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STORIA: Due testimonianze dai lager nazisti

12 novembre 2018

(da “Il grande diario” di Giovannino Guareschi)

1 – Relazione del geniere Dante Rosso di Rosignano Monferrato, catturato a Durazzo (Albania) il 10 settembre 1943

Nella mia qualità di muratore al campo Dora dove sono ar­rivato il 17 ottobre 1943 e vi sono rimasto fino al 3 aprile 1945, ho avuto modo di vedere quello che non era concesso a tutti gli altri detenuti. Di comune coi compagni ho sofferto le spoliazioni, i disagi di un lavoro lungo ed estenuante con sole tre o quattro ore di riposo al giorno, la denutrizione, le bastonature dei nostri capi polacchi e tedeschi (delinquenti comuni, veri tipi di criminali), la permanenza nel tunnel per sette mesi senza mai corrispondere con le famiglie e per tre mesi continuamente rinchiusi nel sotterraneo fra il frastuono delle mine, la polvere degli scoppi e l’odore dei cadaveri in putrefazione.
Posso dare particolari notizie sulle prigioni, sul crematorio, sull’infermeria e riferire particolareggiatamente sull’arrivo dei trasporti.

Le prigioni

Chi cercava di fuggire o commetteva qualche mancanza anche lieve veniva portato nelle prigioni e frustato sopra una panca concava sulla quale veniva disteso il detenuto prono in senso normale alla panca; un uomo gli metteva un piede sulle mani legate e un altro lo teneva per le gambe per impedire ogni mo­vimento del punito, mentre un terzo lo picchiava con corde metalliche rivestite, simili al filo telefonico coperto. Quasi sempre il colpito sveniva prima della fine della punizione e alcuni uno deceduti sotto i colpi.

I detenuti erano chiusi in celle di due metri per un metro i cinquanta in numero di otto o dieci per cella, in modo che non potessero mai coricarsi, e la loro razione viveri era ridotta a metĂ  quando non era ancora meno per parzialitĂ  fatte dal carceriere.

Generalmente le impiccagioni venivano effettuate nelle prigioni e io stesso ho dovuto lavorare a costruire i muri che do­vevano nascondere alla vista degli estranei la forca ivi installata.

Il forno crematorio

Aveva la capacitĂ  di 2 persone, era costruito sul tipo dei forni da campo con un carrello, nella parte posteriore vi era il focolaio carbone e davanti un comune bruciatore a nafta da forno.

Venivano bruciati solamente i tessuti muscolari, gli organi interni, mentre le ossa venivano ritirate e sepolte in una buca virino al crematorio. Un maresciallo medico delle SS passava in rivista i cadaveri prima della cremazione per ricuperare i denti d’oro. Quando il crematorio non bastava per smaltire tutti i cadaveri questi venivano bruciati fuori dal campo su cataste di legna e la cenere da noi raccolta veniva portata nella stessa buca delle ossa.

Il fatto, a mia memoria, avvenne due volte: la prima volta ili cinquecentocinquanta cadaveri, fuori dal campo a circa tre chilometri. La seconda di oltre seicento cadaveri vicino al cre­matorio. A tutte e due le operazioni partecipai personalmente assieme al soldato Valsecchi di cui al momento non posso precisare altra generalità. Noi due fummo gli unici italiani presenti alle due operazioni suddette.

I cadaveri provenivano da un trasporto arrivato da Auschwitz. Il trasporto era stato dimezzato dalle morti avvenute durante il viaggio. Ho notato che la maggior parte dei cadaveri presentava il cranio rotto e si può arguire che tale frattura sia dovuta in parte alle operazioni di trasporto e scarico, ma con ogni verosimiglianza si può anche ritenere che i disgraziati, al­meno in parte, siano stati finiti a colpi di bastone dalle SS.

L’infermeria

Sono stato personalmente dentro all’infermeria dove ho lavora­to per tre mesi. L’infermeria era completamente sprovvista d’ogni attrezzatura e specialmente noi italiani eravamo trascurati.

Un giorno ho assistito a questa scena: un dottore tedesco si mise a battere su un piatto di bilancia a uso di tam-tam e costrinse un povero russo che giaceva a letto con la gamba smi­suratamente gonfia a fare un balletto nella stanza. Trovandomi nella sala operatoria ho visto tagliare una gamba a un detenu­to, completamente sveglio, tenuto e bendato da sette od otto energumeni. Anche io venni operato di una grave infezione alla faccia, senza anestesia neppure locale, tenuto da infermieri im­provvisati pronti a picchiarmi se avessi gridato.

Arrivo dei trasporti

L’arrivo dei trasporti da altri campi era pietosissimo.
Il treno era più carico di morti che di vivi e chi arrivava vivo doveva sopportare al suo arrivo disagi maggiori di quelli del viaggio. Anzitutto i superstiti che non potevano reggersi in pie­di venivano subito impiegati al trasporto dei morti e dei mori­bondi.

Appena arrivato al campo, invece di un po’ di ristoro sia pure di rancio liquido, dovevano fare il bagno e la disinfestazio­ne che buttava a terra anche i più robusti e spesse volte erano causa di altre numerosissime morti. Poi venivano ammassati in locali che potevano ricevere al massimo la metà di quelli che ospitavano. In questi trasporti viaggiavano in centocinquanta per vagone.

Di tutto questo sopra sono stato testimone oculare.

2 – Testimonianza su Dora tratta dal diario del soldato Gino Bonazzi di Parma

… e di qui trasportati in un grande campo dove ci sono migliaia di uomini vestiti a righe come i condannati all’ergastolo. Qui In rimango di stucco perché vedo che li picchiano come bestie. Ad ogni modo si spera di non restare qui perché noi siamo militari (non condannati). Ma invece alle ore 9 (21) ci mandano dentro anche noi, cioè ci fanno entrare in un tunnel e qui si vedono cose eccezionali che la mente umana mai ricorderà. Qui t una grande galleria larga sei metri e alta dodici, qua il lavoro r in grande sviluppo e ci sono mine che scoppiano, carrelli che li asportano la roccia, macchine che sembrano grandi mostri e caricano i carrelli.
L’aria è piena di puzza e di polvere, sembra proprio di essere all’inferno.

Ci portano in una galleria segnata coi numeri 1 e 2; è il dormitorio di quindici o ventimila esseri umani che lavorano gior­ni i e notte. Ci sono dei castelli dove si dorme senza coprirsi e si inda lo stesso, qui c’è pieno d’umidità. Alle 10 (22) si va a dor­mire ma qui nessuno dorme perché è un posto di morte dove il sentono lamenti strazianti di uomini che stanno per morire, di uomini che sono nerbati a sangue, di uomini che si alzano e di uomini che vanno a dormire. Mai ci siamo trovati in posto uguale: io l’ho battezzato con il nome di «bolgia dei vivi».

Al mattino dopo mi portano con questi “rigati” a lavorare spostando roccia e alzando pesi. La vita del lavoro è snervante: si lavora dodici ore al giorno poi si fanno due ore di appello, e si aspetta per qualche ora il mangiare e il mangiare è insufficiente alle fatiche che si fanno. Facciamo una quindicina di giorni poi si fa la notte e questa è ancora peggio perché non si dorme più. Intanto qui si vedono degli spettacoli che fanno venire la pelle d’oca, cioè si vedono uomini che sembrano scheletri e dna vanti alla infermeria morti a centinaia, nudi; qui ci vorrebbe un ospedale grande come una città e invece c’è una baracchetta di metri tre per tre.

Qua c’è gente apposta per picchiare e ammazzare; si chiamano: Lagerschultz; ci sono quelli della SS poi ci sono i capi e il fĂĽhrerarbeiter, in piĂą ci sono dei civili che ti ammazzano; questi! sono tutti qui per farti lavorare e per picchiarti e lo fanno con tutte le loro forze. (…)

Io sono sicuro che mai altra gente c’è stata così vigliacca e assassina. La bassezza di questa gente non si può misurare. Dopo un mese che non si vede più la luce ci portano fuori all’appello e poi si rientra. Com’è bello fuori! L’aria pura! La luce del giorno. Qui si vede la libertà ma si è come gli uccelletti in gabbia e 1 peggio ancora. Intanto la galleria va avanti forte e tanti reparti sono già finiti; qui incominciano a lavorare per fabbricare la V li e la V2 e il lavoro è fantastico e fa restare a bocca aperta.

Vengo compreso in squadre che sono mandate a scaricare 8 vagoni di ghiaia sotto una ditta civile, e anche qui corrono legnate, si lavora al freddo e sotto la neve e sotto la pioggia. A mezzogiorno ci portano il rancio, cioè un litro di carote e di rape.

A sera si torna dentro alla bolgia dei vivi. Siamo carichi di pidocchi, non c’è acqua per lavarsi e si fanno i propri bisogni ] dentro mezzi barili di ferro sparsi per il tunnel. E una cosa che ] fa schifo, è un’indecenza! Intanto i morti crescono tutti i giorni ] per insufficienza di vitto e di cura. Anch’io oggi appena fuori j del blocco ancora dormivo in piedi con le gambe che si piegano I e arriva un Lagerschultz che senza dirmi niente mi da sette od otto nerbate fra capo e collo: questa è la colazione e va là che vai bene! Queste sono le prime che prendo.

Il giorno di Santa Lucia ci portano al bagno dove ci danno l’acqua calda che ti pela e dopo un po’ ti danno l’acqua gelata e col bastone ti fanno star sotto per forza. All’appello dobbiamo rie lutti presenti, anche quelli che non stanno in piedi, che ni mino fuori in barella e muoiono all’appello, oltre a quelli |H muoiono nelle baracche vicino a noi. Ti addormenti alla sera e ti svegli alla mattina con il tuo vicino morto. (…)

Qui intanto si avvicina il Natale e siamo sempre nelle medesime condizioni, cioè siamo messi molto male: si spera che ci diano qualche cosa di più da mangiare e ci facciano un trattamento più umano, ma questa gente non ha umanità di cristiani Infatti se ci vedono le medaglie al collo ce le strappano e ti ridono in faccia.

Oggi è Natale ma si va al lavoro lo stesso e si lavora tutto il giorno con la sola differenza di una zuppa speciale di prugne la sera. Siamo circa cinquecento persone assieme e nella più grande tristezza, molti di noi si mettono a piangere pensando alla casa. ai genitori, ai figli e alla libertà. Pensare a tanta gioventù che è messa qui come le bestie senza nessuno che faccia un po’ di bene.

Qui stanno facendo un crematorio e qui arrivano dagli altri campi a camion e camion tutti i giorni. (…)

La vita diventa sempre più difficile, si vedono tutti i giorni le lui iure più barbare e incominciano anche le impiccagioni. Alla domenica approfittano dell’appello generale per farci assistere a questo spettacolo e poi distribuiscono alla fine una infinità di nerbate.

Così le poche ore di riposo che dovremmo avere le perdiamo assistendo a queste torture. Questa è gente che si può maledire finché saranno al mondo e anche dopo.

Quando arrivano dei trasporti il quaranta per cento è morto limante il viaggio, altrettanto ne muore al bagno e nella disinfezione e quelli che rimangono il giorno dopo vanno al lavoro anche se non hanno la forza di stare in piedi e molti muoiono sul lavoro. (…)

Da domani 20 febbraio 1944 non si può piĂą passare dalla galleria, così dovremo fare tutto il giro della montagna perchĂ©, hanno detto, non vogliono farci vedere il lavoro che stanno facendo per la costruzione della V1 e della V2. Su questi spaventosi ordigni si sentono molte voci e cioè: i tedeschi dicono chi funzionano mentre invece chi li fa dice che non funzionano. I brutto è che qui il piĂą piccolo sbaglio sul lavoro lo chiamano sabotaggio e chi sbaglia viene impiccato. Dicono anche che molti ungheresi sono stati uccisi col gas: li fanno spogliare, li mandano dentro al bagno e ben chiusi, invece di mollare l’acqua c mollano il gas. (…)

A tre compagni che avevano rubato alcune rape il capo nostro ha fatto dare dieci nerbate per ciascuno. Il giorno dopo un altro, vedendo un mucchio di bucce di patate, si è messo a raccoglierne e un civile lo prende e lo porta al comando; gli danno venticinque nerbate e poi altre dieci le aggiunge il nostro capo che lo denuncia al comando. Il giorno dopo rimane dentro (in prigione), gli danno altre quarantacinque nerbate cosi questo povero ragazzo ha il culo nero come un cappello e ha preso settanta nerbate per uno zaino di bucce e alcune patate marce. Il bello è che il giorno dopo gli hanno portato via anche lo zaino. (…)

Qui con noi c’è un piccolo ebreo italiano che in un altro campo lavorava in crematorio e mentre buttava dentro i morti ha riconosciuto la sua mamma. Immaginare il dolore del poverino! Si mise a piangere ma gli assassini delle SS, con il calcio del fucile lo picchiarono a sangue. (…)

Ora siamo in primavera e i morti aumentano perchĂ© siamo quasi tutti tubercolotici e molti muoiono per dissenteria. Di ottocento italiani siamo rimasti circa la metĂ . (…)

Ci hanno obbligati a formare la squadra di calcio e sapendo che io gioco sono stato costretto a farne parte. Si gioca alla domenica ma si gioca male e il giorno dopo non si è più in grado di camminare.

Tuttavia riesco a farmi elogiare e sono contento perché voglio che sappiano che non per niente l’Italia era campione del mondo. E se fossimo stati in buona salute lo saremmo certi! mente anche qui. Meno male che alla domenica ai giocatori danno due litri di rancio e mezzo filone di pane. (..)

In un ufficio del comando del campo c’è una ragazza mezza scema e il nostro capo se la intende con lei. Il colonnello comandante del campo sorprende il nostro capo a parlare con lei e lo passa immediatamente alla prigione. Sono contento perché quel delinquente ci bastonava dalla mattina alla sera e tutti speriamo che non esca più. Ma la nostra gioia è durata poco perché la mattina all’appello egli compare nuovamente come un fantasma: come abbia fatto non si sa, certo è che nelle nostre anime di urna la tristezza più nera ma alla sera egli venne chiamato di nuovo e richiuso in prigione e fra noi ritorna la gioia un’altra volta e tutti si spera che questo sia il colpo buono e che resti dentro.

Infatti alla mattina la nostra squadra è comandata da un bravo ragazzo siciliano che si chiama Michele Sorce e che mi ricorderò sempre per il bene che mi ha fatto e che spero un giorno ili poter contraccambiare.

Ma intanto la Germania sta perdendo battaglie su battaglie e noi ci accorgiamo che le nostre sofferenze stanno per finire perché tutti oramai incominciano a trattarci diversamente. Anche i civili del campo stanno diventando sempre più buoni e più la guerra va male per loro e più diventano buoni.

Ma non è che diventano buoni: è che incominciano ad aver paura!


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart