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STORIA: Il processo a Carlo I (Dunfermline, 19 novembre 1600 – Londra, 30 gennaio 1649)

25 Aprile 2019

(da “I grandi processi della storia” – edizioni Ferni – Ginevra 1975)

Il 20 gennaio 1649, a mezzogiorno, centinaia di londinesi fanno ressa nei pressi di Westminster Hall. Sta per cominciare il processo al re, ma le porte del tribunale non saranno aperte prima dell’arrivo della Corte. I più fortunati hanno il posto riservato, in tribuna; gli altri, ognuno a modo suo, lavorano di gomito, perché sanno che non ci sarà abbastanza posto per tutti. Nonostante l’ora, piuttosto mattiniera per loro, fanno spicco tra la folla parecchie signore del bel mondo, agghindate come se si trattasse di andare a teatro. Non capita tutti i giorni l’occasione di farsi notare al processo di un re.

Quando appare la Corte, si rendono necessari parecchi richiami all’ordine, per ottenere il silenzio dovuto al suo passaggio.

Il solenne corteo è così composto: in testa il lord presidente, John Bradshaw, preceduto da due araldi recanti l’uno la mazza e l’altro la spada di Stato; poi i sessantanove giudici — tra cui Cromwell — designati dalla Camera dei Comuni; e infine la scorta, costituita da ventuno rappresentanti della nobiltà, con la partigiana (1) in spalla.

Mentre il lord presidente prende posto su di una poltrona rivestita di velluto cremisi, sul tavolo davanti a lui gli araldi dispongono in croce la mazza e la spada, simboli dello Stato, avendo cura di rivolgerne le impugnature verso i giudici e le punte verso l’accusato. Il seggio che tra poco sarà occupato dal re è collocato proprio dirimpetto a quello del presidente, dall’altro lato del tavolo e da esso leggermente discosto.

La spada reale di Stato è stata chiesta, per la circostanza, al custode del tesoro reale, sir Henry Mildmay. Il problema era stato dibattuto a lungo, nel corso di un’apposita seduta dei commissari riuniti nella Camera Dipinta di Westminster: ci dovevano essere oppure no, nella sala del tribunale, i simboli regali del potere e del diritto? Dopo accanite discussioni di carattere giuridico e dottrinale si era convenuto che sì, ci dovevano essere. Il fatto è che nel processo al re, i due oggetti venivano ad assumere un doppio significato, quali simboli di un principio monarchico che trascendeva la persona stessa del re.

Di fianco ai banchi dei giudici, che hanno indossato i loro abiti migliori, prendono posto le  guardie. E finalmente, gli uscieri aprono le porte. Il pubblico irrompe nella sala.

Si apre l’udienza. Il lord presidente Bradshaw ordina al colonnello Tomlinson, responsabile della guardia di Carlo I, di condurre l’imputato alla presenza della Corte. Nell’attesa, dispone che sia data lettura dell’atto costitutivo dell’Alta Corte di Giustizia.

Un cancelliere si alza in piedi e legge :

« Atteso che, notoriamente, l’attuale re d’Inghilterra Carlo Stuart, non pago degli innumerevoli delitti perpetrati dai suoi predecessori contro i diritti e le libertà del popolo, ha concepito il criminale disegno di rovesciare le leggi e le libertà antiche e fondamentali del nostro paese, per instaurare al loro posto un governo arbitrario e tirannico; atteso che, oltre a tutti gli altri mezzi impiegati, egli ha perseguito col ferro e col fuoco l’attuazione di tale disegno, scatenando in patria, contro il Parlamento e contro il regno, una guerra civile che ha devastato il paese, vuotato le casse dello Stato, rovinato il commercio, condotto a morte migliaia di persone e provocato un’infinità di altri mali; atteso che per questi misfatti, tutti riconducibili al delitto di alto tradimento, al nominato Carlo Stuart già da tempo avrebbe potuto essere inflitta, in tutta giustizia, una punizione esemplare e pienamente meritata; atteso che il Parlamento si è finora astenuto dal procedere giuridicamente contro di lui, nella speranza che il fatto di averlo rinchiuso in prigione, dopo che a Dio piacque di metterlo nelle nostre mani, potesse sanare le discordie civili; atteso che tale speranza si è rivelata tristemente vana, a null’altro essendo servita la clemenza se non a incoraggiarlo a perseguire ancora — per il tramite dei complici rimasti in libertà — i suoi perversi propositi, provocando nuovi turbamenti, nuove sommosse e nuove invasioni; atteso tutto ciò, per evitare il ripetersi di questi mali e prevenirne di peggiori, per impedire che in futuro alti funzionari e magistrati dello Stato abbiano a porre in atto proditorie macchinazioni tendenti all’asservimento o alla distruzione del paese sperando, forti dell’esempio, nell’impunità, il Parlamento inglese stabilisce ed ordina che… (seguono i nomi di 135 persone) siano designati a svolgere le funzioni di commissari e giudici per l’istruzione del processo, per il processo stesso e per il giudizio del nominato Carlo Stuart. Detti commissari, in numero di venti o più, saranno costituiti in Alta Corte di Giustizia e autorizzati a riunirsi in seduta, nel tempo e nel luogo che a loro parrà opportuno decidere… con un atto sul quale apporranno i loro sigilli e le loro firme…»

Seguono poi precisazioni sul funzionamento dell’Alta Corte, sui poteri di cui è fornita, sulla pubblicità dei dibattimenti e sulla durata della sua competenza stabilità in « un mese… e non di più », a far capo dalla data dell’atto del Parlamento, vale a dire dal 6 gennaio 1649 (2).

  1. Specie di alabarda, con il ferro tagliente molto largo e a forma di mezzaluna.
  2. Ci pare giusto conservare le date del calendario giuliano in quanto è rimasto ufficialmente in uso, in Inghilterra, fino a! 31 dicembre 1751. Com’è noto, il calendario giuliano è in ritardo di dieci giorni rispetto al gregoriano.

(omissis)

Il conflitto tra il re e il Parlamento risale al padre di Carlo I, Giacomo I. Prodigo anche della sua autorità, che lasciava volentieri esercitare a favoriti scelti più in base alla prestanza fisica che al loro effettivo valore, il figlio di Maria Stuart amava inoltre circondarsi di una corte frivola e corrotta. Per dirla in breve, non aveva nulla in comune con i rappresentanti, tutti dignità e sussiego, della vecchia e rispettabile Inghilterra, borghese e terriera. Incaricati per definizione di ricordare al sovrano i desideri e i bisogni del popolo, essi manifestarono ben presto la tendenza ad esprimerli come delle volontà: la qual cosa poteva sembrare anche utile e giustificata, se messa in relazione con la frivolezza del re. C’è poi da dire che alcuni scrittori politici, fra cui il precettore del re, Buchanan, pubblicarono delle opere nelle quali si contestava il principio stesso della monarchia, facendo risalire alla volontà popolare la fonte di ogni diritto e quindi di ogni potere.

Convinto esattamente del contrario, Giacomo I tentò di imporre il concetto della monarchia per diritto divino, mentre tutta la storia inglese è basata sulla supremazia della volontà del Consiglio o del Parlamento nei confronti dell’ereditarietà.

La monarchia difese il principio che « rex est lex », vale a dire che il re stesso è la legge.

Poiché la sovranità non si può dividere, come scriverà qualche anno più tardi il filosofo Hobbes, il conflitto era praticamente inevitabile. E fu aggravato da un sistema fiscale insufficiente. Un contrasto sull’entità dell’appannaggio riservato alla corona doveva ben presto opporre, e in maniera radicale, Giacomo I al Parlamento. Al rifiuto di soddisfare le sue richieste, il sovrano reagì, senza pensarci due volte, con un decreto di scioglimento. Così, per dieci anni, esattamente dal 1611 al 1621, l’Inghilterra non ebbe parlamento. Come conseguenza, non fu possibile imporre nuove tasse, e l’esercito e la marina furono privati di tutto. Ma la situazione internazionale non permise a lungo di governare lo Stato senza fondi e senza forze armate: di fronte alla minaccia di una guerra con la Spagna, nel 1621 Giacomo I dovette risolversi a chiedere denaro al paese. Solo che, per farlo, dovette convocare un nuovo parlamento: e ricominciarono i contrasti, esattamente come prima. Alle riserve espresse dal Parlamento su di una operazione politica, il re rispose che gli affari importanti dello Stato erano di sua esclusiva competenza. A questa netta presa di posizione — stile « lo Stato sono io » — il Parlamento reagì facendo notare che « le sue libertà, le sue franchigie e i suoi privilegi… erano un antico e indiscusso retaggio dei sudditi e che le questioni difficili e urgenti riguardanti il re, lo Stato, la difesa del regno e della Chiesa d’Inghilterra erano materia di pubblico interesse, da discutere pubblicamente e quindi di sua esclusiva competenza ».         L

Per tutta risposta il re fece arrestare sette deputati, fra i quali il famoso John Pym, cui si attribuisce il passo qui riportato fra virgolette. Qualche autore afferma persino che Giacomo I strappò con le sue mani la pagina del diario parlamentare sulla quale figurava il resoconto della seduta « incriminata ».

Quattro anni più tardi, Carlo succede al padre. Accolto con simpatia da tutto il paese, non saprà però approfittare della circostanza per ritrovare la strada dell’armonia e dell’intesa. Il suo indugiare, il suo ritornare continuamente sulle decisioni prese, finiranno per esasperare gli animi, trasformando in odio l’iniziale simpatia della nazione e affrettando la marcia delle idee rivoluzionarie.

La storia, di solito severa con i più dotati, è spesso stata assai indulgente con questo re. E’ vero che il famoso ritratto del pittore Van Dyck ce lo presenta sotto un aspetto quanto mai gradevole. Ed in effetti era leale nei rapporti personali, affascinante e rispettabile nella vita privata (al contrario del padre, uomo senza grandi princìpi e amante della bella vita): ma gli mancavano le doti dell’uomo di Stato. In uno dei momenti più difficili di tutta la sua storia, l’Inghilterra non ebbe in lui — non si può non prenderne atto — un re all’altezza della situazione.

Debole nel carattere e mediocre nell’intelligenza, egli era per certi aspetti smodato. Da vincitore, volle stravincere. Da vinto, si credette in diritto di mentire, tergiversare, ricorrere a sotterfugi, con il risultato di inimicarsi tutti. In almeno un’occasione, dimostrò anche di essere capace di tradire gli amici e i sostenitori politici: fu quando lasciò condannare a morte e giustiziare il suo ministro più importante, Strafford.

Fu dunque un re debole, pieno di sé e del suo privilegio di diritto divino, scarsamente dotato di senso pratico e perciò pericoloso per lo Stato.

(omissis)

Cancelliere: « Nel perverso disegno di erigersi a depositario di un potere illimitato e tirannico che lo mettesse in condizione di governare a suo arbitrio distruggendo i diritti e le libertà del popolo, di rovesciare e annientare le istituzioni del paese, di togliere al popolo quei mezzi e quei rimedi correttivi che contro i cattivi governi gli venivano assicurati dalle leggi fondamentali del regno, nonché tutte quelle garanzie che a sua protezione erano state incluse nelle leggi dai vari parlamenti o dalle assemblee riunite in consiglio, il nominato Carlo Stuart, per portare a compimento i suoi propositi e per sostenere se stesso e i suoi complici nelle criminose azioni tese all’attuazione del predetto disegno, ha volto le armi, con proditoria premeditazione, contro il presente Parlamento e il popolo che esso rappresenta, specialmente il 13 giugno, o circa, dell’anno del Signore 1642, a Beverley nella contea di York; il 30 luglio, o circa, dello stesso anno, nella contea della città di York; il 24 luglio, o circa, dello stesso anno, nella contea della città di Nottingham, dove alzò la sua bandiera di guerra; il 23 ottobre, o circa, dello stesso anno, a Adge Hill e Keynton Field nella contea di Warwick; il 30 novembre, o circa, dello stesso anno, a Brentford nella contea di Middlesex; il 30 agosto, o circa, dell’anno del Signore 1643, a Caversham Bridge, presso Reading, nella contea di Berks; il 10 agosto, o circa, dello stesso anno, nella città di Gloucester o nei suoi dintorni; il 20 settembre, o circa, dello stesso anno, a Newbury, nella contea di Berks; il 31 luglio, o circa, dell’anno del Signore 1644, a Copredy Bridge, nella contea di Oxford; il 30 settembre, o circa, dello stesso anno, a Bodmyn e in altre località vicine, nella contea di Cornwall; il 30 novembre, o circa, dello stesso anno, di nuovo a Newbury; l’8 giugno, o circa, dell’anno del Signore 1645, nella città di Leicester, e il 14 dello stesso mese a Naseby, nella contea di Northampton.

L’ultimo scontro con il Parlamento doveva essere fatale per la pace interna. Nondimeno, gran parte dei lord era rimasta fedele al re, alla monarchia, all’Alta Chiesa. Gli uomini chiamati ai Comuni dalle movimentate elezioni del 1640 non erano dei rivoluzionari. Erano dei riformisti, questo sì, ma nella loro stragrande maggioranza convinti della necessità della monarchia. Solo che, condannando prima Strafford e poi Laud, essi avviavano un processo irreversibile di messa in discussione del potere regale. La politica dei due uomini, infatti, era stata, né più né meno, quella del re.

Come arrivarono, questi parlamenti così arrendevoli di fronte ai ripetuti decreti di scioglimento, alla decisione di considerarsi riuniti indipendentemente dal volere del re? Con ogni probabilità, all’origine di questo atteggiamento cautelativo ci fu una comprensibile reazione all’abuso di potere compiuto dal re con lo scioglimento, dopo soli diciotto giorni di lavoro, di quello che venne definito « II Parlamento corto ». Ma anche sostenere che il re non poteva sciogliere il Parlamento se non con il consenso stesso di quest’ultimo, costituiva un lampante abuso ili potere, oltre che un evidente sprezzo di consuetudini plurisecolari.

In quella situazione, quali possibilità rimanevano mai di mantenere l’equilibrio?

Il calcolo e le intenzioni occulte dei leader parlamentari, uniti alla doppiezza di Carlo I, già manifestatasi in parecchie occasioni, dovevano ben presto dividere profondamente il paese. Da un lato i sostenitori del re — i lord, i proprietari terrieri, la piccola nobiltà — che furono chiamati « cavalieri ». Dall’altro le corporazioni e la borghesia, cioè il cosiddetto partito delle « teste rotonde », dall’abitudine dei simpatizzanti di portare i capelli corti.

Anche geograficamente il paese era come diviso in due. I realisti a nord e a ovest: Galles, Cornovaglia, Devonshire, Northumberland. A sud e a est, a Londra e nei grandi centri portuali, i parlamentaristi.

E tuttavia, la divisione non era nettissima, poiché nel feudo dei « cavalieri » era presente una forte minoranza di « teste rotonde ». E viceversa.

In altre parole, la guerra civile non scoppierà da un giorno all’altro. Ci saranno prima delle scaramucce.

Nello stesso tempo, l’Irlanda si ribella contro il potere centrale. Migliaia di immigrati inglesi vengono massacrati nell’Ulster. Ora, l’irlanda è cattolica: la discordia politica trova dunque nuova linfa in quella religiosa…

Le manifestazioni della plebaglia londinese, mentre il re ancora esitava ad abbandonare al Parlamento la testa di StrafTord, lasceranno su Carlo 1 un’impronta indelebile.

Egli commette allora un madornale errore politico, reso ancora più grave da un imperdonabile « errore di manovra ». Il 3 gennaio 1642, venuto a conoscenza del fatto che il Parlamento stava per coinvolgere nella polemica anche Enrichetta Maria, accusata di sostenere i « papisti », Carlo decide un’azione di forza contro i Comuni, nonostante il parere contrario della regina, e senza nemmeno informarne i suoi ministri. Incarica il procuratore generale del regno di porre in stato d’accusa sei leader dell’opposizione: Mandeville, Pym, Hampden, Holles, Hesilridge e Strode. I lord rifiutano. Carlo ordina di arrestare i sei uomini. 1 Comuni si oppongono. Il giorno successivo, Carlo si fa vivo in persona, entrando in Westminster alla testa di 400 soldati.

Mai nella storia del Parlamento era stata commessa una così grave violazione della carta costituzionale. Era un autentico colpo di Stato, anche se così lento nella sua realizzazione, che i sei parlamentari avevano avuto tutto il tempo di porsi al riparo nella City, nel cuore di Londra.

L’intera città si rivolta contro il re. La sua stessa incolumità è in pericolo, e così pure quella della regina. Occorre abbandonare al più presto il palazzo di Whitehall. Carlo raggiunge prima Hampton Court, poi Windsor.

Nel frattempo, i sei deputati vengono portati in trionfo e ritornano in Parlamento.

Sei mesi dopo, il malinteso — se così si può chiamarlo — non è stato ancora chiarito. Con un documento in diciannove punti, il Parlamento reclama il diritto di designare i consiglieri della corona, gli alti dignitari del regno e gli stessi pari… Per l’esattezza, il documento pretende che il re non possa designarli se non con la sua approvazione: ma la sostanza non cambia.

Nel frattempo, Carlo si è ulteriormente allontanato da Londra. Con suo figlio, il principe di Galles, è andato a York, dove è stato poco dopo raggiunto da una buona metà dei lord e da circa un terzo dei deputati ai Comuni.

A Londra, intanto, il Parlamento avverte il pericolo che la vittoria possa sfuggirgli di mano. Abbozza infatti un ultimo tentativo di negoziato. Solo che sopraggiungono nuove notizie: la regina, fuggita in Olanda, sta cercando aiuti stranieri per il marito.

Ai primi di luglio, il Parlamento nomina un comitato di difesa; il 12, delibera di costituire un esercito che sarà posto agli ordini di Essex.

I Comuni mettono in stato d’accusa i nove lord che hanno abbandonato il loro posto per raggiungere il re a York. Così risponde Carlo I alle richieste del Parlamento:

« Se aderissi alle vostre pretese, potrei anche continuare a farmi servire a capo scoperto, a farmi baciare la mano, a farmi chiamare « maestà »… Potrei far deporre davanti a me la mazza e la spada… Ma per quanto riguarda il potere effettivo, non sarei altro che la caricatura, il fantasma di un re…»

Il 22 agosto, dopo aver radunato un piccolo esercito, fa solennemente innalzare lo stendardo reale a Nottingham.

Sotto una pioggia torrenziale, la cerimonia perde molto del suo fascino. L’araldo legge il solenne proclama impaperandosi ripetutamente. Lo stendardo, strappato dal vento, finisce nel fango. E’ uno stendardo un po’ bizzarro: è sormontato da una banderuola triangolare rossa, mentre le insegne reali sono completate da una mano che indica la corona, e accompagnate dal motto « Date a Cesare quel che è di Cesare ». Il re ha sguainato la spada.

Nel paese, la divisione delle forze è già fatta. Gli uomini che stanno per affrontarsi non rappresentano che una piccola minoranza della popolazione, un’èlite.

A prima vista, il re sembrava avere in partenza migliori probabilità di successo dei suoi avversari. Ma, già qualche settimana prima della cerimonia di Nottingham, Carlo I ha avuto modo di constatare di persona quali difficoltà avrebbe dovuto superare per restaurare il suo potere.

Presentatosi davanti a Hull, dove si trovavano dei grossi depositi di armi, egli si era visto negare il permesso di entrata. Il nuovo governatore del posto, nominato dai Comuni, esprimeva in questo modo la sua solidarietà con gli avversari di Carlo I. La notizia, diffusasi rapidamente per tutta Londra, sortì l’effetto di rafforzare il prestigio del Parlamento e di galvanizzare gli indecisi.

Nondimeno il partito del re destava ancora qualche preoccupazione: i « cavalieri », nobili e perciò influenti, ma soprattutto più avvezzi e più addestrati delle « teste rotonde » all’uso delle armi, sembravano costituire, per il re, un vantaggio decisivo.

Un esame meno superficiale della situazione porta tuttavia a scoprire che il Parlamento ha dalla sua un maggior numero di effettivi punti di forza. Può disporre delle risorse della città di Londra. Se volesse, potrebbe mandare l’esercito a combattere in Irlanda. Controlla i porti, e con essi la marina e… le dogane. Grazie alla marina, può intercettare, provenienti dall’Olanda, le armi che la regina ha acquistato, dando in pegno i gioielli della corona.

Il primo, vero scontro si conclude con una vittoria delle truppe del re. Il principe Rupert, che ne ha assunto il comando, conduce un corpo di cavalieri incontro alle forze di Essex, sulla consistenza delle quali è scarsamente informato. Nei pressi di Worcester, egli attacca di sorpresa un distaccamento avversario, e lo disperde dopo averne ucciso il comandante.

Il successo, pur limitato, produce una grande impressione nel paese e procura al principe Rupert una fama di valentia militare di cui egli si mostrerà all’altezza nelle scaramucce, ma che in realtà non merita, per quanto riguarda la conduzione strategica di una guerra.

La riprova è nelle manchevolezze della sua organizzazione. Privo di un servizio di informazioni, gli capiterà, per esempio, di venirsi a trovare a sole sei miglia dall’esercito del Parlamento, senza nemmeno saperlo.

Non più organizzato, per la verità, è il conte di Essex: per parecchi giorni i due eserciti — forti ciascuno di circa 10.000 uomini — si aggirano tra Shrewsbury e Worcester, ignorando reciprocamente le rispettive posizioni.

Individuato finalmente, in circostanze del tutto fortuite, l’esercito del Parlamento, il 23 ottobre 1642 il re decide di sferrare l’attacco.

Mentre l’ala sinistra dei parlamentaristi, comandata da Ramsay, tradisce passando in blocco dalla parte delle forze realiste, l’ala destra cede, travolta da un violento attacco dei « cavalieri » guidati da Wilmot e da sir Arthur Aston. Rupert commette allora un errore madornale: lancia la sua cavalleria di riserva all’inseguimento dei fuggitivi, lasciando in tal modo completamente scoperti i suoi reparti di fanteria. Essex contrattacca… e la vittoria sfugge di mano ai realisti. Sul terreno restano 5000 cadaveri; da una parte e dall’altra, le perdite si equivalgono. Il giorno dopo, ognuno si ritira sulle sue posizioni. All’inutile combattimento legano il loro nome Edge Hill e Keynton Field, due delle località che abbiamo visto citate nell’atto d’accusa contro il re.

L’azione dell’esercito di Essex era stata presentata dal Parlamento all’opinione pubblica come un’operazione avente lo scopo di liberare il re e suo figlio dalle mani di « quei disperati che si erano impadroniti delle loro persone ».

Fino all’ultimo minuto, i leader del Parlamento avevano creduto che il re si sarebbe ritirato di fronte all’eventualità di un combattimento. Smentiti dai fatti, tentarono di negoziare.

Ma il re marciava già su Londra. Il 30 novembre 1642, fa dare l’assalto a Brentford, tenuta da due reggimenti parlamentaristi: la guarnigione è scaraventata fuori delle mura e i « cavalieri » fanno cinquecento prigionieri. 11 Parlamento, che aveva appena proposto il negoziato, grida alla violazione dei trattati e alla perfidia di Carlo.

In realtà, il Parlamento fa uso di una tattica ormai classica: si offre di trattare e protesta le migliori intenzioni per costruirsi presso il popolo, soprattutto presso i londinesi, una solida reputazione di buona volontà. I risultati di questa tattica sono di duplice natura: da un lato l’azione del re a Brentford suscita l’indignazione dei londinesi, che si precipitano a formare delle « brigate volontarie borghesi »; dall’altro risultano più accettabili le nuove tasse e le nuove imposte applicate dal Parlamento per finanziare la condotta della guerra.

Dal canto suo, il re commette un errore inspiegabile. E’ alle porte di Londra, un’azione pronta e decisa potrebbe risolvere a suo favore la situazione. Niente da fare: Carlo I è un inguaribile « temporeggiatore ». Come in occasione del mancato colpo di Stato, la sua manovra è così lenta e laboriosa che, quando finalmente sono pronti, i suoi 8000 o 10.000 cavalieri si trovano di fronte 24.000 uomini al servizio del Parlamento.

Allora compie un mezzo giro e raggiunge Oxford. Solo che, come abbiamo visto, il Parlamento dispone di risorse e di possibilità materiali superiori a quelle del re. Ogni ritardo gioca dunque a suo favore. Viene anche rinnovata l’offerta di un negoziato: ma soltanto allo scopo di guadagnare altro tempo, tanto è vero che ancora una volta non se ne farà nulla.

Quando finalmente si sente pronto a condurre con successo la sua controffensiva, il conte di Essex riprende i combattimenti. Con 18.000 uomini, cinge d’assedio Reading e ne ottiene rapidamente la resa, dopo aver respinto un tentativo effettuato dalle truppe realiste di forzare il blocco della città.

L’atto d’accusa ascrive anche questo episodio a carico del re, ma travisando in ciò la realtà dei fatti: è stato il Parlamento a rompere il negoziato. Del pari, l’atto d’accusa ignora bellamente un certo numero di scacchi subiti dall’esercito parlamentarista all’ovest, in Corno- vaglia; né vi si trova menzione alcuna di altre tre pesanti sconfitte: quelle di Bradocdown e di Stratton, il 16 maggio 1643, e soprattutto quella di Roundway Down, il 13 luglio. In quest’ultima battaglia viene gravemente ferito alla spalla uno dei leader più in vista e più popolari dell’opposizione, Hampden, che morirà qualche giorno dopo. Informato della ferita, il re aveva proposto di inviargli il suo chirurgo personale. Ma era ormai troppo tardi.

Questo episodio ci dà modo di ricordare che la lotta era rimasta, tutto sommato, su di un piano cavalleresco. Da una parte e dall’altra ci si comportava, insomma, da « buoni cristiani »… Ma degli smacchi del Parlamento, come della prova di generosità offerta da Carlo I, nell’atto d’accusa non si trova cenno.

Dopo la presa di Bristol, avvenuta il 25 luglio 1643 e l’arrivo in Inghilterra dei rinforzi ottenuti dalla regina e consistenti in circa 3000 uomini bene armati, le sorti della guerra sembrano volgere a favore del re. In realtà, le carte che ha saputo tenersi in mano il Parlamento si riveleranno imbattibili. Il 10 agosto 1643 ha inizio l’episodio decisivo del conflitto: l’assedio delle truppe realiste alla città di Gloucester, rimasta fedele al Parlamento. Sarà un assedio lungo e dall’esito a lungo incerto. Come non di rado accade in simili casi, in campo parlamentarista cominciano allora ad affiorare alcuni dissensi. La guerra stessa contro il re, e l’eventualità che questi possa averla vinta, fanno tentennare i meno risoluti. Qualcuno, soprattutto fra i borghesi di Londra, cerca di dar vita ad un « partito della trattativa ». Arresti ed esecuzioni sono la brutale reazione del Parlamento.

Le due Camere redigono e approvano una « dichiarazione di fede », una sorta di giuramento che sarà pronunciato non soltanto dai lord e dai deputati, ma anche dall’esercito e dalla popolazione tutta. Con questo giuramento, ciascuno « si impegna a non abbandonare le armi finché i papisti del regno, attualmente in guerra aperta contro il Parlamento, continueranno a rivolgere le loro armi contro il Parlamento, esprimendo inoltre la sua esecrazione per il complotto con la promessa di aiutare con ogni mezzo le forze organizzate del Parlamento contro quelle organizzate del re ».

II partito del Parlamento serra le file. L’eroica resistenza della guarnigione di Gloucester rianima e galvanizza gli avversari del re.

Essex si dirige contro gli assedianti, forte di 14.000 uomini ben armati e ben addestrati. Dappertutto i parlamentaristi sono accolti con simpatia e favore da quelle stesse popolazioni che invece rifiutano i viveri alle truppe realiste.

Il 20 settembre 1643, a Newbury, nella contea di Berks, la fanteria — e in particolare la milizia della città di Londra — conquista un’importante vittoria sui pur valorosi reparti di cavalleria del re.

Le perdite subite da quest’ultima sono di tale entità da toglierle ormai ogni possibilità di vittoria, a meno che non arrivino rinforzi esterni.

Nel frattempo erano apparsi sulla scena due personaggi che si erano rapidamente conquistati una posizione di rilievo.

Nel nord del paese, il marchese di Newcastle aveva riunito e posto al servizio del re degli importanti contingenti armati. Due avversari si organizzano davanti a lui per tagliargli la strada del sud e impedirgli così di raggiungere il grosso delle forze realiste. Questi due uomini si chiamano Fairfax e Cromwell. Con l’aiuto di Manchester, un altro fautore del Parlamento, essi otterranno lo scopo che si erano prefisso, aggiungendo in tal modo alla loro fama di uomini coraggiosi — conquistata a più riprese in campo aperto — anche quella di abili tattici.

Quell’anno, le loro operazioni militari si protrassero dall’inizio della primavera fino ad autunno inoltrato…

Agli inizi del 1644, Carlo I può ancora sperare nella vittoria finale. Se infatti al nostro distaccato occhio di posteri le sorti della guerra possono apparire in quel momento già decise, non altrettanto può dirsi per un contemporaneo, per chi vivesse in mezzo a quegli avvenimenti e soprattutto avesse sott’occhio la carta geopolitica del paese.

Lo Yorkshire e l’intera regione del nord sono infatti sotto il controllo del re, con la sola eccezione della guarnigione di Hull che — come abbiamo visto — fin dall’ini zio delle ostilità il sovrano non era riuscito a conquistare.

Fra le province dell’ovest, la sola a resistere è Plymouth.

Ma le truppe realiste sono mal pagate e male equipaggiate. Gli avversari, all’inizio meno agguerriti, si sono « fatti le ossa » sui campi di combattimento. E poi, sono pagati meglio e sono meglio armati.

Inoltre, soprattutto dopo il giuramento antipapista, fra i ranghi di certe unità parlamentariste comincia a diffondersi una sorta di « mistica della guerra »… I soldati di Fairfax e di Cromwell somigliano a dei crociati. Il loro atteggiamento di monaci-guerrieri finisce per dare ai combattimenti un significato del tutto nuovo e particolare. L’anno 1644 segna sotto questo punto di vista un’autentica svolta della rivoluzione. Un uomo, forse senza averne lui stesso precisa coscienza, ha ormai iniziato la scalata al potere: Oliver Cromwell. Quello stesso Cromwell che, all’inizio del nostro racconto, abbiamo visto sedere fra i membri dell’Alta Corte che deciderà il destino del re.

La battaglia di Copredy Bridge, citata nell’atto d’accusa alla data del 31 luglio 1644, comincia con un’abile manovra di Carlo I.

Alla testa di due armate, i generali parlamentaristi Essex e Waller convergono su Oxford, dove si trovano le truppe realiste. Proprio quando i due credono di aver perfezionato l’accerchiamento, Carlo I riesce a passare fra gli schieramenti nemici, e a dare inizio ad una lunga marcia con la quale attira Essex in un difficile passaggio. Accerchiato da tre armate realiste, Essex riesce a fuggire con qualche ufficiale e con la cavalleria, ma deve però lasciare nelle mani di Carlo I tutti i reparti di fanteria.

Ma il 30 novembre, a Newbury — per la seconda volta teatro di una battaglia — le truppe del re vengono sconfìtte e devono ritirarsi. Il Parlamento aveva potuto ricostituire il suo esercito reintegrandone le perdite, mentre Carlo I, dopo la vittoria di Copredy Bridge, aveva avuto soltanto la possibilità di riassestare il suo, senza rinforzarlo in modo apprezzabile.

Dopo la seconda battaglia di Newbury, i generali parlamentaristi ripetono l’errore commesso due anni prima da Carlo I: invece di sfruttare il vantaggio e di spingere a fondo, Essex prende tempo, fa riposare le sue truppe, lasciandosi così sfuggire di mano l’occasione per concludere rapidamente la guerra a suo favore.

Cromwell non insiste, ma sente precisarsi in lui quella ferrea determinazione che dovrà presto condurlo alla testa della congiura. Egli ormai non ha più fiducia in questi uomini che lottano contro il re senza osare andare fino in fondo. Una frase di Essex, che esprime molto bene lo stato d’animo dei parlamentaristi, gli rimarrà per sempre scolpita nella mente: « Anche vinto, il re sarà sempre il re. Se perdiamo noi, saremo soltanto dei ribelli…»

Perchè mai, una volta vinto, il re dovrebbe continuare ad essere re?, si deve essere chiesto quel giorno Cromwell, per la prima volta.

Nell’elencazione delle battaglie tra l’esercito del re e quello del Parlamento, l’atto d’accusa non ne rispetta rigorosamente l’ordine cronologico. Per esempio, dalla seconda battaglia di Newbury, combattuta alla fine del novembre 1644, passa direttamente a quella di Leicester avvenuta nel giugno dell’anno successivo. Tra l’una e l’altra data, si registra il coinvolgimento della Scozia e dell’Irlanda nella rivoluzione. Torneremo sul fatto nel capitolo dei delitti politici ascritti al re. In effetti viene seguito un criterio di gradualità: mentre le battaglie sono dei semplici « crimini », gli intrighi con l’Irlanda, per esempio, vengono considerati un tradimento politico e religioso, il che costituisce un delitto assai più grave.

Come abbiamo visto, dopo Newbury, Cromwell si era vivamente rammaricato che il conte di Essex non avesse spinto a fondo, sfruttando il vantaggio. Criticato apertamente, Essex vede la sua stessa autorità messa in discussione in seno all’esercito parlamentarista. Si giunge persino, in quell’inverno 1645, a temere una rivolta di alcuni reparti.

Cromwell riesce a imporre le sue idee. L’esercito del Parlamento viene ristrutturato. Fairfax, che abbiamo già visto combattere al fianco di Cromwell, introduce quello che verrà chiamato il « new model», cioè un nuovo modello di unità. I soldati vengono trasferiti da un reggimento all’altro, gli ufficiali si vedono cambiare di destinazione, l’alto comando è letteralmente sconvolto sia negli uomini che nei metodi.

Gli ufficiali poco favorevoli a questi mutamenti vedono prontamente accolte le loro dimissioni; e in certi casi le dimissioni vengono addirittura « facilitate »… Alla fine la ristrutturazione dell’esercito del Parlamento è compiuta. Siamo nella primavera del 1645.

Vista a secoli di distanza, la vicenda appare chiaramente come la prima riuscita « prova di forza » di Cromwell. Il Parlamento non tarderà ad accorgersene.

E’ dunque una sorta di esercito di monaci-soldati quello che Cromwell ha appena messo in piedi. Per esempio, non ci sono più « elemosinieri » nei vari reggimenti: sono gli stessi ufficiali che dirigono le preghiere e tengono i sermoni.

Ai soldati non viene lasciato un momento di respiro. Quando non si combatte, si medita e si prega. Si intavolano interminabili discussioni mistiche. Si legge e si commenta la Bibbia; poi la si rilegge e la si commenta un’altra volta. Ogni soldato si trasforma in un « illuminato dal Signore »: combatte e va all’assalto intonando salmi e canti religiosi. Ma ciò che più conta è che questi uomini, capi compresi, sono profondamente convinti del valore del sacrificio che viene chiesto alla loro fede… Quando si presenta l’occasione, non si tirano indietro nemmeno davanti alla morte…

Tutto ciò, oggi può sembrare l’esagerazione di un cronista alla ricerca del sensazionale: eppure tutte le testimonianze storiche sono concordi su questo punto. E d’altra parte, non è questo il solo aspetto curioso e sorprendente della storia inglese…

Da parte realista, non sembra venga compreso il profondo significato dei mutamenti intervenuti in campo nemico. Disinvolti, innamorati della libertà individuale, e anche un po’ « faciloni », i nobili « cavalieri » se la ridono di questo ardore da proseliti. Ci vorrà parecchio tempo prima che comprendano che l’evoluzione è ormai inarrestabile e irreversibile: lo stesso Parlamento si vedrà sfuggire di mano il nuovo esercito.

Quando riprendono i combattimenti, l’illusione dei realisti dura ancora due settimane. Essi accerchiano Leicester — tenuta da una guarnigione parlamentarista — e avendo la città rifiutato di arrendersi, la prendono d’assalto, la conquistano e l’abbandonano alla soldatesca. Per la prima volta, la guerra assume il volto dell’odio.

Dopo tre anni di lotta leale, condotta a fronte alta, « tra gente dello stesso mondo », si potrebbe dire, lo scontro dei due partiti degenera. Nelle campagne i contadini si rivoltano contro i realisti, si moltiplicano le imboscate… Spinto senza scrupoli dagli uomini di Cromwell, il popolo non può più restare in posizione neutrale. E finisce per passare dalla parte dei più decisi, dei più trascinatori.

Il colpo decisivo che Cromwell e Fairfax sferreranno alle forze realiste non si fa attendere. 11 14 giugno, a Naseby, Cromwell cerca la battaglia e la trova. Le forze che si fronteggiano sono press’a poco di pari entità. Ma il valore d’insieme delle unità realiste non è all’altezza di quello del « nuovo esercito ». Il coraggio individuale, di cui tutti daranno prova, re compreso, non servirà a nulla. Per giunta Rupert commette ancora una volta l’errore di impegnare sconsideratamente la cavalleria di riserva, esponendo in tal modo le sue unità da combattimento agli assalti combinati delle truppe di Fairfax e di quelle di Cromwell.

La sera della disfatta di Carlo I, i soldati troveranno tra i cadaveri la cassetta nella quale il sovrano custodiva la corrispondenza privata, e in particolar modo alcune lettere indirizzate alla moglie. Abilmente sfruttate dai sostenitori della guerra a oltranza — in pratica tutti i fautori di Cromwell — queste lettere daranno la prova delle trattative di Carlo I con i cattolici, soprattutto con quelli irlandesi.

La divulgazione della notizia costituisce un duro colpo alla credibilità, per altro già compromessa, di cui ancora gode il re presso parte del popolo e presso certi ambienti del Parlamento.

(omissis)

Lord Presidente: « In questo caso, Signore, la Corte ha da dirvi qualcosa di assai poco piacevole. Eppure vuole dirvelo ugualmente, perché è decisa a compiere sino in fondo il suo dovere. Avete tanto parlato di quel bene prezioso che chiamate pace: ebbene, sarebbe stato auspicabile che in passato voi aveste provato realmente quella preoccupazione per la pace del regno che oggi tanto ostentate a parole. Come vi è stato fatto osservare l’altro giorno, dalle azioni si conoscono le intenzioni, e le vostre azioni hanno avuto un significato e un risultato del tutto opposti alla pace. In verità risulta ben chiaro che le vostre azioni sono state ispirate a principi del tutto errati. L’intero paese ne ha dovuto sopportare i crudeli effetti. Certo, non può essere per voi un ricordo piacevole, dal momento che vi siete com­portato come se non foste minimamente soggetto alla legge o come se la legge non vi fosse superiore. La Corte, Signore, è profondamente convinta, come spero lo siano tutte le persone avvedute d’Inghil­terra, che la legge sta al di sopra anche del re, e che perciò voi avreste dovuto governare secondo la legge. So bene che voi sostenete di averlo fatto; ma il problema era allora di sapere quali fossero gli organi della legge e se la sua applicazione spettasse a voi e al vostro partito oppure ai tribunali, che sono i suoi organi naturali, o piuttosto a quella suprema corte che è il Parlamento d’Inghilterra, organo sovrano non solo per l’applicazione ma anche per la creazione delle leggi. Voi non create la legge, Signore, quando sulla base del solo giudizio vostro e dei vostri sostenitori attaccate la suprema Corte di Giustizia. Come la legge è al di sopra di voi, così c’è un potere che è al di sopra della legge, ed è quello del popolo d’Inghilterra. E’ il popolo, Signore, che qui come in ogni altro paese ha scelto fin dall’inizio la forma di governo che garantisse l’amministrazione della giustizia e la conservazione della pace. E’ il popolo che ha dato ai suoi governanti le leggi con le quali vuole essere governato. Ed è ancora il popolo che ha il potere e la facoltà di cambiare le leggi quando queste si rivelano imperfette o pregiudizievoli per il bene pubblico. Il vero scopo dell’istituzione dei re e degli altri governanti è quello di assicurare la giustizia. Ora, il re e tutti gli altri governanti devono sapere che sono soltanto dei funzionari incaricati di una missione ben precisa, e che se vengono meno ai doveri che essa comporta, devono essere accusati e puniti come degli amministratori infedeli.

« Non è una legge nuova, questa. Non è una legge creata dopo che sono sorte le controversie tra voi e il popolo. Si tratta, al contrario, di una legge antica; e noi sappiamo bene a quali autorità dobbiamo rivolgerci per conoscere ciò che la legge prescriveva circa l’elezione dei re e il giuramento che essi fanno al loro popolo. Se essi non l’osservavano, esisteva ciò che veniva chiamato parlamento. I parlamenti erano l’autorità incaricata di pronunciarsi sulle lamentele del popolo in merito alle eventuali offese da esso ricevute da parte del re, della regina o dei loro figli, con particolare riferimento a quelle per le quali non era possibile ottenere in altro modo riparazione. Il che è esattamente quanto è accaduto al popolo d’Inghilterra. Esso non poteva trovare rimedio ai suoi mali che attraverso il Parlamento.

« I parlamenti, Signore, sono stati creati proprio a questo scopo, per consentire al popolo di ottenere la riparazione dei torti ricevuti: era il loro principale obiettivo. E quando i re d’Inghilterra hanno dato prova di fedeltà alla loro missione, in nessun altro luogo hanno potuto mostrarsi con maggior gran­dezza e maestà che nel Parlamento. Purtroppo, però, la storia ci ha anche insegnato, con tristi e sfortunate esperienze, fino a qual punto numerosi altri re hanno dimenticato i loro doveri. Signore, vi parlo delle antiche leggi d’Inghilterra perché l’altro giorno avete dichiarato di conoscerle, almeno, tanto quanto la maggior parte dei gentiluomini d’Inghil­terra. Molto giusto che un gentiluomo inglese conosca la legge sotto la quale deve vivere e in base alla quale deve essere governato. Ma le Sacre Scritture parlano anche di coloro i quali, pur conoscendola, non seguono la volontà del Signore. E il vostro Signore è la legge, è il Parlamento con le sue deliberazioni.

« In altri tempi, i parlamenti dovevano riunirsi due volte l’anno, in modo da consentire ai sudditi di ottenere una sollecita riparazione dei torti subiti. Poi, sotto il regno di uno dei vostri predecessori, Edoardo III, tali riparazioni si svolsero una sola volta all’anno. Infine, per quanto riguarda il vostro regno, sappiamo tutti benissimo quali lunghe inter­ruzioni abbia dovuto registrare il Parlamento e quali ne siano state le tristi conseguenze. Come pure sappiamo, per averlo dovuto sopportare, tutto ciò che avete arbitrariamente imposto al vostro popolo in assenza del Parlamento. E allorché la Divina Provvidenza ha voluto che voi non poteste più continuare a rifiutarvi di convocare un parlamento, voi avete lasciato chiaramente intendere, come presto dimostreremo, quali fossero i vostri progetti contro l’antico regno di Scozia, vostro paese natale. Poiché il Parlamento d’Inghilterra si è rifiutato di appog­giare i vostri progetti, voi lo avete disciolto. Spinto dalla necessità, avete poi convocato il Parlamento attuale, ma tutto il regno è stato testimone delle macchinazioni e dei complotti ai quali vi siete infaticabilmente e incessantemente dedicato per distruggerlo. E per riuscirci avete tentato tutti i mezzi, rovesciando le leggi fondamentali del paese, la qual cosa costituisce appunto la parte principale del vostro atto d’accusa. Perchè il Parlamento d’Inghilterra è il grande baluardo delle libertà del popolo: sradicandolo e abbattendolo, voi avreste distrutto d’un sol colpo ogni libertà del popolo inglese.

« Ciò mi ricorda — e non so trattenermi dal parlarvene con tutta franchezza, come del resto è nostro dovere — un celebre detto attribuito ad un potente tiranno romano, l’imperatore Caligola, il quale avrebbe voluto che il popolo di Roma avesse una sola testa, sì da poterla recidere con un colpo solo. Ora, io trovo la vostra condotta perfettamente conforme al desiderio di quel tiranno: non è infatti il Parlamento la testa del popolo d’Inghilterra, che voi avreste decapitato d’un sol colpo, se foste riuscito ad abbatterlo? Fortunatamente Dio ha voluto riservarci un destino migliore, compiacendosi di confondere i vostri progetti, di mettere in rotta i vostri eserciti, di assicurare voi alla giustizia.

« La vostra principale argomentazione è stata quella di chiederci sulla base di quali precedenti noi potevamo procedere contro di voi. Non intendo dilungarmi sui precedenti di questo processo; mi limiterò a ricordare che la storia ne è piena: tutte le volte che i popoli hanno avuto il potere, essi hanno chiamato i re a rispondere del loro operato. Così è stato in Francia, in Spagna, e in tutti gli altri paesi nei quali un cambiamento della forma di governo è stato originato dalla tirannide e dalla cattiva ammi­nistrazione dei governanti. Si potrebbero scrivere interi volumi su questo argomento. Credo anche che qualcuno di noi abbia riflettuto sull’esempio fornito dal regno di Aragona, nel quale esiste un magistrato, chiamato Giudice d’Aragona, che si trova in una posizione per così dire intermedia tra il re di Spagna e il popolo d’Aragona: se il re contravviene ai principi della giustizia, il Giudice ha il potere di modificare quanto il re ha fatto di male. Questo Giudice è riconosciuto superiore al re. E’ il grande conservatore dei diritti del popolo e ha processato diversi re per la loro malvagia condotta.

« Signore, quello che furono i tribuni a Roma, e gli efori a Sparta, lo è il Parlamento d’Inghilterra per il governo inglese e benché Roma sembri aver perduto la sua libertà sotto gli imperatori, nondi­meno sappiamo di celebri atti di giustizia compiuti dal Senato romano proprio a quell’epoca. Tali, ad esempio, furono il giudizio e la condanna pronun­ciati dal Senato contro il tirannico Nerone. D’altra parte, Signore, non occorre nemmeno rifarsi ad esempi tratti dalla storia di paesi stranieri. Basta gettare l’occhio appena al di là delle acque del Tweed (1): il primo re ricordato nella storia di Scozia, Fergus, era un re elettivo. Morendo, lasciò due figli, entrambi minorenni. Il paese scelse allora il fratello di Fergus per governare finché il maggiore dei due avesse raggiunto la maggiore età. Ma poiché questi non dava motivo al popolo di sperare in un buon governo, una volta che il regno fosse stato nelle sue mani, ed anzi aveva cercato di soppiantare lo  zio che invece governava secondo giustizia, fu messo da parte e gli fu preferito il fratello più giovane. Ora, voi siete il centesimonono re di Scozia e sarebbe dunque troppo lungo ricordare qui tutti i vostri predecessori nei confronti dei quali il vostro paese ha fatto valere i suoi poteri e i suoi privilegi. Sta di fatto che molti re scozzesi furono cacciati, imprigionati, messi a morte. Noi abbiamo prima creato i re, dicono gli Scozzesi, e poi gli abbiamo imposto delle leggi. E poiché i re sono stati scelti con i voti del popolo, gli stessi voti possono deporli, quando giustizia lo richiede. Si può dire che nessun regno, più della Scozia, vostro paese natale, ha mai fornito tanti esempi di re malvagi, deposti, puniti…

« Non occorre ritornare tanto indietro nel tempo, per trovarne un esempio. Vostra nonna è stata deposta e vostro padre incoronato ancora ragazzo. E gli Stati hanno fatto altrettanto qui in Inghilterra, giacché anche da noi si può trovare qualche esempio. Anche il Parlamento e il popolo d’Inghilterra hanno osato qualche volta chiamare i loro re a render conto del loro operato. E’ capitato con una certa frequenza al tempo dei Sassoni, prima della conquista. E anche dopo la conquista, si sono avuti quelli che voi chiamate « precedenti ». Così è stato per i re Edoardo II e Riccardo II, i quali furono entrambi deposti e privati della corona. Anche se, a onor del vero, bisogna dire che nelle accuse portate contro di loro non si può trovare nulla di paragonabile all’efferatezza dei crimini di cui siete accusato voi. Davvero, nulla di paragonabile.

« L’altro giorno avete fatto un’affermazione che non condividiamo, anche se non l’abbiamo confutata subito. Mettendo insieme tutti i re d’Inghilterra, compreso voi nella sola veste di sovrano inglese, che è appunto quella presa in considerazione dall’atto d’accusa, voi parlate di un millennio di monarchia, ma la storia vi smentisce, in quanto non potete risalire più in là della conquista, cominciando a contare dalla quale (cioè cominciando a contare da Guglielmo detto il Conquistatore), voi siete il ventiquattresimo re; e di questi re, ben la metà non lo        sono stati per diritto ereditario, bensì in quanto nominati dagli Stati. Tutto questo potremmo pro­varlo dettagliatamente, ma non ci sembra necessario perdere altro tempo su questo argomento. Come certamente sapete, un grande giureconsulto ha detto che per quanto siano molti i re saliti al trono per diritto di successione, tuttavia, in Inghilterra, essi hanno sempre considerato il loro titolo ben più sicuro quando era riconosciuto dal Parlamento. Il vostro giuramento e lo stesso cerimoniale della vostra incoronazione mostrano chiaramente che, anche se la legge designa come erede il discendente più vicino per sangue, nondimeno, se vi fosse qualche giusto motivo di ricusazione, il popolo avrebbe la facoltà di farlo valere. In sostanza, tra il re e il suo popolo si stabilisce un legame reciproco, un vero e proprio contratto, rafforzato dall’obbligo che ha il re di prestare giuramento. E se il re non tiene fede al contratto e al giuramento, addio sovranità.

« Questi, Signore, sono fatti che non possono essere negati. Lo dico a voi come lo chiedo a Dio, nella speranza di far leva sulla vostra coscienza e di farvi riconoscere i vostri torti. Perché l’Inghilterra e il mondo intero, che hanno tenuto gli occhi puntati su di voi, sono bene in grado di giudicare se voi siete stato il protettore dell’Inghilterra, come il vostro ufficio vi avrebbe imposto di essere, oppure il suo distruttore. Se è vero infatti che siete salito al trono per successione, è altrettanto vero che la vostra è stata una missione di fiducia, e della più alta fiducia che si possa accordare a un essere umano. Voi eravate il grande amministratore della giustizia, e vostri delegati erano tutti coloro che ne dovevano curare l’applicazione in tutto il territorio del regno. Mentre il vostro primo dovere era di curare la giustizia, voi invece le avete recato infinite offese; avete scatenato la guerra mentre avreste dovuto preservare la pace. Siete dunque venuto meno ai doveri del vostro ufficio, della missione che vi era stata affidata. Ora, Signore, voi dite che il vostro ufficio l’avete avuto per successione, che il vostro titolo vi proviene dai vostri avi; ebbene, bisogna che ognuno sappia che anche le grandi cariche possono essere usurpate e ricoperte inde­gnamente, e che non cambia nulla, il fatto che voi la vostra carica l’abbiate avuta per un solo anno oppure per tutta la vita. Non vi resta altro, dunque, che pensare seriamente ai grandi e numerosi delitti che avete commesso nello svolgimento della vostra missione. Non starò ad elencarli uno per uno: malauguratamente per il paese, e per voi, essi sono ormai ben noti a tutti.

« E’ proprio per questo, per i grandi crimini che avete commesso, che la Corte Suprema ci ha ordinato di processarvi e di giudicarvi. L’atto d’accusa vi ha definito tiranno, traditore, assassino, nemico pubblico della comunità intera d’Inghilterra. Certo, sarebbe stato assai meglio per tutti se questi titoli, o almeno alcuni di essi, vi si fossero potuti ragionevolmente e a buon diritto risparmiare.

« Ma, per esempio, non si può proprio fare a meno di darvi del traditore. Voi stesso ammetterete che questa parola implica e presuppone un abuso di fiducia commesso nei confronti di un superiore. Così, come a termini di legge dovrebbe essere definito traditore il popolo d’Inghilterra, qualora questi si fosse macchiato di tale delitto nei vostri confronti, allo stesso modo questa definizione spetta a voi, dal momento che avete tradito la fiducia che il regno aveva riposto in voi nell’interesse del paese, e avete quindi commesso un abuso di fiducia nei confronti di un vostro superiore. In realtà, il fatto stesso che siete chiamato a rendere conto di abuso di fiducia, significa che siete chiamato a renderne conto davanti a dei vostri superiori: « Minimus ad maiorem in judicium vocatur » (2), dice la massima.

Il popolo d’Inghilterra tradirebbe dunque se stesso se, nel momento in cui Dio gli si mostra così miracolosamente e gloriosamente favorevole, dovesse rinunciare a farsi giustizia, proprio quando ne ha la forza e l’occasione. E la Corte avrebbe preferito che voi vi foste messo una mano sulla coscienza e aveste considerato a fondo le colpe di cui vi siete macchiato, sì da mettervi in pace con Dio.

» Tirannide e tradimento: ecco, Signore, i vostri due grandi crimini. Ma anche se non aveste commesso questi due, ne resterebbe pur sempre un terzo: l’assassinio. Le stragi sanguinose perpetrate da quando vi siete separato dal vostro popolo, insieme a quanto è accaduto durante le ultime guerre, tutto deve ricadere su di voi, tutto deve essere ascritto a vostra colpa. Una colpa ripugnante e che grida vendetta, la cui punizione va ricercata tanto nella legge di Dio quanto in quella degli uomini. Suppongo che conosciate abbastanza le Sacre Scrit­ture per sapere ciò che Dio stesso dice di colui che versa il sangue dell’uomo (3). Questa Corte, che giudica in nome del regno, prova una grande pietà per tutto il sangue innocente che è stato versato, ed è profondamente convinta, come dice il sacro testo, che la nostra terra non possa essere purificata se non con lo stesso sangue di colui che quel sangue innocente ha sparso. Per noi non esistono eccezioni al comandamento divino di non uccidere, che è diretto tanto al re quanto all’ultimo dei plebei, o dei contadini. E’ un comandamento universale: la legge di Dio proibisce l’assassinio. Anche la legge degli uomini lo proibisce e non c’è nulla, nemmeno in essa, che possa dispensarvi dalla giusta punizione. E’ vero che quando si tratta di re, il diritto di giudicarli e di infliggere loro la pena non è concesso a tutti; ma è altrettanto vero che il popolo che noi rappresentiamo avrebbe la forza e il diritto di processarvi e di punirvi anche se aveste commesso un solo omicidio.

» Ora, Signore, il peso dei delitti di tirannide, di tradimento, di abuso di fiducia, di omicidio e di tutti gli altri misfatti che avete compiuto deve suscitare in voi ben tristi riflessioni su ciò che vi aspetta nell’eternità, come non può esservi certo piacevole ascoltare tutte le argomentazioni che questa Corte ha da svolgere contro di voi. Argomentazioni intese a stabilire i nostri poteri quale tribunale e Alta Corte di Giustizia, costituita e autorizzata, come vi abbiamo detto e ripetuto, dalla Suprema Corte di questo regno; e benché voi abbiate cercato di negare i nostri poteri e la nostra autorità, questa Corte si riconosce competente a giudicarvi, secondo quanto il suo dovere le impone. Tutto quello che mi resta da comunicarvi prima che vi sia data lettura della sentenza, è il sincero desiderio della Corte che voi riflettiate seriamente sui crimini dei quali vi siete reso colpevole. L’altro giorno avete espresso la speranza che Dio ci illuminasse nel nostro compito. Ebbene, tutti noi siamo proprio convinti di averlo davanti agli occhi, questo Dio. Questo Dio che noi sappiamo essere re dei re, signore dei signori, imparziale vendicatore del sangue innocente; questo Dio che colpisce con la sua maledizione chi si rifiuta di immergere le mani nel sangue dei malfattori, di coloro che meritano la morte. Sì, noi l’abbiamo bene davanti agli occhi questo Dio; e se il senso del dovere non ci avesse chiamato qui, a svolgere questo compito, voi non vi sareste trovato davanti a un tribunale; ma noi abbiamo dovuto anteporre ad ogni altra considerazione il compimento del nostro dovere verso Dio e verso il regno. E anche se in questo preciso momento incombono su molti di noi, se non addirittura su tutti, le pesanti minacce di alcuni esponenti del vostro partito, noi dichiariamo qui la nostra ferma intenzione di non indietreggiare e di non fermarci nel compimento del nostro dovere che ci impone di giudicarvi e di condannarvi, anche se siete un re, conformemente alla gravità delle vostre colpe. E se poi Dio dovesse permettere a quanti ci minacciano di porre in atto i loro progetti, noi non ci comporteremmo diversamente da quei giovani che, nella fornace infuocata, rifiutavano di adorare la statua d’oro eretta da Nabucodonosor, dichiarando che il loro Dio avrebbe ben saputo liberarli dal pericolo che li minacciava, e che non si sarebbero piegati ad adorare il simulacro nemmeno se Egli non fosse venuto in loro soccorso. E così, per quanto ci riguarda, faremo noi, dovessimo cadere preda di quei sanguinari che progettano di sconvolgere il regno e di mandare a morte noi perché abbiamo collaborato a questa grande opera di giustizia, opera cui non smetteremmo di dedicarci, con la grazia di Dio e con la forza che da Lui ci proviene, nemmeno se dovessimo perire nell’impresa. Questa è la nostra decisione. Quanto a voi, il nostro desiderio è che Dio voglia darvi la consapevolezza dei vostri delitti, affinché possiate vedere chiaramente in che cosa avete fatto il male e implorare il suo perdono per il sangue che avete sparso. Ci fu, anticamente, un re che si rese colpevole di questo delitto; era innocente su ogni altro punto, tranne che sull’affare di Uria (4). In verità, la storia ci dice che egli si pentì, e ci lascia capire che sarebbe morto, se Dio non lo avesse perdonato, accogliendo il suo pentimento.

‘ Tu non morrai ’, gli disse Dio per bocca del profeta Natan. ‘ Ma il figlio che ti è nato, poiché hai oltraggiato il Signore con tale colpa, morrà senza dubbio ’.»

Carlo I: « Vorrei dire una parola sola ancora, prima che pronunciate la sentenza in merito ai delitti di cui sono accusato ».

Lord Presidente: « Signore, non potete interrom­permi. Si avvicina il momento della sentenza. Dovevate parlare quando vi è stato chiesto di farlo ».

Carlo I: « Ma io non voglio dire che poche parole. E certamente, quale possa essere la sentenza che vi apprestate a pronunciare in merito ai gravi delitti di cui, lo capisco dalle vostre parole, mi ritenete colpevole, è pur vero che…»

Lord Presidente: « Signore, sono costretto a richia­marvi al silenzio. Credetemi, vorrei davvero, soprat­tutto in questo momento, potervi lasciar dire quello che avete da dire. Ma voi non ci avete riconosciuto come tribunale; ai vostri occhi, non siamo che un gruppo di privati cittadini, e sappiamo che cosa si dice di noi nell’ambito del vostro partito ».

Carlo I: « Io non so nulla di tutto questo ».

Lord Presidente: « Ciò che conta è che non ci avete riconosciuto come tribunale. Dunque non può esservi consentito di parlare a delle persone alle quali contestate il diritto di giudicare le vostre parole. La verità è che la Corte non avrebbe dovuto ascoltare una sola parola di più da parte vostra, dal momento stesso in cui voi avete ritenuto di contestare e respingere la nostra autorità. O ci riconoscete come tribunale, o non potete chiederci di ascoltarvi. Siamo stati fin troppo magnanimi, ab­biamo tollerato fin troppi indugi. Se lo potessimo, vi staremmo a sentire volentieri, non ci rifiuteremmo di ascoltare quanto potreste aver da dire a vostra totale o parziale discolpa. Ma, Signore, non voglio angu­stiarvi oltre. Le vostre colpe sono così gravi che se le meditaste seriamente non potreste fare a meno di considerarle con tristezza; esse potrebbero far nascere in voi un autentico e profondo pentimento. La speranza più sincera della Corte è proprio questa, che voi vi pentiate del male che avete fatto, sì che Dio possa infine accogliere nella sua misericordia almeno la parte migliore di voi. Quanto all’altra parte, Signore, il nostro compito, il nostro dovere è di applicare quanto la legge prescrive. Noi non possiamo perdonare, non possiamo assolvere chi è colpevole. La sentenza che ascolterete è quella che la legge sancisce contro il traditore, il tiranno, l’omi­cida, il nemico pubblico del suo paese. Ecco la sentenza della Corte ».

A questo punto il Lord Presidente ordina la lettura della sentenza. Ottenuto il silenzio in aula, il cancelliere legge il testo redatto in Parlamento :

« Atteso che i Comuni d’Inghilterra, riuniti in Parlamento, hanno nominato la presente Alta Corte di Giustizia allo scopo di processare Carlo Stuart, re d’Inghilterra, il quale tre volte è stato condotto al suo cospetto; atteso che la prima volta gli è stato comunicato l’atto con il quale lo si accusa, in nome del popolo d’Inghilterra, di alto tradimento e di altri gravi delitti e misfatti…; atteso che, avuta lettura di tale atto d’accusa e richiesto di rispondervi, il nominato Carlo Stuart si è rifiutato di farlo… Per tutti questi tradimenti e delitti, la Corte stabilisce che il detto Carlo Stuart, come tiranno, traditore, assassino e nemico pubblico, sia messo a morte mediante separazione della testa dal corpo ».

Lord Presidente: « La sentenza che è stata appena pronunciata è l’espressione del giudizio, della volontà e della decisione unanime della Corte ».

Carlo I: « Volete concedermi di dire una parola? »

Lord Presidente: « Signore, non potete più parlare dopo che la sentenza è stata emessa ».

Carlo I: « No ? »

Lord Presidente: « No. Guardie, conducete via il prigioniero ».

Carlo I: « Ma io posso parlare anche dopo la sentenza… Con il vostro permesso, Signore, io posso ancora parlare… Aspettate… Voglio dire… Non si permette a me di parlare!… Immaginate quale giustizia possono attendersi gli altri!…»

  1. Fiume della Gran Bretagna, lungo 156 km., il cui ultimo tratto costituisce ancor oggi un tratto de! confine tra Scozia e Inghilterra.
  2. « L’inferiore è chiamato in giudizio davanti al superiore ».
  3. «… e tanto più domanderò conto della vita dell’uomo alla mano di ogni suo simile, estraneo o parente che sia. Chiunque spargerà il sangue dell’uomo, avrà il proprio sangue sparso dall’uomo, perché Iddio ha fatto l’uomo a immagine sua… » (Genesi, IX, 5-6) E anche: « Non profanate dunque la terra in cui abiterete, poiché il sangue contamina la terra; e la terra non può essere purificata del sangue che vi è stato versato se non con il sangue di chi l’ha sparso. » (Numeri, XXXV, 33).
  4. Marito di Betsabea e ufficiale dell’esercito di David. Informato che Betsabea era rimasta incinta a seguito dell’adulterio che aveva con lui commesso, il re biblico mandò Uria in battaglia, in una zona dove avrebbe sicuramente trovato la morte. Uria infatti morì, ma morì pure, poco dopo la nascita, il figlio adulterino di David e Betsabea (Secondo Libro di Samuele, cap. XI-XII).

 

 

(omissis)

Verso le dieci (del 30 gennaio 1649. Ndr), qualcuno bussa alla porta. E’ il colonnello Hacker:

« Sire, sarà bene che vi incamminiate verso White Hall. Avrete poi ancora più di un’ora per riposarvi ».

Carlo I tace. Dopo qualche istante di silenzio, raccomanda a Herbert di non dimenticare la cuffia di seta nera che gli servirà una volta sul patibolo.

Accompagnato dal vescovo Juxon e dal colonnello Tomlinson, comandante della guardia, entrambi a capo scoperto, il re attraversa il parco diretto a White Hall.

Tre compagnie di fanteria fanno ala al passaggio di Carlo I, davanti al quale procede, a insegne spiegate, un plotone di alabardieri, mentre un ossessivo rullare di tamburi ritma i passi del sovrano. Un ufficiale gli grida che è la punizione per aver acconsentito all’avvelenamento del padre, che lo attende.

Risponde Carlo I :

« Amico mio, se quella che dite fosse la mia unica colpa, vi giuro davanti a Dio che non avrei alcun bisogno del perdono dell’Onnipotente ».

Poiché le guardie camminano lentamente, il re le prega di affrettare il passo.

Giunto in fondo al parco, sale la scala che porta alla galleria di White Hall. Giuntovi, si raccoglie in preghiera, solo con il vescovo Juxon dal quale riceve l’Eucarestia. Alcuni ministri bussano alla porta, chiedono di poter pregare insieme al re. Juxon li assicura che informerà il sovrano della loro offerta.

Non avendo ottenuto risposta, essi bussano nuo­vamente. Dice allora Carlo I a Juxon: «Ebbene, ringraziateli a nome mio, ma rispondete loro, in tutta sincerità, che dopo aver pregato così spesso e senza motivo contro di me, non desidero vederli ora, durante questa mia agonia, pregare insieme a me. Che preghino pure per me, se lo desiderano. Ma non con me. Gliene sarò riconoscente lo stesso ».

Dopo aver ricevuto in ginocchio il Santissimo, Carlo I si rialza:

« Adesso », dice, « sono pronto a riceverli, quei ribaldi, lo gli perdono di cuore, e non temo ciò che mi aspetta ».

A White Hall gli è stato preparato qualcosa da mangiare, ma il re si rifiuta di toccare cibo.

Il vescovo insiste perché il re prenda qualcosa, gli ricorda che fa molto freddo e che è digiuno da parecchio tempo; gli fa notare che, a causa di ciò, sul patibolo potrebbe avere un mancamento.

Carlo I finisce per accettare un mezzo panino e un bicchiere di vino bianco.

Poco dopo torna il colonnello Hacker, questa volta seguito da ufficiali e soldati, insieme ai quali attraversa la sala dei banchetti. Dietro di loro, uomini e donne d’ogni condizione pregano per il sovrano.

Nella parete in fondo alla sala, la sera prima, è stato aperto un passaggio attraverso il quale si può giungere direttamente sulla piattaforma del patibolo, situata allo stesso livello e tutta ricoperta di drappo nero.

Una volta sul palco, Carlo I si guarda attorno. Un muro compatto di soldati impedisce al popolo di avvicinarsi al patibolo. Dice allora il condannato a morte, rivolgendosi a Juxon, a Tomlinson e ai pochi ufficiali vicini:

« Nessuno mi può udire qui, tranne voi. E dunque a voi, che parlerò. Per la verità potrei anche tacere; ma se così facessi, qualcuno potrebbe pensare che mi riconosco colpevole e accetto la pena. Credo dunque sia mio dovere verso Dio e verso il mio popolo cercare di farmi ricordare da tutti come un uomo onesto, un buon re e un buon cristiano. Comincerò col dire della mia innocenza. In realtà, non credo sia necessario insistere più che tanto su questo punto. Il mondo intero sa bene che non sono stato io a cominciare la guerra con le due Camere del Parlamento. E affermo davanti a Dio, al quale tra poco dovrò rendere conto della mia vita, che non ho mai avuto l’intenzione di usurpare le prerogative del Parlamento. In realtà è vero proprio il contrario, cioè che è stato il Parlamento a usurpare le mie prerogative ».

Carlo I prosegue rievocando le controversie che l’hanno opposto al Parlamento e protestando di nuovo la propria innocenza. Dichiara poi di perdo­nare a tutti, anche a coloro che saranno i principali responsabili della sua morte e che si augura capaci di agire rettamente al fine di ristabilire la pace nel regno. Con grande calma e padronanza di sé, Carlo I sostiene che è proprio il disprezzo dei diritti sovrani la causa principale dell’infelicità del popolo.

Vedendo qualcuno avvicinarsi alla scure, Carlo I si interrompe un attimo per avvertirlo:

« Badate alla scure! Badate a non farvi male! »

Poi riprende e conclude il suo breve discorso. Il vescovo Juxon gli porge la cuffia di seta nera. Carlo I se la mette in capo e chiede ad uno dei due boia:

« I miei capelli non vi impacceranno nel vostro lavoro ? »

Il boia gli consiglia di sistemarli meglio sotto la cuffia.

Dice quindi il sovrano, rivolgendosi al vescovo :

« Muoio per una buona causa e con un Dio misericordioso a fianco ».

« Certo, sire. Vi resta ormai un solo passo da compiere. E’ un passo terribile e angoscioso, ma breve. Eppure vi porterà lontano, vi porterà dalla terra al cielo ».

« Io passo da una corona corruttibile ad una corona incorruttibile, con la quale non dovrò più temere turbamenti di sorta ».

« Voi cambiate una corona temporale con una corona eterna…»

Toltosi il mantello e l’insegna dell’Ordine di San Giorgio, Carlo I consegna quest’ultima a Juxon dicendogli « Ricordatevi…» Poi si toglie anche la giubba e, essendo rimasto in panciotto, per il freddo si rimette il mantello.

Guardando il ceppo, dice al boia:

« Fissatelo bene, in modo che sia ben fermo ».

« E’ fissato bene, Signore ».

« Quando stenderò le mani, allora…»

Ancora un momento di raccoglimento, qualche parola mormorata tra sè e sè con le mani e lo sguardo volti al cielo, poi Carlo I si inginocchia e posa il capo sul ceppo.

Ricorda al boia che gli aggiusta i capelli sotto la cuffia:

« Aspettate il segnale ».

« Lo aspetterò, Sire. Come Vostra Maestà desi­dera ».

Dopo un istante, Carlo I stende le mani nel segnale convenuto. D’un sol colpo, il boia stacca la testa dal corpo. Poi la solleva prendendola per i capelli e la mostra agli spettatori :

« Ecco la testa di un traditore! »

Nel momento in cui la scure del boia si abbatteva sul collo del sovrano, dal pubblico si era levato come un lugubre gemito.

Subito dopo l’esecuzione, due compagnie di caval­leria si preoccupano di disperdere la folla, l’una procedendo da Charing Cross verso King’s Street e l’altra in senso inverso.

Il corpo del re, imbalsamato per ordine del vescovo Juxon e di sir Thomas Herbert viene trasportato a St. James.

Respinta la richiesta di inumare Carlo I nella cappella di Enrico VII, dopo animate discussioni il Parlamento ne autorizza la sepoltura nella cappella di San Giorgio, al castello di Windsor. Per qualche giorno, il feretro rimane esposto al pubblico, a White Hall; poi viene portato a Windsor su di un carro tutto drappeggiato di velluto nero, tirato da sei cavalli egualmente bardati a lutto. Lo accompa­gnano il duca di Richmond, il marchese di Hertford, lord Southampton, lord Lindsey, il vescovo Juxon, sir Thomas Herbert e Mildmay.

La spoglia mortale del sovrano viene calata nella cripta senz’altra cerimonia che le lacrime dei pochi presenti. Sulla bara, una placca d’argento reca la nuda scritta : Carlo, Re, 1649.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart