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STORIA: Il processo a Luigi XVI (Versailles, 23 agosto 1754 – Parigi, 21 gennaio 1793)

4 aprile 2019

Il discorso che il cittadino Saint-Just, definito “l’arcangelo della rivoluzione”, pronunciò nel processo contro re Luigi XVI.

(da “I grandi processi della storia” Edizioni di Crèmille – Ginevra 1970. Luigi XVI fu decapitato il 21 gennaio 1793)

A questo discorso strettamente giuridico risponderà l’arcangelo della rivoluzione — un arcangelo sterminatore. Con gli occhi illuminati da una fede fanatica nella sua missione, che non ammette alcun ostacolo all’avvento del­l’ideale Repubblica della quale si è forgiato un’immagine, una repubblica pura, virtuosa, implacabile, il « cittadino Saint-Just, deputato del dipartimento dell’Aisne », sale per la prima volta sulla tribuna. Con lui la Montagna mostra definitivamente il suo gioco. Il suo esordio è breve e definisce rigorosamente il motivo del­l’intervento :

« Cittadini, voglio provarvi che il re può essere processato ; che l’opinione di Morisson, favorevole al principio di inviolabilità, come quella del comitato (di legislazione), propenso a giudicarlo come un cittadino, sono ugualmente false e che il re deve essere processato in virtù di principi che non sono né quelli dell’uno né quelli dell’altro. »

Così Saint-Just intende negare a Luigi XVI le garanzie tradizionali. L’inviolabilità e la consacrazione ponevano il sovrano al di sopra di esse ; la sua deposizione e i suoi delitti lo mettevano fuori della legge.

« Il comitato non ebbe che uno scopo : quello di persuadervi che il re doveva essere processato nella sua qualitĂ  di cittadino. Ebbene, io vi dico invece che egli deve essere processato nella sua qualitĂ  di nemico, che è nostro miglior diritto combatterlo che giudicarlo e che quanto alla procedura, poichĂ© non c’è nessuna indicazione nel contratto che lega tra loro tutti i Francesi, bisognerĂ  trovarne le forme non certo nella legge civile, ma piuttosto in quella universale legge che è il diritto dei popoli. Forse un giorno gli uomini, lontani dai nostri pregiudizi come noi lo siamo da quelli dei Vandali, si meraviglieranno della barbarie di un secolo in cui processare un tiranno aveva qualcosa di sacri­lego, in cui un popolo prima di giudicare i misfatti di un despota si pigliava cura di elevarlo al rango di cittadino ed invece di agire si preoc­cupava di come sarebbe stata giudicata la sua azione, trasformando in tal modo un colpevole della peggior specie, la specie degli oppressori intendo dire, in un martire del proprio orgoglio… Gli stessi uomini che stanno per giudicare Luigi hanno il compito di fondare una repubblica ; ma chi attribuisce una qualche importanza al giusto castigo di un re non fonderĂ  mai una repubblica. »

A queste parole fa seguito una lezione di educazione civica in cui si cela un minaccioso avvertimento alla maggioranza moderata :

« Noi dobbiamo avanzare coraggiosamente verso il nostro traguardo, e se vogliamo una repubblica, dobbiamo sgombrare la strada… Vogliamo la repubblica, l’indipendenza, l’unitĂ  e poi ci dividiamo per salvare un tiranno! »

L’inviolabilità ?

« Io non riconosco più alcun rapporto naturale tra popolo e re. Può essere che una nazione, stipulando le clausole del patto sociale, confe­risca a certe cariche un carattere capace di far rispettare tutti i diritti e di obbligarvi tutti i cittadini ; ma questa caratteristica è concessa nell’interesse del popolo, non gode nessuna garanzia se rivolta contro il popolo e nessuno può farsene scudo contro quello stesso popolo che può conferirla o toglierla a suo piacimento. I cittadini si impegnano tra di loro con il contrat­to ; il re ne è al di fuori ; se cosi non fosse egli non avrebbe giudici e sarebbe un tiranno. L’inviolabilità di Luigi è dunque venuta meno con il suo delitto ed in virtù dell’insurrezione. Se poi lo si ritenesse ancora inviolabile, se solo si potesse avanzare questo dubbio, allora biso­gnerebbe concludere che è illegittima pure la sua deposizione e che invece legittima è l’oppres­sione da lui esercitata in nome del popolo. »

La dimostrazione è serrata, quasi matematica. Termina con queste parole :

« Il contratto sociale è un patto tra cittadini, non con il governo ; non si è partecipi di un patto se non vi si è legati. Di conseguenza Luigi, che non vi era legato, non può essere giudicato in un processo civile. Quel contratto era talmente oppressivo che impegnava i cittadini e non il re. Un contratto simile è necessariamente nullo, perché nulla è legittimo di quel che la morale e la natura non sanciscono.

» Luigi XVI, ripete Saint-Just, non può essere giudicato come cittadino, ma come ribelle. E’ inammissibile infatti che l’ultimo atto della tirannide sia di pretendere un processo ed un giudizio secondo le leggi che essa stessa ha distrutto. »

Saint-Just pone quindi il dilemma :

« Io non vedo nessuna via di mezzo : quest’uo­mo deve regnare o morire… Giudicare un re come un cittadino : ecco una frase che sbalordirĂ  i posteri. Giudicare significa applicare la legge. Ma la legge è un rapporto di giustizia : che rapporto di giustizia c’è tra l’umanitĂ  ed i re?

» Cosa c’è di comune tra Luigi e il popolo francese perchĂ© egli sia risparmiato dopo il tradimento?… Non si può regnare con inno­cenza ; è un’opinione folle. Ogni re è un ribelle ed un usurpatore. »

L’oratore nega all’ex re il diritto di essere giudicato da un tribunale : « I tribunali esistono solo per i cittadini… In che modo un tribunale può arrogarsi il diritto di assolvere e di restituire un padrone alla nazione? In che modo potrĂ  essere citata a comparire davanti ad un tribu­nale la volontĂ  di un popolo? » Egli respinge anche il progetto della ratifica, da parte del popolo, della sentenza espressa dall’Assemblea : « Il tribunale che deve giudicare Luigi non è un tribunale giudiziario : è un consiglio, è il popolo, siete voi. Le leggi che dobbiamo seguire sono quelle del diritto dei popoli. Siete voi chiamati a giudicare Luigi, ma voi non potete costituirvi contemporaneamente come organo giurisdizionale, come giudici e come accusatori nei suoi confronti : queste forme proprie della procedura civile renderebbero illegittimo il processo, perchĂ© il re, una volta considerato come “un cittadino, non potrebbe essere giudicato dalle stesse persone che l’accusano. Ma Luigi è uno straniero tra di noi… Per quale abuso di giustizia vorreste farne un cittadino per poi condannarlo? Di norma un uomo colpevole è posto al bando della societĂ  ; ebbene, Luigi dovrebbe entrarci proprio in virtĂą dei suoi crimini! »

Poi Saint-Just afferma :

« Nel processo le forme sono un’ipocrisia ; sarete giudicati secondo i vostri principi. »

Ed ora la perorazione finale :

« Tutto quello che vi ho detto vuole provarvi che Luigi XVI deve essere giudicato come nemico e straniero… Non è necessario che la sua sentenza di morte sia sottoposta alla ratifica del popolo… Siete voi che dovete decidere se Luigi è un nemico del popolo francese ed uno straniero. »

Ma se Saint-Just si oppone alla ratifica del popolo lo fa perché crede nella condanna a morte. Dice infatti : « se la vostra maggioranza assolvesse Luigi XVI, allora la vostra sentenza dovrebbe essere ratificata dal popolo ». Sempre la stessa minaccia latente. Ed essa è ancora più esplicita nell’ultima frase che il deputato dell’Aisne lancia dalla tribuna sul capo dei membri dell’Assemblea :

« Popolo, se mai il re sarà assolto ricordati che non saremo degni della tua fiducia e ci potrai accusare di perfidia! »

 


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Bart