|
|
STORIA: I MAESTRI: Occasioni perdute1 giugno 2012
di Carpendras (Manlio Cancogni) Il venticinquesimo anniversario dell’8 settembre è stato celebrato nei consueti e antichi modi. I rappresentanti del governo e dei partiti, deputati e senatori, non hanno dimenÂticato di ricordarci che quella data è all’origine dell’attuale ordinamento dello Stato, della nostra convivenza civile. Un impegno a promuovere una societĂ piĂą giusta, piĂą libera, piĂą moderna eccetera. Tutte cose risapute e che si ascoltaÂno ormai con rassegnazione se non con ironia. Con questo non voglio dire che l’8 settembre, con quel che segue (due anni di guerra civile) non segni una svolta decisiva nella nostra storia. Mi sembra, però, che la sua ceÂlebrazione quest’anno, dopo eventi tanto drammatici, si saÂrebbe prestata a riflessioni piĂą mature e meno convenzionaÂli di quelle che ci hanno propinato i nostri rappresentanti ufficiali, la stampa, la radio e la televisione. Venticinque anni fa, quando cominciòla Resistenza, l’oÂbiettivo immediato era. non c’è dubbio, la liberazione del Paese dai tedeschi e dai loro servi. Questo obiettivo però non sarebbe stato sufficiente a suscitare tanto fervore, se non l’avesse accompagnato un’idea, un sentimento ben piĂą profondo. Il sentimento cioè che, dopo, si avrebbe avuto un’Italia diversa, una nuova societĂ , un nuovo modo di viÂvere e di intendere i rapporti fra i cittadini e il potere. Solo pochi anziani pensavano a una restaurazione, sia pure riveduta, della democrazia parlamentare prefascista. Non ricordo che una simile eventualitĂ fosse presa seriaÂmente in considerazione dai partigiani di montagna e di cittĂ , anche da quelli appartenenti ai gruppi piĂą moderati, eccettuati forse i monarchici. L’idea che alcuni partiti, una votazione ogni quattro o cinque anni, un’assemblea con qualche centinaio di deputati, fossero sufficienti a soddisfaÂre le esigenze politiche di un Paese che pretendeva rinnoÂvarsi, faceva sorridere quei giovani che stavano mettendo a repentaglio la vita. Neanche la prospettiva di una rivoluzione economica, con un mutamento nei rapporti di proprietĂ , sembrava sufÂficiente. PiĂą importante di tutto pareva il problema delÂla democrazia. Si voleva che non fosse apparente, simÂbolica, ma reale. Si pensava ai modi in cui avrebbe poÂtuto esercitarsi, fuori degli schemi abituali e logori. E’ allora che divennero per la prima volta attuali termini come autogoverno, autogestione, autonomia, democrazia diÂretta, federalismo. Si prospettava, sia pure ingenuamente, l’immagine di un’Italia non piĂą centralizzata, di una fedeÂrazione di cellule autonome in cui, come nell’antica « poÂlis », tutti i cittadini avrebbero partecipato direttamente, non per delega, alla gestione del potere. Finitala Resistenza, questa attesa di novitĂ , questo fervoÂre, si spensero. Dopo pochi mesi, un’estate, la piena rientrò nell’alveo. Furono i partiti a dare l’esempio, compresi quelÂli rivoluzionari. L’Italia, piĂą che desiderosa di accogliere una nuova democrazia, sembrava appena adatta a restauraÂre quella antica, la democrazia prefascista, articolata sui partiti, il Parlamento, la votazione periodica. E i giovani? Non facevano eccezione. Per chi scrive è triÂste ricordare come essi accettarono passivamente l’ingresÂso dei tradizionali partiti e delle loro procedure nell’UniversitĂ , proprio in quel mondo cioè che pareva piĂą di ogni altro adatto a sperimentare le nuove concezioni di autogoÂverno. Una volta che in una riunione nella FacoltĂ di ArÂchitettura a Firenze un oratore improvvisato accennò al problema (con un po’ di demagogia disse esplicitamente agli studenti: « L’Università è vostra, governatela voi senza la mediazione dei partiti ») fu accolto piĂą che con freddezÂza, con diffidenza. Gli studenti pareva avessero fretta di imitare la societĂ politica degli adulti, dominata dal gioco dei partiti intorno al potere. Ed ecco che venticinque anni dopo l’8 settembre, sono loÂro a riproporre il problema, facendo proprie, con aggiornaÂmenti culturali (piĂą che altro di linguaggio) quelle esigenÂze che alimentarono vanamentela Resistenza. C’è una straÂna coincidenza in queste date. L’8 settembre del ’43, l’ordiÂnamento militare, amministrativo dell’Italia monarchica fece naufragio davanti alla realtĂ ; oggi appare evidente a tutti come non solo le istituzioni ottocentesche della demoÂcrazia parlamentare siano in ritardo davanti allo svilupÂpo industriale e tecnologico del Paese, ma anche le propoÂste rivoluzionarie dei giovani. Così la storia si ripete: come sempre l’Italia arriva in riÂtardo agli appuntamenti. In questi venticinque anni la sfasatura fra mondo politico e mondo economico è diventaÂta enorme, quasi incolmabile. L’Italia economicamente, tecÂnologicamente è un Paese moderno, proiettato in avanti, con tutto il bene e il male. Ma politicamente? Ci vogliono altri rimedi che l’autogestione, oggi! Oggi la cosiddetta societĂ affluente ci sta proponendo l’iÂpotesi di un governo tecnocratico, concentrato in pochissiÂme mani, in cui non ci sarĂ nemmeno piĂą la delega della democrazia parlamentare. La scienza, infatti, bisogna conÂvenirne, non è elettiva. In questo caso la democrazia, giĂ problematica venticinque anni or sono, minaccia di divenÂtare una pura formula. E’ su questa prospettiva che si doÂvrebbe riflettere e agire, se non si vuole, come l’8 settemÂbre del ’43, perdere di nuovo l’occasione. Letto 155 volte. Nessun commento »Non c'è ancora nessun commento. RSS feed dei commenti a questo articolo. TrackBack URI Lascia un commento |
||||||||||