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STORIA: I MAESTRI: La battaglia decisiva dal Grappa al mare. Poi le campane

29 ottobre 2012

di Manlio Cancogni
[da “La fiera letteraria”, numero 44, giovedì, 31 ottobre 1968]

Bassano del Grappa, ottobre

Non rivedevo il Grappa da oltre trent’anni, da quando ero alpino nel X battaglione a Bassano; nel ricordo non mi pareva che fosse così a ridosso del­la città. Il monte, che poi è un gruppo di cocuzzoli e costoni (non una sola cima come s’immagina a udirne il nome) si alza dalla pianura all’improvviso, sorgendo scuro e massiccio in faccia a chi esce da Bassano. Pochi chilometri fuori dell’abitato la strada attacca la salita.

Noi alpini si faceva spesso quell’itinerario, parti­colarmente ingrato in estate per via del sole al quale non c’era riparo. Tutto il versante meridiona­le del Grappa era completamente pelato, erba e sassi, ma più sassi che erba, un vero inferno. La strada militare saliva a zig zag, bianca e dura sotto gli scarponi ferrati. Ci passavamo soltanto noi, qualche mulo e ogni tanto un camion. Oggi è asfal­tata, non larga ma abbastanza agevole, con rin­ghiere protettive dalla parte del precipizio, molto frequentata da chi va in gita sui luoghi « sacri alla patria », confortata da una fila rada di alberi che gettano un po’ d’ombra sulle brulle pendici.

In breve ci porta in alto, dandoci l’impressione di un decollo aereo, sopra la pianura sparsa di ca­se, tagliata da strade dritte fino al mare.

Visto dal basso, il Grappa sembra un bastione compatto, un muro. Ma dopo il primo stacco, al- i’incirca un mille metri sul livello del mare, si apre, rivelando la sua profonditĂ ; si perde di vista la pia­nura e ci si addentra fra le prime quote rotondeg­gianti, nei valloncelli erbosi dove i bassanesi si co­struiscono la villetta, e del passato resta solo qual­che casa rustica col pagliaio protetto dal tettuccio di lamiera, un noce, due tremule dalla scorza mac­chiata di bianco, un castagno, resti dei boschi che un tempo ricoprivano anche queste montagne.

Tanti anni fa quando noi alpini si arrivava a questo punto della salita, benché la cima del Grap­pa invece di avvicinarsi sembrasse più lontana, biancastra e schiacciata sullo sfondo, si provava un gran sollievo. Il tratto più duro era finito, ora si poteva continuare per sentieri meno erti, distraendoci con la vista dell’erba, dei pochi alberi, e ma­gari di qualche gallina razzolante fra i sassi. Ma per i battaglioni che nel 1918 salivano in linea, co­minciava il peggio. Fin lì erano stati defilati al tiro dell’artiglieria austriaca che li scavalcava raggiun­gendo la pianura, e anche il famoso ponte di Bas­sano, ora si trovavano allo scoperto. Se il « cecchino cominciava a sparare », erano costretti a cercare riparo nelle grotte scavate nella pietra, i « fifhaus », ai lati della strada. A distanza di mezzo secolo, si vedono ancora le pendici crivellate dai colpi del­l’artiglieria. Ed erano solo le retrovie del campo di battaglia. Siamo dietro la linea delle creste con le cime famose (si tratta poi di modeste alture che si staccano di poche decine di metri dall’altipiano) l’Asolone, il Col della Berretta, il Prassolan, il Per­tica, il Solarolo, il Valderoa.

Gli austriaci, quella linea, riuscirono a sfon­darla solo una volta, nel giugno 1918, durante la battaglia del Solstizio, arrivando in certi pun­ti alle spalle dei difensori del Grappa. Un’altra spallata e scendevano in pianura prendendo sul ro­vescio lo schieramento del Piave. Sarebbe stata la fine, l’Italia questa volta avrebbe dovuto chiedere un armistizio. Un cippo, una colonnina grigia su una roccia spugnosa, artificiale, dello stesso colore, indica il punto più avanzata raggiunto dalle avan­guardie di un battaglione di Kaiserjaeger.

