Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
I miei libriRivista d'arte Parliamone

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download VIVERE CON L'ACUFENE.

STORIA: I MAESTRI: Io, Villabianca

12 agosto 2017

di Leonardo Sciascia
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, marted√¨ 3 giugno 1969]

¬ę Or essendo io, conte mar¬≠chese di Villabianca e di Belforte, Francesco Maria Em¬≠manuele, portato assaissimo dalla natura alla lezione delle istorie, e molto pi√Ļ di quelle della Sicilia, ove fortunata¬≠mente sortii i natali…¬Ľ: e dunque venticinque volumi in folio, manoscritti, di un Dia¬≠rio palermitano che va dal 1743 al 1802; quarantotto vo¬≠lumi, parte manoscritti parte a stampa, di Opuscoli paler¬≠mitani; una Storia ricercata di Sicilia ne’ suoi passi oscu¬≠ri e difficili; un vastissimo ragguaglio sulla citt√†, nella sua topografia e nei suoi mo¬≠numenti; i cinque volumi del¬≠la Sicilia nobile (ora in ri¬≠stampa anastatica presso la libreria antiquaria Forni di Bologna). E tanti altri studi, relazioni, elogi; e una bibliografia, infine, dei propri scritti.

Tanta mole di manoscritti e di stampa fa pensare che il marchese altro nella sua vita non abbia fatto che scrivere, scrivere, scrivere. Anche se visse lungamente, anche se precoce fu la sua vocazione alle istorie. Eppure ammini¬≠str√≤ saggiamente i suoi beni, in un’epoca in cui altri del suo ceto sperperavano fortu¬≠ne favolose e si indebitava¬≠no fino ai capelli; e fu piut¬≠tosto attivo nelle cariche pub¬≠bliche che tenne. Come fece dunque a scrivere tanto se non per forza di monomania, di follia; strappando ore al sonno e minuti ai pasti; an¬≠notando ogni fatto che cadeva sotto il suo occhio e ogni nuova che arrivava al suo orecchio ovunque si trovas¬≠se, per strada o al senato, al circolo, al caff√®, in portantina, in diligenza? E davvero c’√® nel suo occhio, a guardare il ritratto in bassorilievo che √® sulla sua tomba, un che di folle: ma di una follia quieta, appagata ‚ÄĒ cos√¨ come nel¬≠l’occhio di Madame de S√©vign√©. Solo che Madame de S√©vign√© era tanto pi√Ļ acuta, tanto pi√Ļ sottilmente feroce e insomma tanto pi√Ļ intelli¬≠gente del marchese; e a tal punto la pagina del Villabian¬≠ca √® priva di spirito, anche l√† dove la situazione, l’aned¬≠doto, naturalmente avrebbero dovuto provocarglielo, che a volte viene al lettore la ten¬≠tazione di riscriverla in paro¬≠dia dei grandi testi epistolari e memorialistici francesi.

E non sarebbe difficile: ch√© la Palermo della seconda met√† del settecento offriva, nel bel mondo in cui il Villabianca si muoveva, nella materia che il Villabianca registra, tanto di svagato, di libertino, di paradossale; e incredibili contrasti, imprevedibili fermenti; e personaggi straordinari qua¬≠li i vicer√© Caracciolo e Caramanico, l’avventuriero malte¬≠se Giuseppe Velia, inquisitori massoni e preti giansenisti, il poeta Giovanni Meli, il gia¬≠cobino Francesco Paolo di Blasi. E cabale, congiure, tumulti. E una costellazione di belle donne, ciascuna delle quali consegnava alla poesia del Meli, che ce li tramanda, una particolarit√†, un vezzo, un sorriso, uno sguardo. Ma il marchese non indulgeva a si¬≠mili leggerezze: delle donne tiene d’occhio la virt√Ļ e la dote, mai la bellezza; ogni fatto traduce nelle rivaluta¬≠zioni o svalutazioni patrimo¬≠niali che provoca: nascita, morte, matrimonio, monacazione, adulterio. Mai un ac¬≠cento di divertimento, comi¬≠cit√†, ironia; e quando, raccontando un caso, dice che c’√® da ridere, √® proprio il punto in cui non c’√® niente da ridere.

*

Sarebbe bello fare di que¬≠st’uomo austero e stoico (¬ę A d√¨ 17 luglio 1763; comech√© debitore di gravi peccati verso Dio, ho perduto l’occhio destro ¬Ľ) un personaggio: fru¬≠gare sotto i suoi panni di te¬≠stimone impeccabile e impas¬≠sibile; cercare i suoi istinti, i suoi sentimenti, i suoi cedi¬≠menti; sorprenderlo nell’alco¬≠va e nel confessionile, nel dubbio, nel baratto, nelle pic¬≠cole e grandi vilt√†, nei rimor¬≠si. ¬ę Io, conte marchese di Villabianca ¬Ľ: io, la virt√Ļ; io, la dignit√† di una classe che la dignit√† va disperdendo; io, la Sicilia in quello che la Si¬≠cilia ha di buono, di giusto, di devoto. Soprattutto di devoto: a Dio, alla Chiesa, al Re, alle leggi, ai patti. E che niente si muova, che nessuna istituzio¬≠ne venga soppressa, mutata, interpretata con nuovo spiri¬≠to. L’Inquisizione c’√® da secoli: che resti. Ma sua mae¬≠st√† (che Dio guardi) ha man¬≠dato vicer√© un leguleio napoletano infranciosato, un liber¬≠tino, uno che se la prende coi nobili, con la festa di santa Rosalia, col Santo Uffizio: ed ecco che costringe quei poveri prigionieri, rei in materia di fede, ad uscire da una prigione dove avevano ricetto e vitto, e fa bruciare documenti e immagini, cancellare emblemi. ¬ę Croci gigliate addio, spa¬≠de addio e ulivi; non conto fate pi√Ļ, nulla voi or siete ¬Ľ: cos√¨ il marchese saluta gli stemmi dell’Inquisizione che Caracciolo fa abbattere.

Pena e malinconia quasi crepuscolare, per l’atroce mondo che se ne va; e un odio tenace, inflessibile, che non si smaglia nel riconoscimento del pi√Ļ piccolo merito, verso un uomo che di meriti ne ebbe tanti. E crediamo che la pi√Ļ grande soddisfa¬≠zione della sua vita il mar¬≠chese l’avrebbe avuta se aves¬≠se potuto leggere in Casano¬≠va quel tratto che riguarda Caracciolo. ¬ę Fui soprattutto felice di vedere a Spa il mar¬≠chese Caraccioli che avevo la¬≠sciato a Londra. Aveva otte¬≠nuto un congedo dalla sua corte e si divertiva a Spa. Era un uomo veramente in¬≠telligente, generoso, umano, comprensivo, amico dei gio¬≠vani, uomini e donne indif¬≠ferentemente, ma senza ecces¬≠so¬Ľ: quel l’indifferentemente sarebbe stato degustato dal marchese nel senso pi√Ļ maligno, dedito com’era a regi¬≠strare tutti i reati che allora si dicevano ¬ę di nefando ¬Ľ (espressione che torna di ter¬≠ribile esattezza nel caso Lavorini).

Ma reazionario com’era, va¬≠nitoso, impietoso, sadico di un sadismo spesso inconsape¬≠vole qualche volta compiaciu¬≠to, sempre pronto a catoneg¬≠giare, non molto intelligente, fanatico delle istituzioni, dei privilegi della sua classe e del la ¬ę sicilianit√† ¬Ľ, il Villabian¬≠ca trova nel Diario palermita¬≠no il suo riscatto e la sua gloria. Legato al passato, ha dato credito all’avvenire che pure gli appariva inquieto e torbido. Di fronte a una cla¬≠morosa impostura, di cui am¬≠piamente riferisce (quella dei falsi codici arabi del Velia), cos√¨ conclude: ¬ęImpostura questa che ben vi sta al se¬≠colo che appo noi sta cor¬≠rendo col vanto di secolo il¬≠luminato, sebbene io sempre l’ho tenuto per oscuro, piut¬≠tosto maldicente e torbido. Aff√© pi√Ļ sicuri corsero i pas¬≠sati tempi… ¬Ľ; ma l’oscurit√† del presente non lo fa dispe¬≠rare dell’avvenire. Che poi vagheggiasse un avvenire in cui i re avrebbero riguada¬≠gnato i loro troni e i regicidi e gli usurpatori sarebbero fi¬≠niti alle forche, in cui i nobili avrebbero ripreso la forza e la virt√Ļ antiche, in cui la fe¬≠de sarebbe stata difesa con l‚Äôantico rigore e la cosa pub¬≠blica preclusa all’intrusione di mercatanti e gabelloti, non ha poi molta importanza se, vaneggiando del passato e dei principi pi√Ļ retrivi, egli rap¬≠presentava nel Diario la pi√Ļ oggettiva immagine del pre¬≠sente, la testimonianza pi√Ļ immediata e diretta di pi√Ļ che mezzo secolo di vita pa¬≠lermitana e siciliana. Malgr√© lui, la testimonianza di una fine, una immagine di morte. Della sua classe, della ¬ę sici¬≠lianit√† ¬Ľ.

*

La morte storica della clas¬≠se cui il Villabianca fanatica¬≠mente s’appartiene √® impres¬≠sione che il Diario continua¬≠mente alimenta attraverso no¬≠tizie di singole morti, che ca¬≠dono con tale frequenza da far pensare a una mor√¨a che, come in un racconto di Poe, sia penetrata nella splendida e chiusa cittadella della no¬≠bilt√†. Ma non tutti, sotto la penna del marchese, sempli¬≠cemente muoiono o cessano di vivere o mancano di vita. Le notizie funebri vengono registrate con una infinit√† di variazioni: pass√≤ di questa vita, pass√≤ all’altra vita, pas¬≠s√≤ all’eterna vita, pass√≤ a mi¬≠glior vita, pass√≤ nel numero dei pi√Ļ, pass√≤ agli anni eter¬≠ni, pass√≤ agli eterni riposi, cedette al comun fato, soc¬≠combette al fato di natura, venne all’occaso dei suoi gior¬≠ni, dal soggiorno qui tempo¬≠raneo di noi mortali √® pas¬≠sato all’eterno… E c’√® da chiedersi se la morte venisse cos√¨ graduata dal marchese per giudizio o per affetto; se i lontani o i cattivi morissero semplicemente e i vicini o i buoni venissero destinati a una vita migliore, eterna, ri¬≠posante.

Per cui, non volendo rele¬≠garlo nella semplice morte e non riuscendo a vederlo negli eterni riposi (e se mai lo ve¬≠dremmo chino sui suoi quin¬≠terni in folio, a registrare i modi di riposo dei suoi pa¬≠ri), diciamo che il Villabian¬≠ca venne all’occaso dei suoi giorni il 6 febbraio del 1802. Bonaparte, gi√† primo console, stava per affermare che non c’era bisogno di una opposi¬≠zione. Il marchese ne sarebbe stato deliziato.

 


Letto 290 volte.
ÔĽŅ

Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart