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Sterne, Laurence

8 novembre 2007

Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo

“Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo”

(Trad. Giuliana Aldi Pompili)

Pensate che nel momento culminante dell’atto amoroso che condusse al concepimento di Tristram Shandy, la madre, Elisabetta Mollineux, domanda al marito Walter, che “aveva gli occhi più grandi del piatto”, se si è ricordato di “ricaricare la pendola” provocando la meraviglia e la stizza di quest’ultimo. Il protagonista attribuisce a questo episodio le sue “mille e mille debolezze del corpo e dello spirito, debolezze cui neppure l’abilità di un medico o di un filosofo poté in seguito porre completo rimedio.”

Laurence Sterne, nato a Clonmel, un paesino dell’Irlanda meridionale, nel 1713, muore a Londra nel 1768 in conseguenza delle numerose malattie che lo accompagnarono nel corso della sua vita, dalla tisi contratta sin da ragazzo alla sifilide: malato come il protagonista di questo suo libro, che ad un certo punto dirà: “se questa tosse malvagia non mi avrà ancora ucciso, verrò a tirarvi per la barba e a raccontarvi una storia che neppure vi immaginate!”. Perfino il suo cadavere, come ci fa notare il prefatore, Attilio Brilli, “trafugato dai ladri di salme, finirà nei tavoli d’anatomia dell’università di Cambridge”. Abbracciò la carriera ecclesiastica, e nonostante la salute precaria, mantenne uno spirito arguto, vigile ed ironico sulle vicende umane, convinto com’era “che ogni qual volta un uomo sorride o, meglio ancora, ride, aggiunge qualcosa alla sua breve esistenza.”

È fondamentale tenere presente tale affermazione nel corso della lettura di questo romanzo singolare, poiché si rivelerà la sua chiave interpretativa più perspicace.

L’autore fa nascere Tristram Shandy nel 1718 (cinque anni, ossia, dopo la propria nascita) e ciò gli consentirà di seguire passo passo una realtà che egli ha sottomano così da poterla sezionare a suo piacimento, facendo della sua arguzia e della sua ironia uno strumento tale da muovere al sorriso e al divertimento perfino il più malinconico ed ipocondriaco tra gli esseri umani, non solo ai suoi tempi, ma, vedrete, ancora oggi.

Il suo concepimento sapete già in quali ridicole circostanze è avvenuto, ma non sapete ancora che suo padre, un commerciante ritiratosi dall’attività, era tanto mai metodico “che la notte della prima domenica di ogni mese, con la stessa puntualità con cui questa domenica notte giungeva, ricaricava la pendola, collocata in cima a una scala di servizio.” Ma non finisce qui: “Essendo mio padre, al tempo del racconto, tra i cinquanta e i sessant’anni, aveva preso l’abitudine di dedicare a certe faccende sentimentali la stessa notte che dedicava alla carica dell’orologio. E, come soleva dire spesso allo zio Tobia, aveva preso questa decisione per non essere più assillato da preoccupazioni per tutto il resto del mese.” Vorrei far notare quel “preoccupazioni”, riferito anche e soprattutto all’atto amoroso, perché vi si possa scorgere il sorriso divertito e malizioso di Sterne. Non c’è dubbio che Jonathan Swift, anche lui un ecclesiastico, anche lui un irlandese, anche lui spirito arguto ed ironico, suo contemporaneo (1667 – 1745), deve aver contribuito non poco con le sue opere ad aprire la strada a questo virtuoso della scrittura e attento osservatore della realtà. Non dimentichiamo che quando Sterne era in vita, lo erano, oltre a Swift, Daniel Defoe (1660 – 1731) e Henry Fielding (1707 – 1754). Di lì a poco seguiranno Robert Burns (1759 – 1796), Walter Scott (1771 – 1832) e Jane Austen (1775 – 1817). E sono gli anni, in Francia, di Voltaire (1694 – 1778), il quale, si deve ricordare, soggiornò, tra il 1726 e il 1728, in Inghilterra, mandatovi in esilio, e non è un caso che sia citato nel romanzo. Tutto ciò per delineare il panorama letterario di quel tempo, in cui davvero fa risalto l’originalità della scrittura e dell’impianto del “Tristram Shandy”.

Che l’autore si accinga a compiere un percorso di insolita e coraggiosa libertà, lo fa dichiarare dal suo personaggio: “sopportatemi e lasciatemi raccontare la storia a mio modo: e anche se avrete talvolta l’impressione che divaghi e perda tempo per la strada, o mi comporti più di una volta come un pazzo, non andatevene via!”. Shandy è un termine dialettale che sta per pazzo, scelto a proposito, dunque. Sterne si appresta a disegnare un labirinto, il cui unico intento sarà quello di mostrarci il lato ironico e spassoso, paradossale, della vita. Il divertimento è elargito con una leggerezza che supera addirittura la bella scrittura di Swift, la cui ironia spesso si carica di rabbia e di violenza che non sfiorano mai il pungente e arguto sorriso di Sterne, distribuito in capitoli tanto brevi quanto efficaci ed esilaranti, come le caricature di un abile disegnatore. Tale è la sua scrittura, che si muove senza fretta né affanni, per segni dal tratto sicuro, con parole che tracciano linee e curve destinate a marcare una invidiabile precisione del pensiero. Il ritratto del curato Yorick in groppa al suo magro cavallo, che si legge nel capitolo decimo del Libro primo, e magro lui stesso, al limite della consunzione, non a caso richiama alla mente dello stesso autore, e anche a noi, in modo assai divertente, Don Chisciotte con il suo Ronzinante, verso il quale dichiara la sua simpatia: “l’impareggiabile Cavaliere della Mancia, che, nonostante le sue follie, amo più di tutti i più grandi eroi dell’antichità.” Anche questo capolavoro creato dal genio di Cervantes (“mio amato CERVANTES”, scriverà al capitolo ventiquattresimo del Libro nono) non è poi così lontano nel tempo, essendo stata pubblicata la prima parte nel gennaio del 1605 a Madrid.

Sterne trae un enorme piacere dal raccontare, e questo credo che sia uno degli aspetti emergenti più significativi che si ricavano dalla sua lettura. Pur dichiarando il suo romanzo “sconnesso”, egli si rende conto che proprio in ciò risiedono la sua forza e la sua originalità, e se ne compiace: “Ho la testa che mi scoppia! Se i miei nemici potessero vedere che baraonda vi regna, toccherebbero il cielo con un dito.” Nel raccontare non ha fretta, come accade a tutti i narratori di razza (“si tratta di andare avanti senza fretta, facendo il proprio comodo”), e dal tronco principale della storia, che è una sorta di riflessione sulla vita del protagonista “a edificazione del mondo”, egli fa nascere tanti piccoli rami, da cui spuntano altri germogli (si veda questo esempio: egli sta raccontando la storia di un viaggio, ma già ci annuncia che “da questo interessante viaggio intendo trarre un piacevole racconto nel corso del romanzo”, oppure: “Siccome potrebbe anche capitare un nuovo argomento o potrebbero interporsi fra il lettore e me molte altre vicende inaspettate da comunicare immediatamente”, e così via), in una crescita continua che trasforma il primitivo arbusto in una pianta frondosa ed imponente, sotto il cui riparo ci si rifugia volentieri, alzando spesso il capo ad ammirarne l’intrigo dei rami e a gustarne non solo la frescura, ma soprattutto la quiete e la felicità che ne derivano al nostro desiderio di una sosta e di un riposo ristoratori.

Le sue osservazioni sulle qualità e specialmente sui vizi del suo tempo, vengono inserite sempre in un contesto piacevole e tale da renderle accettabili, come quella che riguarda la frequente abitudine di modificare nel corso dei secoli qualche lettera del proprio nome o casato, che nasconde sovente una qualche volontà di “orgoglio” da esibire o una qualche “vergogna” da cancellare. Invece il nome del curato Yorick, fa notare l’autore, “fu scritto proprio così, da novecento anni stavo per dire!” e forse il suo avo altri non era che il buffone del re “e che quello Yorick dell’Amleto fosse il nostro uomo. Infatti moltissime opere di Skakespeare – voi lo sapete – sono fondate su fatti realmente accaduti.” Lo Yorick di Sterne, che incontreremo spesso in visita a casa Shandy, è un personaggio giudicato ingenuo dalla società, un “povero facilone”, in quanto abituato a dire ciò che pensa “senza tanti peli sulla lingua.”, è piuttosto incline all’umorismo e al motto arguto, afflitto, ossia, da “onesta giovialità”, ciò che gli consente di “lanciare i suoi strali” in modo burlesco e, però, di trovare sempre qualcuno “pronto a raccoglierli e a riferirli… purtroppo.” Questa figura ha già radunato in sé tutti i carismi per un’attenzione interessata e compiaciuta del lettore, e Sterne sa già di farne presto un simbolo di ciò che può accadere ad un tipo come lui. Lo ammonisce l’amico Eugenio: “ogni dieci delle tue burlette ti sei creato cento nemici.”

La sua premonizione è così esatta che presto Yorick morirà di crepacuore, chiudendo gli occhi nel momento in cui l’amico lascia la sua camera piangendo: “Yorick seguì Eugenio con gli occhi sino alla porta, poi li chiuse per non riaprirli mai più.”

Sterne, attraverso Shandy, in realtà, si comporta allo stesso modo di Yorick, burlandosi a più non posso degli uomini, delle loro usanze, delle loro idee, delle loro bizzarrie, condendo il tutto di uno sguardo mai burbero o scontroso, come a voler dire che anche lui si rende conto di non essere, alla fine, diverso dagli altri. Le cosiddette buone azioni, il contratto di matrimonio, la famiglia, l’anima, il parto, la coscienza (che adempie “al suo ufficio negligentemente, anzi talvolta si lascia corrompere, e non è più possibile fidarsi di lei sola.”), l’estro e il buonsenso, la politica, la filosofia, la matematica, perfino “la scelta e l’imposizione dei nomi di battesimo”, (che darà luogo al delizioso capitolo ventinovesimo del Libro quarto) e lo stesso battesimo allorché la Chiesa permetteva che lo si potesse amministrare quando il bimbo era ancora nel ventre della madre purché “parte qualsiasi del corpo del bambino sia direttamente raggiungibile dal battezzatore” anche “per mezzo di una piccola siringa”, il clima e la sua influenza sul carattere degli inglesi, i nasi, i baffi, l’amore e così via, ne fanno le spese colorandosi della lunga ombra maliziosa, spigolosa e grifagna, del suo autore, proprio come ci appare nella stupenda caricatura del pittore inglese Thomas Patch, eseguita a Firenze nel 1766, quando vi si trovava anche Sterne, che, già ridotto in quello stato a causa della malattia, morirà due anni dopo. Per via di un incidente occorsogli alla nascita causato dall’imperizia del dottor Slop (che conosceremo meglio più avanti) nell’usare il forcipe, Tristram è nato praticamente senza naso. Bene, i nasi saranno oggetto di una simpatica dissertazione che dimostra quanto l’autore non trovi ostacolo a trattare qualsiasi argomento gli passi per la testa, aulico o di basso profilo che sia. Pensate, a influire sulla lunghezza dei nasi potrebbe concorrere la fantasia e viceversa, come pure la conformazione del seno che allatta il bambino! Sterne approfitta della sua vena per narrarci la favola di un uomo dal naso talmente eccezionale da sollevare meraviglia e sconcerto in tutta la città di Strasburgo.

La sua scrittura, pungente e rotonda ad un tempo, non fa altro, dunque, che deliziarci per il modo aggraziato e furbesco con il quale Sterne innesta i copiosi motivi del suo narrare: “Che andatura irregolare ho tenuto in questi primi quattro volumi! Tutta a salti e capriole, un po’ su e un po’ giù, senza mai voltarmi indietro o degnare di uno sguardo chi mi passava vicino o chi avevo calpestato!”. Egli non rinuncia a percorrere gli innumerevoli sentieri che la sua fantasia e la sua gioia di narratore tracciano con un moto perpetuo che metterebbe a dura prova qualsiasi altro genio della scrittura, ma non lui, che pare distendersi su questi larghi o stretti sentieri con la sua lunga figura di dominus. Il nome del suo personaggio è Tristram, e dovete sapere che suo padre aveva una maniaca attenzione per i nomi da attribuire ai figli, ritenendo che dal nome dipendesse il successo o l’insuccesso nella vita. Quello che più degli altri aborriva era, pensate un po’, Tristram, e Sterne ne approfitta per sciogliere la nostra curiosità, ossia come sia stato possibile che proprio al figlio di cotanto meticoloso “filosofo per temperamento” toccasse quell’infausto nome. Ammirate con quale grazia e dottrina ci introduce nel suo “labirinto”: “Per le sue [del padre, nda] ceneri giuro che, se mai uno spirito maligno si è preso gusto o si è ingegnato di ostacolare i propositi di un mortale, questo è stato il caso nostro; e se non fosse indispensabile che io nascessi prima di poter essere battezzato, in questo momento vorrei narrare al lettore come avvenne che mi diedero questo nome.” A questo proposito, torna opportuno annotare che se Sterne si rivolge indifferentemente a “Vossignoria”, “Signorie Vostre Illustrissime”, e spesso al “signore” e anche alla “signora” e ai “signori”, oppure a “gentiluomini dalle barbe imponenti” o “buona gente”, “pastore”, e anche, con un accenno malizioso, a “mia cara ragazza” (capitolo trentaseiesimo del Libro terzo), ai quali ha dedicato il libro o con i quali in ogni caso desidera interloquire per un originale appoggio al suo raccontare, è, in realtà, sempre il lettore sconosciuto e da istruire il destinatario della sua scrittura, presso il quale non manca mai di lodarla: “tutte quante le mie digressioni son ben condotte (come voi dovete ammettere); frequentemente mi stacco dal nocciolo della questione per librarmi in esse”. È la dichiarazione esplicita, consapevole, lusingatrice e superba del suo manifesto letterario, se così si può e si vuol chiamare. E ancora: “Proprio per questo modo di procedere il meccanismo del mio romanzo è unico nel suo genere.”; “le digressioni sono il sole che splende, sono la vita, l’anima di una lettura!”; “ho sempre tenuto a confondere le idee al mio lettore così da metterlo in condizione di non indovinare niente.” È un po’ ciò che accade ad un altro, dopo quello di Yorick, dei suoi rotondi personaggi, lo zio Tobia, fratello del padre, il quale nel raccontare la storia di una sua ferita contratta in guerra, ha più di una perplessità nel raccontarla, al punto che “finiva il più delle volte per confondere le idee non solo ai suoi interlocutori ma anche a se stesso.” E, infatti, non arriverà finalmente lo zio Tobia, “un uomo dolce e amabile”, a trasformare in un piacevole “hobby” quel tormentoso suo racconto di guerra, dedicandosi, insieme con il suo servitore, il caporale Trim, alla costruzione di modelli di fortificazioni nel giardino della sua casa?

Attraverso Tristram, l’autore confessa che l’idea di dare al romanzo una tale struttura, ossia “digressiva” e “progressiva” a un tempo, gliel’ha offerta il nostro pianeta che ruota su se stesso e contemporaneamente “progredisce nell’orbita ellittica, dando luogo così alla varietà e all’avvicendarsi delle stagioni di cui noi godiamo.”

Credo che non sia facile scrivere oggi un romanzo come questo, in cui le innumerevoli digressioni, tutte piacevoli, sono esattamente simili alle colorate pietruzze di un mosaico, di cui si avverte sin dal principio lo splendore, ma che mostra solo alla fine la meraviglia del suo disegno. Un libro così si può scrivere soltanto se si possiedono un acuto spirito di osservazione, una ironia sottile, mai ipocondriaca, bensì divertita e soddisfatta, una cultura erudita e controllata, preservata dalle lusinghe dell’ostentazione, nonché l’amore e il compiacimento per il proprio narrare, dal quale si aspiri a bandire la seriosità e la fretta, allo scopo di procurare a se stesso e agli altri un godimento ben superiore a quello che s’immagina debba provare la terra nel suo giro intorno al sole.

Basti un esempio su tutti. Si veda la descrizione, nel capitolo decimo del Libro secondo, dell’arrivo del dottor Slop, che poco prima, a cavallo del suo pony, è stato disarcionato da uno scontro con il servitore della famiglia Shandy, Obadiah, che correva a chiamarlo in sella ad un potente e veloce stallone. Caduto nel fango, ecco come si presenta in casa Shandy: “Poiché il malaugurato incidente era occorso nei pressi della villa, non era sembrato opportuno a Obadiah rimettere il dottore in arcioni al suo pony e l’aveva invece condotto in casa così come si trovava: non pulito, non agghindato, non impomatato, ma con tutte le sue patacche e le sue macchie di mota. Il povero diavolo se ne stette, come lo spettro dell’Amleto, immobile e muto per un buon minuto e mezzo sotto l’arco della porta (Obadiah lo teneva per mano) in tutta la maestà del suo fango.”

La conversazione che nasce dal momento dell’arrivo del dottor Slop, mentre la madre di Tristram è in preda alle doglie che lo partoriranno, assistita non dal dottore ma da una vecchia levatrice “dall’aspetto arzillo e materno” che gli è stata preferita, conversazione che si va concentrando sull’hobby dello zio Tobia, ossia sul tema delle fortificazioni, è così ricca di humor che difficilmente quest’ultimo lo ritroviamo offerto in letteratura con tanta grazia, leggerezza e spontaneità. Le qualità della scrittura di Sterne si moltiplicano allo stesso modo della sua inesauribile, stravagante ed intrecciatissima ispirazione.

Pensate, sono trascorse circa 200 pagine (ne trascorreranno, per l’esattezza, 245) e Sterne le ha occupate mantendendoci nell’attesa della nascita del suo protagonista Tristram, la cui venuta al mondo ci era stata annunziata sin dal principio e noi ricordiamo bene di aver lasciato la madre distesa nel letto assistita dalla vecchia e arzilla levatrice. Il tempo non è trascorso invano, tuttavia, e abbiamo potuto conoscere personaggi che già sono impressi simpaticamente nella nostra memoria: l’arzigogolato padre di Tristram, Walter Shandy, dalla “gravità davvero cervantesca” (si legga, all’inizio del Libro terzo, l’episodio del fazzoletto che non riesce ad estrarre con la mano sinistra dalla tasca destra), il di lui fratello Tobia, la cui ferita riportata all’inguine nella battaglia delle Fiandre, nei pressi di Namur, da cui deriva il suo carattere apparentemente pudico e timido, e che caratterizzerà deliziosamente la parte finale del romanzo, e la sua passione per le fortificazioni militari, non fanno altro che seminare in noi buon umore e affetto, il prete Yorick, il caporale Trim, il servo Obadiah, che lega la sacca in cui sono tenuti gli strumenti del dottor Slop con tanti mai nodi intricati, che difficilmente il dottor Slop riuscirà a correre in aiuto della partoriente (“mia madre sarebbe riuscita a sgravarsi prima che venti nodi della borsa verde fossero sciolti.”), lo stesso dottor Slop, “ordinario, piccolo e tarchiato” a cui mancano tre denti a causa di un incidente occorsogli mentre con il forcipe cercava di far nascere un bambino: personaggi a tutto tondo, nessuno dei quali, pur in mezzo alle tristezze della vita, lascerà in noi un qualche tragico segno, anzi ci divertono e apparecchiano una realtà da cui impariamo ad estrarre per nostro diletto i paradossi, le bizzarrie, le prosopopee ridicole e sciocche degli uomini. Ecco il mondo, sembra dirci Sterne, ecco l’umanità, ecco i nostri simili, compiangeteli e amateli. Proprio come lo zio Tobia fa con la mosca che gli ronza intorno e alla quale, quando finalmente riesce ad acchiapparla, rende la libertà, dicendo: “Va’ va’, povera diavola! Volatene via; perché dovrei farti del male? Non credi che questo mondo sia abbastanza grande per contenerci tutti e due?”

Del resto, il fratello Walter non ha presso di sé, poggiato sulla pietra del caminetto, “un formulario di imprecazioni”, che gli consente di modularle a seconda dei casi? Tale formulario, che contiene “dalle più leggere alle peggiori provocazioni”, “è studiato in base al carattere di ciascuno, e in caso di bisogno è possibile tenerlo a portata di mano sulla pietra del camino, pronto per l’uso.” Trattasi, dunque, di una coppia “shandiana”, questa dei fratelli Walter e Tobia, che ha rari raffronti in letteratura, e ha dato vita a molti tentativi, più o meno riusciti, di emulazione.

Naturalmente, va da sé che Charles Dickens è uno dei pochi che arriverà un secolo dopo ad elevarsi a questa altezza (non per nulla, ci appare spesso tra le righe), e tra i due si può notare, pur nella bravura superba e raffinata di entrambi, una differenza che sta tutta nella carica di ironia di cui Sterne è portatore e che trasferisce in modo pungente nella scrittura, mentre Dickens plasma i suoi personaggi più con la dolcezza e l’entusiasmo del creatore piuttosto che del critico.

Leggete questa frase di Sterne, messa in bocca al suo io narrante. Il dottor Slop, sollecitato da Walter sta leggendo dal formulario delle imprecazioni il testo di una scomunica comminata dal vescovo della Chiesa di Rochester, Ernulfo, la cui durezza meraviglia soprattutto lo zio Tobia che, mentre sta fischiettando il suo “Lillabullero”, ogni tanto si interrompe ed emette una esclamazione di meraviglia, destando il malumore del dottor Slop: “Il dottor Slop aprì la bocca e stava per restituire allo zio il suo formidabile «oh…ooo», quando la porta, spalancandosi improvvisamente sul prossimo capitolo, pose fine alla disputa.”

Credo che in questa frase paradigmatica sia contenuta la quintessenza della ironia e del divertimento dell’autore.

Se abbiamo già ricordato Dickens per l’alta qualità delle immagini create, viene in mente, a proposito della scrittura di Sterne, così libera e rivoluzionaria, il nome di Céline. Egli deve aver avuto presente questo autore nel momento che componeva i suoi capolavori. Come Sterne, anche il francese non si lesina la soddisfazione di una rottura con i canoni della tradizione e tenta di andare oltre Sterne, ovviamente, avventurandosi in un tentativo che misura in sé tutte le aspirazioni, ma anche tutte le difficoltà di un disegno così ambizioso. In Sterne, in effetti, vi è il raggiungimento di una tale felicità espressiva, coniugandosi al massimo grado contenuto e stile, che si può prevedere che tutte quelle ardite imprese che si accingono a riproporla, rischiano, ancora oggi, per usare un’espressione messa in bocca a Tristram, di brancolare “nel buio per tutte le notti della loro vita, andando a sbattere la testa contro i paracarri e rovinandosi il cervello prima di raggiungere la meta”, giacché destinate a confrontarsi con una genialità e un talento creativi rari e meravigliosamente fecondi.

La sua abilità nel raccontare è dimostrata anche dal fatto che i personaggi e gli ambienti sono estremamente ridotti. Praticamente tutte le copiose storie che la fantasia e, perché no?, l’erudizione di Sterne producono si diramano da un punto centrale che è pressoché costantemente la famiglia Shandy. Perfino nel viaggio in Francia, l’autore non lascerà che Tristram vada da solo, bensì con il padre, lo zio Tobia, Trim e Obadiah, ossia “tutta la famiglia, eccettuata mia madre.”, riproducendo in Francia situazioni e atmosfere molto vicine a quelle già incontrate a Shandy-Hall.

Il pretesto di questa storia è la nascita di Tristram, che va sempre più assomigliando ad una specie di sorgente miracolosa, dalla quale attingono i numerosi rubinetti (“mistico labirinto”) della fantasia: “Oggi sono di un anno più vecchio dell’anno passato; sono già a metà del quarto volume, come vedete, e non sono andato oltre il primo giorno della mia vita.”

Strano che la scelta dell’autore-Shandy, così fertile nei riguardi del padre (intento a scrivere “da oltre tre anni” una interminabile “Tristrampedia”, di cui “ogni giorno una pagina o due perdevano di significato”) e dello zio, lasci in ombra la madre, che l’ha appena fatto nascere e che dobbiamo pensare sia sempre lì, accanto a lui, a cullarlo tra le sue braccia.

Compare, invece, mentre si china sull’uscio ad origliare una conversazione tra il marito e il cognato, e Sterne fa dire a Tristram: “In tale atteggiamento ho deciso di lasciarla per cinque minuti: il tempo necessario per sbrigare alcune faccende in cucina”, che è un modo di mettere in risalto, ancora una volta, il piacere, la padronanza e l’assoluta libertà del suo narrare. Si veda anche questo garbato avviso: “lo scrittore può andarsene avanti e indietro come gli pare e piace, senza con ciò fare una digressione, a condizione che si mantenga un certo filo conduttore. Fatta questa premessa, mi prendo la libertà di ritornarmene anch’io un po’ indietro.” O queste altre divertenti, e tuttavia significative, confidenze: “Ma che c’entra tutto ciò? Perché ne sto parlando? Chiedetelo alla mia penna, è lei che mi comanda e non io.”; “scrivo metà a stomaco pieno e metà a digiuno. Oppure scrivo tutto a stomaco pieno e lo correggo a digiuno; oppure scrivo a digiuno e correggo a stomaco pieno, che è poi la stessa cosa.”

La madre resterà in ombra per tutto il romanzo, indifferente “a qualsiasi cosa la riguardasse”, “senza nessuna cultura”, via via rimessa in scena solo per qualche rapido istante e, come nella parte finale, ancora una volta nell’atto di origliare. Ho detto spesso romanzo, ma questo libro di Sterne è davvero qualcosa di insolito, talmente spumeggiante da riassumere in sé molti degli attributi letterari, e mai nessuno di essi in modo specifico e compiuto. È diario della memoria, visto che tutti i personaggi ricordati sono morti, e di viaggio se si consideri la parte, peraltro assai piacevole, dedicata, nel Libro settimo, alla visita-fuga di Tristram in Francia attraversando Calais, Boulogne, Montreuil (dove incontriamo la figura della giovane Giannetta, resa felicemente con un breve tratto di penna, come sarà più avanti per Nanette, la contadina “figlia della fatica, abbronzata dal sole” dalla gonna strappata, e per Maria, “Era bella!”, la giovane impazzita, che suona il piffero sull’argine del fiume con accanto la sua capretta), Abbeville, Amiens, Chantilly, e finalmente Parigi. E poi Fontainebleau, Auxerre, Lione, Avignone e così via; romanzo (dirà: “leggero e frivolo”), testo filosofico, sociologico, politico, raccolta di racconti (alcuni dei quali di ottima fattura, come ad esempio la storia di Yorick, quella del cavaliere dal lungo naso, o del luogotenente Le Fever, o della badessa del convento di Andouillets, con la quale sono introdotti anche gli animali parlanti, o dell’innamoramento del caporale Trim, o l’audace e divertente corteggiamento della vedova Wadman nei confronti dello zio Tobia), taccuino di appunti, zibaldone, e così via, tenuti insieme da un collante speciale che altro non è che l’estrosa e inesauribile bizzarria (“Il mio cavallo della fantasia”) del suo autore, che si diverte “a far lo stupido diciannove ore su ventiquattro”. In realtà, non è così. Trattasi di un’opera sopraffina, fuori dall’ordinario, in cui si rivelano sensibilità e acume finissimi. Pensate a quanti significati, anche inconsci, può avere la figura di Eugenio, che compare ogni tanto come suo interlocutore (“Ho quaranta volumi da scrivere e quarantamila cose da dire e da fare, che nessuno a questo mondo può dire o fare al posto mio, all’infuori di te.”) o della “mia Jenny”, la ragazza con la quale Tristram incorse nella “disgrazia, forse la più umiliante che possa capitare a un uomo orgoglioso, come deve essere, della sua virilità.”; e si veda questo incomparabile omaggio che egli fa al suo buonumore, che lo ha sorretto sempre nel corso della sua vita, anche nei momenti peggiori: “Non c’è attimo della mia esistenza in cui ricordi che tu mi abbia anche una sola volta abbandonato o abbia tinto di scuro o reso lividi e tristi gli oggetti, le cose, che mi si presentavano lungo il cammino. Nei pericoli hai saputo dorare l’orizzonte col colore della speranza; e quando la MORTE venne a bussare alla mia porta, tu le hai ordinato di tornare un’altra volta, con un tono così gaio e strafottente che pensò di essersi sbagliata.” Qui, non v’è dubbio, è contenuta un’altra delle chiavi interpretative di quest’opera, e se si pensi che l’autore fu gravato sempre da problemi delicati di salute, egli distribuisce questa sua speranza agli altri, generosamente e con grande amore. Ma la definizione di libro “shandiano” è lo stesso Sterne che ce la fornisce, ancora una volta attraverso il suo personaggio: esso è “un po’ umoristico, un po’ bizzarro, a volte trascurato, che vi farà bene al cuore e … anche al cervello, ammesso che siate in grado di comprenderlo.” E che noi lo abbiamo compreso, non potremo mai saperlo con certezza; però che questo libro stravagante e geniale ci diverta e ci strappi il sorriso, beh, è la pura verità.


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Bart