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STORIA: I MAESTRI: LA VITA DI MAOMETTO

28 dicembre 2012

[Tratto dall’Universale Garzanti: “Religioni”]
(In quanto non accettati dalla piattaforma wordpress, si sono sostituiti i particolari accenti presenti su alcune parole con gli accenti della nostra lingua.)

Le narrazioni della vita di Maometto sono state, sin dagli inizi, arricchite da numerosi avvenimenti leggendari: sorte comune a tutte le biografie dei fondato­ri di grandi religioni. Già prima della sua nascita, sarebbero accaduti prodigi di ogni genere: durante il periodo in cui la madre di Maometto era incinta, a ogni mese della gravidanza una voce in cielo e sulla terra andava ripetendo: «Esultiamo, perché si avvicina il tempo in cui nascerà Abul-Kāsim, degno di ogni benedizione!».

L’infanzia e la giovinezza

Maometto (Abul-Kāsim ibn ‘Abd-Allāh, detto Muhammad, «il glorificato») nasce il 20 aprile dell’anno 570 d.C. nel­la ricca città araba della Mecca, figlio del commerciante ‘Abd-Allāh e di AmÄ«na bint-Wahb: entrambe le stirpi dei genitori, Hasim e Zuhra, appartengono alla potente tribù dei Qurays (o Coreisciti), che domina appunto alla Mecca. La nascita di Maometto cade nell’«an­no dell’elefante», così chiamato perché in quell’anno il sovrano dello Yemen, Abraha, affronta una sfortunata spedi­zione con elefanti contro la Mecca, da lui ritenuta «pagana». Durante tale spe­dizione, gli elefanti di Abraha si sareb­bero inginocchiati davanti al tempio della Ka’ba, che invece avrebbero do­vuto distruggere.

Maometto, il cui padre muore prima della sua nascita, probabilmente durante un viaggio d’affari, viene affidato, per ordine del nonno paterno ‘Abd-al-Muttalib, a una balia di nome HalÄ«ma; era infatti consuetudine che i figli degli abitanti agiati della Mecca venissero affid­ati a balie appartenenti a famiglie di pastori nomadi della tribù dei Bakr. Maometto passa i suoi primi anni di vi­ta presso la balia HalÄ«ma e custodisce le greggi con il fratello di latte nella zona montuosa del Täif. A sei anni perde la madre Amina e a otto muore il nonno ‘Abd al-Muttalib: di Maometto si pren­de allora cura uno zio, AbÅ« Tālib, che lo fa partecipare, ancora adolescente, alle carovane commerciali dirette in Si­ria.

Maometto ha così modo di conoscere il suo popolo e le difficoltà e i pericoli della vita nomade. In occasione di una spedizione carovaniera, a Basra, in Siria un monaco nestoriano di nome BaKÄ«ra Muhammad predice la missione profetica del ragazzo e consiglia allo zio di sorvegliarlo e proteggerlo. Per incarico dello zio, Maometto diventa anche guida di carovane, imparando così ad affrontare percorsi disagevoli e perico­losi. Per questo genere di commercio carovaniero, la città della Mecca è un importantissimo centro di smistamento e transito tra l’Arabia Meridionale e la Siria, tra l’India e l’Egitto. Sia alla Mec­ca, sia durante i suoi spostamenti in ca­rovana, Maometto viene a contatto con uomini di diverse religioni — Ebrei, Cristiani Nestoriani, Giacobiti e Mani­chei.

Più tardi, reminiscenze di questi incon­tri culturali e religiosi entreranno nel Corano. Maometto come guida di caro­vane guadagna la fiducia dei commer­cianti della Mecca e riceve dai suoi con­cittadini il soprannome al-Amin («il fe­dele»). A venticinque anni Maometto, che vive in condizioni economiche an­cora modeste, entra al servizio di Hadīğa (555-620), vedova quarantenne di un ricco commerciante: per lei Mao­metto organizza e guida alcune spedi­zioni carovaniere, diventa il suo uomo di fiducia e, nell’anno 595, suo marito. I coniugi condividono per venticinque anni un matrimonio felice, dal quale nascono due o tre figli maschi, morti precocemente, e quattro figlie, Ruqayya, Zaynab, Umm Kulthum e Fātima (quest’ultima muore nel 632). Maomet­to e Hadīğa adottano inoltre Zaid ibn Hāritha, uno schiavo riscattato
.

La rivelazione divina e la vocazione a profeta di Maometto

Quando Maometto, nell’anno 605, ha trentacinque anni, viene prescelto per ricollocare in un angolo dell’edificio della Ka’ba la «pietra nera»: un meteo­rite, oggetto del culto popolare, che era stato rimosso a causa di una provvisoria demolizione del tempio. È tradizione comune che già Abramo avesse colloca­to il meteorite in quell’angolo della Ka’­ba per fissare il punto di partenza delle processioni rituali. Da quel momento in poi, Maometto si ritira, per alcuni gior­ni all’anno, nella solitudine delle brulle pendici del monte Hirā a meditare: lo interessano sempre di più le questioni riguardanti il giudizio divino e le «man­canze umane».

Una notte — detta «la Notte del Desti­no» — l’ultima decade del mese di ra­madan dell’anno 610, il quarantenne Maometto si addormenta in una caver­na ai piedi del monte Hirā: gli appare in sogno un angelo recante in mano un rotolo di stoffa, coperto di segni, che vuole comunicargli una prima rivelazio­ne di Allah.

Il messaggero gli tende la pergamena e lo incita:

«Leggi!». Maometto risponde: «Non so leggere!». «Leggi, leggi!» gli grida di nuovo il messaggero e gli preme la pergamena sul petto. Quando Maometto domanda: «Che cosa devo leggere?», l’angelo dice: «Leggi! Noi lo facemmo scendere (il Co­rano) nella Notte del Decreto. E ti farà conoscere cos’è la Notte del Decreto. La Notte del Decreto vale più di mille mesi. In essa gli angeli e lo Spirito, al comando del loro Signore, discenderanno con il di­vino Decreto che riguarda ogni cosa» (sura 97, 2-5).

Maometto improvvisamente si risveglia ma quelle parole gli sono rimaste nel cuore; lascia la caverna e, mentre indu­gia ancora sulla montagna, sente una voce dal cielo che lo saluta come inviato di Allah: «Maometto, tu sei l’Eletto di Allah e io sono Gabriele». Scorge pure, dritto all’orizzonte, un angelo gigante­sco: profondamente sconvolto da ciò che ha visto e udito, Maometto torna a casa, dove racconta alla moglie Hadīğa l’esperienza della rivelazione. Ella è la prima a credere nella sacra missione del marito e cerca di confortarlo con le sue parole. Ma Maometto vorrebbe fuggire dal mondo e da se stesso: si ritira allora sul monte Hirā, ma non trova la pace. Giunge a credere improvvisamente che Allah lo abbia abbandonato e pensa persino al suicidio.

L’angelo Gabriele allora gli parla una seconda volta e gli ricorda la fine dei giorni tristi della sua passata infanzia e giovinezza:

«Il tuo Signore non ti ha abbandonato, né è adirato con te. Sicuramente la condi­zione futura sarà migliore di quella attua­le e il tuo Signore presto ti colmerà di be­ni, e tu sarai soddisfatto. Non ti ha forse trovato orfano e non ti ha preso sotto le sue cure?» (sura 93, 4-7).

Durante i primi tre anni dopo la Notte del Decreto, la rivelazione di Allāh ri­mane il segreto di pochi confidenti di Maometto. A parte la moglie Hadīğa, egli mette al corrente della rivelazione solamente AlÄ« (602-611), suo cugino e più tardi genero, – nonché quarto califfo («luogotenente», «successore»), il figlio adottivo Zaid, Othman, suo amico e fu­turo genero, nonché terzo califfo, AbÄ« Bakr, suo amico e più tardi suocero, nonché primo califfo. Dopo un periodo di tre anni (fatrah), Maometto ha una nuova rivelazione tra il 612 e il 613, du­rante la quale si copre il capo per ri­spetto: «tu, avvolto nel mantello, alzati e ammonisci» (sura 74). E nella sura 6:

«Colui il quale farà una buona azione sa­rà ricompensato con dieci volte tanto; ma colui il quale commette una cattiva azione, ne riceverà l’equivalente e non gli sarà fatta ingiustizia. Di’: «il mio Signore mi ha guidato sulla retta via, la retta reli­gione, la religione di Abramo il giusto. Ed egli non era di quelli che associano al­tri dei ad Allah». Di’: «la mia preghiera e il mio sacrificio e la mia vita e la mia morte sono tutte per Allāh, il Signore dei mondi; Egli non ha compagni. Così mi viene comandato, e io per primo mi as­soggetto. Di’: «cercherò io un Signore di­verso da Allāh, mentre Egli è il Signore di tutte le cose?» E ogni anima è responsabi­le delle proprie azioni; né alcuno che por­ti un peso, porterà il peso di un altro. Ed alla fine ritornerete al vostro Signore, ed Egli vi illuminerà su tutto quanto non eravate d’accordo. Egli è colui che vi ha creato per essere luogotenenti sulla terra, e ha elevato alcuni di voi sugli altri per gradi, allo scopo di provarvi in ciò che Egli vi ha dato. In verità il tuo Signore è veloce nel perseguire; ma certamente Egli è il Sommamente Misericordioso, Cle­mente».

Maometto si considera allora l’ultimo e il più grande dei 124.000 profeti di Al­lah — tra i quali spiccano soprattutto: Mosè e Gesù —, un messaggero di gioia per i credenti e un severo censore per gli increduli.

L’opera di Maometto come profeta alla Mecca

L’annuncio profetico di Maometto si basa sulle rivelazioni ricevute ininterrottamente durante la sua vita e contenute nelle sure («parti», «capitoli») del Corano. Talvolta, quando Maometto sente avvicinarsi nel suo animo una nuova rivelazione, ha brividi di freddo, trema e si fa portare un velo o un man­tello sotto il quale lo si sente gemere, rantolare e urlare: queste manifestazio­ni, comunque, costituiscono più l’eccezione che la regola. Durante la sua mis­sione decennale alla Mecca (612-622), il profeta annuncia la fine dei tempi ed esorta alla penitenza e alle opere di be­ne, in vista del Giudizio Finale; propugna con fermezza l’unicità di Allāh, al quale i credenti devono completa sotto­missione (islām). Giornalmente ripete nei pressi della Ka’ba, con lo sguardo rivolto verso Gerusalemme, le verità ri­velate. Trova i primi seguaci tra i poveri e gli schiavi dei sobborghi della Mecca, mentre gli sono ostili i grandi mercanti, al potere nella città, che promuovono aperte azioni di violenza contro i segua­ci della nuova religione. Questi mercan­ti, infatti, vedono minacciati, a causa della nuova predicazione, i loro interes­si e la fede tradizionale, che fa della cit­tà, grazie alla presenza della Ka’ba, un luogo inviolabile e quindi sicuro per il commercio. Assimilando Maometto a un esaltato e a un pazzo, giungono a boicottare l’intero clan del profeta: nes­suno può parlare con i membri della ca­sa Hasim, né vendere loro generi ali­mentari. Il profeta consiglia ai suoi se­guaci, oppressi e perseguitati, di emi­grare in Abissinia.

Anche se Maometto afferma che l’unico e vero miracolo è la rivelazione del Co­rano, la narrazione della sua vita si ar­ricchisce di numerosi prodigi: tra i quali il miracolo dell’acqua e quello della lu­na divisa in due metà: ma il prodigio più grande è sicuramente la sua estasi mistica.

Il 27 del mese di ragab del 620, anno in cui muoiono la moglie Hadīğa e lo zio AbÅ« Tālib, Maometto viene rapito dall’arcangelo Gabriele sul cavallo bianco di nome Burak e portato dalla Mecca a Gerusalemme. Durante questo viaggio notturno (iÅ¡rā), il profeta sale miracolosamente (mi’rāğ) nei sette cieli, dove incontra Adamo (1° cielo), Giovanni e Gesù (2°), Giuseppe (3°), Idris (4°), Aronne (5°), Mosè (6°) e Abramo (7°) e questi lo accolgono come un grande fratello e sommo profeta. Prima che Maometto torni sulla terra, ottiene che i cinquanta doveri, originariamente imposti da Allah ai credenti musulmani (salat), siano ridotti a cin­que al giorno. In quello stesso anno 620 Maometto, all’età di cinquant’anni, sposa la vedova Sawda e si fidanza con la figlia di AbÅ« Bakr, la diciassettenne ‘A’isha, che diverrà dal 623 la moglie prediletta.

L’uomo di stato e il condottiero a Medina

Nell’anno 622, diciotto seguaci della ri­velazione di Maometto, provenienti dall’oasi di Yathrib, cercano il profeta e gli propongono di trasferirsi per diventare loro consigliere e capo; nello stesso tempo il conflitto tra Maometto e i do­minatori della sua città natale si ina­sprisce al punto che alcuni membri del­l’oligarchia meccana progettano di uccidere il profeta. Maometto si trasferisce a Yathrib: vi giunge, secondo l’opinione più diffusa, con alcuni fedeli (muhagirun, «emigrati») il 20 settembre del 622. Più tardi, la città di Yathrib verrà deno­minata MadÄ«nat an-NabÄ« («la città del profeta») e abbreviata poi in MadÄ«nat (Medina). L’anno dell’«emigrazione» (higra o égira) di Maometto dalla Mec­ca a Medina viene fissato, sotto il calif­fo Omar, intorno al 638, quale inizio dell’era islamica: tale era ha inizio però non il giorno stesso della higra ma il primo giorno dell’anno in cui avvenne l’«emigrazione», ovvero il 16 luglio del 622 secondo il calendario giuliano. Sul luogo dove arriva, a Medina, Maometto fa erigere la prima moschea islamica. Entra poi in possesso di un pezzo di ter­ra sul quale vengono costruite la sua abitazione e una seconda moschea. A Medina, Maometto lentamente riesce a imporsi come capo politico della città: a partire da questo momento, in ag­giunta alla sua missione profetica, egli assume anche il ruolo di legislatore e di capo militare. Sempre a Medina, ag­giunge al contenuto delle precedenti ri­velazioni riguardanti la fine dei tempi — fine del mondo, gioie del paradiso, pene dell’inferno — nuovi contenuti di carattere politico-sociale, giuridico ed etico. In conformità a quello che ormai è il suo rango, Maometto mantiene un grande harem del quale fanno parte no­ve mogli.

Come punizione contro i Meccani per la loro ostilità nei confronti del profeta e della sua rivelazione, per ordine di Maometto, varie carovane meccane vengono assalite e depredate. Allorché, nel gennaio del 624, Maometto cerca di bloccare il ritorno dalla Siria di una grande carovana, si giunge a un’aperta battaglia presso Badr, nella quale il pro­feta, con trecento seguaci, sconfigge ot­tocento o novecento Meccani. Poiché si ritiene che sia stato Allah a sconfiggere i nemici e a condurre alla vittoria (sura 8, 17), si arriverà col tempo ad attribui­re l’espansione del dominio islamico mediante la forza delle armi al volere di Allah: nasce così il concetto di Ä£ihād o «guerra santa» come strumento di espansione politica degli Arabi. Nella sura 2, detta «della Vacca», si dice:

«E combattete per la causa di Allāh con­tro coloro che combattono contro di voi, ma non trasgredite. Allah non ama i tra­sgressori. E uccidete tali trasgressori ovunque li incontriate; e cacciateli da ogni luogo onde vi abbiano cacciati; poi­ché la persecuzione è peggiore dell’assas­sinio. Ma non lottate contro di loro den­tro o vicino alla Sacra Moschea, a meno che non vi provochino. Ma se essi vi ag­grediscono, allora combatteteli. Così gli infedeli avranno ciò che loro spetta. Ma se si arrendono allora Allah è davvero co­lui che sommamente perdona, il miseri­cordioso».

Siccome gli Ebrei presenti a Medina ri­fiutano l’insegnamento di Maometto, la rottura tra quest’ultimo e la religione giudaica diviene inevitabile. Egli si con­sidera infatti colui che ha rinnovato la «religione di Abramo», alterata dai «popoli del Libro», Ebrei e Cristiani e il cui centro è la Ka’ba della Mecca. Nel febbraio del 624 Maometto stabilisce che da quel momento in poi si debba assumere come qibla (la direzione du­rante la preghiera) non più Gerusalem­me, bensì la Ka’ba; sceglie che sia il ve­nerdì il giorno deputato al servizio divi­no e sostituisce al giorno di digiuno (āshÅ«rā) — che era stato introdotto su modello giudaico — il mese di digiuno, il ramadān. I Meccani, che nel frattem­po si erano preparati alla ritorsione, nella primavera del 625 avanzano contro Medina con un forte esercito e scon­figgono i Musulmani presso il monte Uhud. Durante questa battaglia, Mao­metto viene ferito: una pietra gli taglia le labbra, una freccia gli passa da parte a parte una guancia e perde due denti. Nel marzo del 627 i Meccani avanzano di nuovo e assediano Medina, ma devo­no ritirarsi dopo alcune settimane. A questo punto Maometto fa cacciare tut­te le famiglie ebree di Medina, sospette di simpatizzare con i nemici: fa uccide­re seicento uomini e vendere le loro mo­gli e i loro figli come schiavi. Intanto, riesce a ottenere un’alleanza con le tri­bù nomadi dei Beduini contro la città rivale.

Nell’aprile del 628, Maometto intra­prende un pellegrinaggio alla Mecca, senza però riuscire a raggiungere la me­ta: ottiene invece di concludere con i Meccani un armistizio della durata di dieci anni. Già nel marzo dell’anno suc­cessivo, Maometto raggiunge pacifica­mente la sua città natale con un gruppo di seguaci disarmati: dopo aver pregato e girato attorno al santuario della Ka’­ba, egli visita il sepolcro di Hadīğa, per poi far ritorno a Medina. Un anno do­po, il profeta muove con diecimila uo­mini contro la Mecca e, senza incontra­re opposizione entra, nel mese di rama­dān dell’anno 630, nella città che aveva dovuto abbandonare otto anni prima. Seduto trionfalmente su un cammello, cavalca per sette volte intorno alla Ka’­ba, distrugge con un bastone i simulacri delle antiche divinità arabe del territo­rio sacro e prende possesso della «pietra nera»; proclama la Mecca, con il san­tuario della Ka’ba, «la città santa» del­l’Islam. Dopo aver istituito il rito del pellegrinaggio alla Mecca, cui egli stes­so prenderà parte ancora una volta pri­ma della morte, Maometto ritorna a Medina.

Il pellegrinaggio d’addio e la morte

Negli anni tra il 630 ed il 632, Maomet­to si dedica completamente ai suoi com­piti di capo religioso e politico; nel 632, infine, decide di intraprendere, nel mese già stabilito per questo rito, il suo ulti­mo pellegrinaggio. Con novantamila pellegrini parte alla volta della «città santa». Giunto nella valle di ‘Arafat tie­ne un discorso di fronte a una immensa folla, facendo riferimento alla sura 5, 9. Subito dopo il suo ritorno a Medina, Maometto cade ammalato.

«O voi che credete! Siate risoluti nella causa di Allah, e siatene testimoni in equità. E non lasciate che l’inimicizia di alcuni vi inciti ad azioni che non siano secondo giustizia. Siate sempre giusti, perché questa è la cosa più vicina alla ret­titudine. E temete Allah. Sicuramente Al­lah è a conoscenza di ciò che fate».

Nonostante la malattia, si reca ugualmente alla mo­schea a pregare e predicare, accoglie postulanti e ambascerie, amministra la giustizia e dà consigli. Il lunedì 8 giugno del 632 si reca per l’ultima volta alla moschea; torna poi nell’abitazione della moglie prediletta ‘A’isha. Qui lo rag­giunge l’angelo della morte che doman­da al profeta il permesso di prendere la sua anima; Maometto risponde: «O morte, fa’ ciò che devi», reclina la testa sul grembo di ‘A’isha e muore. Le sue ultime parole sono: «L’Amico, l’Altissi­mo, dal paradiso». La terza notte dopo la sua morte, il profeta viene sepolto nel luogo stesso dove era spirato: la sua tomba si trova, oggi, nella moschea di Medina, ampliata con successive co­struzioni, ed è circondata da una can­cellata in ferro battuto e ottone sulla quale è ripetuta, in artistici caratteri, la sintesi del credo islamico: «Non c’è al­cun Dio all’infuori di Allah. Maometto è l’inviato di Allah». Alla sua morte, il Profeta lascia un harem composto da nove mogli e tre concubine: le vedove di Maometto, quali «madri dei fedeli», non potranno passare a nuove nozze.


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Bart