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STORIA: Il processo a Giovanna d’Arco (Domrémy, 6 gennaio 1412 – Rouen, 30 maggio 1431)

20 Aprile 2019

Bruciata sul rogo a Rouen il 30 maggio 1431, riabilitata il 7 luglio 1456 su volontà di papa Callisto III e dichiarata Santa con bolla papale di  Benedetto XV del 16 maggio 1920)

(da “I grandi processi della storia” – Edizioni di Crémille, 1971)

Ma per Pierre Cauchon e per i suoi contemporanei esso non rappre­sentò altro che un fatto di modesta importanza, accaduto in un tempo in cui tortura, impiccagione e rogo erano cose di tutti i giorni. Infatti si squartavano e si decapitavano persone soltanto per una bestemmia o per un atto licenzioso e ci furono anni in cui le « streghe » vennero arse a centinaia. Ma non si dovrebbe dimenticare l’abilità con cui Cauchon seppe preparare e far esplodere l’accusa di recidività (senza la quale il tribunale della Chiesa non avrebbe potuto con­dannarla alla pena capitale), accusa che fece deferire Giovanna alle autorità secolari mandandola dunque incontro a morte sicura. Il tutto coincideva con gli impegni presi con i suoi capi inglesi.

Il testo dell’ordinanza di apertura del processo esige delle spiegazioni. E’ chiaro che si riparlerà delle accuse ivi riportate e in particolare si tornerà su quella di « indossare abiti insoliti, adatti soltanto agli uomini ». Ebbene, Giovanna verrà ritenuta recidiva e condannata al rogo per averli indossati più di una volta. Per quanto riguarda l’imputazione di eresia si può far notare che i firmatari ne danno la responsabilità ai « Dottori dell’università » ed al « vicario generale di Monsignore l’Inquisitore ».

In effetti si tratta del fatto che Cauchon interviene ufficialmente a nome dell’Università così come Braverent lo fa a nome dell’Inqui­sizione.

L’Università di Parigi era « suddita di Enrico IV » e se ne guarda bene dal ribellarsi alla imposizione di intervenire nel giudizio, limitandosi a reclamare la consegna di Giovanna.

Poco importa che la ragazza venga votata al supplizio : la volontà inglese di metterla a morte è (ormale, di vecchia data, e ben nota. La si ritrova nelle parole piene di rabbia e di odio che le lancia, a Orléans, Glasdale, uno dei capi degli assedianti : « Strega, se un giorno ti prenderemo ti bruceremo! » Ma quella volontà viene confermata uffi­cialmente in una lettera di capitale importanza spedita da Warwick, governatore del castello in cui è detenuta Gio­vanna. Il 25 febbraio 1431 egli scrive ai medici che la curano : « Il re non vuole assolutamente che ella muoia di morte naturale perché Giovanna gli sta a cuore e l’ha in effetti pagata molto cara. Egli ritiene che debba morire per decisione della giustizia e vuole che sia bruciata. »

Si deve però anche citare la lettera in data 3 gennaio 1431 del re d’Inghilterra, o meglio del suo gran Consiglio, poiché Enrico VI è un bambino : con questa lettera si consegnava Giovanna al vescovo di Beauvais affinchè venisse giudicata. Vi si legge infatti questa riserva : « E’ tuttavia nostra intenzione riavere e riprendere codesta Giovanna se ella non fosse rea convinta delle suddette accuse o di qualcuna di esse, o di altre che riguardano la nostra fede. »

E non finisce qui. Ecco la relazione del notaio che assistette all’ingiunzione fatta da Cauchon a Jean de Luxembourg affinché gli consegnasse Giovanna; in essa appare chiaro che Cauchon abbandona la sua preda ai suoi capi : « La suddetta Pulzella, presa in consegna da questo vescovo, è stata rimessa da costui nelle mani degli inglesi che la condussero a Rouen e la rinchiusero nel castello del sud­detto luogo, in una cella sotterranea, ben chiusa e ben custodita. »

Il notaio scrive poi :

« Il suddetto vescovo di Beauvais, sollecitato dal re d’Inghilterra e dalle autorità del suo gran Consiglio, si trasferì a Rouen. » Ed infine : « Per quanto molti abbiano fatto rilevare al suddetto vescovo che, poiché il processo trattava materia di fede e veniva curato da gente della Chiesa, si sarebbe dovuto mettere la Pulzella Jeanne nella prigione dell’arcivescovado di Rouen, il buon signore, volendo compiacere il re d’Inghilterra ed avere la gratitudine degli inglesi, non lo volle fare e lasciò Giovanna nelle carceri dei suddetti inglesi, suoi mortali nemici. »

Testo che parla chiaro, inattaccabile, che testimonia il servilismo e la bassezza d’animo di Cauchon che l’autore paragona a Erode e Pilato, e testimonia anche la volontà assoluta degli inglesi di mandare a morte Giovanna.

Desiderio di vendetta — certo — ma anche di far colpo sul clan francese nel quale del resto sembra che parecchi, abbiano accolto con sollievo la cattura dell’eroina.

I suoi successi e la sua popolarità facevano ombra a molti; e lo stesso Carlo VII, questo « re di Bourges » che ella aveva fatto consacrare re di Francia ed al quale aveva incominciato a restituire il suo regno, mal sopportava questa specie di tutela. Gli uomini di guerra, anche i fedeli compagni, quelli che fraternizzavano con lei, si sentivano a volte impazienti e forse umiliati di dover combattere sotto la sua egida. La gente della strada, il popolino, restava senza dubbio un sincero ammiratore di questa inviata da Dio, guidata dal principe degli arcangeli. E’ questa fiducia che occorre estirpare; ed è per questo che Winchester ha fatto ricorso ad un tribunale ecclesiastico. Una condanna in materia di fede pronunciata da uomini della Chiesa attesterà che la Pulzella non era che una mentitrice o, peggio, una creatura del diavolo; da questo concetto parte la tanto comoda accusa di stregoneria.

E nello stesso momento — pensa il cardinale — la causa di Carlo VII verrà screditata. Psicologia semplicistica che gli avvenimenti smentiranno con il ritiro definitivo degli inglesi dalla Francia.

E se dopo un quarto di secolo si tenne a Rouen un pro­cesso ecclesiastico di riabilitazione di Giovanna, la cosa poté accadere perché la Chiesa voleva essa stessa riabilitarsi ed anche perché il popolo continuava a ritenerla una martire ispirata ed inviata dal cielo.

 

Lettera di Giovanna agli Inglesi

Il 23febbraio, al calar del giorno, ella si mette in cammino con 6 compagni: Poulangy e Jean de Metz  con i loro servi, Jean de Honecourt e Julien, Colet de Vienne, « messaggero del re » (e ciò conferma il preventivo invio di informatori da parte di Baudricourt) e il suo servitore, l’arciere Richard.

Per quanto risoluti, questi sei cavalieri non nascondono il loro timore di incontrare qualche banda nemica più forte. Giovanna li mette a tacere dicendo che « il suo cam­mino è aperto », che « Dio, suo Signore, le aprirà la via Ano al Delfino » e che ella è venuta al mondo per farlo consacrare ». Baudricourt, scettico ma cavalleresco, quando la Pulzella si issa a cavallo (contrariamente a quanto afferma al processo, è una ottima amazzone) la raccomanda ai suoi compagni e le tende la propria spada : « Va’, dice, e avvenga ciò che vorrà avvenire! »

Ed ella se ne va lasciandosi dietro orizzonti familiari, i genitori, gli amici. Nel momento in cui oltrepassa la porta delle mura di Vaucouleurs la pastorella ha già lasciato il posto alla « guerriera ».

La visita a Nancy e la sua partenza da Vaucouleurs. Sono questi gli ultimi fatti che Giovanna ricorda davanti ai giudici il 22 feb­braio, prima di dare pochi ragguagli sul vsuo viaggio verso Chinon : tappa all’abbazia di Saint-Urbain (« vestita da uomo »), messa ascol­tata ad Auxerre. Precisa inoltre : « In quei giorni sentivo le mie voci frequentemente. »

Jean Beaupère la interrompe. Ha colto l’allu­sione all’abito maschile, uno dei capi d’accusa che potevano mandare al rogo Giovanna.

« Chi ve lo ha consigliato?

— Passate oltre. »

Uno dei presenti si indigna : l’accusata deve rispondere !

« Passate oltre! Di quel fatto non incolpo nessuno. »

E infine conclude :

« Dovevo cambiare i miei abiti con quelli da uomo, ritengo di aver agito bene. »

Ancora una volta Beaupère cambia argo­mento :

« Che cosa sapete sul duca d’Orléans? »

Il duca era prigioniero in Inghilterra fin dalla battaglia di Azincourt del 1415 e la domanda è stata molto probabil­mente suggerita a Beaupère da Winchester, preoccupato dei progetti di sbarco sulle coste britanniche che Giovanna aveva a suo tempo studiato per liberarlo.

« So che è molto caro a Dio — replica — e su di lui ho avuto più rivelazioni che su qualsiasi altro uomo vivente, escluso il mio re. »

Su questo punto Beaupère non insiste più.

Ecco che stranamente fa un salto avanti nel tempo e vuole sapere « quante lettere ella ha inviato agli inglesi e quale era il loro contenuto ».

« Sì, risponde Giovanna, ho inviato una lettera agli inglesi che erano accampati davanti a Orléans; scrivevo loro che dovevano togliere il campo. »

Questa lettera è stata conservata, e deve essere stata letta a Giovanna in occasione del procedimento istruttorio, dal momento che ella sottolinea, poco più avanti, « che due o tre parole sono state cambiate, cioè : “Restituite alla pulzella” invece di “Restituite al re”; poi “corpo per corpo” e “capo della guerra” » che non esistevano nel testo che ella aveva dettato.

Si deve ritenere che lo scrivano abbia pensato di abbellirla mettendo in rilievo il nome della Pulzella invece di quello del re, sul quale i destinatari della lettera si facevano grosse risate. La lettera completa, capolavoro di grazia, di energia e di fiducia in Dio merita di essere riprodotta.

Mai nessun ultimatum (questo fu redatto il 22 marzo 1429 forse a Poitiers, ma inviato molto tempo dopo) ha un simile stile. Gli inglesi, quando ne furono in possesso, si infuriarono (e trattennero persino prigioniero il malcapitato messaggero dicendo di volerlo bruciare sul rogo, previo tuttavia il benestare dell’Università di Parigi; benestare che non ebbe il tempo di arrivare) e riversarono su Giovanna fiumi di ingiurie chiamandola « donnaccia, vaccara », e minacciando di bruciarla viva. Ecco il testo della lettera :

« Al duca di Bethford, cosiddetto reggente il regno di Francia, od ai suoi luogotenenti che stanno di fronte alla città di Orléans.

«  Gesù Maria.

«  Re d’Inghilterra e Voi, duca di Bethford, che affermate di essere il reggente del regno di Francia; Guillaume Lapoule, conte di Suffort, Jehan signore di Thalebot, e voi, Thomas, signore di Exalles, che dite di essere luogotenenti del suddetto Bethford date atto al Re del Cielo del suo sangue regale; consegnate alla Pulzella, inviata quaggiù da Dio, Re del Cielo, le chiavi di tutte le belle città che avete preso e violato in Francia. Ella è venuta, mandata da Dio, per rivendicare il sangue reale; è prontissima a fare pace se vorrete darle ragione e rendere la Francia e pagare per tutto il tempo in cui l’avete tenuta in vostre mani. E voi arcieri, nobili compagni di guerra, che state davanti alla buona città di Orléans, andatevene, in nome di Dio, nei vostri paesi; se ciò non accadrà riceverete fra breve notizie dalla Pulzella che vi farà visita con vostro grande danno.

«  Re d’Inghilterra, se non agirete cosi, io sono a capo di armati, ed in qualsiasi posto attenderò gli uomini che avete in Francia e li farò andare via volenti o nolenti; e, se non vorranno ubbidire, li ucciderò; e se vorranno ubbidire ne accetterò la resa a discrezione. Io sono qui per volontà di Dio, re del cielo, “corpo per corpo”, per cacciarvi da tutta la Francia e sono contro tutti coloro che vogliono tradire, arrecar male o danno al regno di Francia.

«  E toglietevi dalla testa di tenere il regno di Francia che è stato destinato da Dio, Aglio della Madonna, a Carlo vero erede; poiché Dio, re del Cielo, vuole cosi e lo ha rivelato alla Pulzella; e Carlo farà il suo ingresso a Parigi in buona compagnia.

«  Se non volete credere a quanto comunicatovi da Dio per bocca della Pulzella e se non farete giudizio vi verremo a cercare in qualsiasi luogo, vi scacceremo a suon di legnate e faremo una tale strage come in Francia non è stata fatta da mille anni a questa parte.

«  E siate certi che il Re del cielo invierà tanta forza alla Pulzella che non riuscirete a condurre a termine nem­meno un assalto contro di lei o le sue schiere.

«  Duca di Bethford, la Pulzella vi prega e vi chiede di non farvi distruggere. Se farete giudizio, potrete ancora restare in sua compagnia quando i francesi faranno la cosa più bella che sia mai stata fatta per la cristianità.

«  Se volete concludere la pace datemi risposta nella città di Orléans; se non lo volete non posso che rammentarvi i grandi pericoli ai quali andate incontro.

«  Scritta il martedì della settimana santa.

«  dalla Pulzella. »

Nel nome di Bethford si riconosce Bedford e in Lapoule conte di Suffort, quello di William Pole, conte di Suffolk. Quest’ultimo aveva preso il comando delle truppe inglesi davanti a Orléans dopo la morte di Thomas de Montague, conte di Salisbury, ucciso da una palla di cannone sparata da un bambino che stava sulle mura della città. Questo bimbo, visto un pezzo d’artiglieria incustodito, ne aveva dato fuoco alla miccia. Thalebot è John Talbot, uno dei più grandi uomini di guerra inglesi di quel tempo; d’Escalles è Lord Scales, pure lui grandissimo condottiero.

Nuovo passo indietro di Beaupère : com’è stato il viaggio da Vaucouleurs a Chinon?

« Arrivai fino al mio re senza incontrare ostacoli. Non appena arrivata a Sainte-Catherine-de-Fierbois gli scrissi a Chinon dove arrivai verso il mezzogiorno e presi alloggio in una locanda. Dopo aver pranzato mi recai dal re, al castello. »

Era il 6 marzo. I sette viaggiatori erano rimasti in cam­mino per undici giorni o, più esattamente, undici notti onde evitare spiacevoli incontri, malgrado l’impazienza di Giovanna che insisteva nel dire ai suoi compagni che, pro­teggendoli il cielo, non sarebbe accaduto loro niente di male.

Ella si riposava in mezzo a loro, non lasciando mai la sua uniforme di soldato.

Il gruppetto passa la Loira a Gien e dopo si sente più al sicuro. A Sainte-Catherine Giovanna ascolta tre messe una dopo l’altra; dalla partenza da Vaucouleurs ed esclusa quella di Auxerre non ne aveva più ascoltate. Nella sua lettera a Carlo VII gli assicurava « di sapere molte belle cose che lo avrebbero colpito », e concludeva affermando che lo avrebbe riconosciuto pur non avendolo mai visto. E’ quasi certo che a Chinon Giovanna, prima di incontrare il re, dovette ricevere degli emissari incaricati di studiarla e di giudicare la sua credibilità, e inoltre dei cortigiani che fecero di tutto per scrutare le sue intenzioni e per strapparle quello che voleva rivelare soltanto al re. Alcuni sostennero che Carlo VII non avrebbe dovuto riceverla. Egli però ne parlò ai suoi consiglieri ecclesiastici che, invece, non si opposero. Del resto, essendo agli estremi, perché Carlo non avrebbe almeno dovuto stare a sentire colei che, Dio volendo, affermava di portarlo alla vittoria? Comunque furono ascoltati per primi Jean de Metz e Poulangy. Essi furono persuasivi e furono aiutati da una lettera di creden­ziali scritta da Robert de Baudricourt.

Giovanna prosegue il suo racconto descrivendo brevemente l’ormai famoso incontro.

« Quando entrai nella stanza del re, lo rico­nobbi subito, grazie al suggerimento della mia voce che me lo indicò e gli dissi che volevo guidare la guerra contro gli inglesi. »

Ella « indossava abiti maschili : una giubba nera, calzoni screziati, un corto e pesante mantello nero, capelli neri tagliati in tondo ed un cappello nero in testa. »

Giovanna « fece tutti gli inchini previsti dal cerimoniale del re come se fosse sempre vissuta a corte ».

Si ricordava, forse, come facevano le dame della corte di Nancy.

Il re, per metterla alla prova, si era confuso fra altri dignitari vestiti più pomposamente di lui e quando Giovanna si avvicinò per salutarlo dicendo : « Dio vi conceda la vita, gentile re! »

« Non sono il re, rispose, ecco il re » ed indicò uno dei signori presenti. Ma Giovanna ribatté: « In nome di Dio, gentile principe, voi lo siete, non un altro »

Il rogo

Ad un gesto, due inglesi si precipitano verso il palco ed afferrano Giovanna.

E’ già tanto se si fermano davanti al sindaco di Rouen per lasciargli pronunciare la sentenza, come esige la legge.

Essi trascinano Giovanna d’Arco verso il rogo, mentre i prelati abbandonano precipitosamente la tribuna, perché la loro qualità di gente di Chiesa non permette loro di assistere ad un’esecuzione.

Si sta già legando Giovanna al palo eretto alto sul rogo. Gli inglesi hanno voluto che tutti potessero constatare la sua morte in modo da non avere al riguardo delle contestazioni. Sulla sua testa viene posta una specie di mitra

—       quasi un cappello d’asino — sulla quale è stato scritto « eretica, recidiva, apostata, idolatra ».

Il boia è ora sceso ed eccolo che dà fuoco alla paglia ed alle fascine ammucchiate ai piedi del rogo. Un fumo acre, sospinto dal vento, circonda la condannata. Contrariamente alle usanze non è stata imbavagliata e la si sente invocare i suoi santi, le sue sante e pregare.

Contro il cuore tiene stretta una croce di legno che un soldato inglese, preso da compassione, le ha dato.

Un prete si è recato in una chiesa vicina a cercare un crocefisso come quelli che si usano nelle processioni e lo tende alzando le braccia davanti al viso di Giovanna.

Le fiamme arrossano già la sua veste. Giovanna invita Martin Ladvenu — che fino a questo momento è rimasto accanto a lei in cima al rogo — a scendere. Ormai è sola, tutta sola in mezzo alle fiamme ed al fumo che ora la sottraggono quasi agli occhi della folla. Si sente che prega.

La morte raccapricciante avanza. Giovanna tossisce : è l’inizio dell’asfissia. Lunghe lingue di fuoco si levano ora circondandola compieta- mente. E’ la fine. Un lungo grido sfugge dal rogo : « Gesù! »

Come un colpo di tuono : un arciere inglese, che per l’odio covato contro colei che aveva inflitto tante sconfitte agli eserciti del suo paese era andato a gettare un ramo nel fuoco che consumava Giovanna, sviene.

Ma gli inglesi non hanno finito di torturare Giovanna. Subito dopo che ha reso l’ultimo respiro il fuoco viene rallentato « affinché coloro che assistevano la potessero veder morta ».

« Apparve allora morta e tutta bruciata. Fu vista da tutta la gente, completamente nuda, senza più i segreti che possono esserci in una donna, e ciò per togliere qualsiasi dubbio al popolo. »

Dopo di che « il boia ravvivò il fuoco sulla sua povera carogna che ben presto venne tutta bruciata ed ossa e carne ridotte in cenere ».

Ma bisogna far sparire anche le ceneri. Per ordine degli inglesi esse vengono gettate nella Senna dall’alto del ponte Mathilde.

Così morì Giovanna il 30 maggio 1431.

« Siamo tutti dannati; abbiamo bruciato una santa », avrebbe gridato un inglese allo spettacolo del suo supplizio.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart