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STORIA: I MAESTRI: Verso Porta Pia. Roma e l’Europa29 luglio 2011
di Franco Valsecchi « Immaginatevi un Paese, di cui un terzo è composto di preti, un terzo di gente che non lavora, e un terzo di gente che non fa niente del tutto; se uno Stato, dove non v’è agricoltura, né commercio, né fabbriche…; dove il sovrano, sempre vecchio, dura poco in carica…; dove tutto il denaro necessario per i bisogni della vita viene dal di fuori, perché « dal di dentro non si può cavar nulla ». Le battute del Des Brosses, se del più maligno, certo, ma anche del più incisivo fra gli osservatori stranieri che scrissero della Roma pontificia, conservavano nel 1870, anche se datavano da un secolo prima, tutta la loro attualità. Lo Stato della Chiesa nel 1870 era di fatto, se non di diritto — qualche mutamento di forma, in un secolo, era pur avvenuto — lo stesso di cento anni prima: un governo teocratico, in cui gli organi dello Stato erano ad un tempo gli organi della Chiesa; un governo sacerdotale, in cui l’elemento laico era ridotto ai margini della vita politico-amministrativa, e in condizioni di dipendenza. Con tutti gli inconvenienti che derivavano, per la Chiesa come per lo Stato, da un sovrapporsi di funzioni, di poteri, di interessi per loro natura diversi e spesso contrastanti. E’ questa, sul piano storico, la prima spiegazione della singolare assenza di reazioni, nella politica europea, di fronte alla scomparsa del potere temporale. Il crollo di questa millenaria costruzione, che aveva avuto tanta parte nella storia d’Europa, si verifica fra la disattenzione e l’indifferenza delle grandi potenze, in un clima spirituale e politico turbato e distratto dal grande conflitto che riempiva di sé l’Europa, la guerra franco prussiana. Le cancellerie guardano a Parigi e a Berlino, non a Rama: la questione romana recita una parte del tutto marginale, in funzione della grande partita che si gioca, in quel momento, fra Parigi e Berlino. * La Francia repubblicana si ritira, dunque, in disparte. Più spregiudicato, e più sottile, il gioco di Bismarck, a Berlino. Per lui, il problema di Roma non è che uno strumento da manovrare ai fini della sua politica. Quando ancora la partita non era decisa al tavolo della diplomazia e sui campi di battaglia; quando ancora l’impero di Napoleone III appariva come uno dei grandi protagonisti della politica . m. e si poteva temere che l’Italia volesse scendere in campo a fianco dell’antico alleato, Bismarck aveva puntato le sue carte, in Italia, sulla opposizione di sinistra, contraria all’imperatore e al suo regime, contraria ad un’alleanza in cui vedeva il più valido sostegno della reazione. Il no di Napoleone III rappresentava l’unico vero ostacolo sulla via di Roma. Le sinistre vogliono che l’Italia si liberi della tutela napoleonica e dei suoi divieti; vogliono che l’Italia vada a Roma nonostante Napoleone III, se necessario, contro Napoleone III. Consenta o no il governo italiano. « Se non volete andarci voi, a Roma — intima ai ministri, in piena camera, il 18 agosto, Nicotera — levatevi di mezzo, e lasciateci andar noi ». E’ anche questa una carta, per Bismarck, un mezzo ai suoi fini, al suo fine più immediato e impellente: mettere in imbarazzo il governo italiano, paralizzarne l’iniziativa, togliergli ogni velleità di venire in soccorso di Parigi, gettare il pomo della discordia di Roma fra Firenze e Parigi. E’ disposto, Bismarck, ad andar molto avanti su questa strada. Lo confesserà, più tardi, nelle sue memorie: se vi fosse stato costretto, non avrebbe esitato a sostenere « tutti i malcontenti d’Italia » col denaro e con le armi, in caso di emergenza, nel caso che il governo italiano si fosse compromesso con la Francia. Caduto Napoleone III, svanito il pericolo dell’alleanza, Bismarck corregge, con un deciso colpo di timone, la rotta: si converte da radicale a moderato, lascia cader le sinistre e le loro soluzioni estreme per Roma: assume, a Roma, il ruolo di « onesto sensale » fra la Chiesa e lo Stato italiano. Almeno, questo è il ruolo che assume il suo rappresentante a Roma, von Arnim, che si dà gran da fare a proporre mediazioni, a sollecitar garanzie; e si atteggia, dopo l’occupazione, a portavoce del papa presso il comando e il governo italiano. * Corre voce, nel corpo diplomatico, che egli voglia spingere il papa ad abbandonar la città. Bismarck smentisce. Ma sta di fatto che, all’invito di interporre i suoi buoni uffici perché il papa si astenga da un passo che potrebbe aver imprevedibili conseguente, il governo prussiano risponde evasivamente: dichiara « di non sentirsi autorizzato a dare dei consigli a Sua Santità ». La parola d’ordine, a Berlino, è il riserbo. Quando de Launay, il ministro d’Italia, si reca alla Wilhelmstrasse ad annunciare l’occupazione di Roma, il sottosegretario Thile, che lo riceve in assenza di Bismarck, non ha una parola di commento. Poiché – de Launay se ne rende ben conto — « l’attenzione di Berlino è rivolta ben più verso Parigi che verso Roma ». Tutto qui. Spira aria di fronda, nella cattolicissima Austria, nei riguardi del pontefice e della Chiesa. Il cancelliere Beust, il responsabile della politica estera, è un protestante. E il Concilio Vaticano, la proclamazione dell’infallibilità pontificia hanno messo in allarme i governanti viennesi… L’altra potenza cattolica, la Spagna, ha i suoi problemi da risolvere: non è in grado di alzare la voce, e non vi pensa nemmeno. Al ministro d’Italia che gli annuncia l’occupazione di Roma, il reggente, il maresciallo Serrano, esprime « la sua soddisfazione sull’esito degli avvenimenti ». Non si dimentichi che due mesi dopo le Cortes offriranno la corona di Spagna ad Amedeo di Savoia… Così — notava lo storico Gregorovius — « un avvenimento che in altre circostanze avrebbe messo in agitazione il mondo intero, si compiva come un piccolo episodio del grande dramma europeo ». Ma non è su questo terreno, sul terreno della politica, che si misura la sua portata. Non è soltanto un capitolo di storia italiana, il capitolo del Risorgimento, che si conclude con Roma capitale. E’ un nuovo capitolo che si apre nella storia della Chiesa, di quella grande istituzione universale che è la Chiesa. E’ la rinuncia della Chiesa al fragile scudo e all’ingrombrante bagaglio del potere temporale, la rinuncia « à ses liens terrestres, à l’héritage funeste des résponsabilités mondaines ». Letto 259 volte. Nessun commento »Non c'è ancora nessun commento. RSS feed dei commenti a questo articolo. TrackBack URI Lascia un commento |
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