, le cui mosse – si vedrà – sono atti della vita di ogni giorno, e si comincia con l’immagine del Polo Nord e dei piccoli leoni di mare, straziati dai cormorani. Come un cerchio che si chiude, la natura si mescola con l’essere umano in un amalgama indistricabile, così come si era già visto sin dal primo racconto. Le immagini che ne sortiscono sono preziose, al limite della irripetibilità. “Esiste una tremante, evanescente sovrana. Che possiede un regno. Questo è attraversato da fiumi, silenziosi come il suo respiro, che adornano dei laghi – scuri come le verdi ascelle. I laghi sospingono onde sottili come il battere delle sue palpebre, che toccano il grano dei campi.”

Rara bellezza, dunque. Poesia. E come la poesia ha i guizzi dell’impossibile, delle combinazioni che solo lo spirito può creare.

Quel regno è “costellato” di volpi, presenti e partecipi, anche quando non compaiono direttamente, e lei, la regina, è in relazione coi loro movimenti, con la loro vita. È una regina che vediamo crescere e fare inquietanti esperienze, osservata con occhi che riescono a scioglierla in un’immagine sottile e gelatinosa, dentro la quale si riflettono incanti e visioni. Sogni. Le volpi parlano e raccontano. Nascono scene che appartengono ad una realtà sospesa, dura come la punta di un diamante, dispersa chi sa dove.


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