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STORIA: I MAESTRI: Matteo Lo Vecchio

15 agosto 2017

di Leonardo Sciascia
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, 6 maggio 1969]

In via Albergheria doman¬≠diamo a una donna dov’√® la via Matteo Lo Vecchio. Ri¬≠sponde che dev’essere un po’ pi√Ļ avanti, a sinistra. Per dar¬≠ci pi√Ļ sicura indicazione, gri¬≠dando domanda a una vicina se la via di Mattiu ‘u Viecchiu non √® pi√Ļ avanti, a sini¬≠stra. La vicina ripete il no¬≠me, ci pensa su un momento, conferma. Pronunciato in dia¬≠letto, con quel di possessivo e con una inflessione in cui ci pare di cogliere lontano ti¬≠more e disprezzo, quel nome fa uno strano effetto: come stessimo cercando una perso¬≠na viva, nel quartiere ben co¬≠nosciuta ma indesiderata.

La via è poi un vicolo cor­to e stretto, fatto di tristissime case; e una piuttosto antica, forse appunto quella del Lo Vecchio. Meno oscuro, però, di quello vicino intitolato a Cagliostro: il vicolo in cui Goethe entrò in un pomerig­gio di aprile del 1787, per in­gannare la vecchia madre del grande avventuriero.

*

Con la bolla Quia propter prudentiam tuam, nel 1097 Urbano II conferiva a Rug¬≠gero il normanno e ai suoi successori il potere della Legazia Apostolica sulla Sicilia ap¬≠pena ¬ę liberata ¬Ľ dagli arabi. Tale potere consisteva nella giurisdizione sulle cose eccle¬≠siastiche da parte dei re di Si¬≠cilia: e veniva esercitato, su¬≠premamente, attraverso un tri¬≠bunale detto della Regia Mo¬≠narchia (denominazione in cui si affermava e ribadiva la dop¬≠pia potest√†, temporale e spiri¬≠tuale, del re: sia nell’interpre¬≠tazione di Monarchia come contrapposto a diarchia, sia nel significato medioevale di diocesi). Unito al potere di nominare i vescovi, quello della Legazia, anche se non entrava nelle questioni di fede, faceva dei re siciliani quasi dei papi (o quasi degli antipapi): e perci√≤ pi√Ļ volte, nel corso dei secoli, la Curia Romana aveva tentato di negare l’autenticit√† della bolla o di darne interpretazioni limitati- ve; ma in difesa del privilegio si era formata in Sicilia una scuola giuridica talmente agguerrita, intransigente e sottile che la bolla ¬ę aveva aspetto e sostanza di un vero e proprio contratto non rescindibile unilateralmen¬≠te ¬Ľ. La bolla insomma era considerata dai giuristi sici¬≠liani come oggi, rovesciandosi le parti, alcuni giuristi catto¬≠lici pare vogliano considerare il concordato del 1929.

Sul punto, il conflitto pi√Ļ violento tra Curia Romana e Regno di Sicilia esplose il 22 gennaio del 1711. E per un pugno di ceci che due guardie annonarie del comune di Li¬≠pari (i cui nomi ‚ÄĒ Giambat¬≠tista Tesorero e Giacomo Cri¬≠sto ‚ÄĒ dai brevi pontifici sono stati tramandati alla storia) prelevarono come tassa da un bottegaio che per conto del vescovo li teneva in vendita. Era vescovo di Lipari monsi¬≠gnor Nicol√≤ Teleschi, di recen¬≠te nomina. E appena appresa la notizia di quella esazione, secondo lui illegittima, si ac¬≠cese ¬ę di s√¨ vehemente furo¬≠re, che divenendo Mongibello di eccidi, eruttar parea fiam¬≠me di orrende minacce ¬Ľ. A placarlo, le autorit√† comunali di Lipari ordinarono alle due guardie di restituire gli otto¬≠cento grammi di ceci. Ma a monsignore non bastava la re¬≠stituzione: voleva che le au¬≠torit√† dichiarassero illegittima l’azione delle guardie e gli rivolgessero pubbliche scuse. Al rifiuto, fulmin√≤ sulle due guar¬≠die, quali violatori delle im¬≠munit√† ecclesiastiche, la sco¬≠munica maggiore.

Il Tribunale della Regia Monarchia, cui le guardie fe¬≠cero ricorso, sospese il prov¬≠vedimento di scomunica. Il ve¬≠scovo corse a Roma: e otten¬≠ne piena approvazione al suo operato, una lettera che dichia¬≠rava incompetente il Tribuna¬≠le della Regia Monarchia ed un’altra, diretta all’episcopato siculo e con ordine di render¬≠la pubblica, che ribadiva la stessa tesi. Ma per rendere pubblica la lettera, i vescovi avevano bisogno dell’approva¬≠zione di quel Tribunale stesso che la lettera attaccava. Alcu¬≠ni vescovi la chiesero (e natu¬≠ralmente non l’ebbero), altri fecero presente alla Santa Se¬≠de le conseguenze che la pub¬≠blicazione della lettera poteva portare (i pi√Ļ ingenui: poich√© la Santa Sede appunto le ave¬≠va calcolate); i vescovi di Ca¬≠tania, Girgenti e Mazara la pubblicarono senz’altro. A questo punto, il vicer√© Carlo Antonio Spinola domand√≤ al clero siciliano pi√Ļ qualificato per dottrina un parere sulla controversia. Cinquantanove maestri teologi dichiararono legittima l’azione del Tribunale e illegittime le pretese della Santa Sede. Stampata e diffusa la dichiarazione, il vicer√© fece seguire un bando in cui si dicevano nulli tutti gli atti di provenienza estera non approvati dall’autorit√† regia. Il vescovo di Catania reag√¨ immediatamente: dichiar√≤ nullo il bando del vicer√© e la dottrina in esso contenuta ¬ę temera¬≠ria, orrida, scandalosa e perni¬≠ciosa ¬Ľ. Il vicer√© ordin√≤ l’e¬≠spulsione dal Regno del vesco¬≠vo di Catania; e subito dopo quella dei vescovi di Girgenti e Messina. Partendo, i tre ve¬≠scovi decretarono l’interdetto sulle loro diocesi e lanciarono scomuniche contro giudici e ufficiali di polizia.

Intanto, per il trattato di Utrecht, Filippo V di Spagna cedeva a Vittorio Amedeo II di Savoia il Regno di Sicilia. Il nuovo re cerc√≤ di trattare con la Santa Sede una soluzio¬≠ne del conflitto soddisfacente per entrambe le parti. La San¬≠ta Sede fu irremovibile: voleva la fine del privilegio. Il con¬≠flitto si fece allora pi√Ļ violen¬≠to. Nella sola diocesi di Gir¬≠genti vennero a mancare (per arresto, espulsione e latitan¬≠za) settecentodiciannove eccle¬≠siastici. Il clero era ormai di viso in ¬ę curialisti ¬Ľ e ¬ę regalisti ¬Ľ, si parlava di ¬ę scisma si¬≠ciliano ¬Ľ. Nelle diocesi in interdizione nascite, matrimoni e morti non avevano pi√Ļ sacra¬≠menti: e la gente si ci rassegnava.

Forse perch√© pi√Ļ acuto del¬≠lo Spinola, forse perch√© favo¬≠rito dal sommuoversi di spe¬≠ranze e di energia che in Si¬≠cilia provocano i mutamenti di vertice, il vicer√© conte Maffei port√≤ la difesa del privilegio da un piano puramente giuridi¬≠co a un piano culturale e ri¬≠voluzionario. Vennero fuori ¬ę uomini nuovi ¬Ľ, una vera e propria classe dirigente qua¬≠le mai la Sicilia aveva avu¬≠to (e mai, purtroppo fino ad oggi, avr√†). Corsero venature gianseniste, si ebbero pi√Ļ stret¬≠ti rapporti con la cultura fran¬≠cese. Un clero che credeva in Dio e propugnava il diritto dello Stato contro la tempora¬≠lit√† della Chiesa veniva affer¬≠mandosi contro il vecchio cle¬≠ro isolano, sostanzialmente ateo, avido di benefici, intento a scrutare e ad avallare prodigi e superstizioni.

Ad eseguire mandati di arresto o di deportazione contro il clero pi√Ļ riottoso, ci voleva un ufficiale di polizia particolarmente zelante e particolarmente refrattario, per temperamento o per convinzione, alle scomuniche. E cos√¨ venne fuori Matteo Lo Vecchio: forse dai ranghi della polizia or¬≠dinaria chiamato alla fiducia del giudice Antonio Nigr√¨. Fi¬≠ducia bene accordata: ch√© Matteo Lo Vecchio fu infles¬≠sibile esecutore, affrontando scomuniche, esecrazione, im¬≠popolarit√†. Il canonico Mongitore, del partito ¬ę curialista ¬Ľ, afferma che facilmente i pre¬≠ti lo corrompevano e scansava¬≠no l’arresto: ma il numero stesso dei preti arrestati con¬≠traddice l’affermazione, e l’o¬≠dio di cui il Mongitore lo gra¬≠tifica, e la vendetta di cui fu vittima.

*

Nel giugno del 1718, in vio¬≠lazione del trattato di Utrecht, gli spagnoli tornavano a im¬≠padronirsi della Sicilia. Tor¬≠nando alla vecchia politica, la Spagna, che nel 1711 non aveva ceduto alla Santa Sede, nel 1719 ne accettava le con¬≠dizioni. Per pacificare gli ani¬≠mi, ma pi√Ļ per riparare agli errori, gradualmente venivano revocati gli interdetti, ritirate le scomuniche. Ma molti uo¬≠mini di cultura erano gi√† emi¬≠grati a Torino. Quelli rimasti in Sicilia venivano allontana¬≠ti o si allontanavano dalla vi¬≠ta pubblica. Ultimo ad essere assolto dalla scomunica fu Matteo Lo Vecchio. Ma non dalla vendetta: e due colpi di archibugio mettevano fine alla sua vita la sera del 21 giugno, davanti la cattedrale.

Alla data 22 giugno 1719, il canonico Mongitore annota nel suo diario che al funerale, pagato da don Antonio Nigr√¨, popolani e ragazzi ¬ę si posero dietro il cadavere con fischi e dispreggi, crocitando e riden¬≠do ¬Ľ, sicch√© fu abbandonato in strada. Prelevato da alcuni facchini, fu lasciato dietro la chiesa di Sant’Antonino: ma i frati dell’attiguo convento usci¬≠rono armati di bastone, inse¬≠guirono i facchini, ne raggiun¬≠sero uno solo e costui costrin¬≠sero a caricarsi del cadavere. Facchino e frati cercarono di scaricarlo al cimitero dei po¬≠veri, ma il romito che lo cu¬≠stodiva rifiut√≤ di accoglierlo: ¬ę onde i portatori, salito il mu¬≠ro dietro la chiesa, lo porta¬≠rono ivi; e vedendo in tal luo¬≠go un pozzo secco, in esso de¬≠nudato gettarono il cadavere ¬Ľ. E conclude: ¬ę Fu da tutti am¬≠mirata la divina giustizia con¬≠tro un dispreggiatore della Chiesa e ordine ecclesiastico ¬Ľ.

Ma non da noi. E mentre guardiamo la casa che forse fu sua ricordiamo lo strazian¬≠te racconto di Faulkner che si intitola Una rosa per Emily: di miss Emily che per anni dorme accanto al cadavere dell’uomo amato. Una rosa per Matteo Lo Vecchio: per questo cadavere che esattamente da un secolo e mezzo giace, in fondo al pozzo secco, accanto al cadavere dello Stato.

 


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Bart