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STORIA: I MAESTRI: Una nuova capitale per la Libia /1

28 Marzo 2011

di Paolo Monelli
[dal ‚ÄúCorriere della Sera”, domenica 16 marzo 1969]

Tripoli, marzo 1969. Il luglio del 1942 Benito Mussolini, eccitato dalla rapida avanzata delle truppe italiane e tedesche in Egitto fino ad el Alamein, si trasfe¬≠r√¨ in Libia fantasticando di un suo imminente trionfale ingresso al Cairo. (Dal mini¬≠stero della cultura popolare furono invitati i principali giornali ad inviare in Libia ¬ę giornalisti pratici di dimostrazioni ¬Ľ). Prese alloggio a seicento chilometri dalla pri¬≠ma linea, sull’altipiano cire¬≠naico che coloni italiani da tre o quattro anni stavano mettendo a coltura, pacifica retrovia, in una casetta a mezza costa sommersa da centinaia di sacchetti di ter¬≠ra, presso il villaggio agricolo di Beda Littoria. Luogo sacro per gli arabi; sorge in quei pressi il pi√Ļ illustre marabut¬≠to della Cirenaica, la tomba del santone Sidi Raafa, del VII secolo, ed una zauia (scuola religiosa) creata nel 1840 dal nonno del re attua¬≠le, Muhammed Ibn Ali As¬≠suntisi, ¬ę il gran Senusso ¬Ľ, fondatore della confraterni¬≠ta musulmana che ne prese il nome: un movimento religio¬≠so che si √® diffuso special¬≠mente fra i beduini, i noma¬≠di del deserto, e intende ri¬≠condurre l’Isl√†m all’originale purezza e durezza di vita. (Il marabutto, rovinato nel cor¬≠so della guerra italo-turca, fu poi restaurato dal nostro governo).

Mussolini era appena arri¬≠vato sull’altra sponda che i preparativi per la ripresa del¬≠l’offensiva si interruppero; non giungeva pi√Ļ un solo ba¬≠rile di benzina attraverso il mare dominato dagli inglesi, n√© un pezzo di ricambio per i carri armati. Il potente pas¬≠s√≤ una ventina di giorni in ozio inglorioso andando a caccia di pernici con il fu¬≠cile mitragliatore, e scenden¬≠do ogni tanto sulla strada a dar la baia ai prigionieri in¬≠glesi diretti ai campi di con¬≠centramento; finch√©, deluso e ammalato, torn√≤ a Roma.

Ora sul luogo della sua ef¬≠fimera residenza, e per chi¬≠lometri quadrati intorno, √® nata la nuova capitale della Libia, el Beda (che gli arabi trascrivono Beida); vi hanno lavorato e vi lavorano tuttora numerose imprese edilizie, quasi tutte italiane, gi√† sono pronti quartieri per decine di migliaia di abitanti che sono ancora in mente Dei, solenni edifici pubblici come il parla¬≠mento, scuole, una accademia di arti e mestieri, falansteri per deputati, senatori, mini¬≠stri, funzionari, centinaia di villette, casermoni che si le¬≠vano compatti su da un ter¬≠reno ancora sconvolto, ch√© non si sono ancora fatte le strade, e l’acquedotto sar√† pronto solo alla fine del pros¬≠simo anno. E accanto ad un grandioso albergo e ai caser¬≠moni √® sorto un brulicante mercato. E’ un frettoloso can¬≠tiere, un andirivieni di cen¬≠tinaia di autocarri, un por mano a tante faccende tutte insieme, che √® l’aspetto pi√Ļ caratteristico di questo paese che √® uno degli Stati pi√Ļ nuo¬≠vi del mondo, e testimonia nelle citt√† dissepolte ‚ÄĒ Sabratha, Tolemaide, Cirene, Leptis Magna ‚ÄĒ di una ci¬≠vilt√† greca e romana che ri¬≠sale a venticinque secoli fa; e ha meno di un milione e mezzo di abitanti sopra una superficie che √® sei volte quel¬≠la dell’Italia; ed √® passato in cinque anni da un’indigenza rassegnata ad una prosperit√† vigorosa e confidente, da quel giorno del 1959 che un pozzo presso Zelten, nel deserto sirtico, in dodici ore port√≤ alla superficie petrolio da una profondit√† di 1800 metri nel¬≠la misura di 17.500 barili al giorno (un barile √® uguale a 156 litri).

Nel 1955 il giornalista ame¬≠ricano John Gunther nel suo libro Inside Africa paragona¬≠va la Libia ad un bambino che stia ancora imparando a camminare: ¬ęE’ forse il pi√Ļ povero Stato del mondo, con un incerto futuro, che vive soltanto dei regolari sussidi dell’Inghilterra e degli Stati Uniti ¬Ľ. Ed ora si concede il lusso di costruirsi una quarta capitale nuova di zecca. Ce n’era il bisogno?

