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STORIA: I MAESTRI: Fondazione di una città

10 agosto 2017

di Leonardo Sciascia
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, marted√¨ 4 marzo 1969]

Ad Anzio, il 12 ottobre del 1925: ¬ę Quando partecipo ad una cerimonia che consiste nella posa di una prima pie¬≠tra, io sono generalmente gri¬≠gio, perch√© ho constatato che talvolta l’erba cresce sulla pri¬≠ma pietra prima che vi si po¬≠si la seconda ¬Ľ. Ma negli ar¬≠chivi dell’istituto Luce ci sa¬≠ranno a migliaia scene in cui Mussolini appare tutt’altro che grigio alla posa di una prima pietra, e anzi con allegra de¬≠strezza, ad alludere a quella sua esperienza di muratore in Svizzera, di cui si leggeva nei libri di scuola, maneggia la cazzuola a chiudere nella pie¬≠tra il buco in cui la perga¬≠mena con la sua firma era stata calata. Da dove dunque gli veniva ad Anzio quella no¬≠ta cos√¨ malinconica e scettica? Un presentimento? Una no¬≠tizia?

Non pare fosse uomo da presentimenti. Forse gli era arrivata la notizia che su quel¬≠la prima pietra che l’anno avanti aveva posato in terri¬≠torio di Caltagirone, a fon¬≠dare una citt√† di nome Mussolinia, l’erba cresceva rigo¬≠gliosa all’ombra delle querce da sughero; e aggiungendosi la notizia al ricordo degli in¬≠cidenti che avevano punteg¬≠giato il suo breve soggiorno nella citt√† di don Sturzo, l’u¬≠mor grigio trovava piena giu¬≠stificazione. Incidenti che nel¬≠la qualit√† e nel ritmo fanno pensare alle comiche finali di allora: e si dispiegarono dalla sostituzione della bombetta (posata per un momento, ri¬≠presa: e il duce si ritrov√≤ in testa un cappelluccio a ca¬≠ciotta da clown) a una salva di fischi, √® il caso di dire, inaudita. A fischiare erano stati i caprai, corporazione al¬≠lora incredibilmente numerosa e di tale valent√¨a nel fischio da disgradare quello delle lo¬≠comotive ferroviarie. Parago¬≠ne non gratuito: ch√© appunto i caprai erano venuti a fischia¬≠re il capo del governo per la decisione, che si diceva il go¬≠verno avesse presa, di sospen¬≠dere i lavori della linea fer¬≠roviaria Gela-Caltagirone.

Perch√© poi i caprai avesse¬≠ro tanta sensibilit√† al riguar¬≠do, √® un mistero: forse va¬≠gheggiavano le erbose scarpa¬≠te demaniali su cui avventare i loro avidi branchi; forse su¬≠bivano l’influenza di qualcu¬≠no che a Mussolini voleva di¬≠mostrare quanto poco valesse la fazione locale cui aveva da¬≠to fiducia e quanto forte fosse invece l’altra che aveva re¬≠spinto. Pare sia da escludere che nei caprai agissero senti¬≠menti e risentimenti sturziani: l’avvenire della citt√†, le sue fortune future, ormai si con¬≠fidavano a colui che, nato a Caltagirone come Giacomo Barone, sposando a Forl√¨ Ca¬≠milla Paulucci di Calboli, era diventato Paulucci di Calboli Barone Giacomo, marchese e conte (cos√¨ negli atti dell’uf¬≠ficio di stato civile di Caltagirone). In quel periodo, Gia¬≠como Barone era capo di ga¬≠binetto del ministro degli este¬≠ri, che era Mussolini: e II messaggero siciliano, quindi¬≠cinale locale, pubblicava alla vigilia della festa una foto¬≠grafia in cui l’illustre concit¬≠tadino, in piedi alle spalle del duce seduto, con un sorriso di rispettosa confidenza si chi¬≠na sul foglio che il duce sta leggendo. Inutile dire che Gia¬≠como Barone aveva parenti a Caltagirone; e tra questi uno zio che nella fazione fascista trionfante aveva un peso ov¬≠viamente considerevole. Ma veniamo alla cronaca della festa.

*

Proveniente da Catania, il treno presidenziale arriv√≤ a Caltagirone la sera dell’11 maggio. Erano ad attenderlo il commissario prefettizio ono¬≠revole Benedetto Fragapane, il senatore Gesualdo Libertini, i deputati Pennavaria e Li¬≠bertini, il grande ufficiale Sil¬≠vio Milazzo, il conte Gravina, i baroni Libertini, Chiarand√† e d’Urso… Si form√≤ un corteo di sette automobili che, att¬≠raversando la citt√† fastosa- mente illuminata, sotto una pioggia di fiori e manifestini tricolori che veniva dai balconi ¬ę rigurgitanti di signore¬Ľ, si ferm√≤ alla casa del fascio e prosegui poi fino alla casa del barone d’Urso, dove ¬ę il Presidente si intrattiene a conversare con le dame e gentiluomini che gli recano i loro omaggi, mentre vien ser¬≠vito un sontuoso e ricchissi¬≠mo trattamento ¬Ľ.

Pi√Ļ tardi, in municipio, l’o¬≠norevole Fragapane proclama il duce cittadino onorario di Caltagirone; il duce ringrazia, attacca addirittura un discor¬≠so, dice ¬†Il messaggero sicilia¬≠no, che elettrizza il pubblico e provoca applausi schietti e reiterati. Non meno schietti e reiterati, dalla piazza, i fischi dei caprai: ma il cronista non li registra. C’√® poi la visita alla mostra di ceramica e la deposizione di una corona di fiori davanti al busto di Gior¬≠gio Arcoleo, che tanto meritava per essere stato assertore della ricostruzione dello Stato e per aver prediletto tra i suoi allievi Giacomo Barone. In¬≠fine, un pranzo di cui vanno segnalati il ¬ę consum√© al Tricolore ¬Ľ e il ¬ę dolce di stagione ¬Ľ, cio√® una cassata gelata. E non era tanto di stagione, se dalle fotografie si vede Mussolini sempre in cappotto e, l’indomani mat¬≠tina, in coppola di pelliccia o velluto, a sostituire la bom¬≠betta scomparsa.

L’indomani ¬ę la nuova cit¬≠t√†-giardino ¬Ľ, dice il giornale, apparve al Presidente e al numeroso seguito tutta inon¬≠data di sole tricolore ¬Ľ. Non che la citt√† ci fosse: in quel¬≠la vasta pianura fitta di quer¬≠ce e di ulivi (ottantamila al¬≠beri d’ulivo, e pi√Ļ erano le querce), soltanto si levavano due delle sedici torri che do¬≠vevano sorgere intorno alla piazza centrale, a punteggiare un colonnato circolare. La citt√†, cos√¨ come l’architetto Saverio Fragapane l’aveva concepita, era su una meda¬≠glia che venne offerta al duce e alle autorit√† presenti. Era¬≠no circa le nove del mattino quando si venne alla posa del¬≠la prima pietra. Passando da una mano all’altra, arriv√≤ al¬≠l’onorevole Fragapane il tubo metallico che conteneva la pergamena con la scritta in latino che Mussolini doveva firmare. L’onorevole apr√¨ il tubo: la pergamena non c’era pi√Ļ. Allo smarrimento succes¬≠se una frenetica ricerca. Mus¬≠solini s’innervos√¨: strapp√≤ un foglio da non si sa quale re¬≠gistro e scrisse quelle frasi che qualcuno fece in tempo a copiare prima che la pietra le inghiottisse: e si leggono alla pagina duecentosessantanove del ventesimo volume dell‚Äôopera omnia. Alle dieci, in automobile, Mussolini partiva per Ragusa: piuttosto ¬ę grigio ¬Ľ, ma non dimenti¬≠cando il bellissimo mazzo di rose, della variet√† Remigia, che gli aveva offerto la baro¬≠nessa Grazietta di San Marco.

*

La pergamena scomparsa diceva, nel latino dell’ispetto¬≠re ferroviario cavalier Nicol√≤ Vitale e di un professore suo omonimo, che il feudo di San¬≠to Pietro, dove Mussolinia doveva sorgere, era stato do¬≠nato dal re Ruggero ¬ę ai fede¬≠li cittadini di Caltagirone ¬Ľ. E gi√† la prima pietra avrebbe contenuto un falso: ch√© i fe¬≠deli cittadini quella terra l’a¬≠vevano pagata quarantamila tari, pi√Ļ la prestazione annua di altri cinquemila, pi√Ļ duecentocinquanta marinai da tener pronti alla chiamata del re. Ma il feudo, che si esten¬≠deva in circa cinquemila et¬≠tari di fertilissime terre, va¬≠leva l’enorme prezzo pagato: come diceva don Sturzo, Cal¬≠tagirone si poteva considera¬≠re, in rapporto agli abitanti, il pi√Ļ ricco comune d’Italia; e forse ancora oggi, nonostan¬≠te le spartizioni e i rosicchiamenti.

¬ę Principio s√¨ giolivo ben conduce ¬Ľ, direbbe il Boiardo. Quella falsificazione, quegli incidenti preparati come gags da film comico, la presenza di quei baroni, la bordata di fischi: tutto portava alla co¬≠ronale beffa di una citt√† della cui esistenza soltanto Musso¬≠lini per qualche tempo fu il¬≠luso e Le cento citt√† d’Italia dell’editore Sonzogno illustra¬≠rono. E pare che Mussolini ci tenesse molto, a quella cit¬≠t√† cui aveva dato nome, e continuamente chiedesse no¬≠tizie e rapporti: per cui ad un certo punto, a placare la impazienza del duce, fu mon¬≠tato un album che mostrava Mussolinia in tutto il suo splendore. Forse Mussolini ebbe una certa sorpresa, a ve¬≠dere una citt√† di villette fin de si√®cle al posto di quella, alquanto piacentiniana avan¬≠ti lettera, che l’architetto Fra¬≠gapane aveva concepita; ma la soddisfazione per l’opera in suo nome compiuta dove¬≠va esser tale da superare l’in¬≠sorgere della critica o della diffidenza. Ma ecco che gli venne da Caltagirone, dalla fazione fascista refoul√© (e che pare fosse vicina a Starace), una fotografia in cui la citt√† appariva in riva al mare, con la dicitura che non solo Cal¬≠tagirone aveva la sua citt√†-satellite, la sua citt√†-giardino, ma il mare anche, che bat¬≠teva alle sue mura.

Ne venne un’inchiesta, con¬≠dotta dall’avvocato De Marsico, i cui atti e risultati re¬≠stano finora segreti. Sole vit¬≠time furono l’onorevole Fra¬≠gapane, che pag√≤ con l’allon¬≠tanamento dalla vita pubbli¬≠ca, e il comune di Caltagi¬≠rone, che pag√≤ il debito con¬≠tratto col Banco di Sicilia. Ma pare che il Fragapane, che uf¬≠ficialmente veniva ad essere il maggior responsabile della beffa, in realt√† non ne fosse stato l’autore, e tanto meno il profittatore. I veri profit¬≠tatori non furono puniti: bi¬≠sognava troncare, sopire; che pi√Ļ non si parlasse di Mus¬≠solinia. E chiss√† se tra qual¬≠che secolo, imbattendosi nel fascicolo dedicato a Caltagirone dalla casa Sonzogno, un archeologo non si dar√† a sca¬≠vare nel bosco di Santo Pie¬≠tro, alla ricerca della citt√†-giardino: e nemmeno trover√† quella prima pietra, che for¬≠se √® gi√† stata furata da un cacciatore di autografi.


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart