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STORIA: I MAESTRI: Il «fungo» che annientò Hiroshima

20 luglio 2016

di Giuseppe Josca
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 6 agosto 1970]

Sdraiato al buio nella sua cuccetta, Mochitsura Hashimoto non riusciva a prender son­no. Passandosi la mano sul volto sentiva la barba ispida, che gli dava fitte dolorose. Tut­te le sue membra erano percor­se dai veleni di una stanchez­za mortale. I motori erano spenti, il sommergibile si don­dolava sulle onde stranamen­te calme del Pacifico. Da quan­ti giorni lo percorrevano? Il capitano Hashimoto aveva per­so il conto. Era stata una cac­cia ai fantasmi: come se i ne­mici, la guerra, non fossero mai esistiti. Hashimoto aveva atteso per anni il comando di un sommergibile. E forse ades­so era troppo tardi: il Giap­pone pareva vicino alla cata­strofe, e lo angosciava l’idea di non aver potuto fare nulla per il suo paese, per l’Impera­tore.

Siluri a segno

Ad un tratto, verso mezza­notte, si udì un passo precipi­toso nel corridoio. La porta si aprì ed uno dei sottufficiali di guardia disse: «Comandante, venga a vedere, c’è qualcosa all’orizzonte ». Hashimoto si in­filò la giacca e corse al peri­scopio. Sì, era una nave da guerra. Seguirono ore snervan­ti di appostamento. Finalmen­te il bersaglio venne a tiro e ad un ordine secco del capita­no sei siluri partirono sibilando.

In questo modo concluse la sua carriera l’incrociatore In­dianapolis, una vecchia, solida unità, veterana di molte batta­glie nel Pacifico. Quattrocento marinai perirono nel naufra­gio. Altri cinquecento scompar­vero poi nell’oceano, vittime del ritardato arrivo dei soccorsi e di una incredibile serie di er­rori che avrebbero mandato parecchi alti ufficiali america­ni davanti alla corte marziale.

Tornando verso la base quel 30 luglio del 1945, Mochitsura Hashimoto non immaginava però che la sua impresa sareb­be stata ricordata per ben al­tri motivi; e addirittura che egli avrebbe potuto mutare il corso della guerra, o almeno le circostanze del suo tragico epilogo, se solo avesse incro­ciato l’Indianapolis qualche giorno prima. Con quella nave infatti era stata trasportata alla base aerea di Tinian la massa critica di uranio 235 di Little Boy (ragazzino), la bomba atomica di Hiroshima.

Tutto era avvenuto nella mas­sima segretezza. Il comandan­te dell’Indianapolis aveva po­tuto aprire solo in alto mare, dopo la partenza da San Fran­cisco, la busta sigillata del­l’alto comando con gli ordini per la missione. « Il carico a voi affidato è di importanza vi­tale — diceva il documento —. Deve essere sorvegliato come se ne dipendesse la sorte stes­sa della vostra unità; in caso di affondamento bisogna ad ogni costo salvarlo. E rammen­tate che ogni ora guadagnata accorcerà la durata della guer­ra ».

La voce che il piccolo invo­lucro cilindrico imbarcato fra tante precauzioni contenesse una nuova arma segreta si era diffusa fra i duemila uomini dell’equipaggio. Ma di quale spaventosa portata essa fosse si sarebbe saputo solo il 6 ago­sto, quando l‘Enola Gay, la fortezza volante decollata ap­punto da Tinian, lasciò cade­re su Hiroshima il micidiale carico che avrebbe posto fine al conflitto e aperto un’èra di paura per l’umanità.

Tinian è una piccola isola in mezzo al Pacifico. Sulle car­te geografiche è difficile tro­varne tracce, e forse pochi ne ricordano il nome, nonostante il ruolo che essa ebbe nelle vicende conclusive della guer­ra. Io ci capitai due o tre anni fa, e vorrei raccontare in bre­ve quello che vidi, proprio men­tre il mondo ricorda — non senza sgomento, malgrado il tempo trascorso — il venticin­quesimo anniversario del pri­mo attacco nucleare della sto­ria: un’azione di guerra comin­ciata proprio lì, a Tinian.

Era una calda giornata di ottobre, ricordo, quando en­trammo nel porto dopo un viaggio difficile e avventuroso, che non starò a rievocare. Po­chi operai si affaccendavano sottobordo a un piccolo mercantile irto di gru intorno, sotto un sole rovente, in un silenzio innaturale, si vedevano soltanto carcasse di bull dozer, autocarri, ruspe, ponto­ni ammucchiati alla rinfusa nei piazzali. Un quarto di se­colo fa quelle macchine era­no vive e ruggenti, e il porto pulsava di un’attività freneti­ca. L’isola fu un punto d’ap­poggio di primaria importanza per l’offensiva finale contro il Giappone. Adesso i nostri pas­si risuonavano sordamente sul­le banchine deserte, in una di­stesa di mura sbrecciate, la­miere arrugginite, pontili mu­tilati.

Usciti da quello che era il porto, a Tinian non è facile del resto ritrovare il filo di certe memorie crudeli. Risalen­do a piedi verso il villaggio, ci trovammo immersi in una pace inquietante. C’erano pra­ti di splendide orchidee, un cielo pulito nel quale volteg­giavano stormi di anatre sel­vatiche, i profumi dimentica­ti della natura. Il senso del dramma doveva riassalirmi più tardi, nel luogo da dove l’Enola Gay spiccò il volo verso Hi­roshima.

Vicente Maglona, il giovane sindaco di Tinian, aveva in­terrotto la sua lezione agli sco­lari del villaggio per farci da guida. Senza di lui ci sarem­mo sperduti nel labirinto della foresta tropicale. Dopo un paio di chilometri la via asfal­tata cominciò a restringersi, fi­no a ridursi a una specie di cunicolo aperto nella boscaglia.

Cupola di foglie

La luce dei sole filtrava a stento attraverso la cupola di foglie e di rami che ci so­vrastava. « Questa — disse il sindaco imprimendo bruschi colpi di sterzo alla sua vettu­retta giapponese per evitare le buche — era una grande autostrada. La giungla se l’è mangiata ». Di qua e di là spuntavano, avviluppati a ra­dici e sterpi, le tracce lascia­te dai militari: elmi, gavette, stivali, bossoli, rottami, tutto un groviglio di ruggine e di marciume.

Così andammo avanti per pa­recchi chilometri, zigzagando, senza poter vedere a due metri dalla punta del naso. Poi su­perammo l’ultima barriera di rami, e d’improvviso fu come una esplosione di spazio. Davan­ti ai nostri occhi era apparso quello che venticinque anni fa veniva considerato il più grande aeroporto del mondo. Gli americani lo avevano costruito in sessanta giorni dopo aver strappato l’isola ai giapponesi nel 1944 (una battaglia terribi­le, con ventimila morti), trac­ciandovi quattro piste di cemen­to, raccordi, piazzali, e dotan­dolo di magazzini, officine, po­stazioni difensive. Delle barac­che non resta più nulla; le ave­vano tirate su ai margini del campo, per nasconderle ai bom­bardieri giapponesi, e la giun­gla le ha divorate da un pezzo. Ora il morso della vegetazione continua a stringersi, il cemen­to si spacca sotto la pressione lenta e ostinata delle radici sot­terranee. La foresta attacca an­che le piste.

Quel giorno le esplorammo piano piano, come percorrendo le strade di una città abbando­nata, o i viali di un cimitero: sicuri che i fantasmi non esi­stono, ma con una strana in­quietudine addosso. Da quale delle quattro, pensavo, si sarà avventata con i motori ruggen­ti l‘Enola Gay del colonnello Tibbets? Dalla numero uno, in­vestita dalla brezza del mare vicino? O forse dalla numero due, sulla quale rami di rampi­canti punteggiati da minuscoli fiori multicolori disegnano la trama di un tenero ricamo?

I cippi che ricordano l’avve­nimento non lo dicono. Sul pri­mo c’è scritto: «Qui la prima bomba atomica mai usata in combattimento fu posta a bordo di un aereo B-29, e lanciata su Hiroshima, Giappone, il 6 ago­sto 1945. Il bombardiere, pilo­tato dal colonnello Paul Tib­bets, fu caricato nel tardo po­meriggio del 5 agosto, e partì per la sua missione alle 2.45 del mattino seguente », Un’altra targa, poco distante, indica il luogo in cui tre giorni dopo fu caricata la fortezza volante del maggiore Charles Sweeney, de­stinata all’attacco atomico su Nagasaki. Ed aggiunge: «Alle 3 del 10 agosto, senza chiedere il consenso del suo governo, l’imperatore Hirohito decise di porre fine alla guerra nel Pa­cifico ».

Per i morti, per i duecento­mila morti di Hiroshima e Na­gasaki, non una parola di pietà. Nei bollettini di vittoria non v’è mai posto per i nemici caduti.

 

 


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Bart