Ai piedi della colonna, vicino alla lapide che ri­corda l’avvenimento, c’è un cartello scritto a stam­patello da un superstite della battaglia cinquan­t’anni dopo, un caporale di fanteria che, dice, « Qui fui ferito avanzando alla baionetta ». Immagino la grande confusione di quel momento. Probabilmente né gli austriaci all’attacco, né gli italiani al con­trattacco capivano bene che cosa stesse succeden­do, perché, dato l’andamento del fronte, era difficile orientarsi e i colpi venivano da tutte le direzioni. L’artiglieria poi sparava su amici e nemici indiffe­rentemente. Il caporale a un tratto si trovò con la faccia per terra senza sapere perché.

Ma io non sono venuto sul Grappa per rievocare la battaglia del Solstizio bensì quella finale, che co­minciò qui il 24 ottobre per concludersi più tardi a Vittorio Veneto e di cui ricorre in questi giorni il cinquantesimo anniversario. Per questo devo salire sulla cresta dell’altipiano, sulla cima del Grappa da cui si domina tutto il fronte, dall’Adamello, più di cinquanta chilometri distante in linea d’aria, alla foce del Piave. Raimondo Luraghi, lo storico, l’au­tore della stupenda Guerra civile americana esper­to di storia militare (specialità che in Italia si trascura) me ne sta illustrando le fasi.

« L’armata del Grappa » mi spiega Luraghi « era la Quarta, al comando del generale Giardino, inse­rita fra la Sestache occupava l’altipiano d’Asiago (sulla nostra sinistra) e la Dodicesima, mista fran­co italiana fra il Monte Tomba e il Piave sulla de­stra. Poi venivano, sempre sul Piave, l’Ottava di Caviglia, fra il Montello e Nervesa, la Decimadi Jord Cavan, alle Grave di Papadopoli, e la Terza del duca d’Aosta, dalle Grave al mare. In tutto, considerando le altre due armate (la Settima dallo Stelvio al Garda ela Prima dal Garda all’Astico, praticamente ferme ed estranee alla battaglia), gli italiani avevano cinquantasette divisioni con 7.700 cannoni e 1.745 bombarde. Un esercito formidabile al quale gli austriaci contrapponevano un numero equivalente di divisioni, ma a ranghi piuttosto ri­dotti, 6.000 cannoni e un numero imprecisato di bombarde. Gli italiani avevano dalla loro il numero e la potenza di fuoco, gli austriaci la posizione e il vantaggio di battersi in difesa. »

Questi dati astratti, diventano concreti e chiari quando si arriva in cima al Grappa, allo scoperto, come su un gigantesco belvedere e di colpo ci si para davanti tutto l’arco alpino, con l’Adamello sull’estrema sinistra, biancheggiante di neve, in fac­cia le Dolomiti, che sembrano vicinissime, le Pale,la Marmolada, il Civetta, e, più lontane, sulla de­stra, le cime azzurre della Carnia. In vita mia ho vi­sto molti panorami di montagna, nessuno così am­pio e nello stesso tempo così vicino e ordinato. Do­po l’emozione del primo momento si può comincia­re a riconoscere via via le cime, e i luoghi di cui conosciamo i nomi. Se non sapessimo che cin­quant’anni fa il 24 ottobre, alle sei di mattina quando l’attacco incominciò, quassù non si vedeva che a pochi metri di distanza, tanto fitta era la nebbia che gravava sulla montagna, e la pioggia che sferzava i visi, potremmo immaginare di essere il comandante della Quarta armata, e il suo capo di stato maggiore, pronti a dirigere la battaglia.

« Non guardare l’Adamello », mi dice Luraghi, « c’erano solo dei piccoli reparti, e trascura anche quelle montagne blu scuro sulla nostra sinistra. Quello era il fronte della Val d’Astico, col Pasubio, il Cimone, e anche lì, nell’ottobre 1918 non ci fu vera guerra. Fermati invece sull’altipiano massic­cio più vicino a noi, sempre a sinistra, e che ci ag­gira quasi sul fianco, di là dalla valle ». Vedo una distesa circolare di boschi e di prati (azzurri i bo­schi, d’un verde opaco i pascoli) che si tende ad ar­co verso destra sollevandosi in un bordo brullo e in certi punti roccioso; dopodiché precipita a picco in un abisso senza fondo.

« E’ l’altipiano di Asiago » mi spiega Luraghi riaccendendo i miei ricordi « e i punti più alti di quell’arco sono il Verena, l’Ortigara (dove l’anno prima gli alpini erano stati condotti al macello inu­tilmente) la cima Dodici; e l’abisso è il solco della Valsugana, che unisce come un arco Bassano a Trento. E noi, col Grappa, siamo di qua. L’altipiano d’Asiago ci sta dunque sul fianco, ne siamo separa­ti solo dalla Valsugana, e se consideri che nell’ot­tobre del 1918 buona parte di esso, con tutte le ci­me più alte, era ancora in mano austriaca, puoi immaginare in che guai si trovassero i nostri, gli uo­mini della Quarta armata, che qui si preparavano ad andare all’attacco in direzione nord; erano presi d’infilata sul fianco dai colpi che gli austriaci, di là dalla valle, gli sparavano addosso dalle loro como­de posizioni ».

Gli italiani dunque, alpini e fanti, artiglieri e genieri, dovevano far finta di niente e guardare solo in avanti, verso nord e gli obiettivi assegnati loro dai piani d’attacco. E anche noi ci dimentichiamo di Asiago, e guardiamo solo a nord. Mi riesce diffi­cile, però, con lo spettacolo delle Dolomiti che si sollevano tutte insieme (Pale, Marmolada, Civetta, Pelmo, Antelao, Marmarole, rosa, venate di bianco, così inaspettatamente vicine, benché ci separino al­meno una trentina di chilometri in linea d’aria, nel cielo azzurro, sopra i vapori che salgono dalle val­li) ascoltare il piano strategico ideato dallo Stato maggiore di Diaz.

« L’attacco italiano » racconta Luraghi « doveva svolgersi in due tempi, strettamente successivi. Primo:la Quartaarmata, spalleggiata dalla Dodice­sima, alla nostra destra, comandata dal generale Graziany, con l’Y mi raccomando, che non lo scambino per quell’altro, il leone di Neghelli, l’a­gnello di Sidi el Barrani,la Quartaarmata dunque doveva espugnare tutto il massiccio del Grappa, e scendere dall’altra parte, a nord, sulla strada Cismon-Feltre, interrompendo così la principale via di arroccamento fra i due gruppi d’armate austria­ci, quello del Trentino e quello del Piave, spezzan­do il fronte in due. Secondo: subito dopo nella stessa giornata, l’Ottava armata, a destra della Do­dicesima, l’armata di Caviglia, schierata fra il Mon­tello e Nervesa, doveva attraversare il Piave, pun­tando su Sernaglia e oltre, verso Vittorio Veneto. Da qui piegando a nord, a sinistra, forzata la stret­ta di Ponte alle Alpi avanzare su Belluno pren­dendo Feltre sul rovescio. Così Quarta e Ottava si sarebbero riunite chiudendo la tenaglia.La Decimaarmata, infine, quella di lord Cavan, schierata alle Grave di Papadopoli avrebbe attraversato il Piave procedendo dritta sulla Livenza, per proteggere il fianco dell’Ottava ».

Il piano strategico era bello

« Era un bel piano ».
« Sì, ma c’era il problema dello sfondamento sul Grappa, difficilissimo ».

« Potevamo contare però sull’indebolimento del­l’avversario. L’Impero austriaco ormai era giĂ  in decomposizione, senza contare le condizioni in cui era ridotto l’esercito, veramente disperate da un punto di vista alimentare, sanitario… ».

« E’ vero. L’Impero era sull’orlo della crisi finale. Il 18 ottobre, sei giorni prima dell’offensiva italia­na, l’imperatore Carlo I aveva lanciato un manife­sto con la proposta di trasformare l’impero asbur­gico in una grande comunità federale in cui ogni gruppo etnico avrebbe costituito una comunità po­litica autonoma. E proprio il 24 ottobre il conte Karoly costituì il Consiglio nazionale ungherese preannunciando il distacco dell’Ungheria dall’Au­stria. Le ripercussioni di questi fatti sul morale delle truppe al fronte furono immediate ».

« E ricordiamoci chela Bulgariaela Turchiaavevano già firmato l’armistizio; e chela Germaniadal 4 ottobre era in trattative con gli alleati sulla base dei 14 punti di Wilson ».

« Tutto vero. Ciò non toglie che il 24 ottobre, quando alle sei di mattina cominciò l’offensiva, l’e­sercito austro-ungarico costituisse ancora un av­versario validissimo, specie qui sul Grappa. Te ne puoi rendere conto tu stesso vedendo le loro posi­zioni ».

Vedo sotto di noi le creste che si partono a rag­gerà, separate da valli piuttosto profonde; sulla si­nistra l’Asolone, una groppa tondeggiante, erbosa, molto allungata fino a un’estremità più scura e in rilievo, il Col della Berretta; davanti, una serie di balze precipitose, brulle, che risalgono poi dolce­mente a prato verso una cupola che sul versante opposto è ricoperta di boschi, il monte Pertica; sul­la destra, un crestone più impervio e affilato, che dopo numerosi saliscendi termina con una cima violacea, il Solarolo, a cui segue, subito dopo, il Valderoa. Son queste le creste su cui dovevano avanzare i nostri battaglioni, per buttare giù dal Grappa gli austro-ungarici, e inseguirli nel fondo valle, verso Feltre.

A guardarle ci si rende conto di come l’impresa non fosse facile. Appena usciti dalle trincee piĂą avanzate di cui si vedono ancora gli scavi, erano presi in pieno dal fuoco degli avversari arroccati sull’Asolone, il Pertica e il Solarolo. Per sottrarvisi, avrebbero dovuto scendere giĂą per i valloni, ma all’epoca simile condotta tattica era impensabile (i trattati di guerra in montagna raccomandavano di procedere per cresta e di conquistare le quote) e in effetti ad avanzare sul fondovalle, lasciando le alture all’avversario, c’era il rischio di restare imbotti­gliati.

Pioveva quella mattina del 24 ottobre, faceva freddo e tutta la montagna era avvolta nella neb­bia; quando cominciò il fuoco di preparazione era ancora buio. Arditi, fanti e alpini ammucchiati nei camminamenti tacevano, fradici di pioggia, fuma­vano e si guardavano le scarpe. Esistono ancora al­cune di queste profonde trincee dove le nostre truppe stavano ammassate per l’attacco, mentre le granate del fuoco di controbatteria austriaca pas­savano sul loro capo. Oggi sono mezzo interrate, piene di cardi e di rovi.

Urrah, urrah, urrah gridavano

La preparazione d’artiglieria fu breve (anche i no­stri comandi avevano imparato qualcosa dalle pre­cedenti esperienze) e subito dopo i nostri soldati uscirono all’aperto. L’Asolone, il Col della Berretta, il Pertica, il Solarolo e il Valderoa furono presi. Ne­gli squarci della nebbia si vedevano le creste che s’irraggiavano dal Grappa, formicolanti di divise grigioverdi. Gli austriaci sembravano battuti. In realtà s’erano soltanto ritirati, e ora intensificava­no il fuoco preparandosi al contrattacco.

Dell’intensità del fuoco austriaco sono una prova le pendici del Grappa, verso nord, tutte crivellate dai buchi delle granate; ma anche alle spalle della nostra linea, da cui era partito l’attacco, i prati sembrano una pelle butterata dal vaiolo. Gli au­striaci sparavano da tutte le parti, persino dall’alti­piano d’Asiago, e da Monte Fior, un massiccio che s’alza oltre Fonzaso. Arrivando coi loro gnaulìi at­traverso la nebbia, quei colpi erano ancora più spaventosi.

Scendiamo dalla cima del Grappa dove oggi sono sistemati due ossari, quello italiano rivolto verso la pianura veneta, e quello austro-ungarico, rivolto a nord, lungo la cresta centrale, sulle orme degli ar­diti, Fiamme nere e Fiamme rosse della brigata Sassari, verso il monte Pertica. Contrariamente al nome, che suggerirebbe qualcosa di verticale, aspro, diruto, è una montagnola erbosa in dolce pendio, facile alla salita. Gli arditi ne raggiunsero la sommità in meno d’un minuto, scavalcando le brevi trincee che ancora ne segnano il dorso come cicatrici. Noi la raggiungiamo senza affanno.

Ma una volta lassĂą ci rendiamo conto come fos­se difficile restarvi, anche se l’Asolone e il Berretta a sinistra e il Solarolo e il Valderoa erano anch’essi in nostre mani. « Gli austriaci » mi spiega Luraghi indicando le posizioni « ci tiravano addosso da tutte le parti. E giĂ  i Kaiserjaeger venivano su al contrattacco. « Urrah – Urrah – Urrah, gridavano an­sando ». A sentir l’amico fare quel verso con la vo­ce un po’ alterata dall’emozione e vedendo tutte in­torno le buche lasciate dai colpi, giĂ  mi veniva vo­glia di scappare, di mettermi al riparo. Gli italiani si difesero, ma a un certo punto furono costretti a sgomberare. Così avvenne sull’Asolone, il Col della Berretta e il Solarolo. Ripartirono all’attacco e ci tornarono. Ne furono nuovamente ricacciati.

Mi venne in mente il maggiore Mancini, coman­dante del mio battaglione. Era un ufficiale molto burbero, piemontese mi pare, col viso piatto e ar­rossato, gli occhi distanti e inespressivi. Un uomo che parlava poco e si faceva rispettare. Il cappella­no era andato da lui a lamentarsi per la nostra abi­tudine di bestemmiare. Egli ci ammonì brevemen­te, guardandoci storto « Il padre ha ragione » disse « e dovete ascoltarlo. Ma anche voi dovete farvi ascoltare e temere dai vostri soldati… E vi assicuro — e qui alzò la voce — che quando sul Grappa do­vevamo portarli per la terza, quarta volta all’attac­co dell’Asolone o del Col della Berretta, se a un certo punto non avessimo piantato un bel porco… non ci avrebbero ubbidito ».

Nessuna rievocazione avrebbe potuto darmi, più di quelle parole alla buona, l’immagine esatta di quello che doveva accadere cinquant’anni fa su queste alture, fra lo scoppio delle granate e il fischio delle pallottole, i corpi che cadevano, le gri­da, i mamma-mia e i lamenti. Alpini, arditi, fanti furono riportati ancora all’attacco, vennero respin­ti, tornarono indietro, ripartirono. I prati si punteg­giavano di caduti. E intanto continuava a piovere, le nubi gonfie di pioggia si aprivano a brandelli fa­cendo apparire fra gli squarci le cime contese, si richiudevano mescolando il loro odore umido a quello aspro della polvere.

« Il maltempo » dice Luraghi, « minacciava di mandare all’aria tutto il piano. L’attacco sul Piave avrebbe dovuto cominciare la sera del 24, ma sic­come il fiume era gonfio, fu rinviato di due giorni. Così fino alla sera del 26 tutto il peso dell’azione gravò sulla Quarta armata ».

Il 26, degli obbiettivi indicati dal piano, c’era nelle nostre mani solo il monte Pertica. I fanti del­la Sassarine occupavano le brevi trincee prima te­nute dagli austriaci, in mezzo a cataste di morti. Solo di italiani, su questo breve prato, poco più esteso di un campo di golf, ce n’era un migliaio. I feriti erano più del doppio. Cosparsi di caduti era­no anche l’Asolone e il Col della Berretta, sempre in mano austriaca, che tempestavano di colpi que­sta magra pendice.

Finalmente si « cominciò » anche sul Piave. Scendendo dal Montello l’Ottava armata di Caviglia lo attraversò con due corpi il VXVII e il XXII, avanzando verso Sernaglia in faccia alle alture del Cesen e dell’Agnellara, e più a vallela Dodicesimadi lord Cavan, mista di inglesi e italiani, occupate le Grave di Papadopoli si spinse in profondità sul­l’altra riva. La pioggia continuava fitta e la piena portava via i ponti alle spalle delle truppe che met­tevano piede dall’altra parte.

Una disfatta mai vista

« Il 27, » spiega Luraghi, « fu un giorno critico. Le truppe che avevano attraversato il Piave a Ser­naglia si trovarono in gran difficoltà. Non riusciva­no ad avanzare e non ricevevano rinforzi. Dei sette ponti previsti se n’era riusciti a gettare fra le due rive soltanto due, e durante la notte partirono an­che quelli. Si rischiava il disastro. Fortuna chela Decimaarmata, più a valle, sia pur lentamente continuava ad avanzare e che l’esercito austro-un­garico, minato dalle defezioni, cominciava a dar se­gni di sgretolamento ».

Il 29 fu la giornata decisiva. Quassù, sul Grappa, continuava la mischia insensata, su e giù dall’Aso- lone, dal Col della Berretta, dal Solarolo e dal Val­deroa, con gli uomini della Sassari aggrappati alla magra erba del Pertica; ma sul Piave lo schiera­mento austro-ungarico era rotto. Caviglia aveva fatto passare il fiume a un nuovo corpo d’armata, il XVIII, sui ponti di lord Cavan, poi, spostandolo sulla sinistra, l’aveva gettato sul fianco degli au­stro-ungarici, che si opponevano, oltre Sernaglia, all’avanzata delle sue divisioni. Il maresciallo Svetozar Boerevic, già alla vigilia aveva ordinato un primo ripiegamento versola Livenza: il 29 matti­na, sotto l’incalzare di Caviglia e di lord Cavan, e delle notizie di nuovi ammutinamenti, decideva di arretrare tutto il fronte del Piave, e lo sgombero del Grappa; la sera del 29 l’arretramento si tramu­tava in ordine di ritirata generale.

« Non appena si leva il nuovo giorno » scrive in Le tappe della disfatta Fritz Weber allora tenente d’artiglieria dell’esercito austriaco, « mi arrampico su un gigantesco pioppo, tra i cui rami avevamo collocato un secondo osservatorio. Il quadro che si presenta ai miei occhi è addirittura babelico: sulle due uniche strade, che attraversano la zona, si muovono compatte masse di uomini, mentre a pas­so di corsa nuovi gruppi sbucano dai filari di viti e vengono inghiottiti, strappati, trascinati via dalla fiumana. Più a nord, attraverso le nubi prodotte dalle esplosioni delle granate italiane, si distinguo­no altre masse in movimento. Sono i resti dell’e­sercito in sfacelo sparpagliati su settanta chilome­tri di fronte e spietatamente bombardati dall’arti­glieria nemica.      
La strada. Essa sembra la salvez­za ed è invece la fine per innumerevoli soldati che vengono fatti a pezzi dall’ultimo bombardamento di guerra. Gli altri, però, quelli che rimangono in­columi, vi si aggrappano saldamente e continuano la marcia, per essere raggiunti, quindici chilometri più in là dalle granate dei cannoni a lunga porta­ta. La fiumana, nella quale ci dobbiamo immer­gere, per fuggire passa vicino a noi. Avanti dun­que, soltanto avanti! Chi non può camminare è perduto, chi si piega verrà polverizzato, chi in­ciampa sarà gettato vivo nella tomba. La macina gigantesca degli stivali fangosi, degli zoccoli dei cavalli, delle ruote, coprirà le sue grida di aiuto e passerà sul suo corpo.        
Una disfatta come questa non si era ancora vista, nella storia del mondo ».

Molto diversi erano i sentimenti degli italiani, che ora avanzavano veloci sulle strade della pianu­ra veneta, passando fra i segni della rotta nemica, cannoni abbandonati, mucchi di fucili, carogne di animali, case rotte e sfondate, gruppi di prigionie­ri, barbuti, magri e intirizziti. Sul Grappa, i vincito­ri premevano gli scarponi sulle quote finalmente sgombre dal nemico, stupiti di vederle così inno­cue, quasi insignificanti, coi corpi dei caduti nel­l’erba rimpiccioliti dalla morte.

La guerra era finita. La notizia era straordinaria, ed era curioso com’essa non provocasse, lì per lì, l’esplosione di gioia che da mesi, da anni, e soprat­tutto in quei terribili ultimi giorni, ognuno s’era prefigurata. « La guerra era finita » scrive il capo­rale Giovanni Comisso. « La notizia giunta a Crespano per telegrafo verso sera venne subito tra­smessa per telefono ai reparti che si trovavano sul Grappa e poco dopo vedemmo da tutte le cime dei monti accendersi i riflettori, lanciare razzi e alzarsi grandi fiammate. Si sentiva diffondersi fra le col­line e il Grappa un suono di campane proveniente da tutti i paesi che ancora avevano intatto il loro campanile. Un suono vasto e diffuso come un fre­mito dell’aria suscitato da un vento incessante: era dal principio della guerra che non sentivamo le campane ».


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart