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STORIA: Il processo a Giuseppe Balsamo conte di Cagliostro (Palermo, 2 giugno 1743 – San Leo, 26 agosto 1795)

16 Aprile 2019

(da “I grandi processi della storia” – edizioni di Crèmille – Ginevra 1971)

« Che cosa avete da dire a vostra discolpa? E innanzi tutto, chi siete? ».
La domanda, rivolta con voce dura e ostile, rimbomba nella grande sala.
La risposta è di un’umiltà solenne; sussurrata con enfasi. « Io sono colui che è. Riconoscete le fattezze dell’amico degli uomini. Tutti li suoi giorni sono marcati da nuovi benefizi. Egli prolunga la vita, soccorre l’indigenza ; e la sua ricompensa è il piacere di essere utile. »
L’imputato che i giudici dell’Inquisizione di Roma hanno di fronte, è un uomo di quarantasette anni. Bruno di carnagione, piccolo di statura, tozzo: c’è nel suo aspetto qualcosa di repellente e insieme di affascinante. Il collo è muscoloso e corto ; il naso, largo e schiacciato su un viso rotondo, illuminato da due grandi occhi neri e penetranti. L’abbigliamento è dimesso ; l’espressione, enigmatica. Lo sguardo ha una profondità strana : attira e respinge. Fuoco e ghiaccio. E mistero.
Pendono sul suo capo tre pesanti imputazioni. In una prosa curialesca, l’atto d’accusa è schiacciante. L’inquisito dovrà rispondere dei seguenti delitti… Glieli legge, nel silenzio generale, con voce roca, un vecchio giudice. « Primo : aggregazione alla società dei Liberi Muratori e successiva istituzione, propagazione e fautoria di una nuova Setta Masso¬nica denominata Egiziana. Secondo : proposizioni pretese ereticali, erronee, scandalose, falso dogma e formai disprezzo delle Sacre Immagini, dei Precetti Ecclesiastici e di ogni opera di pietà e di religione. Terzo: truffe, furti ed inganni eseguiti col pretesto di supposti segreti arcani, e di esperimenti e destinazioni sortileghe. » L’imputato ascolta impassibile. Ce n’è a sufficienza per mandarlo diritto sulla forca.
Si scandaglierà il suo passato, si interrogheranno decine di testimoni. La sua vita sarà frugata in tutti i sensi.
Ne esce una storia sconcertante, incredibile. Quest’uomo ha attraversato per anni l’intera Europa, da Madrid a Mosca, da Palermo a Parigi : ossequiato dai grandi, idolatrato dalle masse, ovunque accolto e seguito da turbe di fanatici. E’ stato un po’ tutto : girovago, guaritore, figlio di uno sceicco, profeta, Gran Maestro di Loggia massonica, consigliere di un cardinale.
Ora è a Roma, in catene. Tutti lo hanno abbandonato. Ma che cos’è in realtà ciò che più gli Inquisitori temono e sospettano in quest’uomo ?
Il processo è stato affidato a una corte d’eccezione. La presiede il segretario di Stato in persona, cardi¬nale Zelada. Zelada è un prelato di stampo antico, con fede, convinzioni e nervi tutti di un pezzo. L’uomo è poco disposto alle concessioni : non le fa alla debolezza umana, per abitudine ; non all’orgoglio dei tempi, per principio. I quali tempi sono quelli che sono: mentre Roma giudica, Parigi sta bruciando nel rogo rivoluzionario. Siamo — non dimentichiamolo — nel maggio caldo del 1790.

(omissis)

Fuori, in attesa del processo c’è una grande agitazione.
Voci allarmistiche circolano a Roma e fuori. A Napoli si dice che il detenuto « è custodito senza fuoco e senza lumi » e che il papa ha ordinato che in Castel Sant’Angelo tutta la guarnigione dei soldati stia sveglia giorno e notte e che l’artiglieria si tenga pronta ad intervenire.
Uno sconosciuto ha riferito al cardinale Chiaramonti che in Roma ci sono cinquemila massoni fra « esteri e romani », pronti a sollevarsi. Una rivolta, secondo la stessa fonte, pare stia per scoppiare anche a Bologna e ad Ancona ; la repubblica di S. Marino starebbe per essere investita dai rivoltosi ; la rivoluzione scoppierebbe nell’urbe durante la settimana santa del 1790. Sembra che in una villa, di cui però non si sa indicare l’ubicazione, « ci siano una gran cassa di coccarde e molte armi ».
In previsione di ciò, il governatore di Roma Rinuccini ha disposto draconiane misure d’ordine pubblico. Nel timore di torbidi interni viene proibita in città, in occasione del carnevale, la « festa dei moccoli ». Il bando del Governatore è severissimo : « … Niuna persona, di qualunque sesso, età, grado e condizione, con maschere o senza, per le strade, sì a piedi che in carrozza, nelle finestre dei teatri ed in qualunque altra maniera o luogo pubblico ardisca fare nell’ultima sera di carnevale illuminazione di sorta con candele, moccoli, lanterne, fiaccole… e molto meno girar per la città urlando, schiamazzando… »
Circola inoltre la voce che siano state rinforzate anche le guarnigioni dislocate ai confini dello Stato pontificio.
Le notizie sono senza dubbio esagerate, ma non del tutto prive di fondamento. Non meno dure sono le misure prese all’interno di Castel Sant’Angelo, dove il detenuto è rinchiuso.
Il carcerato dell’antico Mausoleo d’Augusto, ora prigione di Stato, non è per la verità un ospite facile. Ne sanno qualcosa le guardie. Ne sanno qualcosa soprattutto i due avvocati difensori. Non appena il detenuto ha potuto comunicare con loro, ha indi-rizzato ai giudici una energica protesta. Ha chiesto che gli sia cambiato il letto, perché quello su cui dorme « produce vermi ». Si è lamentato del freddo e vorrebbe che gli fosse passato « un abito di panno peloso con camiciotta a righe per tenersi più caldo ». Ha chiesto dei sottocalzoni « per essere laceri quelli finora usati ». Rimostranze sul vitto. Si è lamentato di avere soltanto un « fiaschetto di Orvieto » ogni due giorni. In quanto al pranzo : « consiste — dice — in un piatto di maccaroni mal conditi e poca e cattiva carne a garofolato d’osteria, senza cena di sorta alcuna ». Ha chiesto infine la sua pipa, qualche libro, un confessore e « il permesso di poter passeggiare qualche ora al giorno ».
Del processo che sta per iniziare se ne parla dapper¬tutto. Se ne parla in ogni città della Penisola. Se ne parla a Parigi, a Londra, a Madrid. Da Roma qualcuno scrive a Torino d’aver sentito dire da persona degna di fede (la quale avrebbe raccolto confidenze da un copista che lavorava al processo di Roma) che sono state scritte negli atti cose « che gli avevano fatto orrore ». Si mormora inoltre che sul tavolo degli Inquisitori siano state deposte circostanze e fatti straordinari attribuiti all’imputato.
Sì, il detenuto di Castel Sant’Angelo ha fatto effettivamente parlare molto di sé. Si sono interessati a lui, per quasi un decennio, principi e monarchi, ministri e generali, vescovi e banchieri, borghesi, preti, prostitute, popolani, soldati. Ne parla anche un libro, stampato nel 1783: « Quest’uomo singolare, meraviglioso, ammirabile per la sua condotta e per le vaste sue cognizioni, d’una figura che ne manifesta
lo spirito, e con occhi di fuoco che leggono nel fondo dei cuori, ebbene quest’uomo singolare e meraviglioso — scrive l’autore — è amato e rispettato dai Comandanti della piazza e dai primari della città, adorato dai poveri e dal popolo, odiato, calunniato e perseguitato da certe persone; lontano dall’accettare denaro e doni da quelli che cura; occupato continuamente nel visitare ammalati, specialmente poveri, nell’aiutarli con medicine che distribuisce loro gratuitamente, e con denaro per provvederli di brodi ; sobrio oltremodo nel mangiare, non coricandosi mai nel letto, e non dormendo per più di due o tre ore seduto sopra una sedia d’appoggio ; e finalmente, sempre ed in qualunque ora pronto a volare in soccorso degli infelici, ed avido del solo piacere di sollevare i suoi simili… »
Si parla di quindicimila ammalati che egli avrebbe guarito, della sua casa piena di poveri, dell’enorme quantità di medicine distribuite ; si parla della sua sensibilità straordinaria, meravigliosa, del culto e dell’adorazione di cui è oggetto. « Quegli infelici, penetrati d’amore, di gratitudine e di rispetto, gli si prostrano ai piedi, gli abbracciano i ginocchi, e lo chiamano loro salvatore, loro padre, loro nume… Il buon uomo s’intenerisce — conclude — e gli ven¬gono le lacrime agli occhi. »
La gente parla, farnetica intorno alla figura misteriosa, strabiliante del detenuto. Chi è ? Da dove viene ? Si dice che sia nato in Oriente. Da chi? Non si sa, ma senza dubbio da principi di nobilissimo sangue. Che cosa insegna? Egli sa tutto. Guarisce i malati, gli storpi, ridona la vista ai ciechi, la favella ai muti, la speranza ai depressi. Di lui ha scritto un francese: « Volete essere buoni e giusti? Ascoltate ed amate quest’uomo, che è l’amico degli uomini. Egli predica il rispetto ai re perché essi sono nelle mani di Dio, il rispetto ai governi perché egli li protegge, il rispetto alla religione perché essa è la sua legge, il rispetto alla legge perché essa di Dio è il supplemento, il rispetto infine agli uomini perché essi sono, come dice lui, i suoi figli. Francesi, non interrogate quindi, ma ascoltate ed amate colui che è venuto tra voi facendo il bene, che si lascia attaccare con pazienza e si difende con moderazione. »
E’ dunque un profeta? Qualcosa di più, scrive un altro: « Egli è perlomeno l’Anticristo, ha cinque o seicento anni, possiede la pietra filosofale, la medicina universale: egli è una di quelle intelligenze che il Creatore invia a volte sulla terra rivestite di una spoglia mortale. »
Macché — risponde un altro : « Quest’uomo che si sospetta sposato a una silfide è un giudeo di origine araba. » « Un semplice furfante », esclama una nobildonna : il suo vero nome — dice — è Thiscio, nato a Napoli da un cocchiere : avrebbe fatto per un po’ di tempo il parrucchiere e anche il servitore. « L’ho conosciuto, — esclama un’altra nobildonna — e a stento riuscivo a sottrarmi al suo fascino. » C’è chi dice di aver visto il misterioso personaggio in Russia e riferisce che il suo linguaggio non rassomigliava a nessun dialetto d’Italia ma che aveva molte affinità col gergo dei giudei italiani. Un giornale di Venezia scrive trattarsi invece di un ebreo portoghese, nato ad Alessandria durante la peste, erede di immense ricchezze.
L’enigmatico detenuto era sposato : questo almeno era certo. Mezza Europa lo aveva visto accompagnato da una donna giovanissima, bellissima, compitis¬sima. Correva voce che il marito l’avesse trovata, con l’aiuto di un genio amico, nell’interno di una piramide. E in quanto alle sue doti di guaritore, anche queste erano certe: poteva testimoniarlo l’altra metà dell’Europa. « Tutti i luoghi da lui attra¬versati — scrive un abate — sono pieni del ricordo dei suoi benefici. » Non mancano i detrattori: « Si tratta di un curioso, fantastico miscuglio di dignità e di astuzia, di cultura ed ignoranza. » Per uno scrittore inglese, il personaggio di cui si parla oscilla tra lo scienziato e Pulcinella. Secondo un altro, genovese, l’uomo era venuto in Italia quale inviato dei capi delle Logge massoniche francesi per « far proseliti in Italia al partito rivoluzionario ».
Sull’enigmatico detenuto di Castel Sant’Angelo se ne dicono tante. Ma chi è dunque questo « Maestro » che la mattina del 4 maggio 1790, dalle carceri di Castel Sant’Angelo, viene portato davanti ai giudici dell’Inquisizione? Un profeta o un ciarlatano? Un benefattore dell’umanità o un impostore? Un taumaturgo o un volgare imbroglione? Un visionario o l’agente della massoneria internazionale? Un pazzo innocuo o il corriere segreto della Costituente francese inviato ad appiccare l’incendio della rivoluzione nella capitale del Papato? E’ il conte Alessandro di Cagliostro, al secolo Giuseppe Balsamo. Il processo che si sta celebrando a suo carico è il processo del secolo.
L’arresto era avvenuto nella notte del 27 dicem¬bre 1789. Era una domenica. Ad eseguirlo era stato un picchetto di granatieri del reggimento De Rossi.
Il « già cognito signor Giuseppe Balsamo — così parla il mandato di cattura — incriminato quale istigatore della setta dei Liberi Muratori e quale edocente di proposizioni pretese ereticali » vien fatto montare su una carrozza e immediatamente tradotto nella fortezza di Castel Sant’Angelo. Con lui sono coinvolti, per complicità, diversi confidenti, e specialmente alcuni innominati francesi, che hanno l’accortezza di prendere il volo prima che arrivi il drappello dei gendarmi. Nella rete resta invece un frate cappuccino, Padre Francesco Giuseppe da San Maurizio. Non essendo sufficientemente provata la sua colpa, il frate è incriminato per « aver mangiato carne nei giorni vietati », e quindi associato alle carceri dell’Ara Coeli. Una terza carrozza è per la « contessa Serafina », al secolo Lorenza Feliciani, moglie di Cagliostro.
La « nobildonna » è invitata a salirvi, per « ordine santissimo » — così le dice l’ufficiale con un inchino forse eccessivamente galante. Il quale, sempre per « ordine santissimo », la traduce nel monastero di Santa Apollonia, in Trastevere, dove è consegnata nelle mani della « Reverendissima Madre Superiora », perché sia tenuta a disposizione del Santo Uffizio. « Sorella, qui sarete al sicuro »; le assegnano una cameretta, la migliore; ma la prigioniera non sembra molto depressa; anzi, è piuttosto tranquilla. Prende subito sonno, in pace con Dio, con gli uomini e con se stessa.
Notte insonne invece per la polizia papale, che nel frattempo irrompeva nell’abitazione del pittore Francesco Agostino Belli, nei pressi di piazza di Spagna. La casa era sospettata come sede di una Loggia massonica. Irruzione notturna di sorpresa, ma a vuoto. I gendarmi trovano varie carte di scarsa importanza ; quelle più compromettenti sono sparite : si dice che siano state trasportate al sicuro, presso l’Ambasciata di Francia. Sembra che la Loggia fosse frequentata da pezzi grossi — i più bei nomi della nobiltà romana. Si fanno diversi nomi : quello del marchese Vivaldi, del principe di Teora, e di molti altri personaggi in vista della « Roma-bene ».
Mentre i gendarmi perquisivano l’abitazione, il sedicente conte di Cagliostro faceva il suo ingresso tra le tetre mura di Castel Sant’Angelo. Vi entrava passando dalla piazzetta antistante in cui, dal 1488, avvenivano le esecuzioni capitali.
Le acque del Tevere scorrevano mormorando, coperte dalle tenebre. La città giaceva sprofondata nel sonno. L’alba era ancora lontana. L’ «ordine santissimo » di arresto era stato firmato, nella tarda mattinata del 27 dicembre, dal papa. Il Pontefice, dopo aver assistito alla solenne messa cantata, si era recato nell’appartamento del segretario di Stato. Qui, dopo aver consultato i suoi più diretti colla¬boratori, aveva deciso di passare all’azione.
Entrando in una cella oscura di Castel Sant’Angelo, il conte di Cagliostro s’era rivolto a una guardia, pregandola di dargli notizie della moglie : della sua « dilettissima sposa », aveva detto. La sua « dilettissima sposa », che a quell’ora stava dormendo profondamente, era tanto lontana dal suo « dilettissimo sposo » che, a sentire i testimoni — il particolare uscirà nel corso del processo — aveva pensato più di una volta di « insaponare » le scale di casa nella speranza che il « conte », cadendo, si uccidesse.
Incriminazione e cattura erano avvenute dietro precisa denuncia della donna. La denuncia, sebbene incompleta (in quanto l’interessata non aveva fatto in tempo a firmarla) era stata tuttavia sufficiente a mettere in moto la macchina della giustizia pontificia.
« Lo scoprimento di questo scellerato (Cagliostro) e capo di quella iniqua setta — dice la relazione che darà l’avvio alle indagini — avvenne che Margarita (che è poi Lorenza) sua moglie e nostra Romana, avendola il detto Cagliostro sposata in altro tempo che era in Roma, che subito la condusse in diverse parti del mondo, la quale in tutto il tempo del suo maritaggio era stata sempre racchiusa nella sua abitazione, non facendola trattare con veruno a motivo che la medesima non volle mai unirsi alle sue scelleraggini… »
Ecco come erano andati i fatti :
Il 26 settembre 1789 alla Congregazione del Santo Uffizio arriva, tramite canali misteriosi, la notizia che Lorenza Feliciani, moglie di Cagliostro, sentiva il bisogno, « per scarico di coscienza », di fare alcune rivelazioni interessanti alle autorità ecclesiastiche. Chiedeva di « farne giuridica deposizione innanzi al di lei parroco ». L’11 novembre la Sacra Suprema Congregazione accordava al parroco di Santa Cate¬rina della Ruota, Don Giuseppe Iosi, la facoltà di ascoltare la « supplicante ». L’abboccamento doveva aver luogo alla buona, senza « l’intervento di notaro », nelle condizioni che permetteva la « situazione critica » della donna.
Sembra che il parroco, nell’impossibilità di arrivare a Lorenza, essendo la donna gelosamente tenuta sotto chiave dal marito, le abbia parlato da una finestra del cortile sul quale davano anche le stanze della casa di Cagliostro. La donna poté tuttavia parlare, sfogarsi, riferire, ma dovette interrompere precipitosamente il colloquio a causa dell’improvviso sopraggiungere del marito.
Mentre era in corso questa prima denuncia, ne sopraggiungevano altre, tutte a carico di Cagliostro.
La prima di Giuseppe Feliciani ; la seconda, quella di Carlo Antonini, architetto camerale ; rispettivamente suocero e cognato del denunziato.
Ne erano seguite altre. Sei testimoni vanno a deporre davanti ai giudici. Sono Pasqua e Barbara Feliciani, suocera e zia di Cagliostro ; tale Gaetano Rossi, parrucchiere ; e i coniugi Filippo e Camilla Conti unitamente alla loro figlia Vincenza.
La notizia dell’improvviso arresto del conte di Cagliostro suscita in effetti grande emozione a Roma. Si sa che il « conte » è l’anima di una misteriosa setta massonica di rito egiziano e che conta numerosi amici nella Francia rivoluzionaria. Si noti : Cagliostro è arrestato il 27 dicembre 1789 : cinque mesi prima il popolo parigino era sceso in piazza e il 14 luglio aveva preso d’assalto la Bastiglia.
Cagliostro era giunto a Roma verso la fine di maggio 1789, una quarantina di giorni prima che a Parigi si scatenasse l’iradiddio rivoluzionaria. In Italia si era data in genere poca importanza ai fatti di Francia; a Venezia, Genova, Lucca e Napoli si dormivano sonni tranquilli. Persino a Torino, la più esposta al vento rivoluzionario, non ci si scosse molto per ciò che accadeva oltr’Alpe. Soltanto a Roma, in Vaticano, e nelle alte sfere della burocrazia, si aveva ragione di trepidare. Il Capo della Cristianità intendeva tenere il più lontano possibile il virus rivoluzionario, che stava infettando la Francia.

(omissis)

UNA SEDUTA MASSONICA

La prima pare fosse avvenuta due anni prima, nel novembre 1788. La Loggia era in relazione con quelle di Liegi, Lione, Malta, Milano, Napoli e Parigi. Che cosa si facesse, che cosa si dicesse, difficile sapere con certezza. Le riunioni erano coperte dalla massima segretezza. Ciò che si sa è che i membri della misteriosa associazione dicevano che unico loro scopo era quello « onestissimo » di aiutarsi scambievolmente; ma gli inquirenti sono piuttosto scettici. Per loro si tratta di una « scuola di faziosi rivolta a danno della Religione e del Principato ». Altro non è dato sapere per il momento anche perché, come riferisce il relatore delPinchiesta, « l’autore di questa combricola, qualunque siasi, pensò a stabilirla con vincoli seducenti ed efficaci e si studiò insieme di renderla totalmente oscura e nascosta ».
Tuttavia sull’attività della « rispettabile Loggia della riunione dei Veri Amici » (o, secondo altri, dei « Fratelli Sinceri »), sita in una casa del quartiere della Trinità del Monte, qualcosa era trapelato. La Loggia era d’origine straniera, ed era stata fondata, pare, da cinque francesi, un polacco e un americano, tutti noti affiliati alla massoneria internazionale. Gli inquisitori erano riusciti anche a mettere le mani sulla patente di organizzazione, o presunta tale. « Gemendo di vivere fra le tenebre — diceva — e di non poter fare dei progressi nella vera scienza, abbiamo risolto di cercare un luogo illuminato e sacro, lungi da tutti i profani ai quali doveva rimanere eternamente nascosto e impenetrabile, e in cui sarebbe regnata per sempre l’unione, l’armonia e la pace. » Come luogo « nascosto e impenetrabile » : il centro di Roma. Non c’era male! La Loggia si componeva di due stanze. La prima, tutta parata di nero e avente nel centro una tavola in cui era raffigurato un teschio, si chiamava la « stanza delle riflessioni ». La seconda, detta il « Tempio », era dominata da un grande trono — quello del « Venerabile » (il capo); appesi ai muri i soliti emblemi massonici: sole, luna, stella, compasso, ecc. L’iniziazione non era molto allegra. Il candidato, accompa¬gnato da un « fratello », veniva dapprima introdotto nella « stanza delle riflessioni », e qui lasciato a tu per tu, in meditazione, col teschio. Gli erano poi rivolte tre domande, a cui si doveva rispondere per iscritto. Tema : i doveri verso gli uomini e verso Dio. Le prime risposte venivano portate al « Venerabile » per l’esame. Dopodiché ii candidato poteva accedere al « Tempio »; ma prima era invitato a togliersi ogni cosa metallica che avesse indosso, danaro, armi, orologio, fibbie, ecc. Gli si ordinava di compiere poi una curiosa operazione : doveva togliersi la calza del piede sinistro e rovesciarla sulla scarpa; nello stesso tempo il neofita si faceva uscire dall’abito e dalla camicia la spalla e il lato sinistro. Così svestito a metà, era condotto davanti al « Venerabile ». Gli si chiedeva il nome, l’età e il motivo per cui aveva chiesto di entrare nella massoneria. Gli facevano fare quindi tre giri intorno alla sala, e sentire « rumori spaventevoli ». Ricondotto davanti al trono, giurava sui Vangeli e sulla spada d’onore ubbidienza cieca e segreto. La formula era agghiacciante : il poveretto si augurava che « i visceri fossero dispersi al vento e il cuore strappato dal petto piuttosto che tradire ». Il neofita era quindi attorniato dai « fratelli » che lo minacciavano, o facevano finta, con la spada sguainata. Infine il « Vene¬rabile » gli dava tre colpi di martello sulla testa, e io dichia¬rava « apprendista-framassone ». Lo si avvertiva che « tutte quelle spade tese verso di lui erano consacrate alla sua difesa, se fedele; alla vendetta, se avesse tradito ». Veniva poi la consegna di alcuni oggetti : un grembiule, due paia di guanti, uno per sé e l’altro per la donna che avrebbe sposato. Lo si istruiva sui segni convenzionali coi quali farsi riconoscere in ogni luogo e in ogni tempo dai « fratelli ».
Meno complicata pare fosse la cerimonia per la « réception » del candidato a « Maestro »; ma forse più lugubre. La sala del « Tempio » era adornata non di uno ma di tre teschi, sotto i quali figurava la scritta: « Memento mori », ricordati che devi morire. Nel mezzo, sopra un letto mortuario, era posto un « fratello » che doveva fungere da cadavere. Il candidato era spinto sullo pseudomorto che, rialzandosi subito, gli cedeva il posto. Allora lo ricoprivano con un panno nero e recitavano intorno a lui le preghiere. Gli ordinavano infine di rialzarsi. Dopodiché, prestato formale giuramento, andava a sedersi tra i Maestri.

(omissis)

Anche Cagliostro, in attesa degli interrogatori, non perde tempo. Dà segni di ravvedimento. Chiede una corona. Se ne incarica il difensore, il Costantini, che scrive al Padre Commissario. Meraviglia di quest’ultimo : « Cagliostro vuol dire delle orazioni? Quale bisogno di corona? » « Abbiate pazienza! — replica Costantini — Mi chiedete che cosa il Cagliostro voglia fare della corona? Lo santo rosario, penso. Nemmeno io sulle dita, lo santo rosario so dire. » « Del resto — continua il Costantini — la santa Chiesa ha istituito la corona e la benedice e vi applica delle indulgenze e mostra la potenza di Gesù Cristo fugando con mezzi così deboli la forza diabolica. » Perché dunque negarglielo? Il rosario che ha ora Cagliostro è fatto di « ossa di cerase » ; l’ha fatto lui stesso « con una crocetta di due zeppi che ne pende… ».
Il prigioniero chiede anche un libro di preghiere a un padre confessore nella persona di padre Curti, minore conventuale, penitenziere di S. Pietro. Dice infine di voler rinunciare a difendersi. Lo dichiara in presenza di Padre Contarini, uno dei consiglieri del Santo Uffizio e addetto al processo come istrut¬tore. E davanti a lui ripudia formalmente i propri errori e le « pratiche empie » da lui compiute. Riferirà il giudice istruttore che il prigioniero ha dato « segni straordinari di un sincero pentimento accom¬pagnato da profuse lacrime, dimostrando un dolore talmente intenso che mi fu d’uopo rincoraggiarlo più volte e prestargli aiuto perché quasi sveniva ». Il giudice riferisce inoltre che l’inquisito ha chiesto un castigo « esemplarissimo » per rimediare a tutto il male che ha fatto. A tal fine ha redatto e firmato una speciale petizione al Papa che viene allegata agli atti.
Eccola.
« Beatissimo Padre, Giuseppe Balsamo, proteso ai piedi della Santità Vostra, reo di essere fondatore di una società massonica (senza però che sapesse che sì fatte società fossero proibite dalla Santa Sede) alla quale società diede una costituzione non composta da lui, ma cavata da un libro manoscritto che gli venne alle mani in Inghilterra sotto il nome di Giorgio Cofton, purgato da lui come credette da tutto ciò che vi era di cattivo, e ben si persuadeva d’averlo trovato quanto bastasse perché data da leggere la detta costituzione al Cardinale di Rohan e all’arcivescovo di Bourges non fu da essi avvertito che vi fosse dentro cosa alcuna di male, ma solamente fu dal secondo consigliato a levarsi le due quarantene per la rigenerazione fisica e morale come due inezie (delle quali due pratiche perciò non ne ha mai fatto uso). Ora, istruito da padre Contarini che nella costituzione suddetta vi sono cose cattive e contrarie alla S. Fede Cattolica, da lui ritenuta sempre fermamente nel cuore, egli le detesta e si protesta disposto ad abiurarle tutte nella maniera che gli sarà imposta dal S. Tribunale ed a subire quelle pene che merita il suo gravissimo fallo, e pentito di vero cuore ne domanda umilmente perdono al Signore e lo spera nella sua infinita misericordia, benché se ne riconosce indegno. Indi, rivolto alla paterna clemenza della Santità Vostra, implora con calde lacrime pietà solamente per l’anima sua, supplicandola di dar rimedio allo scandalo gravissimo da lui dato al mondo ancorché questo si debba fare con lo strazio il più crudele e pubblico di sua persona.

Della Santità Vostra
indegnissimo figlio Giuseppe Balsamo, peccatore pentito.

(omissis)

Si narra — la notizia era stata raccolta da un giornale tedesco — che una signora, già avanti con gli anni ma con una grande voglia di vivere ancora, avesse chiesto al famoso taumaturgo una piccola fiala di acqua per ringiovanire. La cameriera, approfittando dell’assenza della padrona, aveva voluto assaggiarla. Risultato : era improvvisamente diventata una ragazzina di cinque anni.
Ma se ne dicevano di più grosse.
Parigi. Durante un pranzo, presenti bellissime e annoia¬tissime signore, una di esse chiede al « Maestro » in tono scherzoso di far apparire in sala, in virtù del suo magico potere, dei cavalieri per ballare, possibilmente ufficiali della Scuola Militare. Il pranzo è stato lungo, il vino sincero e le giovani invitate, a corto di argomenti, sentono una terribile nostalgia di uomini. Il « Maestro » accondiscende con un sorriso. Risata generale delle signore. Irritato, il « Maestro » allora si rivolge verso l’Ospizio degli Invalidi e pronuncia misteriose parole. Poco dopo nella sala entrano diciotto invalidi, tutti con una gamba di legno.
Una sera, mentre a passeggio era seguito dalla solita turba di ammiratori, il « Maestro » si ferma tutt’a un tratto davanti a un crocefisso. « Rassomiglianza perfetta all’originale », esclama con aria grave. E a chi gli chiede se ha conosciuto il Cristo di persona, risponde che non soltanto lo aveva conosciuto, ma che era stato dei suoi intimi. Rivolgendosi quindi al servo che lo seguiva: « Ti ricordi di quella sera in cui fu crocefisso il Cristo? ». E l’altro pronto: « Il signore dimentica che io sono al suo servizio soltanto da 1500 anni. »
Altro aneddoto (figura in un libro, nella « Correspondance secrète inédite sur Louis XVI, Marie-Antoinette, la Cour et la Ville »). Durante il processo, a Parigi, uno dei giudici istruttori chiede al « Maestro » se ha qualcosa da rimproverare alla sua coscienza : « Sì », risponde. « E quale? » « La morte di Pompeo: ma non me ne si può fare una colpa, credo, perché io non feci altro che eseguire gli ordini di Tolomeo. »
Gli si attribuisce ancora un altro aneddoto divertente : quello del gatto, uno dei tanti prodigi. Un tale che si credeva ingannato dalla moglie si rivolge al « Maestro » per avere la prova dell’adulterio. All’infelice marito il « Maestro » dà una fiala raccomandandogli di berne il contenuto prima di andare a letto. « Se vostra moglie vi è veramente infedele, l’indomani vi troverete trasformato in gatto », sentenzia. L’uomo — che non era, a quanto pare, quell’ingenuo che sembrava a prima vista — se ne torna a casa, racconta tutto alla moglie. Il giorno dopo, rientrando, la donna trova sul letto, al posto del marito, un grosso gatto nero. Lacrime disperate della povera vedova, la quale, credendosi sola, confessa a voce alta di aver tradito il marito una sola volta. « Come ho fatto a perdermi con quell’imbecille del mio vicino, che dopotutto vale la metà del mio povero marito? » Il marito, che è sotto il letto, esce dal suo nascondiglio, e alla vista delle lacrime sincere, ma più probabilmente scosso dalla patente di virilità che la moglie gli aveva dato, le perdona.
Sul prigioniero di Castel Sant’Angelo, le « famiglie- bene » ricordano il famoso banchetto coi morti, di cui il « Maestro » sarebbe stato protagonista. La cena aveva avuto luogo in via Saint-Claude, a Parigi. Mezzanotte, tavola rotonda di tredici coperti, sei invitati, il Maestro è settimo. I domestici sono mandati via e minacciati di morte se avessero tentato di aprire le porte. Ogni convitato chiede il nome del morto col quale desidera parlare. Il « Maestro » li segna su un foglietto, se io mette in tasca e chiama gli spiriti evocati. Si tratta di sei grossi nomi della cultura, delle scienze e della filosofia francesi, deceduti da poco : il duca di Choiseul, Voltaire, d’Alembert, Diderot, l’abate di Voisenon e Montesquieu. I nomi sono pronunciati ad alta voce, « con tutta la potenza della volontà di cui era dotato il “Maestro” », racconta il cronista. Apparvero. Comincia la serie delle domande. Prima domanda: « Come ci si trova all’altro mondo? » Risponde d’Alembert, il famoso autore dell’Enciclopedia: « Non c’è altro mondo, e la morte non è che la cessazione dei mali che ci affliggono. Non si soffre, non si gioisce. Tutto sommato, una vita abbastanza insulsa. Qualche morto è venuto recentemente ad assicurarmi che i vivi mi avevano già dimenticato. Eppure ero famoso. Ma me ne sono consolato presto. Gli uomini non meritano di essere presi sui serio. Da vivo non li ho mai amati; oggi li disprezzo. » « Che cosa avete fatto della vostra dottrina nell’aldilà? » La domanda è rivolta a Diderot, il celebre, il declamato Diderot. « Devo confessarvi — risponde il celebre illuminista — che tra me e gli uomini c’è stato un grande malinteso : essi mi hanno messo sull’altare della celebrità. Devo ammettere che l’onore è immeritato. Io non sono stato affatto quel genio che mi credete. Sono stato semplicemente un abile compositore di pezzi che rubavo un po’ qua e un po’ là, grazie alla mia formidabile memoria, e che riuscivo a montare con un’arte quasi perfetta. In quanto all’Enciclopedia che voi considerate come il mio capolavoro, ebbene, devo dirvi che non mi appartiene. L’uomo che ha mostrato il maggior talento nell’Enciclopedia, sapete chi è? E’ quello che ha fatto l’Indice. E nessuno pensa ad onorarlo. »
E’ la volta di Voltaire, il grande Voltaire. « Quando ero in terra — dice il filosofo — ero sicuro di aver ragione. Dopo la mia morte soltanto ho imparato molte cose. In vita ero un mangiapapi ; qui non faccio altro che conversare con dei pontefici. »
« Ciò che ci annoia in questo regno delle tenebre — esclama con spirito il duca di Choiseul — è l’assoluta mancanza di sesso. Che noia, signori. Checché se ne dica, questo involucro di carne nel quale si vive sulla terra, non è poi tanto male. »

(omissis)

L’AVVENTURIERO

8 maggio 1790. Terza udienza. Riprende l’interrogatorio.
« Voi dunque dite di essere sempre stato riunito colla Santa Chiesa e colla fede cattolica, e di avere sempre serbati li vincoli della carità. »
« Certamente » risponde l’imputato.
Tanta sicurezza insinua un dubbio nei giudici. Ci si domanda se l’uomo che hanno di fronte è un abile ciarlatano o l’incarnazione del diavolo.
« Io ho sempre praticato la pietà, il timore di Dio e l’osservanza dei sacri riti. »
« Sempre? »
« Sempre : fin da fanciullo. »
Ai giudici non risultava.
Non era risultato nemmeno ai buoni frati della Misericordia di Caltagirone, circa trentacinque anni prima. Aprile 1746. Era una domenica sera. Inviato sul pulpito del refettorio a recitare il martirologio ad alta voce, il giovane Peppino (Balsamo) aveva commesso la sua prima marachella diabolica. Ai nomi delle Sante, aveva sostituito quelli delle più note prostitute di Palermo. « Santa Ilaria Cucilla p… e mantenuta… Ora pro nobis. » Quaranta crani lucidi, chini sulle scodelle, meno due, padre Efisio e padre Emanuele, entrambi affetti da sordità e perciò eternamente in ritardo sui peccati del mondo, si voltarono di scatto.
I buoni monaci avevano avuto un sussulto, qualcuno con voce accorata gridò allo spergiuro, mentre il padre priore si metteva una mano al petto come se fosse colpito da un infarto. Quei santi frati, il cui ufficio era di curare i malati, avevano accolto tra le mura spagnolesche del loro convento un discoletto di 12/13 anni, lo avevano rivestito della tonaca del novizio e lo avevano affidato allo speziale della comunità coi compito di insegnargli i primi rudimenti dell’arte medica. Quelle care anime speravano di farne un sant’uomo ai servizio dei poveri e della sofferenza umana. Non dovet¬tero attendere molto per ricredersi. La madre e le zie erano disperate. Non sapevano più che fare di quell’orfanello. Uno zio si era assunto il compito ingrato dell’educazione, il giorno in cui il ragazzo era rimasto orfano di padre. Pietro Balsamo, che lo aveva concepito, aveva pensato bene di andarsene per sempre pochi mesi dopo la nascita dei Aglio. L’uomo era morto a 45 anni, dopo aver fatto bancarotta fraudolenta, lasciando la vedova piena di dolore, di miseria, inseguita dai creditori e con un pargoletto tra le braccia. Non si sa se il pargoletto abbia comin-ciato la serie delle marachelle mentre succhiava il latte della madre. I biografi del futuro conte di Cagliostro tacciono al riguardo. Si sa che non appena il bambino cominciò a camminare solo e a spiccicare le prime parole, la madre Felicita Braconiere, aveva pensato di rivolgersi al fratello Matteo, primo commesso nell’ufficio postale di Palermo. Matteo Braconiere era un uomo d’ordine, dignitosamente integrato nell’orario e nel regime; e come tale era dell’opinione che se il nipote assomigliava al cognato, l’unica cosa da fare era quella di partire con una buona educazione, e precisamente dalla disciplina che raddrizza il carattere e dallo studio che io tempera. Decise quindi di affidare il ragazzo a coloro che in quel tempo passavano per degli specialisti in materia: i preti e i frati. Cominciò pertanto da dove si comincia sempre in casi del genere: col farlo rinchiudere in un seminario di Palermo. Pia illusione. A quanto pare, il ragazzo si sarebbe rivelato subito per quello che era e che voleva essere: un discolo. Come tale, era fuggito a più riprese, scavalcando un alto muro di cinta. Fu allora che, per allontanarlo da Palermo, lo zio avrebbe deciso di affidare il nipote alle cure dei Frati della Misericordia di Caltagirone. E, nonostante tutto, i buoni monaci erano anche disposti a chiudere un occhio sulla marachella del pulpito e a perdonarlo, pur di ricondurre il giovane sulla retta via.
Ma — a quanto risulta dalle informazioni del Tribunale della Santa Inquisizione — di stare sulla strada maestra del bene il giovinetto pare non volesse proprio saperne. Il malvagio preferisce prendere le scorciatoie della dissolutezza e dell’empietà.
Per percorrerla sembra che abbia tutti i requisiti: è bugiardo, è litigioso, è impostore, è scapestrato e senza scrupoli. A Palermo, dove ritorna, il ragazzo si diverte come può. Uno dei suoi spassi favoriti è quello di tendere agguati ai gendarmi e di bastonarli di santa ragione, dopo aver loro strappato di mano i ladri e gli assassini. Tra le viuzze del porto, dove si aggira tra un’impresa e un’altra, il giovinetto ha la sua prima rivelazione : aveva tutti i vizi; non gli mancava che di saperli sfruttare con arte per ricavarne un utile. Perché non farlo? Impara subito. In quattro e quattr’otto diventa calligrafo abilissimo. Di quell’arte si vale per impiantare una specie d’industria : quella della falsificazione dei biglietti di teatro, venduti naturalmente a prezzi ridotti. Poi passa ad operazioni più impegnative. C’è un frate che ha un impellente bisogno di allontanarsi per alcune ore dal chiostro per recitare certe giaculatorie con una certa monaca? C’è un guardiano che non lascia passare? Niente paura. C’è Giuseppe Balsamo. Il ragazzotto gli « fabbrica » sui due piedi un’autorizzazione falsa del priore. Bazzecole. Dai permessi agli atti ufficiali : la contraffazione di un testamento a favore di un certo marchese di Maurigi. La frode è scoperta, ma il mariuolo ha già preso il volo. A questo punto, è chiaro che Giuseppe Balsamo si è già fatta un’idea dell’imbroglio come metodo e filosofia della vita.
Qualcuno — un’anima molto pia in un corpo molto a suo agio nel mondo (era un vescovo) — gli sussurra : « Non sta bene : ravvediti, figliolo. »
« Per vivere bisogna avere un metodo — risponde. — Altrimenti, come è possibile? »
Il suo era quello di non fermarsi davanti a nessuno, pur di arrivare. « Come fanno tutti, anche i vescovi. »
Il ragazzo era perverso, e non aveva scrupoli nemmeno per i familiari. Risulta che rubò dei danaro a uno zio. Risulta che si offrì da ruffiano tra una sua cuginetta e un suo amico : fa la spola dall’uno all’altra con biglietti amo¬rosi e regali, finché un giorno gli capita tra le mani un orologio. Allora smette la sua attività e resta con l’orologio. Furtarelli, raggiri, imbrogli di bassa lega. Non era ancora la grande arte. L’intuizione l’ebbe all’improvviso una sera, sotto un albero, come Budda. La credulità umana — pensa — è una miniera inesauribile. Non c’era che da scavarla e da sfruttarla. Detto fatto. Il primo pozzo da aprire è quello delle scienze occulte. Per non correre rischi comincia in via sperimentale dalla sorella. Col pretesto di guarirla dallo spirito del demonio, si fa dare un pezzo di cotone imbevuto d’olio santo, col quale bagna la sorella nelle parti profane. La ragazza, forse suggestionata, guarisce. Confortato dai risultati, Cagliostro (che per ora è ancora Giuseppe Balsamo) tenta il grande esperimento. Sarà il lancio? Forse. Ecco, — sera, in una casa di campagna presso alcuni amici, dintorni di Palermo — si tratta di far apparire una signora di comune conoscenza. Racconta il biografo: « Formò sul terreno un quadrato, vi passò sopra le mani e si vide allora delinearsi la figura della signora nell’atto di giuocare a tressette con due amici; si mandò a vedere al palazzo di lei e la si trovò effettivamente occupata in tal giuoco, nell’atto e con le persone che Balsamo aveva fatto vedere. » Fantastica o no, la storiella è diffusa, fatta circolare tra la gente. L’arte non è tutto, ci vuole anche la pubblicità : lui, Cagliostro, le idee le ha chiare sul successo. Chi le ha confuse, più che sul successo, sulla buona fede del prossimo è invece un certo Murano o Marano, orefice a Palermo, noto per i suoi gioielli, la sua avarizia e la sua ingenuità. Balsamo andò a riverirlo — riferisce il « Compendio » (il « Compendio » è la biografia di Cagliostro ricostruita dai giudici dell’Inquisizione, ad uso del processo) —; dunque andò a riverirlo e, prendendola molto alla larga, cominciò a confidargli, sotto giuramento del segreto, che conosceva una grotta dentro la quale giaceva nascosto un tesoro. Per arrivarci c’erano naturalmente da compiere alcune piccole formalità. Niente paura: che il signor Murano o Marano si fidasse, perché lui, Giuseppe Balsamo, sapeva il fatto suo. Il tesoro, come ogni malloppo che si rispetti, era guardato a vista dai demoni: ovvio che bisognasse allontanarli. Una cosa da nulla : sufficienti pochi scongiuri, di cui egli conosceva la formula. Ah, un solo particolare da osservare (bazzecole, s’intende): « Non scordarsi di deporre sotto la roccia, accanto all’entrata, duecento once d’oro. » Duecento once d’oro : la cifra, che non era poi tanto ragguardevole, fa presa sull’ingenuità del Marano, che era eccezio¬nale : affare fatto. Avrebbe guadagnato cento volte di più : il gioco valeva la candela. Il buon orefice si affrettò, il giorno fissato, a deporre sotto fa roccia la somma richiesta e, col cuore in gola per l’emozione, si recò col suo amico Balsamo verso la grotta del tesoro. L’imbroglione, dopo aver assunto un’aria grave e pensosa, in carattere colla solennità del momento, biascicò prima in italiano, poi in latino e infine in arabo alcune evocazioni. Risultato : immediato. Cinque diavoli, cornuti e impiastricciati di nero, si precipitarono sul disgraziato, lo coprirono di botte e lo lasciarono mezzo morto sul terreno. Il poveraccio si riebbe però quasi subito, ma troppo tardi: quando i sei malandrini, tra risate di scherno, stavano già dividendosi le duecento once d’oro. Il fattaccio si era divulgato. La gente mormorava e rideva. Il povero orefice pensò di sporgere querela. Esigeva dalla legge che nei confronti del Balsamo si applicassero le pene più severe. Ma la legge era lenta, e Cagliostro veloce : il giovane scopritore di tesori aveva fatto in tempo a mettersi in salvo riparando a Messina. Bisogna dire che non era quella la prima volta — dice il « Compendio » — che la legge si era occupata di lui. In più di una circostanza il giovanotto era stato raggiunto dagli sgherri e messo in gattabuia; ma in un modo o nell’altro era sempre riuscito a non dormirci più di due notti consecutive. Questa volta l’affare era un po’ più grave del solito: necessario cambiare aria e porre una certa distanza tra sé e il querelante. Giuseppe Balsamo ci pose quel braccio di mare che separa la Sicilia dalla Calabria.
La relazione degli Inquisitori continua: a Messina il futuro Cagliostro aveva conosciuto un avventuriero spagnolo, certo Altotas, che si occupava un po’ di tutto, di occultismo, di prestidigitazione e di miracoli, il più straordinario dei quali consisteva nello sfilare braccialetti dalle mani delle signore, mentre esse gli presentavano i due seni, entro il cui canale divisorio il mago doveva leggere il segreto della felicità.
due si videro, si riconobbero, simpatizzarono e quasi si amarono. Fecero società. E insieme cominciarono a viaggiare. Visitarono la Grecia, passarono in Egitto, dimorarono per quaranta giorni ad Alessandria dove vissero di espedienti : imbrogliando, rubando, spacciando unguenti meravigliosi, ricette magiche, favolosi talismani. Smerciarono anche una formula che vendettero ad altissimo prezzo : quella consistente nel fabbricare sedicenti stoffe di seta per mezzo di canapa e lino. Il mercato dell’umana imbecillità prometteva lauti guadagni. Ma quando la piazza fu satura e il numero dei gabbati superò quello degli ingenui, i due mariuoli, sentendo puzza di legnate, presero il largo. Percorsero gran parte dell’Asia minore, viaggiarono per strade e sentieri, attraversarono villaggi e città. Le loro tracce per un momento si perdono tra le dune del deserto d’Arabia. Le ritroviamo prima a Medina, poi alla Mecca, dove l’illu¬minato Altotas, che funge da precettore, presenta il suo compagno allo « cherif ». Scrive il « Compendio »: « Il giovane senti una commozione indicibile che gli rivelò senz’altro di trovarsi innanzi all’autore dei suoi giorni. » Dopo più di due anni di dolce intimità, Altotas annuncia al suo discepolo che è giunta l’ora delia partenza. L’addio è commovente. In un momento di slancio, lo « cherif » grida a Giuseppe Balsamo, con la voce strozzata di pianto : « Addio, figlio sfortunato della Natura. »
Dalla Mecca, il nostro Balsamo (che nell’attesa di diven¬tare conte di Cagliostro ha assunto per ora il nome di Acharat) si dirige con l’incomparabile maestro Altotas verso Malta. I due vi giungono dopo circa tre mesi. Li riceve, nel suo laboratorio dove trascorreva la maggior parte del suo tempo nell’ostinata ricerca della pietra filosofale, il Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri di Malta, Pinto d’Alfonseca, un uomo severo e mistico, tormentato dall’ansia della verità, della bellezza, della giustizia e, nei passaggi di stagione, dalle emorroidi.
Qui a Malta, dopo mesi e mesi di convivenza, Altotas commette il suo primo sgarbo, ed ultimo, nei confronti del discepolo. Lo lascia per sempre. E cioè muore. E’ una formalità che il « divino » Altotas compie con eleganza, non senza prima aver lasciato al discepolo in lacrime il suo estremo messaggio : « Figlio mio — gli dice rantolando — abbi sempre davanti agli occhi il timore di Dio e l’amore del tuo prossimo : conoscerai ben presto la verità di tutto quello che ti ho insegnato. » La verità : in attesa di riceverla dall’alto, Balsamo decide di cercarla in basso, sulla terra. La verità voleva dire molte cose, ma per il profanatore di martirologi essa significava una cosa soia : quattrini, poi quattrini, poi ancora quattrini.
Rifiuta di entrare nelle file dell’Ordine, dove la vita scorreva molto saggiamente ma anche noiosamente, e decide di partire alla volta dell’Italia. Lo accompagnano alcune lettere commendatizie del Gran Maestro e un cavaliere di Malta, certo Aquino, che si professava un appassionato di chimica e intendeva condurre Cagliostro nelle sue terre per fargli fabbricare dell’oro. Alt a Messina. Qui Balsamo ritrova due di quei famosi compari coi quali aveva giocato e bastonato il buon Marano : si tratta di un prete e di un parrucchiere. I tre si associano di nuovo, decidono di andare a Napoli. A Pizzo Calabro sono arrestati, pare a causa di una donna che avevano turlupinato. Poiché mancavano prove sul loro conto, i tre compari sono rimessi in libertà, con la promessa che si sarebbero tenuti a disposizione della giustizia.
Il futuro Cagliostro — dice il rapporto dell’Inquisizione — aveva sì l’immaginazione fervida ed inesauribile nell’escogitare sempre nuove forme di raggiri ; non altrettanto aveva il portafoglio che piangeva sempre sulla propria solitudine. Breve : Balsamo aveva bisogno di soldi. Perciò tenta il grande colpo e cala su Roma. Non è solo : ha con sé alcune lettere di credito del Gran Maestro di Malta : una di queste è indirizzata a tale messere Bellone, banchiere. Vi arriva di sera, sotto la pioggia, e tanto per restare in carattere con se stesso, comincia col prendere alloggio in un’osteria all’insegna del « Sole ». Aveva fame, sete, sonno, i nervi a fior di pelle. Gli capita di far baruffa con uno dei garzoni che non si decide mai a servirlo ; qualcuno vede una lama luccicare e chiama la polizia; intervengono le guardie; e così Balsamo finisce in prigione. Non era certo quella la maniera migliore per esordire in una città come Roma. Lo capisce subito : sfoderando le sue commendatizie, entra in relazione con personaggi importanti. Uno di questi è il barone di Bretteville, accreditato dall’Ordine di Malta presso la Santa Sede, che lo introduce in diverse case patrizie romane.
Che per questo giramondo sia arrivato il momento di mettere la testa a partito?
Forse. E tanto per dimostrarlo a se stesso e agli altri, comincia coll’innamorarsi. Finisce con lo sposarsi.
(omissis)

LORENZA FELICIANI, MOGLIE DI CAGLIOSTRO

Ma chi era Lorenza? I biografi la descrivono bellissima, dotata di un fascino straordinario che essa si portava con timidezza e noncuranza. Il che faceva girare la testa vertiginosamente agli uomini e dolcemente alle donne. « Un angelo sotto forme umane », scrive di lei l’avvocato che la difese nel processo della Collana. Onesta? E fino a che punto? Questo è un problema. Più di una volta — si dice — era stata costretta a « tradire » il marito. La motivazione era nobile. Lo aveva fatto — si dice ancora — per « ragioni di bilancio ». Anzi lo confesserà lei stessa. La donna era buona e rassegnata. Aveva affittato si il proprio corpo a vecchi decrepiti, a ricchi mercanti, a ufficiali annoiati in guarnigione, ma tutto questo per non disubbidire al marito, che amava e continuava tenacemente ad amare. E’ naturale che a furia di concedere il corpo per dovere d’ufficio, un giorno dovesse impegnare anche l’anima per slancio del cuore, cioè innamorarsi. Il solo incidente sentimentale di cui rimase vittima fu quello con il giovane avvocato parigino Duplessis. E fu forse in quell’occasione che la giovane donna dovette accorgersi quanto sia pericoloso portare in giro per il mondo la propria grazia quando non è accompagnata da un minimo d’intelligenza. Intelligente forse anche lo era, a modo suo. Ma le erano sempre mancati i mezzi per coltivarla, soprattutto per valorizzarla. Tanto per cominciare : non sapeva scrivere. La lacuna era grave, o almeno tale dovette apparire a Giuseppe Balsamo che ne fu sinceramente seccato il giorno che lo seppe, e cioè il giorno delle nozze, quando la sposa dovette firmare nei registri l’atto di matrimonio. Ma Giuseppe Balsamo non era uomo da perdersi in questi particolari, e pronto com’era di fronte a tutte le sorprese della vita, trovò bella e pronta, per sé e per la moglie, la giustificazione : « Capita nelle migliori società che le donne non sappiano scrivere : precauzione opportuna per evitare gli intrighi amorosi. »
Quando la conobbe, la fanciulla aveva quindici anni : biondissima ed incantevole : un nasetto birichino, occhioni azzurri e molto espressivi e una bocca che, come dice il biografo, « pareva fatta per il bacio e il sorriso ». Ma dietro quel ben di Dio non c’era nulla. Un’anima di bambina in un corpo di donna. Tutto era profondo in lei, a cominciare dall’ignoranza. Si chiamava Lorenza, Lorenza Feliciani, figlia di un « butadore » o fonditore di ottone che aveva bottega sulla strada dei Pellegrini.
Appena la vide, Giuseppe Balsamo se ne innamorò, e la sposò. Il matrimonio avvenne nell’aprile del 1769, in una chiesetta di Roma, San Salvatore in Campo.
Era da poche settimane — dice il « Compendio » — che l’imbroglione era giunto a Roma, male in arnese. Dopo alcune disavventure, era riuscito ad insinuarsi tra le migliori famiglie della nobiltà romana. Era arrivato persino al cospetto del papa. Sembrava che per un momento avesse messo da parte l’antica arte della truffa e che si fosse deciso una buona volta a vivere una vita dignitosa. Per la verità si era messo a guadagnarsela persino onestamente, dipin¬gendo, decorando, disegnando. Aveva la qualifica di « disegnatore calligrafo » e lavorava per altolocati personaggi dell’urbe, tra cui il cardinale Orsini che gli aveva commissionato « varie magnifiche carte ». Il mestiere c’era, la moglie pure : forse era venuto il momento di mettersi sulla retta via. Niente da fare. Era nato girovago e avventuriero. Doveva restarlo. La nostalgia del compromesso e della feccia lo attraeva come una calamita. Vi si appiccicò. Nella suburra aveva fatto conoscenza con un ribaldo della peggior risma, un siciliano, tale Ottavio Nicastro, che lo aveva portato ai soliti raggiri dozzinali. Il demone dell’imbroglio lo rodeva. Un giorno Ottavio Nicastro è arrestato. Morirà alcuni anni dopo, come dice il D’Almeras, « in posizione elevata », e cioè impiccato. Solo e senza mezzi, Giuseppe Balsamo è costretto a darsi da fare. Vivere bisogna : è disposto a tutto, persino, se necessario, a lavorare. La tentazione dura pochi istanti. E’ allora che Cagliostro scopre un’altra miniera : quella delle corna. Decide di trarre partito dalla bellezza della moglie. Le procura degli amanti, possibilmente danarosi, dopo averla convinta — e non ci impiega molto — che l’adulterio è un’opinione borghese e che esso « non è un delitto quando la moglie vi si abbandona soltanto per interesse ». Lorenza si lascia convincere. La donna non era viziosa; era forse qualcosa di peggio : vuota. Lorenza si mette al lavoro, mentre Giuseppe, marito fedele, tiene la contabilità della sua virtù. E’ lui che stabilisce turni, precedenze, tariffe; e che riscuote, naturalmente.
« Le corna — dirà più tardi, e lo dirà in francese — sono come i denti: fanno male quando spuntano, poi ci si abitua e ci si mangia bene. »
La nuova attività frutta. Assicura innanzi tutto il pranzo e il desinare. Balsamo mangia bene. Ma digerisce male. A rovinargli la digestione sono i genitori di lei, che sull’adulterio della figlia hanno evidentemente opinioni diverse da quelle dell’intraprendente genero. Il quale è costretto a far sospendere temporaneamente le attività notturne della moglie. Era un’entrata che veniva a mancare improvvi-samente. Cagliostro non si perde d’animo e ricorre all’arte in cui si riteneva ormai maestro insuperabile: nei falsi. In quattro e quattr’otto impianta un’officina per la fabbricazione di falsi certificati e false obbligazioni. Aveva fatto nel frattempo conoscenza di un sedicente marchese Agliata, che passava per colonnello e ministro plenipoten¬ziario del re di Prussia. E da questi Giuseppe Balsamo ottiene un brevetto d’ufficiale del re di Prussia. Solita spiata. Solito arresto. Ma Balsamo fa in tempo a far le valigie. Lascia la « città eterna » da gran signore, in una sedia di posta. Sono in quattro : lui, la moglie Lorenza, il marchese Agliata e un abate, senza convento e al secco di indulgenze, saltato fuori da chissà dove. Per dar più tono al viaggio, il religioso funge da segretario particolare. Siede vicino a Lorenza, e per rompere la monotonia del viaggio, le fa la corte. Ma Balsamo è attento, e con la coda dell’occhio non lo molla un istante. Il saio non paga. Dove si va?
Destinazione Loreto, almeno per ora. I quattro vi giungono dopo alcuni giorni di viaggio, dando di tanto in tanto spettacolo nei paesi che attraversano. A Loreto non c’è bisogno di scendere in piazza. Presentati da una lettera di raccomandazione del cardinale Orsini, probabilmente falsificata, il governatore concede alla « troupe » un prestito di cinquanta zecchini.
Da Loreto, via per Bergamo. Nella città lombarda i quattro si occupano di reclute e di arruolamenti ; la polizia si insospettisce, fa per arrestarli — in tempo per mettere le mani su due soltanto: i coniugi Balsamo. Agliata e l’abate-segretario se la sono svignata, non dimenticandosi di portarsi via tutto il denaro della comunità.
Scacciati dalla città, Giuseppe e Lorenza continuano il viaggio da soli; ma, essendo rimasti senza mezzi, sono costretti a vendere tutto il loro guardaroba per sfamarsi. Giunto a Milano, Cagliostro ha una delle sue idee folgoranti : decide di travestirsi da pellegrino e di partire con la moglie per San Giacomo di Compostela. La trovata è semplice, ma redditizia: col saio e colla ciotola essi potranno vivere di elemosina — un modo come un altro per sbarcare il lunario. Di villaggio in villaggio, di santuario in santuario, stendendo la mano e farfugliando « Oremus », i coniugi raggiungono Genova, passano per Antibes, sostano ad Aix in Provenza, e Analmente arrivano a Barcellona. Qui si fermano. Vi restano quattro mesi, vivendo delle elemosine carpite durante il viaggio, che dovettero certamente essere abbondanti. Agli sgoccioli col danaro, Giuseppe, che aumentava col tempo le risorse delia sua immaginazione, pensa di ricorrere ancora una volta al viso angelico di Lorenza, che cogli anni cresce in « virtù » e in bellezza. La ammaestra per bene. La donna si dovrà recare a confessarsi in una chiesa sita nei pressi dell’osteria in cui hanno preso alloggio; si inginocchierà, balbetterà qualche cosa, poi scoppierà in lacrime. Al confessore, che naturalmente si interesserà al caso, dovrà raccontare una storia romantica e pietosa : che lei e il marito appartenevano a due grandi famiglie romane, di cui non poteva dire il nome, per discrezione s’intende; che si erano sposati in segreto, ma che erano fuggiti da Roma per porre il loro amore sotto la protezione di Dio; che erano giunti a Lisbona per sciogliere un loro voto, quello di destinare ingenti somme ai poveri ; che però i soldi, che avrebbero dovuto essere loro inviati da un congiunto, non erano ancora arrivati; che, nell’attesa, si trovavano in qualche difficoltà. Nient’altro. Il resto sarebbe venuto da sé. Venne infatti. Il curato si commuove alla triste ed edificante storia, dà tutto quello che ha — poco per la verità ; un prosciutto. Buono. Il giorno seguente il prete si reca quindi a fare loro visita. Li chiama « Illustrissimi » e « Eccellentissimi », fa l’inchino, ha parole di deferenza; ma alla fine chiede di vedere il loro atto di matrimonio. Peccato: rimasto a Roma. Certo, l’avrebbero fatto venire subito. Il curato dice che non c’è fretta, se ne va, ma non si fa più vedere. Il buon uomo aveva mangiato la foglia.
Intanto il prosciutto era finito. I danari pure. E mangiare pur si doveva. Come? Balsamo ha un’idea : che è poi la solita. E cioè : Lorenza. Ancora lei. Usando delle sue grazie, la donna ottiene la protezione di un grande signore spagnolo. Lui, Giuseppe, disegna, o fa finta di disegnare. Raggranellati un po’ di soldi i due lasciano la città. L’aria cominciava a puzzare, la gente mormorava: igienico levar le ancore al più presto. Dirà poi Lorenza che dovette partire perché quel signore « si era incapricciato di lei e voleva divertirsi e, furibondo di essere stato respinto, voleva inquietarli, lei e suo marito, e farli arrestare col pretesto che non erano sposati ». Chi voleva divertirsi, anzi vivere, anzi guadagnare — alle spalle della moglie — era invece proprio lui, il suo Giuseppe, candido e immaginifico sposo.
A Londra, dove il « ménage » Balsamo giunge il 3 agosto 1771, Cagliostro tenta, sull’onore della propria moglie, il grande colpo. Il fattaccio, preparato nei minimi particolari, avviene sulla pelle di un vecchio rispettabilissimo inglese che apparteneva alla setta dei quaccheri. Questa comunità, come si sa, è nota per la sua austera ipocrisia nel condannare pubblicamente il peccato; quindi nel commetterlo, in omaggio alla debolezza umana a cui bisogna pure fare qualche concessione, e nel nasconderlo con la cura con cui i gatti mettono nel far sparire i resti delle loro digestioni. Il marchese — ché di tale si trattava — aveva da tempo adocchiato la bella Lorenza, la quale, dietro i consigli del marito, aveva risposto con tutto il languore dei suoi bellissimi occhi. Il buon vecchio cade nella trappola come un topolino. La giovane donna gli dà un appuntamento in casa sua. Il maturo spasimante ci va non senza aver preso gli accorgimenti del caso. Si traveste da scaricatore, fa la ronda intorno alla casa e, quando cadono le prime ombre della sera, entra nella casa della donna come una saetta, pieno di freddo e di desiderio. Stava ancora ai piedi della graziosa Lorenza, quando la porta si spalanca d’improvviso, e, accompagnato da un magistrato, compare Giuseppe Balsamo. Il delitto era flagrante. 0 accettare lo scandalo o sottostare alle condizioni. Cagliostro le fissa sui due piedi : cinquemila franchi. Non era una gran cifra. Lorenza Feliciani trovò che il suo onore era stato sottovalutato, il marchese invece lo trovò un po’ troppo caro. Ma pagò.
Per un po’ di tempo la coppia poté così respirare. L’esordio inglese non era stato dei più felici. Per sbarcare il lunario Cagliostro deve scendere ai più bassi compromessi, compreso il lavoro. Il lavoro: lo infastidiva, lo deprimeva, lo innervosiva. Dice di lui un ufficiale francese che lo conobbe in quel periodo : « Era intrattabile, si ubriacava e batteva la moglie. » L’affare del marchese aveva per un momento risolto la situazione, rialzato il morale e aperto nuove possibilità di lavoro. « Bisogna insistere », disse un giorno alla moglie. Lorenza ubbidì. La signora Balsamo era riuscita ad interessare alla sua persona un ricco inglese, certo sir Dehels. II malinteso non tardò a rivelarsi: fu quando la giovane donna s’accorse che il nobile non alla sua bellezza ma alla sua sorte si interessava. Voleva aiutarla, semplice- mente aiutarla. Sir Dehels diede del danaro a Lorenza, l’aiutò a far uscire il marito dalla galera (c’era andato perché non pagava l’affitto), poi, per completare l’opera, volle portarsi entrambi nella sua villa di campagna. Qui Balsamo non era tenuto a chiudere un occhio sulla moglie. Doveva fare di peggio : lavorare (certi lavoretti di pittura decorativa alle stanze del palazzo). Non sia mai. Questo sir Dehels aveva, pare, una figlia bruttissima, ma, pare, anche sensibilissima. L’imbroglione aveva scoperto una nuova via: arrivare al portafoglio del padre passando attraverso il cuore della figlia. Benissimo. Anzi malissimo. La fanciulla, probabilmente alle prime armi nei maneggi dell’amore, eccedette nelle sue effusioni di simpatia nei confronti del seduttore siciliano e tradì i propri sentimenti in pubblico: ciò mandò in bestia il padre, il quale senza fare né due né tre prese a tu per tu il Balsamo, lo trattò da corruttore di minorenni, e lo cacciò da casa a pedate.
Ecco di nuovo la coppia sul lastrico e, ciò che era più grave, compromessa. L’affare del quacchero, il tentativo di seduzione della figlia di sir Dehels: ce n’era abbastanza per capire che anche l’aria di Londra non si confaceva più ai due.
Lasciano Londra, raggiungono Dover, s’imbarcano per la Francia. Meta: Parigi — l’eterna terra promessa per i perseguitati e gli avventurieri. Traversata per niente monotona : viaggia con la coppia un individuo che veste molto bene, che parla meglio e che ostenta modi raffinatissimi.
I due non impiegano molto tempo a capire con chi hanno a che fare: si tratta naturalmente di un vanitoso donnaiolo. In pochi minuti « monsieur » racconta tutta la sua vita, parla delle sue relazioni altolocate, è prodigo di promesse. Si chiama Duplessis, è membro del Parlamento di Parigi ed intendente della marchesa di Prie. A Calais, l’intraprendente francese, che durante la traversata non ha perso tempo a far la corte alla bella moglie di Balsamo, è già arrivato al punto cruciale : a bruciapelo propone a Lorenza di abbandonare il marito per seguirlo. La donna non trova la proposta affatto oscena, sorride, ma non dice né sì né no: lascia fare. Succederà quel che succederà. Per ora non succede nulla : Lorenza e il suo galante amico viaggiano l’uno accanto all’altro sulla sedia di posta : il marito è autorizzato a seguire a cavallo la carrozza. Lo strano trio arriva a Parigi la sera del giorno appresso. Balsamo, per rispetto alle forme, fa finta di cercare un albergo, che naturalmente non trova : sicché la coppia dovrà, « avec regret » (Balsamo comincia a biascicare intanto qualche parola di francese), accettare l’ospitalità dell’avvocato. Giuseppe, che è stanco morto del viaggio, va a dormire, mentre Duplessis, che non perde un minuto, conduce Lorenza all’Opéra. I tre vivono in accordo : triangolo perfetto: Duplessis che fa la corte a Lorenza e Balsamo che fa finta di non accorgersene. E perché avrebbe dovuto? Con un tetto sicuro e con una tavola sempre apparecchiata si sorvola volentieri su certi particolari. A un italiano che conosce in un’osteria nei pressi e che velatamente gli fa qualche insinuazione sulle corna che sta portando, Cagliostro risponde seraficamente : « Si, amico mio, è una disgrazia, ma devo mangiare e dormire. »

(omissis)

LA MASSONERIA

Per Cagliostro quella del 25 maggio 1790 è una seduta calda. 11 processo entra nel vivo, nella fase più scottante.
L’addebito è grave. I giudici sono disposti a chiu¬dere un occhio su tutto, ma non sulla Massoneria. Delle tre imputazioni su cui si articola l’atto di accusa, questa è certamente quella che, secondo il Tribunale, riveste maggior importanza.
L’imbroglione, il medico, il guaritore offendono la Chiesa; il massone fa di più : la minaccia, la mina alle basi. Gli inquisitori dicono di aver trovato in una cassetta appartenente a Cagliostro alcuni misteriosi brevetti su cui sono rappresentate delle croci con queste tre lettere : L.D.P. Significavano : Lilia destrue pedibus : calpesta i gigli.
Il giglio: l’insegna della Monarchia, dei Borboni. Oggi calpestate il trono; domani sarà la volta dell’altare.
Trono e altare: le due colonne portanti della società; abbatterli per costruire sulle rovine una nuova società : ecco l’obiettivo della Massoneria.
Tredici anni prima della Rivoluzione del 1789, Padre Beauregard, in un sermone a Nôtre-Dame, aveva visto giusto. « Sì — aveva esclamato — è col Re e con la Reli-gione che i filosofi e i Massoni ce l’hanno. Essi non attendono che il momento propizio per rovesciare il trono e l’altare ! » Rivolgendo quindi lo sguardo verso l’alto : « I vostri templi, o Signore, saranno spogliati e distrutti; le vostre leste, abolite; il Vostro Nome, bestemmiato; il vostro culto, proscritto. » La voce del Padre rimbombava furiosamente sotto le navate : « Dio mio, che cosa sento? Dio mio, che cosa vedo? Ai cantici ispirati in vostro onore che facevano risuonare queste volte sacre, succedono canti lubrichi e profani! E tu, divinità infame del paganesimo, impudica Venere, tu osi venire qui con sfrontata audacia a prendere il posto del Dio vivente, a sederti sul trono del Santissimo per ricevervi l’incenso colpevole dei tuoi nuovi adoratori ! »
Cosi, tredici anni prima della Rivoluzione, Padre Beauregard aveva previsto la fine della Monarchia, la profanazione degli altari, le feste della Dea Ragione e la scena madre in Nôtre-Dame : una prostituta adorata pubblicamente nel tempio.
Del resto, non era difficile essere profeti. Bastava tendere le orecchie. Che cosa scriveva Voltaire — il grande, terribile, accidioso Voltaire — nel 1764? « Tutto ciò che vedo getta il seme di una rivoluzione che arriverà immancabilmente e della quale io non avrò probabilmente il piacere di essere testimonio. I francesi — continuava — arrivano sempre tardi a tutto, ma arrivano. La luce si è talmente diffusa nel mondo che l’esplosione avverrà alla prima occasione. I giovani sono felici : essi vedranno delle belle cose. »
Non aspetteranno molto per vederle: già agli Stati Generali del 1789, su 605 deputati del Terzo Stato, 477 erano framassoni. La Massoneria poteva con legittimo orgoglio considerare la Rivoluzione come una sua opera d’arte. E con ragione. L’opera d’arte era tecnicamente perfetta e perfettamente sincronizzata nei movimenti : mentre i Filosofi e gli Enciclopedisti minavano con argomenti sottili le basi stesse della Religione, le Logge « caricavano » le masse ed organizzavano il rovesciamento del regime.
Lo storico Louis Blanc scrive: « Un’associazione composta da uomini di tutti i paesi, di tutte le religioni, di tutti i ranghi sociali, legati tra di loro da convenzioni simboliche, impegnati sotto la fede del giuramento a conservare il segreto, sottomessi a prove lugubri, occupandosi di fantastiche cerimonie, preparavano la distruzione di un mondo. »
Il promotore degli « Illuminati » di Baviera, Giovanni Weisshaupt, professore di diritto all’Università di Ingolstadt, non aveva avuto peli sulla lingua : « Bisogna distruggere ogni forma di vita religiosa, ogni società civile ed abolire la proprietà. » « Ecco — commenta Jacques Ploccard d’Assac — il vero precursore del comunismo. »
Ma come? Semplice: fare del rancore sociale che eternamente urla tra gli interstizi delle classi, un esplosivo da buttare sui bastioni dell’ordine costituito. Il boato è terribile; la breccia, inevitabile. Tutto sta nel catturare il risentimento delle masse — questa materia prima inesauribile nel sottosuolo dell’animo umano. Tutto sta nell’innescarlo su una bandiera.
L’intuizione è ancora di Weisshaupt: dagli uomini — dice pressappoco — si può ottenere tutto ciò che si vuole; basta assecondare le loro ambizioni. Se era cosi, non c’era che da cominciare, nella Francia del XVIII secolo, da quel serbatoio di ambizioni compresse che era la nobiltà esclusa dal potere: principi del sangue ferocemente gelosi dell’autorità del capo famiglia, come il conte di Clermont (che diventerà in effetti il Maestro delle Logge di Francia), conti, marchesi, baroni pieni di bile contro la dinastia regnante — tutti coloro insomma di cui il cardinale Richelieu aveva raso al suolo i castelli. La Massoneria non poteva che essere una setta, e come tale non poteva non supporre i due cardini su cui poggia ogni cospirazione: un segreto rigoroso e una vera e propria rete di spionaggio. Ogni massone deve tenere un diario sul quale annotare tutti i dettagli della vita di relazione. Ogni mese egli manderà un estratto delle sue informazioni ai suoi superiori.
« Taci e nasconditi »: ecco la sua parola d’ordine.
Storicamente la setta affonda le sue radici nell’organizzazione corporativa medievale di quei famosi costruttori di cattedrali, di cui parla Claudel. Muratori e capomastri dovevano trasmettersi a vicenda i segreti del loro lavoro. Nel Rinascimento non si costruiscono più cattedrali, ma la corporazione resta. E’ una specie di sindacalismo di arti e mestieri che vegeta ai margini dell’artigianato. Di queste organizzazioni sindacali, o Logge, ce ne sono quattro a Londra.
Il 24 giugno 1717, le quattro Logge si riuniscono per darsi un nuovo orientamento. Che fare? Di chiese non se ne erigevano più. Perché non costruire una società? Si trattava di utilizzare i ferri del mestiere, di organizzare una setta che avesse per scopo di ricostruire il mondo su basi nuove. La terminologia professionale serviva a meraviglia: per costruire una nuova società bisognava ricorrere a degli architetti, a dei capomastri, a dei muratori; bisognava servirsi di strumenti quali la squadra, il compasso, la livella: i quali diventano così i simboli della nuova corpo- razione. Dalla fusione delle quattro Logge era nata la Grande Loggia d’Inghilterra. Una nuova Chiesa sorgeva in un secolo che cominciava a disertare le navate e a distruggere i templi. Ciò che le occorreva era un papa. Lo si trova subito : è un pastore protestante, un francese emigrata, tale Désaguiliers. E’ lui che dà alla Grande Loggia la sua fisionomia definitiva: quella di una società di liberi pensatori. « Bisogna creare — scrive il Grande Maestro — una vera fraternità tra le genti… bisogna lavorare all’unità mentale e sociale dell’umanità. » Ciò supponeva prima di tutto la demolizione di quei due potenti architravi che sostenevano il vecchio ordine costituito : la Monarchia francese e la Chiesa cattolica. Non è l’Inghilterra che organizza la Massoneria, ma è la Massoneria che si mette al servizio dell’Inghilterra.
Innanzi tutto, bisognava che la setta attraversasse la Manica e mettesse piede sul continente. Primo obiettivo : la Francia. Si comincia coll’iniziare agli oscuri misteri un gran numero di nobili francesi che venivano a Londra. E’ così che Montesquieu, l’autore dello « Spirito delle Leggi », e il conte di Sade divengono degli iniziati. La cerimonia, volutamente esoterica, ha luogo la sera del 16 maggio 1730, nella Loggia della Taverna di Horn, a Westminster.
Il trapianto in terra di Francia si effettua attraverso quelli che a quel tempo rappresentano i due veicoli naturali delle idee : gli intellettuali e i nobili. Uno degli iniziati più ricercati è senz’altro Voltaire. Lo scrittore sarà ricevuto in Loggia con queste parole: « Carissimo fratello, voi eravate framassone ancora prima di essere consacrato. » Nessuno più di lui era animato dello spirito massonico. La caccia non si ferma agli intellettuali. Prosegue con i nobili, principi del sangue, persino sovrani regnanti. Bisogna guadagnare alla causa i detentori dell’ordine costituito : è questa la scorciatoia classica per mettere le mani sul potere.
« Abbiamo con noi — scriveva D’Alembert a Voltaire il 23 novembre 1720 — l’imperatrice Caterina di Russia, il re di Prussia, il sovrano di Danimarca, la regina di Svezia e suo figlio. »
I principi e i nobili, incendiati dalle idee dei filosofi e dei liberi pensatori, sono trascinati nella lotta contro la Chiesa: « écrasez l’Infame », schiacciate l’Infame: è la parola d’ordine di Voltaire. Ma è anche la parola d’ordine della Loggia.
Una delle prime riunioni massoniche a Parigi : 10 settembre 1737. Il commissario di polizia Giovanni di Lespinay, avvertito dell’adunanza che stava per aver luogo in una trattoria dei sobborghi, vi si reca con un drappello di soldati. Ha l’ordine di sciogliere l’assemblea. La Reggenza prima, Luigi XV poi, avvertono il pericolo : non ne vogliono sapere di queste strane misteriose società tra i piedi, tanto più che sono d’origine inglese. In una relazione il commissario di polizia fa sapere che, giunto verso le nove e mezza di sera sul luogo indicato, vi aveva trovato un certo numero di persone curiosamente vestite : un grembiule di pelle bianca con un collare di seta azzurra cui erano appesi una squadra, una cazzuola e un compasso. Erano state inoltre notate carrozze di lusso stazionanti nelle adiacenze. Il gestore dell’osteria viene immediatamente condannato; il suo locale, chiuso e murato per sei mesi.
Si muovono i monarchi. Si muove anche il papa. La prima bolla di scomunica contro i Framassoni è di papa Clemente XII, 4 maggio 1738.
Il 27 dicembre 1738, la polizia francese mette le mani su un folto gruppo di iniziati. Sorpresi in piena adunanza nel palazzo di Soissons, in via dei Due Scudi, essi sono arrestati e gettati in carcere.

(omissis)

… accanto alle Logge di carattere mondano, nel sottobosco della Massoneria spuntano le erbe delle scienze occulte. E’ in questo sottobosco che cammina, pascendo le illusioni e raccogliendo isterismo, Cagliostro.
Non era stato il primo. Sugli equivoci sentieri del soprannaturale avevano già camminato degli allucinati, seguiti da turbe di fanatici. Uno di questi, Emanuele Svedenborg, nato a Stoccolma nel 1688, figlio di un vescovo luterano e appassionato fin dall’infanzia di scienze occulte. Come tutti gli ispirati, Svedenborg cerca la strada, anzi la scorciatoia del soprannaturale; e, come tutti i predestinati, ha la sua rivelazione. Budda, si sa, la ebbe sotto una pianta di fico. Svedenborg la trova a tavola, in un’osteria. Stava pranzando quando, all’improvviso, una figura piena di luce gli sarebbe apparsa, pronunciando le seguenti parole: « Non mangiare troppo. » Finito? Finito. A un comune mortale la frase sarebbe apparsa piuttosto banale. Ma per tipi come Svedenborg, in fanatica ricerca del misterioso, la raccomandazione ha il sapore di un messaggio. Da quel momento, Svedenborg entra in rapporti con Dio in persona, e quando questi è occupato altrove, parla con i suoi plenipotenziari: gli angeli, i quali gli spiegano tutti i misteri del cielo. Lo svedese non ha più alcun dubbio sulla missione che gli è stata affidata durante la sua permanenza in terra: riformare l’umanità. Dai colloqui con le più note personalità del Paradiso, nasce un libro: « Arcani celesti », una specie di nuova Bibbia. Conseguentemente appaiono dei discepoli. Fatalmente nasce una dottrina. Immancabilmente sorge una speranza. Logicamente, come risultato, si impone un compito : una riforma religiosa. Certo, occorre un catechismo. Eccolo: è La « Gerusalemme celeste » — il più celebre dei suoi libri. L’universo è un insieme di mondi sui quali Svedenborg riconosce per creatore e maestro Gesù Cristo, « vita, amore, saggezza, calore e luce ». L’uomo è eterno, non muore mai, la morte non è che il principio della nuova vita; una volta svincolatosi dall’involucro di carne ed ossa nel quale è prigioniero, l’uomo diventa un angelo. E fin qui niente di nuovo: non era che un ricalco del Cristianesimo. Dove il catechismo di Svedenborg si distacca dal troncone cattolico è nel messianesimo. C’è sulla terra — si dice — un paese sconosciuto, retto « ancora da patriarchi »: Tartaria. Ai Tartari il compito di evangelizzare il mondo e di rigenerare i popoli.
Rigenerazione e nostalgia dell’innocenza primitiva sono anche i temi di un altro « profeta » del tempo : Martinez Paschalis, d’origine portoghese. Ebreo convertito al Cristianesimo, Paschalis riprende i motivi di Svedenborg, del quale si professa discepolo.
Ma il vero predecessore di Cagliostro è il conte di Saint- Germain. Framassone e affiliato all’Illuminismo, Saint- Germain esercita una grande influenza su Cagliostro. Nulla si sa della sua origine. Pare che fosse figlio di un banchiere ebreo di Bordeaux e della regina di Spagna. La sua prima apparizione in Francia risale al 1750. Diceva di aver quattromila anni, di aver assistito alle nozze di Cana, di possedere l’elisir dell’immortalità, l’acqua della giovinezza, il segreto di ingrossare le perle. Luigi XV lo ricevette a corte e gli accordò la sua fiducia, grazie alla protezione della signora di Pompadour. Personaggio strano, enigmatico, contraddittorio, ma sempre affascinante, il conte di Saint-Germain — dicono le memorie del tempo — non aveva né l’impudenza che conviene a un ciarlatano, né l’eloquenza necessaria a un fanatico, né la seduzione che trascina gli pseudoscienziati. Pare che al re di Francia avesse mostrato in uno specchio magico la sorte che sarebbe stata riservata ai suoi figli, e che il sovrano ne fosse rimasto terrorizzato alla vista dell’immagine del Delfino che vi appariva decapitato.
Profezia sconcertante.
Il conte di Saint-Germain pretendeva di conservare il ricordo di una moltitudine di esistenze anteriori; raccontava le sue diverse avventure risalenti l’inizio del mondo. Aveva molti amici, molti sostenitori, un grande seguito, molti soldi. Preceduto dalla sua fama di guaritore e profeta, camminando sul tappeto della credulità generale, il conte di Saint-Germain viaggiò in lungo e in largo per l’Europa.
Fu in Inghilterra, in Russia, in Germania. Gli ultimi suoi anni trascorsero nel ducato dello Slewig, presso la corte del margravio Cario di Hesse, un appassionato di scienze occulte. Morì nel 1784.
Cagliostro lo aveva conosciuto in Germania, nello Holstein. Sembra che sia stato il primo ad iniziare il siciliano ai misteri della cabala.

(omissis)

La sentenza del processo Cagliostro è del 7 aprile 1791, quasi un anno dopo. La causa era stata discussa per l’ultima volta, il 21 marzo, davanti all’assemblea generale. Gli Inquisitori, attenendosi allo spirito e alla lettera delle bolle pontificie, avevano emesso un verdetto di morte.
Il 7 aprile il papa, Pio VI, commuta la pena nel carcere perpetuo. Al cappuccino, fra’ Giuseppe da S. Maurizio, sono inflitti dieci anni di prigionia. E’ ordinata nel contempo la distruzione del manoscritto Magonnerie Égyptienne e di tutti i simboli e gli altri strumenti massonici.
Giuseppe Balsamo è riconosciuto formalmente colpevole dei reati ascrittigli. Il verdetto è formulato in questi termini: « Giuseppe Balsamo, incriminato e convinto di parecchi delitti, e d’essere incorso nelle censure e pene pronunziate contro gli eretici formali, i dogmatizzanti, gli eresiarchi, i maestri e discepoli della magia superstiziosa, è incorso nelle censure e pene stabilite tanto dalle leggi apostoliche di Clemente XII e di Benedetto XIV contro coloro che, in qualsiasi modo, favoriscono e formano società e conventicole di framassoni, quanto all’editto del Consiglio di Stato contro coloro che si rendono colpevoli di tale crimine, a Boma o in qualsiasi luogo del dominio papale. » Che significa? Significa che da questo momento il colpevole dovrebbe essere consegnato al braccio secolare per essere messo a morte.
« Tuttavia — prosegue il verdetto — la pena è commutata nel carcere perpetuo in una fortezza, dove sarà strettamente custodito, senza speranza di grazia… »
Il verdetto fa obbligo infine al condannato di fare solennemente abiura « nel luogo attuale della sua detenzione » e cioè in Castel Sant’Angelo. Dopodiché gli verranno prescritte le penitenze salutari a cui dovrà sottomettersi.
L’abiura avviene in forma solenne, e un po’ teatrale (fingendo grande commozione e senza fare economia di lacrime): « Oppresso come sono — dice Cagliostro — da rimpianti e pentimenti per aver trascorso quarantacinque anni della mia vita in questo miserando stato della perdizione dell’anima mia e nell’abisso dell’errore, sono pronto, per salvare la mia anima, per riparare tutti i torti fatti alla religione e alle anime di tanti altri, di fare ogni dichiarazione, ritrattazione o qualsiasi altro atto ritenuto necessario.»
La ritrattazione non si ferma lì. « Anzi — prosegue — siccome ho in Europa un’immensa quantità di discepoli e di figli che, dietro le mie insinuazioni, hanno adottato il rito egiziano, e che ammontano a più di un milione, e sono così ligi a questa credenza, così soggetti alla mia volontà che né argomenti né persuasioni di teologi, di eruditi o di qualsiasi persona non riuscirebbero mai a dissuaderli dal sistema che io ho dato loro, dichiaro che io sono pronto a mettere per iscritto e a far diffondere la presente dichiarazione, la quale servirà ad illuminarli. »
Il colpevole si prosterna quindi ai piedi dei suoi giudici e del Santo Padre ai quali dà « in balìa » il suo corpo e dai quali implora una punizione per i suoi « delitti ». « Mi basta salvar l’anima » dice. Si accomiata infine da tutti benedicendo e perdonando. « Perdono a tutti i miei nemici e a tutti coloro che presero parte al processo intentatomi, e riconosco che devo loro la salvezza dell’anima mia. » « Mi raccomando ancora alle Vostre Signorie — così termina la ritrattazione — che mi hanno sempre interrogato secondo la giustizia e senza nessuna irregolarità : il che ha contribuito a farmi conoscere l’errore in cui giacevo… »
A Roma, e soprattutto all’estero, le reazioni alla condanna di Cagliostro sono contrastanti. Il tono stesso della ritrattazione appare un po’ strano, e fa pensare che essa sia stata estorta sotto la minaccia della tortura.
Il 3 maggio 1791 il testo della sentenza, redatto in latino, è affisso sui muri di Roma : « In Congregatione Generali Sanctae Romanae et Universalis Inquisitionis habita in Palatio Apostolico Vaticano apud S. Petrum coram Sanctissimo Domino Nostro Domino Pio Providentia Papa Sexto ac Eminentissimis et Reverendissimis DD. Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalibus… Proposita Causa Josephi Balsamo Panormitani nuncapati Comes Alexander de Cagliostro plurimum delictorum delati, inquisiti, convincti, et respectivi confessi… »
Il 4 maggio, il giorno dopo l’affissione della sentenza, a Roma, con un solenne auto-dafé, ha luogo l’esecuzione in effigie di Cagliostro e la distruzione di tutti i suoi simboli e documenti. Il fatto è riferito dalla Gazette Nationale di Parigi: « L’esecuzione è stata fatta nella piazza della Minerva ed è durata tre quarti d’ora. Il popolo ha fatto una festa. A ciascun utensile che si gettava al fuoco, libri, pergamene, patenti o cordoni della Massoneria, la folla batteva le mani e gettava gridi di gioia. »
Mentre il popolo tripudia a Roma, in Francia, in Germania e altrove, si levano voci in favore del condannato. « La sentenza è crudele e assurda » si scrive. Non manca chi mette in dubbio l’obiettività del processo.
Cagliostro era stato ricondotto in Castel Sant’Angelo, e gettato nel suo carcere sotterraneo. Il prigioniero ha terribili momenti di sconforto. Non parla, non tocca cibo per alcuni giorni. L’idea del suicidio gli attraversa la mente più di una volta.
Poi, a poco a poco, riprende animo.
Un giorno il Santo Uffizio, per mezzo del governatore di Castel Sant’Angelo, riceve una lettera di Balsamo. Il prigioniero, con accenti di dolore e di pietà che sembrano sinceri, supplica i suoi giudici d’inviargli un confessore: non si lamentava, no, del castigo ma aveva un solo desiderio; che glielo esaudissero : confessarsi, riconciliarsi con la Chiesa, riavvicinarsi a Dio, salvare la propria anima.
Gli mandano un cappuccino. Il prigioniero lo riceve con grande gioia. La confessione ha inizio tra un fiume di lacrime del penitente, che non finisce mai di battersi il petto e di accusarsi di un’infinità di delitti.
Il buon Padre — un pezzo d’uomo di quasi due metri — si commuove, e incoraggia il penitente esortandolo ad aver fiducia nell’immensa misericordia di Dio. Mentre il frate si prepara ad assolverlo, Cagliostro alza gli occhi: « Padre — gli dice con voce supplichevole — i miei delitti sono tanti che vi scongiuro di applicarmi la disciplina. » « Va bene, figliolo. » Mentre il frate si stacca il cordone e si dispone ad infliggergli qualche colpo sulla schiena, il penitente gli si butta addosso e, dopo avergli strappato la cinta, cerca di strangolarlo. Se fosse riuscito, lo avrebbe certamente spogliato e, celandosi sotto la tunica, sarebbe evaso.
Ma quel buon Padre era un monaco vigoroso. Fa fronte con energia all’assalto disperato del penitente, invoca aiuto; accorrono i guardiani. Il prigioniero è immobilizzato.
Due settimane dopo, di notte, il governo pontificio fa tradurre il prigioniero, sotto buona scorta, nel forte di San Leo, nel ducato di Urbino.

(omissis)

Non c’è dubbio: era la fine; anzi il principio della pazzia.
Cagliostro sembra convinto che nel carcere siano rinchiusi i principali capi della Massoneria; e con essi, anche Lorenza. Invia loro ogni giorno i suoi saluti. In quanto alla moglie, lo fa sapere al governatore; qualunque sia il castigo inflittole, egli si dichiara disposto a sopportarlo in vece sua.
Gli trovano addosso un ferro aguzzo; strepita, inveisce, minaccia. Il pazzo rischia di diventare furioso. Gli si applica la camicia di forza.
Agli eccessi subentrano brevi periodi di pace. Riprendono le solite manie di penitenza e di umiltà (non vuole che lo si chiami « conte », ma Giuseppe il peccatore). Con le penitenze ritornano le solite visioni. L’ultima è del 21 aprile 1795. Predice un attentato al Pontefice : « I nemici — dice — hanno introdotto nel palazzo pontificio una giovane molto avvenente sotto abito mentito da uomo, la quale presentemente può avere piena libertà d’introdursi nelli segreti appartamenti e che questa intende o con veleno o con ferro di levare la vita al Sovrano. »
23 agosto 1795. Il prigioniero è colto da un attacco apoplettico che gli paralizza tutto il fianco sinistro. Accorre il cappellano, ma il morituro rifiuta energicamente i sacramenti.
26 agosto : in seguito a un secondo attacco, Cagliostro perde i sensi, entra in coma. Accorre anche questa volta l’arciprete di San Leo, tale don Luigi Marini, che lo esorta con insistenza a ricevere i conforti della religione. In un soprassalto di lucidità, il moribondo ha uno scatto d’ira, e respinge brutalmente il sacerdote. Sembra quasi — commenta uno storico — che la Chiesa lo voglia gettare con forza nelle mani di Dio.
Perché ?
26 agosto 1795, ore 3,30 di notte: dopo quattro anni, quattro mesi e tre giorni di prigionia a San Leo, Alessandro conte di Cagliostro spirava. Aveva cinquantadue anni.
Ecco come il governatore della fortezza ne dà comunicazione ai suoi superiori : « Eccellenza Reverendissima, reco con questa mia umilissima all’E.V. la notizia qualmente nel giorno 26 dell’andante, fu colpito da forte apoplessia il rilegato Giuseppe Balsamo detto Cagliostro… »
Il solerte funzionario termina la sua comunicazione con l’assicurare l’ « Eccellenza Reverendissima » che il « rilegato Giuseppe Balsamo, per essere sempre vissuto con massime decise da vero eretico, né avere mai dati segni di resipiscenza, era stato sepolto fuori di luogo sacro e senza formalità alcuna ecclesiastica ».
Ma era veramente morto? Come esserne certi?
Pare che più di una volta si sia finto morto per poter tentare poi l’evasione dalla bara; e il medico, per accertarsene, gli aveva dato fuoco ai piedi.
Anche questa volta, memore del trucco, il medico gli appicca il fuoco alle estremità. Ma questa volta il corpo di Cagliostro resta immobile.
Dopo la storia, la leggenda. La tumulazione ha avuto luogo in una striscia di terra tra il cosiddetto Palazzetto e il Casino. Così dice l’atto di morte conservato nei libri parrocchiali di San Leo. Ma l’immaginazione popolare ignora gli atti ed è più forte della realtà. Si vuole che la salma sia stata depositata in una legnaia, spesso visitata da ladri notturni. Quel luogo sarebbe stato appositamente scelto dal governatore affinché « i ladri possano in avvenire avere spavento d’uomo così temuto nell’approssimarsi ».
Nel 1796, il generale Dobrowscki dell’armata cisalpina, dopo aver occupato in nome della repubblica e della libertà la fortezza di San Leo, apre le carceri ai reclusi: « Amici — dice loro con un proclama — voi siete liberi! La repubblica cisalpina, distruggendo una delle bastiglie del Governo pontificio, vi ha restituiti ai vostri diritti.»
Ma Cagliostro, ahimè, non era più.
Viveva tuttavia il simbolo: ed era un simbolo di libertà.
Sembra che in questa atmosfera alcuni soldati di nazionalità polacca, a cui certamente si unirono anche degli italiani, andassero alla fossa in cui giacevano i resti del « Gran Maestro », e dissepoltone il teschio vi bevessero inneggiando alla libertà conquistata. Il fatto è narrato da uno scrittore di Civiltà Cattolica.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart