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STORIA: I MAESTRI: Hitler. Il complotto di luglio

26 agosto 2017

di Furio Sampoli
[da “La fiera letteraria”, giovedì 12 gennaio 1967]

Il complotto di luglio di Roger Manvell e Heinrich Fraenkel (ed. Longanesi, Milano 1966, pagg. 275, lire 2200) è in ordine di tempo una delle ul­time pubblicazioni in Italia del­l’attentato a Hitler. Il libro non aggiunge molto a quanto è già stato scritto sull’argomento, ma ha il pregio di una ricostruzione minuziosa, di un « montaggio » che potremo chiamare cinematografico, dove le vicende persona­li dei protagonisti, la diversità dei loro caratteri entrano come elementi determinanti nell’atto che doveva poi fissarli nella sto­ria.

In realtà, a vent’anni dalla fi­ne della seconda guerra mondia­le, il tema dell’opposizione tede­sca al nazismo rimane dei più dibattuti. Il putsch abortito del 20 luglio 1944 non ne fu che l’episodio culminante e, in certo modo, conclusivo. Ma i termini con cui si pone il problema re­stano ancora ambigui: in quale misura, cioè, il « complotto » fu l’espressione di una reale rivol­ta al regime nazista, trovando consensi in strati abbastanza lar­ghi, se non popolari, almeno bor­ghesi? 0 si trattò invece, nell’am­bito di una pura e semplice ri­volta militare, di un gesto det­tato dall’ambizione frustrata di alcuni generali? Il dilemma, co­me si è detto, non pare risolto, anche se in Germania come al­l’estero si sono susseguite non poche pubblicazioni, da raccolte di documenti inediti, ufficiali e non ufficiali, a diari, a grossi vo­lumi di studiosi. E le indagini e le polemiche sono ancora lonta­ne dall’esaurirsi. Due sono, in breve, le tesi in contrasto: da una parte (quella tedesca) si ten­de a valorizzare l’opposizione fin dall’avvento del nazismo e co­me essa sia andata via via cre­scendo ed estendendosi, indipendentemente dallo svolgersi favo­revole o sfavorevole degli even­ti bellici; dall’altra (quella non tedesca) si fa invece coincidere l’opposizione e la rivolta con le prime gravi sconfitte subite dal­la Wehrmacht sul fronte dell’est. Centro dell’opposizione al nazi­smo: il corpo degli ufficiali su­periori. eredi della vecchia clas­se militare prussiana, anche se poi al momento del putsch vi si trovarono coinvolti elementi ari­stocratici, alcuni socialisti e qual­che sindacalista. Comunque il movimento, nella sua essenza, fu lontano dal coinvolgere una parte della popolazione e non fu mai un movimento democra­tico.

Al termine della prima guer­ra mondiale i generali tedeschi non avevano accettato o non ave­vano ammesso la sconfitta: que­sta semmai era stata imposta dal disfacimento del fronte interno, la famosa « pugnalata alla schie­na » di cui si sarebbero serviti per la loro propaganda sia i na­zionalisti che Hitler. W. Groner prima e H. von Seeckt dopo ave­vano ricostruito, pur nelle limi­tazioni imposte dal trattato di Versailles, la Reichsweher cer­cando soprattutto di riunire in­torno a sé il corpo degli ufficiali e invocando « il vecchio spirito di sacrificio e di silenziosa devo­zione al servizio dell’esercito », giacché il momento che la Ger­mania attraversava non permet­teva « a nessuno, in vista del be­ne comune, di sottrarsi ai propri doveri ». Frattanto le riparazioni richieste dagli alleati, e soprat­tutto dalla Francia, avevano te­nute deste le passioni della guer­ra, e per un facile trapasso lo­gico erano divenute agli occhi dei tedeschi la sola causa della loro miseria. Alle riparazioni si attribuirono la grande inflazione del ’23 e la depressione economi­ca del ’29. La campagna contro il trattato « schiavistico » non aveva bisogno dell’ispirazione di agitatori estremisti: ogni difficol­tà economica spingeva i tedeschi a spezzare i « ceppi di Versail­les ».

LegalitĂ  e libertĂ 

Il 30 gennaio del 1933 Hitler diveniva cancelliere del Reich. Distrusse al medesimo tempo la libertĂ  e la legalitĂ , trasformò l’economia e la finanza, abolì gli Stati separati e fece della Ger­mania un Paese unito. « Ci era­vamo resi conto che c’era qual­cosa di sano nel movimento di Hitler », aveva detto il generale von Lossow giĂ  nel ’24 è il feld­maresciallo Ludendorff aveva ap­poggiato lo stesso Hitler nel fal­lito colpo di Stato di Monaco nel novembre del 23. In seguito du­rante i primi dodici mesi inizia­li del Terzo Reich,’ la Reichsweher rimase a guardare men­tre il regime consolidava il suo potere sulla macchina dello Sta­to. Nell’orgogliosa fiducia in se stesso, l’esercito e per esso la classe dei generali si ritenne si­cura di por fine all’esperimento non appena ciò le fosse conve­nuto. I generali, anzi, reputava­no di aver affrontato in modo molto astuto il problema nazio­nale. « Per l’ufficiale prussiano era un punto d’onore essere cor­retto; per un ufficiale tedesco è un dovere essere sagace», ave­va detto una volta von Blomberg. Ma onore e sagacia scomparvero di fronte all’abilitĂ  di Hitler. In ogni circostanza Hitler si mostrò deferente verso l’esercito: ciò era’ vitale, per il momento, nella realizzazione dei suoi progetti è delle sue ambizioni. L’esercito ac­colse la deferenza come un dirit­to: era soddisfatto delle reiterate promesse di un rapido riarmo e della constatazione che le pro­messe erano mantenute. Ingan­nati nella loro vanitĂ , i generali assistettero al peggioramento del­la situazione in Germania fino al punto in cui solo l’esercito avreb­be potuto rovesciare il regime nazista. Nel frattempo erano ac­caduti fatti imprevedibili: la rioc­cupazione della Renania, l’annes­sione dell’Austria, la resa delle potenze occidentali a Monaco. Tutto ciò rese i generali incre­duli e stupefatti, ma nel contem­po lusingò la loro vanitĂ  milita­re, anche se Hitler aveva agi­to contro il parere di alcuni di loro. Il successo comunque agì in loro come una droga. Rove­sciare il regime nazista non era piĂą nel loro interesse e in quello della « grande Germania ». Il prezzo dell’errore, dell’orgoglio compiaciuto non doveva essere pagato con il sangue che molto tardivamente, dopo il 20 luglio 1944.

Fra le opere di storia che si sono piĂą ampiamente occupate del putsch vanno ricordate fra le altre I cospiratori del 20 luglio di G. Ritter, L’opposizione tede­sca al nazismo di H. Rothfels (per i tedeschi, La nemesi del potere dell’inglese J. W. Wheeler-Bennet, Operazione Walkiria del russo Danil Melnikov e il recen­te Complotto di luglio, di cui ab­biamo detto all’inizio. Di questi il libro del Wheeler-Bennet è cer­tamente il piĂą documentato e completo. Egli fa un’analisi ap­profondita dello spirito militare tedesco, del costante persegui­mento della rinascita dell’egemonia germanica da parte della classe militare, della illusione di servirsi del nazismo e del pro­gressivo cedimento ai voleri di Hitler nella misura che egli rea­lizzava i loro stessi disegni. I contrasti nascono non appena il caporale Hitler si arroga i dirit­ti che erano propri dello Stato Maggiore, lo scavalca e detta i piani strategici e tattici dell’azio­ne. Non erano tanto i fini di ege­monia che li dividevano, quanto i tempi di realizzazione. Ludwig Beck capo di Stato Maggiore nel ’38 (che sarĂ  in seguito il capo della rivolta nel 1944) si dimise dalla carica nell’agosto dello stes­so anno perchĂ© valutava che l’in­vasione della Cecoslovacchia avrebbe inevitabilmente condotto la Germania a una catastrofe in quanto l’esercito tedesco non era sufficientemente preparato a una guerra che egli prevedeva totale.

L’esaltazione di Hitler

Ma l’arrendevolezza della Fran­cia e dell’Inghilterra, mentre sal­varono la Germania, mettendo a tacere gli oppositori militari, esal­tarono d’altro canto Hitler. 11 quale appunto dopo Monaco fu portato a credere illimitatamen­te al proprio genio e alle proprie intuizioni improvvise. La cam­pagna di Polonia e successiva­mente la campagna di Francia con la correzione del piano « Schlieffen », dovevano poi in­nalzarlo agli occhi stessi dei ge­nerali al rango di grande strate­ga. Bisognava giungere alla cam­pagna di Russia e soprattutto al­la rotta di Stalingrado per cor­reggere un giudizio che era an­dato fin troppo avanti. Solo allo­ra si pensò alla catastrofe e si progettò seriamente l’uccisione di Hitler, come correttivo per impedire la distruzione della Ger­mania. Si cercò cioè nell’elimi­nazione di Hitler il rovesciamen­to di quanto era accaduto nel 1918. Ancora una volta il risul­tato doveva essere di salvare l’esercito tedesco e quindi la ca­sta militare dalla responsabilità di una sconfitta. Tentativi per uccidere Hitler si erano sussegui­ti a più riprese dal 13 marzo 1943 a Smolensk fino alla Wolfsschanze di Rastenberg del 20 lu­glio 1944. Riuscito il putsch, i cospiratori avrebbero cercato di intavolare, come era nei loro pia­ni, trattative di una pace sepa­rata all’ovest. Il carattere del re­gime Beck-Goerdeler, sulla base del programma enunciato e dal­la composizione politica, era pre­valentemente conservatore. E’ in­dubbio che una qualsiasi pace avrebbe risparmiato distruzioni, vite tedesche ed alleate. Ma ne­goziare una pace con un gover­no tedesco — e in particolare con un governo nato in seguito a una rivolta militare — implica­va anche un ben altro problema: abbandonare il dichiarato scopo di distruggere il militarismo te­desco; far sentire cioè all’eserci­to e al popolo tedesco che ave­vano perduto la guerra, e non ricadere quindi nell’ambiguità della prima guerra mondiale. La resa incondizionata e la firma di Rheims dovevano essere i due fatti storicamente fermi, perché vi fosse una nuova Germania.

Tornando al volume di Roger Manvell e Heinrich Fraenkel, Il complotto di luglio, c’è da no­tare come gli autori si siano af­fidati a un tipo di esposizione a « suspense ». Il che, pur non tra­lasciando quelle che erano le pre­messe storiche di fondo, li ha portati inevitabilmente a centra­re il « fatto » soprattutto sulla contrapposizione dei caratteri e degli atteggiamenti dei « cospira­tori ». La « rivoluzione delle bar­be grigie », come il colonnello Stauffenberg (autore dell’atten­tato) aveva definito il circolo di Goerdeler, non poteva non esse­re in disaccordo sia nei metodi che nei fini con l’ala sinistra del­la cospirazione, rappresentata dal * nuovo dinamismo » di Stauffenberg e degli ufficiali del fronte occidentale e orientale, che a lui facevano capo. Cari Goerdeler, ex-sindaco di Lipsia e commissa­rio del Reich per l’economia, era un politico, ma della politica ave­va una visione che gli avveni­menti della guerra avevano or­mai scavalcato e superato. Lo stesso può dirsi dei generali Beck, von Hassel, e del feldma­resciallo von Witzleben, legati a una tradizione militare che si ri­chiamava, in qualche modo, alla vecchia élite prussiana. Stauffen­berg e gli altri erano invece di­sposti a rivolgersi perfino a Sta­lin, specialmente dopo che i con­tatti presi in Svezia prima e in Svizzera poi con emissari allea­ti avevano sortito effetto negati­vo. E non vi è dubbio che la de­cisione occidentale di « resa in­condizionata » abbia raffrenato entusiasmi e creato perplessità in seno alla cospirazione.

Quel che gli autori de II com­plotto di luglio mettono bene in risalto è la disorganizzazione, il senso di provvisorietà della ri­volta, la quale si fondava quasi esclusivamente sulla morte di Hi­tler. E tuttavia a Berlino furo­no perdute ore preziose prima che la notizia del mancato atten­tato fosse ufficialmente resa no­ta. Niente o quasi fu fatto per impadronirsi dei gangli vitali del­la capitale; e l’incertezza fu tale, che perfino la morte di Hitler non avrebbe forse potuto cambia­re il corso delle cose e rovescia­re il regime nazista. D’altronde l’atteggiamento di alcuni coman­danti di armata dei due fronti (ad esempio, von Kluge su quel­lo occidentale e von Manstein su quello orientale) fu quanto mai ambiguo, se non addirittura passivo e contrario alla cospira­zione. La figura più « rivoluzio­naria » e, per spirito e fermezza di decisioni, capace di rovesciare la situazione rimane Stauffen­berg. Meritava sorte migliore. Il caso gli fu avverso. Nove mesi dopo, la squallida morte nel buncker della cancelleria era non sol­tanto la fine di Hitler, ma del militarismo prussiano.

 


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Bart