Il regno di Libia √® nato il 1¬į gennaio del 1952 come una confederazione di tre Stati, Tripolitania, capitale Tripoli; Cirenaica, capitale Bengasi; Fezzan (immensa regione de¬≠sertica del sud con cinquanta¬≠mila abitanti, per lo pi√Ļ no¬≠madi), capitale Sebha. Il go¬≠verno si trasportava ogni due anni da Tripoli a Bengasi, e da Bengasi a Tripoli, e cos√¨ facevano il parlamento e i funzionari dei ministeri. L’an¬≠no 1965 un emendamento del¬≠la costituzione cambi√≤ la for¬≠ma dello Stato, da federale ad unitario; e subito si pen¬≠s√≤ a fare di Beda la capi¬≠tale del regno unito; e gi√† lo scorso anno il re vi inau¬≠gur√≤ solennemente la sessio¬≠ne del parlamento.

Un sovrano savio

Re Idriss I (che √® sulla so¬≠glia degli ottant’anni) √® nipo¬≠te, dunque, del fondatore del¬≠l’ordine dei Senussi. Nomina¬≠to gran Senusso nel 1917, poi proclamato emiro della Cire¬≠naica, e nel 1950 acclamato re di Libia, √® universalmente lo¬≠dato come sovrano giusto e savio, equilibrato e pacifico. Ma si dice che il suo cuore sia sempre con i cirenaici, che si sentono diversi dai tripolitani (si vantano di essere gli eredi dell’antica civilt√† greca mentre i tripolitani ri¬≠salgono soltanto ai cartagine¬≠si e ai romani); e soprattutto con quei cirenaici che profes¬≠sano la dottrina senussita: in fondo la nuova capitale √® cresciuta su dalla zau√¨a ori¬≠ginaria di cui ho detto, dive¬≠nuta oggi una grande univer¬≠sit√† islamica, con grandi co¬≠modi alloggi per studenti di ogni parte del mondo arabo e per un corpo di teologi dottissimi.

Vi sono giunto per l’antica strada litoranea costruita dal governatore Italo Balbo, che si stende dal confine tu¬≠nisino a quell’altipiano; che ora una ditta italiana sta raddoppiando, costruendo qua e l√† tronchi nuovi per cor¬≠reggerne il percorso, con ope¬≠re d’arte e grandi viadotti che scavalcano forre bosco¬≠se. Si passa accanto a caset¬≠te tutte uguali, le pi√Ļ ab¬≠bandonate; sono quelle co¬≠struite per i coloni che ven¬≠nero qui gli anni ’38 e ’39 per cura dell’ente per la colonizzazione della Cirenaica, ebbero appena il tempo d√¨ piantare eucalipti e tamerici e seminare grano ed orzo che li sorprese la guerra, e la fine del 1942 l’ordine del mi¬≠nistero delle colonie di pian¬≠tar tutto e rientrare in fretta in Italia (avevano subito an¬≠gherie e danni nel corso del¬≠la prima avanzata inglese, si temeva di peggio per la se¬≠conda preveduta imminente). Di duemila famiglie che era¬≠no ne rimasero una sessanti¬≠na, che rimpatriarono tutte dopo la fine della guerra; finch√© ne rimase una sola, una famiglia bolognese che rest√≤ a lungo indisturbata a coltivare il suo podere presso Barce, finch√© scomparve an¬≠che quella. Della loro opera √® rimasto qua e l√† un man¬≠to verde su ci√≤ che era terreno incolto e steppa, per cui oggi questa parte della Cirenaica √® chiamata ¬ę la mon¬≠tagna verde ¬Ľ.

Barce risorta

L√† dove la strada esce da un labirinto di collinette ton¬≠de e la vista si allarga su una grande estensione di terreno fino ad una vasta luce d’acque ai piedi di un azzurro gradino dell’altopiano, che prendo sulle prime per un fe¬≠nomeno di fata Morgana (√® invece un lago estemporaneo d’acqua piovana che scompa¬≠rir√† con i primi calori), un cartello sulla strada annun¬≠cia che l’abitato che mi vie¬≠ne incontro √® Barce; la nuo¬≠va Barce costruita in luogo dell’antica, fondata venticin¬≠que secoli fa dai greci di Cirene, e distrutta da un ter¬≠remoto l’anno 1963.

Dopo quello che ho veduto, penso che noi italiani dovrem¬≠mo venire a prendere lezione dai libici. Appena sgomberati i superstiti dalle case rovinate le autorit√† fecero venire un geologo giapponese che in¬≠dicasse il luogo pi√Ļ adatto per rifare la citt√† (e il geologo indic√≤ una conca cinque chi¬≠lometri distante), ne affida¬≠rono due anni fa la ricostru¬≠zione a due ditte italiane, con un piano regolatore per cui sorsero prima di tutto l’ospe¬≠dale, la scuola, il municipio, la moschea, poi gruppi di ca¬≠sette linde, allineate lungo viali ove sono gi√† piantati gli alberelli, ben sostenuti, che diverranno in breve frondosi eucalipti o tamerici. A cin¬≠que anni dal cataclisma Barce ricomincia a vivere, i citta¬≠dini vi ritornano fiduciosi. Credete che fra quattro anni saranno scomparse le tracce del terremoto che sconvolse la Sicilia occidentale, e que¬≠gli abitanti avranno tutti ospedali e scuole e case co¬≠mode e accoglienti?

L’arco di trionfo

Beda, a seicento metri di altitudine, si annuncia con un arco di trionfo, e i grandiosi edifici della universit√† islamica; ed un foltissimo viale di grandi alberi porta alla citt√† che si distende fin dove giunge l’occhio sopra dossi ondulati. Finch√© dur√≤ la luce del giorno, e andai a parlare con i dirigenti e gli operai specializzati delle ditte italia¬≠ne che hanno eretto il quar¬≠tiere destinato ai ministri ai senatori ai deputati, e le tre¬≠cento ville e gli ottocento ap¬≠partamenti per funzionari e professori e impiegati, e di quella che sta costruendo l’ac¬≠quedotto; e vidi le bottegucce intorno alla piazza del mer¬≠cato traboccanti delle merci di consumo provenienti da ogni parte d’Europa e dal Giappone, e gli indigeni, che lavorano nelle imprese di co¬≠struzione e si trovano le ta¬≠sche piene d√¨ quattrini di cui non sanno che fare, compe¬≠rare cose mai prima vedute o desiderate, apparecchi ra¬≠dio e televisivi, dischi e gira¬≠dischi, mobili alla lombarda, poltrone alla tedesca, e ve¬≠stiti e maglioni di foggia eu¬≠ropea, e scarpe, e suppellet¬≠tili di cucina; finch√© avevo gente intorno potevo ancora illudermi di essere in una cit¬≠t√† come tante altre, in rapido sviluppo.

Ma venuta la sera, dirada¬≠ta la folla intorno al mercato, scomparse le maestranze ne¬≠gli alloggi o nelle mense, da quelle infinite case lucide e vuote, buie le finestre, nessuna anima intorno, non una voce, non un suono, solo qualche raro passaggio di autocarri, mi venne uno sgomento allu¬≠cinato. Mi vennero in mente i discorsi sentiti a Tripoli, che deputati e senatori e fun¬≠zionari e impiegati, i membri di quel sottilissimo strato so¬≠ciale che pu√≤ avere uno Stato di cui i tre quarti degli abi¬≠tanti vivono nelle campagne o sono nomadi, non hanno al¬≠cuna intenzione di trasferirsi in questa citt√† nuova, di la¬≠sciare Tripoli e Bengasi che hanno una vita moderna, sono affacciate al mare di Eu¬≠ropa, e hanno spiagge e casi¬≠ni da gioco. E se a Bengasi lo spirito religioso √® pi√Ļ forte e resistono i costumi all‚Äôanti¬≠ca, Tripoli √® pi√Ļ vivace e spregiudicata; ma come passare il tempo in questa metropoli sacra, sede di una grande uni¬≠versit√† religiosa dove finora non si √® vista una donna bianca; capitale della Senussia che vieta ai suoi adepti il canto, la musica, la danza, il tabacco, oltre alla comune astinenza dal vino che il Co¬≠rano raccomanda ai suoi fe¬≠deli (¬ę O credenti, il vino √® solo sozzura o opera di Sata¬≠na, tenetevene quindi lonta¬≠ni ¬Ľ)? (Al bar dell’albergo, che ha una clientela interna¬≠zionale, il mio compagno li¬≠bico, che avevo visto bere li¬≠beramente un whisky a Tri¬≠poli, qui se ne astenne rigoro¬≠samente e, direi, ostentata¬≠mente.).

E, paradossale conseguenza d’un fenomeno di vita inten¬≠sa, di bramosia creatrice, di vertiginosi mutamenti, mi tor¬≠n√≤ a mente la citt√† dei morti del Cairo; quel grande quar¬≠tiere ai piedi della collina del Moqattam, intorno alle tombe dei califfi, ove capitai un po¬≠meriggio senza sapere, e mi trovai a camminare per gran¬≠di strade vuote, lungo case si¬≠lenziose, con porte da cui nes¬≠suno usciva, finestre a cui nessuno si affacciava; finch√© mi accorsi che quelle case era¬≠no tutte sepolcri, guardando attraverso le finestre del pian¬≠terreno vedevo nel mezzo di un cortiletto umido, cospar¬≠so di rami secchi di palme, le stele funerarie della famiglia.


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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart