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STORIA: Il processo a Carlotta Corday (Saint-Saturnin-des-Ligneries, 27 luglio 1768 – Parigi, 17 luglio 1793)

6 Aprile 2019

(da “I grandi processi della storia” – edizioni di Crémille – Ginevra 1971)

Antefatto

Nella confusione, l’Amico del popolo (Marat. Ndr) scompare e torna ancora una volta alla clandestinitĂ . Scrive alla Convenzione, onde giustificarsi e provare come tale modo di agire nei suoi confronti sia arbitrario. Il 13 aprile, in sua assenza, si svolge la votazione per appello nominale dell’atto di accusa che lo con­cerne. Dopo nove ore di seduta, la votazione gli è sfavorevole. Per Marat, sembrerebbe giunto il momento della disfatta… Ma la Gironda è andata troppo in lĂ  : avrebbe dovuto accontentarsi di obbligare Marat a mettersi in disparte; dandogli addosso in tal modo, ne ha fatto invece un martire.

Quando, qualche giorno dopo, viene redatto l’atto di accusa che denuncia Marat quale istigatore alles­sassimo e al saccheggio, e gli viene imputata la colpa di aver voluto instaurare la dittatura, l’Amico del popolo ha giĂ  messo a punto la sua difesa. Scrive alla Convenzione, ai Giacobini, fa affiggere manifesti sui muri di Parigi, pubblica il suo giornale, solleva l’opinione pubblica con tutti i mezzi che ha a dispo­sizione — e, per quanto possa sembrare strano, ne ha ancora qualcuno e che può sfruttare. Non stupisce, dunque, che la massa dei Sanculotti stazio­nante nei dintorni del Tribunale rivoluzionario il 24 aprile sia turbolenta e minacciosa. Marat si era costituito il giorno prima ed aveva passato la notte, con alcuni amici montagnardi, nella prigione del­l’Abbazia. Quando entra nella sala del Tribunale, viene applaudito con fervore e sa giĂ  che otterrĂ  la vittoria. In compenso il presidente MontanĂ©, l’accusatore pubblico Fouquier-Tinville (gli stessi che qualche settimana dopo siederanno come giudici di Carlotta Corday) e i dieci giurati, non si sentono troppo sicuri… Marat, fra gli applausi dell’assemblea, ha subito posto la questione in modo di potersi proclamare vittima e martire della causa della libertĂ  : « Cittadini, di fronte a voi non appare un col­pevole, ma l’Amico del popolo, l’apostolo e il martire della libertĂ , perseguitato da anni ad opera degli implacabili nemici della Patria e incriminato oggi dall’infame azione degli uomini di Stato. Egli rin­grazia i suoi persecutori di avergli dato la possi­bilitĂ  di far trionfare la propria innocenza e di coprirli di obbrobrio. »

Si giustifica con brio e abilità. Quasi tutti, in sala, sono con lui, e il loro atteggiamento e le loro rea­zioni facilitano la sua difesa. D’altra parte, anche il presidente sembra dello stesso avviso, poiché dichia­ra : « Ho esaminato con cura i passi citati nei giornali di Marat. Per meglio valutarli, ho tenuto presente il ben noto carattere dell’accusato e il periodo di tempo nel quale li ha scritti. Non posso supporre, nell’intrepido difensore dei diritti del popolo, inten­zioni criminali e controrivoluzionarie : è difficile contenere la propria giusta indignazione, quando si vede il paese tradito da ogni parte; dichiaro che negli scritti di Marat non ho trovato nulla che confi­guri i delitti dei quali è accusato. » Come ci si atten­deva, l’Amico del popolo viene dunque assolto. Nell’assemblea è il delirio. Egli viene portato in trionfo per Parigi da una folla scatenata e condotto dalla sala dell’udienza fino alla Convenzione. Quando i suoi sostenitori, per confermare in un certo senso la sua apoteosi, lo depositano alla bell’e meglio in cima alla Montagna, egli è coperto di ghirlande e di corone di fiori!

Da questo momento incomincia l’ultima fase della lotta di Marat contro la Gironda. I Giacobini tentano di introdurre elementi sobillatori nelle sezioni pari­gine dove i partigiani di Brissot e di Roland hanno ancora la maggioranza. Parigi ogni giorno è teatro di manifestazioni prò o contro Marat e suoi amici della Montagna. Ma i Girondini, che sentono sorgere serie minacce nei loro confronti, si fidano sempre meno del popolo di Parigi, che non riescono a tener sufficientemente a bada. Essi suggeriscono che la Convenzione lasci le Tuileries e si trasferisca a Bourges.

Durante i tre ultimi giorni di maggio, alla Conven­zione i Sanculotti riprendono ad appoggiare le proposte di Marat, che chiama alle armi contro la Gironda : « Il popolo deve sollevarsi e dettare i suoi voleri; prendere le armi, circondare la Convenzione, obbligarla a deferire al Tribunale rivoluzionario i capi dei Girondini. » Parigi è in effervescenza. Marat provoca agitazioni a tutto spiano ; compie inter­venti nelle sezioni, nei comitati patriottici, alla Convenzione, al Comitato di Salute Pubblica; dimostra a tutti che il popolo deve rivoltarsi contro i rappresentanti che l’hanno tradito e, specialmente, esige l’arresto di 22 Girondini. Domenica 2 giugno, la Convenzione viene posta in istato di assedio : i Sanculotti, armati e minacciosi, vogliono forzare la situazione e giungere alla decisione voluta. Così, in un’atmosfera di violenza e di inquietudine, viene votato il decreto d’arresto di 31 Girondini; nove di essi riescono a fuggire, gli altri 22 vengono ghigliotti­nati il 30 ottobre 1793.

Vinta la Gironda, Marat pensa di aver compiuto la parte essenziale del suo compito. Il 3 giugno dà le dimissioni dalle cariche ricoperte in seno alla Conven­zione. Tuttavia non rinuncia del tutto all’attività politica, poiché per più di un mese pubblica ancora il suo giornale. Invia anche alcune lettere alla Con­venzione, ma i suoi colleghi di un tempo non attri­buiscono loro grande importanza. I membri della Convenzione non gli hanno perdonato di aver eser­citato il suo dominio sull’assemblea, così come non hanno dimenticato le paure provate per causa sua. In certo qual modo, la sua scomparsa dall’arena politica dà loro un senso di liberazione. Da quel momento in poi le sue proposte cadono nel vuoto; l’Amico del popolo, d’altronde, si rende ben conto dell’inanità dei suoi sforzi; nel suo giornale si sente l’eco del suo rammarico, ed egli giunge ad accusare i Montagnardi della stessa debolezza che rimprove­rava un tempo ai loro predecessori.

Continua a battersi, ma gli è anche necessario lottare contro un male implacabile : soffre di un eczema diffuso — che la vita clandestina e disordi­nata hanno aggravato — complicato da un’affezione polmonare. Prova dolori così lancinanti che trova sollievo solo restando immerso, come è noto, in una vasca da bagno, posta su di uno zoccolo, nella quale rimane anche, quando riceve i suoi visitatori e dove continua, malgrado, tutto, a lavorare per intere giornate. Fino a quel pomeriggio del 13 luglio…

L’assassinio

Giovedì, 11 luglio, verso mezzogiorno, i viaggiatori, stremati dagli scossoni causati da un accidentato percorso di piĂą di duecento chilometri, neri di pol­vere, assordati dal rumore di ferraglia della pesante diligenza, giungono a Parigi, sotto un sole rovente, e si fermano all’Ufficio Trasporti. Per Carlotta è il primo contatto, un po’ rude, con la capitale. Ella non vi conosce nessuno, ma che importa? Le occorre un alloggio e, appena lo avrĂ  trovato, si darĂ  da fare per incontrarsi con Duperret e poi per occuparsi di Marat. In ogni caso, non ha tempo da perdere, perchĂ© ogni ora che passa può consentire all’Amico del popolo di trascinare la Francia verso nuovi sanguinosi avvenimenti, che ella vuole evitare alla nazione…

Sabato tredici, Carlotta si leva di buon’ora. Ha calcolato il tempo che le occorre e come impiegarlo ; ha deciso di recarsi da Marat in mattinata.

Dopo il 10 agosto del 1792, Marat è andato ad abitare in una vecchia casa di quattro piani, che non ha certo un bell’aspetto e che si chiama pompo­samente l’hòtel de Cahors. Marat alloggia al primo piano, con Simona e Caterina Évrard; vi si accede per una scala di pietra grigia e sporca, dopo aver attraversato il cortile. Ai lati della cucina, che dĂ  nell’anticamera, vi sono sei stanze : due camere da letto, un salone, uno studio, una sala da pranzo — dove vengono piegati i giornali stampati nel laboratorio, che ha sede nello stesso stabile — e la stanza da bagno, che è diventato il locale piĂą impor­tante dopo che Marat vi si è stabilito in permanenza, immerso nella sua bagnarola di rame. E’ il solo siste­ma che i medici abbiano trovato per attenuare un poco lo spaventoso prurito di cui soffre. Ma questo malanno intollerabile non toglie a Marat tutte le sue energie, visto che continua a scrivere e a lavorare, con la schiena verso la finestra, un brutto accappatoio gettato sulle spalle, la testa fasciata di stracci imbevuti di acqua e aceto, che Simona Évrard rinnova continuamente. Sulla vasca da bagno è stata posta un’asse, perchĂ© Marat possa scrivere; ha uno sgabello a portata di mano, ove posa libri e giornali, e accanto un’altra sedia, dove prendon posto i visitatori. L’Amico del popolo non dorme quasi piĂą e si sostiene soltanto prendendo un infinito numero di tazze di caffè; i medici disperano di sal­varlo. Dai primi giorni di luglio gli fanno visita parecchie delegazioni del Club dei Cordiglieri e insistono perchĂ© non si strapazzi e si curi seriamente; ma egli desidera soltanto continuare il suo lavoro e la lotta per far trionfare le idee che non ha mai smesso di difendere. Intanto la sua salute peggiora di giorno in giorno. Il popolino di Parigi, infatuato di Marat, se ne commuove. Le notizie pubblicate da La Chronique de Paris dell’undici luglio sono molto pessimistiche : « Si dice che Marat sia seria­mente ammalato; se perdesse la vita si troverebbe in questo avvenimento qualche segreta ragione, perchĂ© — come si sa — la morte dei grandi uomini ha sempre qualcosa di straordinario. » L’uomo che verrĂ  assassinato il 13 luglio del 1793 è dunque giĂ  condannato, in breve volger di tempo…

Soltanto a sera, come vedremo, Carlotta riesce ad avvicinare Marat. Afferra il coltello che aveva nasco­sto sotto il corpetto del vestito : colpisce una volta sola, dall’alto in basso, al di sopra della clavicola. Marat viene ferito mortalmente : l’arma ha raggiunto il polmone, perforando la carotide. Quando viene arrestata, Carlotta ammette i fatti e non nasconde i motivi che l’hanno spinta ad agire. Ella dichiara in particolare che « avendo visto che in tutta la Francia stava per scoppiare la guerra civile ed essendo persuasa che Marat fosse il principale respon­sabile di un tale disastro, aveva sacrificato la propria vita per salvare il suo paese ». Conferma che « non ha fatto parola del suo progetto ad anima viva », che a Parigi, dove non era mai venuta, non conosce nessuno » e che una volta compiuto il delitto « non ha avuto affatto l’idea di fuggire dalla finestra, ma che se ne sarebbe andata via per la porta, se non glielo avessero impedito ». Intanto, dei poliziotti effettuano una perquisizione all’albergo della Prov­videnza, ove ha preso alloggio, e fanno l’inventario degli oggetti trovati nel bagaglio della giovane.

Mentre uomini della polizia e deputati le fanno domande su domande, la folla, nonostante l’ora tarda, continua a sfilare nella via, lanciando grida di morte. Camillo Desmoulins e Hébert si sono aggiunti ai rappresentanti della Convenzione ed ammirano, da intenditori, il sangue freddo e l’autocontrollo della prigioniera che Le Pére Duchesne, il giornale dell’ « avvoltoio dal viso d’angelo », definisce l’indo­mani in questi termini : « Ella ha la dolcezza di un gatto che fa la zampa di velluto per meglio graffiare; non sembra più turbata che se avesse compiuto la miglior azione del mondo. E’ andata in prigione tranquilla come ad un ballo ».

Alle due del mattino viene letto a Carlotta il testo della sua deposizione, che essa firma. E prima che le leghino nuovamente le mani, con una grazia incan­tevole mostra ai poliziotti i dolorosi segni che le hanno lasciato le corde : « Signori, se per voi è indif­ferente — dice loro — farmi soffrire un po’ meno prima di farmi morire, vi pregherei di permettermi di rovesciare i polsi delle maniche, o di mettermi dei guanti, sotto i lacci che mi state preparando ». Non poterono negarglielo, quando la condussero verso la prigione.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart