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STORIA: Il processo a Maria Stuart (Linlithgow, 8 dicembre 1542 – Fotheringhay, 8 febbraio 1587)

23 aprile 2019

(da “I grandi processi della storia” – edizioni Ferni – Ginevra 1975)

Maria Stuart (1), regina di Scozia, e suo nipote Carlo I Stuart, re d’Inghilterra, salirono entrambi al patibolo. La prima, sovrana autoritaria e cattolica sincera, si scontrerà con Elisabetta I regina d’Inghilterra, che vedrà in lei una pericolosa rivale. Il processo a Maria Stuart cercherà di provare che « la suddetta Maria, sostenendo di aver diritto alla corona d’Inghilterra, ha ispirato e progettato numerosi intrighi volti a mettere a morte la nostra regale sovrana ».

Preferiamo Stuart, anziché Stuarda come motti ancor oggi dicono e scrivono, perché l’usanza di « italianizzare », in realtà storpiandoli, i nomi di famiglia di certi personaggi storici, ci pare destituita di qualsiasi fondamento logico. Impressione, questa, implicitamente confermata dagli stessi fautori di Stuarda, i quali continuano a chiamare Stuart tutti gli altri membri dell’illustre dinastia scozzese: con tanti saluti alla coerenza.

(omissis

« Sono perduta!…»

Queste parole sfuggono a Maria Stuart, nel momento in cui la regina intravvede in mezzo alla piana la sagoma pesante del castello di Fotheringay. E’ il tardo pomeriggio di domenica 25 settembre 1586, una giornata buia e uggiosa. La contea di Northampton è immersa nella nebbia; piove, anche. Il risultato è che la prigione-fortezza di Fotheringay — situata a 30 miglia da Londra — appare ancora più tetra e sinistra.

Attorniata da cavalieri armati, la carrozza della regina di Scozia, condotta dal fedele Sharpe, avanza a fatica lungo il sentiero melmoso che conduce all’ingresso principale del castello, sul lato nord della costruzione. La regina siede volgendo le spalle al cocchiere; ha di fronte a sé i cavalieri della scorta. Per guardare il torrione ottagonale di Fotheringay, è costretta a volgere leggermente il capo. Del resto, è stata lei stessa a chiedere di viaggiare in quella posizione per « poter veder arrivare il colpo », nel caso qualcuno volesse attentare alla sua vita.

Superati due grandi fossati — larghi ciascuno più di tre metri, e costituiti l’uno dal fiume Nen, l’altro dalla gora di un mulino — la carrozza imbocca il ponte levatoio per poi arrestarsi nell’ampia corte del castello.

Sir Thomas Gorges, che aveva cavalcato tutto il tempo a fianco della portiera — Elisabetta lo ha pagato per vegliare sulla incolumità dei passeggeri — mette piede a terra e aiuta Maria a scendere. Qualche metro più indietro, sta scendendo da un’altra carrozza, non senza difficoltà, sir Amyas Poulet (o Paulet, secondo un’altra grafia), un uomo corpulento che i reumatismi hanno reso quasi incapace di reggersi in piedi e che da qualche mese è il custode di Maria Stuart.

Giorno più, giorno meno, sono circa vent’anni che la regina di Scozia è prigioniera di sua cugina Elisabetta, regina d’Inghilterra. Vent’anni che Maria ha trascorso passando da un castello all’altro, con in fondo al cuore una speranza sempre più debole: quella di riconquistare, un giorno, la sua libertà e il suo trono.

A 43 anni, Maria Stuart è ancora sorprendente­mente bella, a dispetto delle sofferenze fisiche e morali che la opprimono. Il volto ha conservato il suo ovale perfetto, il colorito la sua purezza. Gli occhi, castani, brillano di intelligenza. Porta una cuffia di pizzo all’italiana, da cui spunta qualche ciocca di capelli neri. In altri tempi erano stati biondi, quei capelli; poi, presto, eran divenuti bianchi: e la regina ha dovuto rassegnarsi alla tintura, oppure alla parrucca. I lineamenti sono un po’ tirati, le labbra hanno finito per assumere una piega un po’ amara; ma la vita è rimasta snella, e il tratto è sempre elegante. Maria Stuart ha conservato quella grazia altera che fece dire a Brantôme (1) « la sua divina bellezza valeva un regno »

  1. Pierre Brantôme, memorialista francese nato attorno al 1540 e morto nel 1614. Di famiglia nobile, trascorse la fanciullezza alla corte di Margherita di Navarra. Intraprese poi la carriera militare, svolgendo anche missioni diplomatiche di una certa importanza. Costretto all’immobilità da una caduta da cavallo, si diede a raccontare le sue esperienze di vita vissuta a contatto con i personaggi più illustri del suo tempo ( tra cui Maria Stuart, di cui fu per un certo periodo al seguito) in un’opera ponderosa ma non priva di arguzia, dal titolo « Memorie di messer Pierre di Bourdeille, signore di Brantôme, contenenti la vita delle dame illustri del suo tempo ».

e che a Ronsard (2)

  1. Pierre de Ronsard, poeta e scrittore francese, nato nel 1524 e morto nel 1585. Destinato per le sue nobili origini alta vita di corte, fu in gioventù paggio del duca di Orléans, poi di Maddalena di Francia e di Giacomo V Stuart. Più tardi, ebbe anche incarichi diplomatici. Colpito da sordità, abbandonò il servizio di corte per riprendere gli studi letterari interrotti, dedicandosi in seguito alla poesia. Con amici e seguaci, come lui ispirati ai grandi modelli classici, fondò un’importante scuola poetica, nota con il nome di « Plèiade ». La fama conquistata lo riportò negli ambienti di corte e gli valse i favori di Enrico li, Francesco II, Carlo IX, Caterina de’ Medici. Tra le sue opere poetiche più significative, si ricordano le Odi, gli Amori, gli Inni, le Elegie, i Sonetti per Elena.

ispirò questi versi :

« Je vis des Ecossais la reine sage et belle

Qui de corps et d’esprit ressemble une immortelle…

… Et la Mère Nature

Ne composa jamais si belle créature.

………………………………………………………………………………………

Quand votre belle taille et votre beau corsage

Qui ressemble au portrait d’une céleste image;

Quand votre sage propos, quand votre douce voix,

Qui pourrai émouvoir les rochers et les bois…

… une Reine si belle,

Belle en perfection… » (1)

  1. Ho visto degli Scozzesi la saggia e bella regina / Che nel corpo e nello spirito sembra una dea… I … E Madre Natura / Mai diede vita a più bella creatura. / … / Quando la vostra bella persona / Che somiglia a un’apparizione celeste; / Quando il vostro saggio parlare e la vostra dolce voce / Che potrebbero commuovere le pietre e gli alberi… / … Una regina così bella, / Bella nella sua perfezione…

Purtuttavia, mai come in questo scorcio di giornata d’autunno, mentre le torce già accese illuminano di sinistri bagliori le alte volte di Fotheringay, Maria Stuart è stata così vicina allo scoramento.

Ormai, non può più farsi illusioni sulla sorte che l’attende. Durante il viaggio da Chartley, l’ultimo suo castello-prigione, a Fotheringay, sir Thomas Gorges era stato piuttosto esplicito. Le aveva detto, la sera del primo giorno:

« Per timore di turbare Vostra Grazia, affaticata come mi sembrate da questo primo tragitto, prefe­risco rinviare a domani ciò che avrei da dirvi da parte della mia padrona…»

E se n’era andato, senza aggiungere altro, se non un cortese cenno di commiato. Nell’attesa di conoscere il messaggio della cugina, messaggio che non poteva certo portare notizie piacevoli, Maria aveva trascorso una pessima notte. Il mattino successivo, quando tutto era pronto per la partenza, e già la regina di Scozia aveva preso posto nella carrozza, sir Thomas le si era avvicinato e le aveva detto ad alta voce :

« La regina d’Inghilterra, mia signora, trova assai strano che voi, sua parente di pari rango, abbiate preso parte alla nuova congiura contro la sua persona. Una congiura appena scoperta, il cui scopo era la morte di una regina consacrata… Giuro — prosegue — di non aver mai visto la mia signora così sbigottita, turbata e addolorata, come quando ha appreso questa notizia. Ella sa bene che se avesse inviato Vostra Maestà in Scozia, la vostra sicurezza sarebbe stata in pericolo, e i vostri stessi sudditi non vi avrebbero certo visto di buon occhio. Di inviarvi in Francia, non era nemmeno il caso di pensarci: nella migliore delle ipotesi sarebbe stata giudicata una sciocca… »

« Io non ho mai complottato contro la regina d’Inghilterra o contro il suo regno », aveva risposto pacatamente Maria Stuart. « E nemmeno ne ho mai avuto l’intenzione: non mi sfiorerebbe mai il pensiero di far morire o comunque di colpire con mano sacrilega una regina ‘unta dal Signore, quale io stessa sono’. Il mio comportamento nei confronti della vostra signora è sempre stato più che corretto.

Ben lungi dal pensare di toglierle la vita, l’ho anzi ripetutamente avvertita — per ciò che mi era dato sapere — di quanto si andava tramando contro di lei, ammonendola di stare in guardia e informandola che non poche persone sospette, in Inghilterra, ordivano pericolose congiure contro la sua persona. Più d’una volta l’ho supplicata di concedermi udienza, per trovare di comune accordo una solu­zione alle nostre vertenze e mettere così al sicuro la sua vita! Non ha voluto ascoltarmi; anzi, ha rifiutato con disprezzo tutte le mie offerte. Non sono certo stata trattata come una regina prigioniera, e nemmeno come un prigioniero di guerra, bensì come una persona qualsiasi, come un qualsiasi suddito sul quale si abbia potere di vita e di morte.

« Mi sono state negate tutte le cose piacevoli della vita, mi si è persino proibito di comunicare liberamente con i miei parenti e con i miei amici. Sono stata rinchiusa e sottoposta alla sorveglianza di un uomo senza il cui permesso non potevo muovere passo; un uomo che ha dato prova del massimo rigore non solo per quanto riguardava la libertà della mia persona, ma anche in fatto di cibo e di bevande. Durante la mia lunga prigionia, la regina vostra signora non ha mai cessato di aizzare contro di me i suoi sudditi. Mi ha persino alienato l’affetto di mio figlio; si è alleata con lui e da questa alleanza io sono stata esclusa come una persona indegna. Sono stata abbandonata, senza conforto e senza speranza. Sono stata spogliata di ogni bene… Cos’altro potevo dunque fare, se i principi miei amici e alleati sono venuti a me, mossi a compas­sione dalle mie disgrazie e impietositi nel vedermi privata del mio seguito e di ogni assistenza, cos’altro potevo io fare se non gettarmi tra le loro braccia e affidarmi a loro? Ciò non implica, tuttavia, che io sia a conoscenza dei loro progetti. Non ho voluto e non voglio immischiarmene. Se hanno commesso qualcosa o stanno macchinando qualcosa, ebbene che la regina d’Inghilterra se la prenda con loro. E’ a loro che tocca di rispondere dei loro atti, non a me. La vostra signora sa bene che io l’ho ripetutamente ammonita di stare in guardia, avvertendola che non ci sarebbe stato da meravigliarsi se i sovrani e i principi cattolici avessero preso, o avessero progettato di prendere, in qualche modo, le mie difese. Ma la regina di Inghilterra mi ha sempre risposto di essere assolutamente sicura sia dei sentimenti degli stranieri che di quelli dei suoi sudditi, e che di me non sapeva cosa farsene… »

« Prego Dio che sia davvero come dite », si era limitato allora a rispondere sir Thomas Gorges.

In seguito, egli non rivolgerà più la parola alla regina, se non per questioni di servizio. Il che, tuttavia, non gli impedirà di dare prova di grande sensibilità nello svolgimento della sua missione: egli infatti porrà la massima attenzione nell’evitare alla sua prigioniera ogni fastidio, e nel cercare di renderle il viaggio il meno disagevole possibile.

Il fatto è che, per Maria Stuart, il castello di Fotheringay rappresenta l’ultima tappa di un lungo, lunghissimo viaggio.

(omissis)

Un giovane paggio le propone di aiutarla a fuggire. Si è già procurato una barca: non resta che impadronirsi delle chiavi della fortezza e addormentare la sentinella con un po’ di sonnifero sciolto in un boccale di birra…

Il giorno dopo, Maria è in casa di lord Hamilton, uno dei suoi fedeli, al castello di Niddrie. Informa subito della fuga il suo ambasciatore a Parigi, Beaton, e nel volgere di pochi giorni, grazie alla sua energia e alle sovvenzioni ricevute da Roma e da Parigi, riesce a mettere in piedi un esercito di 6000 uomini.

Il 13 maggio avviene lo scontro con Moray. Il reggente, in fretta e furia, ha potuto raccogliere appena 3-4000 uomini; ma è un eccellente stratega e riesce ugualmente a travolgere l’esercito di Maria.

La regina si dà alla fuga. Lei stessa ha raccontato in quali condizioni ha potuto sottrarsi alla caccia che le davano gli uomini di Moray:

« Ho sofferto la fame e il freddo, fuggendo attraverso i campi senza sapere dove mi trovavo, senza fermarmi, senza scendere da cavallo. Ho percorso in tutto più di 90 miglia, ho dormito per terra, ho bevuto latte inacidito e mangiato farina d’avena, ho passato tre notti come un gufo selvatico, senza una donna che potesse aiutarmi ».

Tutto questo, per arrivare un giorno su di una spiaggia di fronte all’Inghilterra. Dopo qualche esitazione, Maria si imbarca sul battello di un pescatore che la conduce fino a Carlisle, dove si mette sotto la protezione della cugina Elisabetta.

Ha scritto uno storico: «La principessa fuggitiva non doveva tardare ad accorgersi che proprio là dove era andata a cercare asilo, aveva in realtà trovato una prigione ».

Sabato 1° ottobre, sir Amyas Poulet, l’ultimo in ordine di data dei custodi di Maria Stuart, comunica di avere « cinque o sei parole » da dire alla sovrana.

Malgrado i modi bonari, sir Amyas è una persona severa, ignora l’indulgenza. Pratica con fanatismo la religione riformata ed è interamente devoto alla regina d’Inghilterra. Ha confinato Maria Stuart e il suo seguito in appartamenti relativamente stretti, ha fatto murare alcune finestre e alcune porte. E per finire, nelle grandi sale del pianterreno, ha chiamato decine di operai incaricati di misteriosi preparativi.

Introdotto alla presenza dell’ex-regina di Scozia, dichiara bruscamente, senza preoccuparsi delle abi­tuali formule di cortesia :

« La regina d’Inghilterra, mia Signora, si è molto stupita e meravigliata nell’apprendere, dal rapporto di Gorges, che Vostra Maestà sostiene di essere innocente, mentre invece esistono le prove dell’esatto contrario ».

Poulet prosegue preannunciando l’arrivo, entro pochi giorni, di parecchi nobili e alti dignitari che la interrogheranno.

« Vi avverto », precisa, « affinché non possiate poi dire che si è cercato di cogliervi di sorpresa… »

Dopo un breve silenzio interrotto da qualche col- petto di tosse, sir Amyas riprende più pacatamente:

« Meglio fareste, Signora, a chiedere perdono a Sua Maestà, ammettendo spontaneamente i vostri errori e le vostre colpe, piuttosto che farvi dichiarare colpevole. Io ve lo consiglio e ve lo raccomando vivamente, dal momento che sono qui per scrivere la vostra risposta ».

Maria sorride e risponde:

« Così si parla ai bambini, quando si vuole far loro confessare qualche marachella. Per quanto riguarda me, tuttavia, mentre non ho difficoltà a riconoscere di avere, come peccatrice, ripetutamente offeso il mio Creatore, dal quale imploro umilmente perdono, dichiaro d’altra parte che in qualità di regina sovrana non sono tenuta a rendere conto a nessuno di miei pretesi errori o colpe, eccetto che a Dio e alla sua Chiesa. E poiché io non posso né commettere né avere colpe, così non voglio e non cerco il perdono di nessuno. Lasciatevi dunque dire, sir Amyas, che vi affannate per nulla, e che state perdendo il vostro tempo ».

« Vi ripeto che Sua Maestà la regina ha in mano delle prove e che voi fareste meglio ad ammettere il vostro errore, essendo esso troppo manifesto. Tut­tavia, trasmetterò la vostra risposta… »

Al momento di congedarsi, sir Amyas annuncia finalmente una buona notizia per la sventurata regina: tra poco essa potrà riavere il suo maggior­domo e una delle donne del seguito. Ma se il ritorno del devoto servitore può servire a rendere, almeno in parte, meno amara la prigionia di Maria Stuart, esso tuttavia non può bastare a cancellare le mille e una angherie di Poulet, quali ad esempio il licenziamento del cocchiere e di parecchi servitori, e tutte le innumerevoli proibizioni…

Ormai, per la prigioniera, non c’è più dubbio: sarà giudicata e sicuramente condannata.

Perché? Perché è accusata di complotto contro la regina d’Inghilterra. Per la verità, da quando è prigioniera in Inghilterra, Maria non ha fatto altro che complottare, finendo poi per cadere nella trappola tesale da Walsingham, il capo della polizia, e per trovarsi seriamente compromessa in quello che verrà definito « l’affare Babington ».

In sostanza, si trattava niente meno che di assassinare Elisabetta. Ora, colta da terrore retro­spettivo, la regina d’Inghilterra era fermamente decisa a vendicarsi e i suoi ministri, Burghley e Walsingham in testa a tutti, si adoperavano per rafforzarla nel suo proposito.

Per un momento, le è balenata l’idea di far avvelenare la rivale scozzese, ma ha poi optato per i mezzi « legali ».

Il Consiglio privato finisce per arrendersi alle ragioni di Burghley: Maria sarà giudicata e condan­nata a morte. I dubbi non mancano: anzitutto c’è il problema, abbastanza delicato, di come processare una regina ancora regnante, dal momento che la pseudo-abdicazione di Lochleven non è mai stata confermata. E poi, facendo giustiziare la cugina, Elisabetta si espone al pericolo di terribili rappresaglie: non tenteranno i Guisa, il re di Francia, il re di Spagna e persino Giacomo VI, di farle pagar caro il suo gesto ?

Burghley cancella ogni timore. Il 24 settembre, la decisione è finalmente presa.

Maria sarà giudicata, e condannata, da un tribunale speciale. Il 5 ottobre Elisabetta ne nomina i 46 membri: sono grandi ufficiali della corona, pari del regno, membri del Consiglio Privato, uomini di legge… La loro sentenza — che dovrà essere di condanna a morte — sarà ratificata dal Parlamento.

« In questo modo » osserva cinicamente Burghley, « la responsabilità sarà divisa fra tutti e tutti saranno contenti… »

Per facilitare le cose, Walsingham aveva incaricato Poulet di ottenere delle ammissioni dalla sua prigioniera. Sir Amyas ce la mette tutta, ma non ottiene che un nuovo, netto rifiuto :

« Io non conosco nessun Babington », gli risponde seccamente Maria. « E d’altra parte, non mi si può impedire di avere dei contatti con chi ritengo utile ai miei interessi personali, né devo renderne conto ad alcuno… »

Indispettito, Poulet ribatte :

« Sarete interrogata più a fondo ; è indispensabile che tutto venga chiarito… »

L’8 ottobre la commissione si riunisce a Westminster e decide di giudicare immediatamente la regina di Scozia. I membri della commissione, che potranno assentarsi da Londra, dovranno recarsi a Fotheringay ed ivi costituirsi in corte di giustizia. Non ci sono obiezioni. Ma più d’uno riesce a trovare dei buoni motivi per non far parte di questa corte.

Chateauneuf, l’ambasciatore di Francia, tenta di convincere Enrico III ad intervenire in favore dell’ex cognata, ma il re di Francia si limita a presentare a Elisabetta delle blande rimostranze. Né c’è da attendersi di più da Giacomo VI: il futuro re d’Inghilterra (con il nome di Giacomo I) non può provare alcun affetto per una madre che non l’ha allevato e che praticamente non conosce. Del resto, cosa potrebbe mai ottenere questo giovane dal cuore arido, che ha già il suo bel daffare per mantenersi sul trono di Scozia? Solo da poco tempo infatti egli ha conquistato l’effettivo potere, eliminando il reggente Morton, il quale aveva governato saggia­mente per parecchi anni; certo più saggiamente dei suoi tre predecessori: Moray, il conte di Mar e il conte di Lennox (il nonno del giovane re).

I membri del tribunale cominciano ad arrivare a Fotheringay l’il ottobre.

L’affare Babington non è dunque che l’ultimo, in ordine di data, dei complotti nei quali si è trovata immischiata Maria Stuart.

Rinchiusa per circa vent’anni nei castelli della « cara sorella » Elisabetta, la regina di Scozia non ha mai smesso di tessere intrighi e di nutrire speranze.

Appena arrivata a Carlisle, chiede di essere ricevuta da Elisabetta. Questa, consigliata da Burghley, rifiuta: come potrebbe avere l’animo di concedere udienza ad un’adultera, forse anche ad una complice nell’assassinio del proprio ma­rito? Che Maria, prima di tutto, dimostri l’infondatezza dei sospetti e delle accuse. Ci dovrà essere, dunque, un processo. Per convincere la cugina ad accettarlo, o almeno a non opporvisi recisamente, Elisabetta fa sapere in gran segreto a Maria che, qualunque possa essere l’esito di tale processo, è pronta ad aiutarla a ritornare sul trono. Il grande torto di Maria, durante gli interminabili anni della prigionia, sarà proprio quello di aver creduto alla buona fede della cugina.

In realtà Elisabetta è ben decisa a tenere prigioniera la regina di Scozia, a non lasciarla mai più ritornare nel suo paese. In questo senso rassicura prima Moray — che ha fatto sempre il suo gioco — e poi, dopo che questi è stato assassinato nel gennaio 1570 da Bothwelhaugh (un gentiluomo scozzese che da Moray era stato spogliato di tutti i beni), il suo successore, il conte di Mar. A quel tempo, Maria si trovava nella sua prima prigione, il castello di Tutbury, una vecchia costruzione fatta di legno e di calce, e perciò esposta al freddo e all’umidità.

Elisabetta nomina una prima commissione inquirente, con sede a York e composta di tre membri: il duca di Norfolk, il conte di Sussex e sir Ralph Sadler.

La principale prova materiale contro Maria è il famoso scrigno di Botimeli, di cui dopo la battaglia di Carberry Hill era venuto in possesso Moray, e che questi non ha esitato a consegnare ai giudici inglesi.

Quello scrigno contiene la corrispondenza tra Bothwell e Maria, più qualche poesia che l’ammiraglio di Scozia ha voluto dedicare alla sua innamorata. In effetti, non c’è nulla di veramente compromettente;    nulla, comunque, che

possa provare la complicità di Bothwell e di Maria nell’assassinio di Darnley. Ma questo importa ben poco agli accusatori di Maria: le prove ci saranno ugualmente, basterà falsificare, senza tanti scrupoli, le lettere.

Il processo, se così si può chiamarlo, si svolge senza la presenza di Maria, la quale otto volte chiede che le vengano mostrate le prove, e otto volte    si vede negare persino questo diritto elementare.

Questa scandalosa farsa giudiziaria si conclude senza verdetto e senza sentenze. Se Moray ne esce mondo da ogni sospetto, il tribunale dichiara tuttavia che gli accusatori della regina di Scozia « non avevano provato le loro accuse in maniera sufficiente a far sì che la regina d’Inghilterra potesse in qualsiasi modo farsi una cattiva opinione della sua buona sorella ».

Non per questo tuttavia Elisabetta rinuncia a tenere prigioniera « la sua buona sorella ». E’ troppo forte in lei il timore che, una volta tornata in libertà, la pronipote di Enrico Vili si metta a brigare per salire sul trono di Inghilterra…

La conseguenza più inattesa del processo è che uno dei giudici, il duca di Norfolk, concepisce il progetto di sposare Maria Stuart, e che questa non respinge l’eventualità del matrimonio.

Norfolk è uno dei nobili più potenti d’Inghilterra. Bell’uomo, intelligente anche se un po’ innamorato di se stesso, egli spera in questo modo di diventare il padrone di tutto il paese. La verità è che Norfolk è l’anima di una congiura nella quale si trovano affiancati i sempre turbolenti ambiziosi « pezzi grossi » del Nord, come Northumberland e Pembroke, i cattolici e i numerosi nemici di Burghley, fra i quali si trova Leicester, il favorito di Elisabetta.

Il problema è riuscire a ottenere che la Spagna di Filippo II appoggi una rivoluzione in Inghilterra.

Dal canto suo, Maria minaccia Elisabetta di chiedere soccorso sia allo stesso Filippo II che al re di Francia. Fortemente preoccupata, la sovrana è pronta a firmare con la « cara sorella » un patto che, in cambio della libertà di quest’ultima, dovrebbe scongiurare il pericolo di un’alleanza franco-ispano-scozzese. Senonché il Parlamento scozzese, invece di approvarle, respinge le proposte di Elisabetta.

Resta il progetto di matrimonio con Norfolk. Ma, grazie a Leicester, il complotto è scoperto. In un primo tempo, la regina impone a Norfolk una sorta di confino, una residenza coatta, anche se mitigata dal fatto che si tratta di casa sua, delle sue terre. Poi ci ripensa, e lo fa imprigionare nella torre di Londra.

L’orgoglioso duca è condannato dai suoi pari ad essere impiccato, ma non « fino a che morta sopravvenga », bensì in modo da consentire ai carnefici di proseguire nell’atroce « programma » previsto dalia sentenza: estirpazione dei visceri, bruciatura degli occhi, smembramento del corpo. L’intera punizione, insomma, solitamente riservata ai regicidi.

Elisabetta gli concede la grazia. Poi ritorna sulla decisione. Norfolk non sarà impiccato e torturato, ma decapitato. La sentenza viene eseguita il 20 giugno 1572.

Maria non ha ancora perso la speranza di tornare un giorno sul suo trono. E non la perderà mai: lo dimostra il fatto che tino alla morte continuerà a tessere intrighi, più o meno complicati, con gli emissari ora di Filippo II, ora del Papa, ora del re di Francia. Tra costoro, uno dei più assidui dell’ex regina sarà Bernardino de Mendoza, ambasciatore di Spagna prima a Londra, poi a Berlino.

Uno di questi complotti termina con la condanna e l’esecuzione di Throckmorton, figlio del ministro della giustizia.

Un altro complotto viene portato avanti dal conte di Arran, un nobile scozzese ribelle. In quest’affare, è piuttosto equivoco anche il ruolo di Giacomo VI, ma tutto finisce poi con una riconciliazione tra Elisabetta e il figlio di Darnley.

Anche un gesuita di nome Creigton e un prete scozzese, Abdy, hanno guidato dei complotti più o meno per conto di Maria.

Fatto sta che gli Inglesi, non sentendosi tranquilli, redigono e fanno firmare un « atto di associazione » in base al quale « ogni membro si impegna a perseguire fino alla morte chiunque dovesse attentare alla vita di Elisabetta, compresi coloro a favore dei quali tali attentati dovessero essere commessi o progettati ». L’allusione a Maria Stuart non poteva essere più chiara.

Contemporaneamente il Parlamento inglese approva due progetti di legge. 11 primo prevede che, in caso di morte violenta di Elisabetta, la regina di Scozia e i suoi discendenti vengano esclusi da qualsiasi diritto alla successione, finché non siano stati giustiziati tutti i complici dell’assassinio. Il secondo organizza la repressione contro i cattolici.

Con tutto ciò, non si deve credere che la prigionia di Maria Stuart sia stata particolarmente penosa. Natural­mente, non era libera dei suoi movimenti; ma a lungo ha avuto modo di mantenere i contatti con i suoi amici e di condurre un’esistenza da persona più che agiata. Elisabetta le versava settimanalmente una certa somma, e questa veniva ad aggiungersi alla pensione che ogni mese riceveva dalla Francia, in qualità di vedova di Francesco II. Maria Stuart ha soggiornato nei castelli di Tutbury, Bolton, Chatsworth, Sheffield, Wingfield, Chatfield. A Sheffield, dove era affidata alla discreta sorveglianza del conte di Shrewsbury, si è fermata più che altrove. Le gentilezze del conte dovettero sembrare persino eccessive, per lo meno alla di lui moglie, che se ne adontò.

Maria aveva diritto al baldacchino regale e alle stoviglie d’argento; il suo seguito era piuttosto numeroso e comprendeva medici, maggiordomi, segretari, tesorieri, guardarobieri, cuochi, cameriere, ecc. C’era anche un elemosiniere (1).

Le mattinate erano occupate dalla toilette. La regina riceveva regolarmente dalla Francia belletti, profumi, e per­sino la tintura per i capelli. Fino alla fine dei suoi giorni, ella seppe nascondere le rughe e le « zampe di gallina », conservare al suo incarnato la freschezza dei vent’anni, mascherare i capelli grigi. Durante il giorno cuciva e ricamava, oppure leggeva. Per molto tempo non le venne rifiutato neppure il piacere della caccia, che amava in modo partico­lare, sia quella alla corsa che quella con il falcone. Il che non le impediva di provare grande tenerezza per gli animali, soprattutto per i piccoli cani, per i gatti e per gli uccelli…

Infine riceveva numerose visite e intratteneva una fitta corrispondenza con l’Europa intera. Un’Europa inquieta: Enrico di Navarra era in lotta contro la Lega e contro Enrico III… Filippo II si mostrava acceso difensore del « papismo »…

Maria diviene fonte di preoccupazioni ogni giorno crescenti. Burghley e Walsingham arrivano al punto di considerarla una minaccia permanente a loro stessi, alla regina loro signora, alla religione riformata. Racconta Melvil, il fedele compagno dei giorni peggiori:

« Si pensò di propinarle, all’italiana, un veleno. Si pensò di sgozzarla durante una partita di caccia. Infine, si preferì il tribunale… »

  1. Ecclesiastico incaricato di distribuire le elemosine della persona o delle persone cui era addetto. Svolgeva anche le funzioni di assistente spirituale.

 

(omissis)

Il processo dei congiurati viene celebrato il 13, 14 e 15 settembre. Tutti, eccetto Babington, si dichiarano non colpevoli. Il che tuttavia, non evita loro la condanna a morte. La sentenza prevede che essi siano impiccati e, prima di morire, staccati dalla forca e « fatti a pezzi ».

Sulla via del supplizio, Babington dichiara:

« Domando perdono a Dio e alla regina e prego che la mia morte possa essere utile tanto al suo corpo quanto alla sua anima…»

Ecco il resoconto dell’esecuzione dalle parole di un contemporaneo:

« … Per primo fu giustiziato Ballard. Fu prima impiccato e poi crudelmente sbudellato mentre era ancora vivo. Mentre gli altri volgevano inorriditi il capo e si lasciavano cadere in ginocchio per pregare, Babington assistette all’esecuzione senza dare alcun segno di turbamento. Poi toccò a lui: fu impiccato e tolto dalla forca, e mentre stava per essere sventrato, esclamò più volte ad alta voce, in latino: « Parce mihi, Domine Jesu!» (Gesù Signore, abbiate pietà di me!). Savage ruppe con il suo peso la corda; caduto dal patibolo, fu immediatamente afferrato dal boia che gli mozzò il sesso e gli strappò le viscere mentre era ancora vivo. Con la stessa crudele procedura furono giustiziati anche Barneweld, Tichborne, Tilney e Abington…»

All’epoca del processo a Babington e ai suoi complici, sir Amyas tentò una prima volta di ottenere delle confessioni da Maria Stuart.

«… Sei uomini avevano giurato di uccidere la regina Elisabetta. Altri erano stati incaricati, nel giorno fissato per l’assassinio, di appiccare il fuoco a tutti i granai del circondario di Chartley. Le mie guardie sarebbero state costrette ad allontanarsi dal castello per portare i soccorsi, e sarebbe stato così possibile, in quel mentre, assassinare anche me e i miei servitori. Approfittando della confusione, un altro gruppo di congiurati avrebbe dovuto portare via Vostra Grazia insieme a parecchie persone del vostro seguito. A due-tre miglia da Chartley, presso le conigliere, sarebbe stato pronto un certo numero di cavalli per condurvi in luogo sicuro. Si tratta dunque di un affare della massima gravità, se voi vi avete acconsentito; comunque, è impossibile che voi non ne siate stata informata. Ebbene, siete stata male consigliata, e i vostri servitori si sono mostrati in tutta la loro malvagità. Nau (uno dei due segretari della regina) ha un carattere così irrequieto e arrogante che nulla potrebbe fermarlo; tutto ciò che gli passa per la testa deve essere immediatamente eseguito. Inoltre, è orgoglioso e ambizioso al punto da non tollerare alcuna persona sopra di lui, da voler essere dappertutto il padrone, da pretendere il comando su di tutti e da non ammettere di cederlo a chicchessia. Egli vi ha recato grandissimo danno…»

Maria assicura di non sapere niente del complotto, afferma di non conoscere, nessun Babington e dichiara di farsi garante dei suoi servitori.

Poulet insiste:

« Babington ha confessato cose della massima gravità. I cattolici avrebbero dovuto ribellarsi, ed io sono convinto che egli ne abbia informato Vostra Grazia. Voi non potete negare di essere stata in contatto con lui. Non potete negare che egli vi ha scritto, che voi gli avete risposto e che, con i medesimi intendimenti, avete avuto contatti con numerose persone all’estero…»

Maria continua a negare. Tutto quello che ammette, né più né meno, è di avere conosciuto un certo Babington più di dieci anni prima, ma di non aver mai saputo cosa fosse poi diventato. Quanto alla corrispondenza con amici e parenti all’estero… cosa c’è di più normale?

Poulet si ritira borbottando:

« Sarete interrogata più a fondo. E’ indispensabile che tutto sia chiarito…»

Qualche giorno dopo questa conversazione, la regina di Scozia viene trasferita al castello di Fotheringay.

(omissis)

Sono le nove del mattino, quando Maria fa il suo ingresso nella sala del Consiglio. Indossa un abito di velluto nero; dal copricapo vedovile scende un lungo velo bianco. Un cameriere regge lo strascico del mantello. Il portamento è ancora fiero, nonostante i reumatismi che le impediscono di tenersi perfettamente diritta e che la costringono ad appoggiarsi con un braccio a Bourgoing e con l’altro a Melvil, il maggiordomo. Con grande dignità, essa passa fra due ali di alabardieri.

La sala è un vasto locale quadrato; lungo due lati sono disposti gli scranni dei Consiglieri. Nel mezzo, dietro un grande tavolo, siedono i rappresentanti della corona: il procuratore generale Popham, l’avvocato del regno Egerton, l’ufficiale giudiziario della regina Gawdy, il notaio Barker, i cancellieri.

Di fronte al tavolo, su di un grande palco, si erge un trono decorato con le armi d’Inghilterra, simbolo della sovranità. Presso questo palco, rivestita di velluto cremisi, è posta la sedia destinata all’accusata; per terra, un cuscino poggiapiedi.

Vedendo il posto assegnatole, ai piedi del palco, Maria ha un moto di ribellione. La fronte le si imporpora, mentre esclama:

« Io sono regina per diritto di nascita, il mio posto dovrebbe essere là, sul palco… »

Ma tosto si placa e, dato uno sguardo attorno, mormora all’orecchio di Melvil:

« Ahimè, vedo molti uomini di legge, ma non ce n’è uno solo per me! »

Con questa frase, Maria voleva dire due cose: anzitutto che era priva di avvocato difensore, e poi che di tutti gli uomini che si accingevano a giudicarla, non ce n’era uno che avrebbe osato prendere posizione in suo favore.

Dietro la regina siedono Poulet e Sallenge. Di quando in quando, Maria si volge verso il suo custode per chiedergli il nome di qualcuno di coloro che il volere di Elisabetta ha trasformato in giudici.

A volte il suo sguardo incontra quello di Burghley, il cui volto impassibile non tradisce la minima emozione.

Il lord cancelliere Bromley dichiara aperta l’udienza e prende per primo la parola. Ricordata a grandi linee l’accusa, prosegue:

« Sua Maestà la regina d’Inghilterra ha ordinato la predisposizione di questo atto d’accusa dopo la cui lettura, e una volta conosciuto ciò che saggia­mente verrà proposto dal Consiglio del regno, la nominata Maria Stuart sarà ampiamente ascoltata in tutto ciò che riterrà opportuno dire per discolparsi e sostenere la propria innocenza ».

E aggiunge :

« Avete sentito, Signora, per quale motivo siamo qui riuniti. Vi preghiamo ora di ascoltare l’atto d’accusa, dopo di che, ve lo prometto, potrete dire tutto ciò che vorrete…»

Senza levarsi in piedi, Maria risponde con grande nobiltà, a voce chiara e ferma:

« Sono venuta in questo regno non come suddita, bensì nella speranza di ottenere aiuto contro i miei nemici: un aiuto che mi era stato formalmente promesso, come sarei in grado di provare se potessi ancora disporre dei documenti che mi sono stati sottratti insieme alla libertà. Ora io affermo solen­nemente e pubblicamente che nella mia qualità di sovrana non soggetta a nessuno, non intendo riconoscere alcuna autorità superiore alla mia, se non quella di Dio. Chiedo perciò che prima di procedere, venga messo agli atti che nulla di ciò che potrò dire rispondendo ai commissari della regina d’Inghilterra — la mia buona sorella che io ritengo essere stata male e falsamente informata sul mio conto — debba recare pregiudizio a me, né ai principi e sovrani miei alleati, né al re mio figlio, né a chiunque potrà succedermi. Faccio questa dichia­razione non già per aver salva la vita né per evitare un interrogatorio, ma unicamente allo scopo di salvaguardare le mie prerogative, il mio onore e la mia dignità di principessa. Intendo infatti evitare di essere dichiarata suddita della regina d’Inghilterra, per il solo fatto di essermi presentata davanti ai suoi commissari. Il mio unico scopo è quello di allon­tanare da me l’onta del delitto del quale mi si accusa e di far sapere al mondo, con le mie risposte, che non sono colpevole. Su questo punto, e solo su questo, intendo rispondere. Esigo dunque, perché di ciò tutti abbiano a ricordarsi, che questa mia dichiarazione sia redatta in forma di atto pubblico e che tutti i nobili e i lord qui presenti mi siano testimoni, ora e per l’avvenire. Affermo dunque solennemente, davanti a Dio, di amare la regina d’Inghilterra come la mia più cara amica e sorella, e di avere sempre desiderato il bene di questo regno…»

Il cancelliere risponde di non essere a conoscenza di alcuna promessa da parte di Elisabetta. Sostiene inoltre che quello che conta non è il rango dell’accusata, ma il crimine commesso, la cui natura è tale da rendere Maria soggetta alle leggi inglesi, allo stesso modo di una qualsiasi suddita. Accoglie tuttavia la richiesta che la dichiarazione della regina di Scozia sia messa a verbale, insieme alle riserve da lui stesso espresse.

Dal canto suo, Burghley fa notare che chiunque risieda in un regno deve sottomettersi alle sue leggi, tanto alle più antiche quanto alle più recenti, come — guarda caso! — quella che rende Maria passibile della pena di morte.

Maria ignora, e i suoi giudici si guardano bene dal rivelargliela, l’esistenza di un decreto di Elisabetta che dice testualmente: « Nessuno potrà essere dichiarato colpevole di complotto contro la vita del sovrano se non con la testimonianza giurata di due testimoni, con i quali l’imputato dovrà essere messo a confronto conformemente alla legge ». Si tratta di un decreto che confermava una precedente disposizione di Edoardo VI.

Un’altra disposizione speciale, emanata più tardi sotto Maria Tudor, per la tutela dei diritti dell’imputato, prevedeva inoltre che a questi « fosse concessa tutta l’assistenza necessaria alla sua difesa, e ciò anche nel caso che la parte avversa fosse il sovrano stesso ».

Come si può ben vedere, dunque, non era la legge inglese ad essere ingiusta, bensi i giudici incaricati di condannare la sfortunata regina.

Dopo queste spiegazioni preliminari, si alza a prendere la parola l’ufficiale giudiziario della regina, Gawdy. Indossa una toga blu, una mantelletta rossa sulle spalle e un berretto rotondo « all’antica ». Data lettura dell’atto d’accusa, passa a presentare i diversi « corpi del reato », costituiti essenzialmente dalla corrispondenza di Maria Stuart, sequestrata dalla polizia di Walsingham. Per quasi tutte le lettere — indirizzate a Mendoza, Morgan, Paget, Englefield — i giudici hanno a disposizione gli originali, mentre del carteggio con Babington non esistono che le copie.

A dichiarare tali copie « conformi agli originali » è quello stesso Phelipps che a Chartley controllava la corrispondenza della regina di Scozia e falsificava tutte le lettere sulle quali riusciva a mettere le mani.

In un primo tempo, Maria nega tutto:

« E’ possibile », fa osservare, « che Babington abbia scritto la lettera di cui ha testé parlato l’avvocato della regina; questi deve però provare che tale lettera è arrivata nelle mie mani. Quanto alle lettere che avrei scritto io, siano esibite. Mi difenderò…»

Secondo Burghley, i documenti prodotti dall’ac­cusa dimostrano « con evidenza » la colpevolezza dell’imputata. Maria replica al tesoriere, con le lacrime agli occhi :

« Non nego di avere desiderato ardentemente la libertà, né di aver profuso ogni energia nel tentativo di procurarmela. Con ciò non facevo che seguire il più naturale degli istinti. Tuttavia dichiaro davanti a Dio che non ho mai né ispirato né approvato un complotto contro la vostra regina. Ho scritto ad alcuni amici, è vero, e ho chiesto loro di aiutarmi ad uscire  da queste miserabili prigioni nelle quali languisco da circa diciannove anni. Ammetto pure di avere più volte, presso i sovrani europei, perorato la causa dei cattolici, e ammetto che sarei stata pronta a versare il mio stesso sangue pur di vederli liberi dall’oppressione. Ma nego nel modo più assoluto di aver scritto quelle lettere che ora vengono portate come prova contro di me. Posso io forse essere responsabile dei criminosi progetti che qualche disperato può aver concepito senza la mia partecipazione e addirittura senza che io lo sapessi?…»

Sembra accertato che se gli originali delle lettere di Babington a Maria e di Maria a Babington non sono stati esibiti ai giudici, è perché essi erano stati abilmente « trasformati » da Phelipps. In particolare — come sappiamo — egli aveva aggiunto un post-scriptum alla seconda missiva della regina di Scozia. Se dunque gli originali, contraffatti com’erano, fossero stati mostrati in pubblico, essi avrebbero anche potuto trarre in inganno i giudici, ma Maria si sarebbe sicuramente e immediatamente accorta delle manipolazioni.

D’altra parte è pure un fatto provato che la prigioniera di Chartley aveva ricevuto il messaggio del giovane gentiluomo. Essa era dunque al corrente del complotto e, in una certa misura, gli aveva accordato il suo consenso.

(omissis)

Appena partiti i commissari, Burghley si dedica alla redazione di un rapporto destinato al ministro della Giustizia, Davison:

« La regina del Castello », così egli chiama con derisione l’imputata, « era soddisfatta di presentarsi davanti a noi, pubblicamente, per farci ascoltare la sua difesa. Essa ha sempre negato tutto, riguardo alle lettere concernenti i complotti contro Sua Maestà la regina. Sostiene di non aver mai scritto queste lettere e di averne sempre ignorato l’esistenza. Quanto alle altre accuse, i progetti di fuga dalla prigione e di invasione del regno, essa non ha nè negato nè confutato. In realtà, con lunghi e speciosi discorsi, non ha cercato altro che di fare appello alla pietà dei giudici, scagliando tutto il suo biasimo sulla regina, o meglio sul Consiglio, responsabile, secondo lei, di tutto quanto è accaduto: essa sostiene infatti che le sue offerte erano ragionevoli e che da parte nostra ci sono stati soltanto rifiuti. Su questo argomento mi sono battuto facendo appello a tutte le mie conoscenze e a tutta la mia esperienza, e confutando punto per punto le sue affermazioni, in modo tale da impedirle di trarne quei vantaggi che si riprometteva. Sono parimenti certo che l’uditorio non ha affatto trovato la sua posizione degna di pietà, tutte le sue argomentazioni essendo state dimostrate fallaci. Proprio a questo proposito si è avuto ieri un acceso e prolungato dibattito, che si è rinnovato oggi con animazione ancora maggiore…»

Bisogna riconoscere che, se è in buona fede, il tesoriere di Elisabetta dà prova qui di non poco ottimismo.

Persino uno storico come Hosack, protestante e presbiteriano, e dunque tendenzialmente poco favorevole alla regina di Scozia, scrive in Maria, regina degli Scozzesi, e i suoi accusatori:

« Mai fu prodotto contro di lei un documento originale, e neppure delle vere copie, ma soltanto delle copie pretese tali in base a delle semplici sigle, sulla parola di uomini che con lei non furono posti a confronto e le cui firme, in calce alle loro pretese confessioni, furono estorte con la minaccia della tortura, se non addirittura contraffatte da Phelipps. Soltanto chi ha in spregio anche i più elementari principi di ricerca della verità, quali sono riconosciuti da ogni società civile, può prestare fede a simili documenti ».

(omissis)

All’udienza nella Camera Stellata, fissata per il 25 ottobre (1586 ndr), sono presenti tutti i commissari, eccetto Warwick e Shrewsbury, indisposti.

A condurre il dibattimento è ancora una volta Burghley. La differenza è che a Fotheringay era stata ascoltata l’imputata senza i testimoni, mentre a Westminster vengono ascoltati i testimoni senza l’imputata. I quali testimoni non sono altri che i due segretari di Maria, Claude Nau e Gilbert Curie.

Stando al resoconto ufficiale del processo, essi ripetono alla Camera Stellata quanto avevano dichiarato durante gli interrogatori alla Torre di Londra. In altre parole, confermano le loro accuse: quelle lettere di Babington, Maria le ha ricevute e ne ha preso conoscenza. Tanto è vero che ha poi dettato loro la risposta.

Sempre secondo i verbali del dibattimento, Nau avrebbe completato la sua testimonianza con la seguente dichiarazione:

« Non è senza grande dolore che ho deposto contro la mia signora; ma ho dovuto farlo per la verità della cosa davanti a Dio. Ed è perciò che affermo di aver seguito sincerità e giustizia in tutti gli interrogatori, le dichiarazioni, gli scritti e le sottoscrizioni da me resi ».

Dal canto suo, Curie assicura di aver tentato di dissuadere Maria Stuart dal dar seguito alle proposte di Babington:

« L’ho pregata di non dare ascolto a quelle proposte, di non dare il suo consenso a quei progetti. Essa mi ha risposto che i suoi affari voleva sbrigarseli come meglio le pareva, e mi ha ordinato di obbedire senza discutere ai suoi ordini… »

Negli interrogatori di Fotheringay, Maria si è espressa piuttosto duramente nei riguardi dei suoi segretari. Di fatto, il comportamento dei due non pare dei più coraggiosi.

Una domanda tuttavia si pone: le testimonianze dei due uomini davanti alla Camera Stellata, che confermano quelle rese a Burghley e a Walsingham alla Torre di Londra, non sono per caso state falsificate prima che l’accusa le citasse alle udienze di Fotheringay?

E’ lecito, quanto meno, sospettarlo. E’ comunque un fatto che nel 1606, Claude Nau presenterà a Giacomo I d’Inghilterra — il figlio di Maria Stuart — una « apologia » nella quale dichiarerà che tutte le accuse portate contro la sua padrona erano false e che lui l’aveva sempre difesa, sia durante gli interrogatori alla Torre, che davanti ai giudici della Camera Stellata. Walsingham l’aveva ingiuriato e minacciato, sosterrà Nau, ma senza riuscire a fargli modificare le sue affermazioni. E’ opportuno notare che a quell’epoca — nel 1606 — parecchi dei commissari erano ancora vivi e che nessuno di essi ha smentito le affermazioni del segretario.

Dal canto suo, Gilbert Curie giurerà davanti a Dio, in punto di morte, di non aver mai violato il giuramento di fedeltà fatto alla sua padrona e di non aver mai cessato di difenderla.

Come osserva lo storico Titler, il fatto che Maria fosse convinta del tradimento dei suoi segretari non prova assolutamente nulla, dal momento che essa non aveva alcun mezzo per conoscere la verità.

Dopo aver ascoltato i due segretari e, per una volta ancora, un riassunto dell’atto d’accusa, i commissari presenti a Westminster pronunciano la sentenza di morte. Gli assenti fanno sapere di essere d’accordo. Uno solo, lord Zouch, si dichiara contrario alla pena capitale. Secondo lui il fatto che la regina di Scozia fosse a conoscenza del complotto non implica, necessariamente, che ne fosse anche complice.

Ed ecco un estratto della sentenza:

« Atteso che nel corso del presente processo, dalla nominata Maria niente è stato fatto, allegato, prodotto o dichiarato a sua difesa o a discolpa dei delitti sopra menzionati, che sembrasse avere un fondamento giuridico sufficiente o il benché miniino valore di prova, la maggioranza dei commissari componenti la suddetta commissione, di comuni- assenso e consenso, nel giorno e nel luogo menzionati, rendono e pronunciano la loro sentenza e il loro giudizio dichiarando

—      che alla fine della presente sessione del Parlamento, specificata nella suddetta commissione — e cioè dopo il primo giorno di giugno del suddetto ventisettesimo anno del regno — e prima della data della commissione stessa, diverse cose sono stale fomentate e progettate all’interno del regno d’Inghilterra da Anthony Babington e altri, allo scopo di ledere, distruggere e mettere a morte la regale persona della signora nostra regina, cose delle quali era a conoscenza la nominata Maria, la quale sostiene di aver titolo alla corona del regno d’Inghilterra;

—      che dopo il primo giorno di giugno del suddetto ventisettesimo anno del regno e prima della data della suddetta commissione, la summenzionata Maria Stuart, la quale sostiene di aver titolo alla corona del regno d’Inghilterra, ha fomentato c progettato all’interno del regno diverse cose tendenti a ledere, distruggere e mettere a morte la regale persona della nostra sovrana, violando in tal modo lo statuto qui sotto indicato… »

Due settimane dopo, si riunisce a Westminster il Parlamento al gran completo. Dopo un sommario esame dei vari elementi del « dossier », i Lord e i Comuni ratificano la sentenza della Commissione.

(omissis)

Buona parte della sua ultima notte, Maria la passa a scrivere. Si corica soltanto per un’ora o due, e si alza all’alba. Dopo la toilette, indossa un abito di velluto cremisi, un corpetto di seta nera dalle larghe maniche, un mantello di raso nero con guarnizioni di zibellino. Completano l’abbigliamento, il velo bianco delle vedove reali sul capo, e un paio di guanti color porpora. Il fazzoletto con cui farsi bendare è già stato messo da parte: è di finissima batista, orlato d’oro. Mentre per tutto il castello rimbombano sinistre le martellate degli operai che stanno terminando di erigere il patibolo, Maria si apparta in preghiera, china sul suo inginocchiatoio, il volto nascosto tra le mani.

Poco dopo, bussano alla porta. Entra lo sceriffo con la sua verga bianca :

« Signora, i lord mi mandano a voi… »

« Andiamo. »

Maria lascia la stanza appoggiandosi al braccio di Bourgoing. Li precede un servitore con un crocefisso.

Fatti pochi passi, due soldati si sostituiscono a Bourgoing per sorreggere Maria.

Ai piedi di una grande scalinata, la regina di Scozia incontra Melvil, il fedele maggiordomo che le era stato allontanato già da parecchi giorni, e scambia con lui qualche parola. Ma il conte si spazientisce :

« L’ora è giunta… »

Maria congeda Melvil abbracciandolo. Poi chiede a Kent e a Shrewsbury il permesso che alcuni dei suoi assistano all’esecuzione. Dopo un primo rifiuto, essi finiscono per accordare tale permesso, ma limitatamente agli uomini.

« Le donne », osservano, « potrebbero piangere, lamentarsi, abbandonarsi a scene isteriche. Potrebbero anche voler bagnare i loro fazzoletti nel sangue, cosa non infrequente tra i papisti… »

« Vi garantisco che non accadrà nulla di tutto ciò », insiste Maria.

Kent non vuole intendere ragioni.

Maria si indigna :

« Dimenticate dunque che io sono cugina della vostra regina, che discendo da Enrico VII, che sono regina vedova di Francia e regina consacrata di Scozia?… »

Kent e Shrewsbury si arrendono.

Il triste corteo si rimette in moto. Nessuno si accorge che ne fa parte anche Dicky, il cagnolino della regina, che come al solito segue la sua padrona seminascosto fra le sue ampie sottane.

Entrando nella grande sala, al centro della quale si erge il patibolo, Maria Stuart ha un attimo di impercettibile esitazione. Il suo volto prende un colorito ancora più pallido del solito.

Su di un palco alto due piedi e largo dodici (1), tutto ricoperto di crespo nero, il boia e il suo assistente, mascherati e in abito di velluto nero, sono in attesa in piedi davanti al ceppo, anch’esso rivestito di crespo nero. Di fronte al ceppo è posta una sedia ricoperta di velluto nero e un cuscino.

In fondo al salone, nel quale si trovano circa trecento spettatori, arde l’ampio camino gotico.

Archibugieri e alabardieri montano la guardia.

Di lontano, giunge il cupo rumoreggiare della folla che si ammassa attorno al castello, trattenuta da duemila cavalieri.

Nel momento in cui la regina fa il suo ingresso nella sala, un gruppo di musici intona un antico adagio, una sorta di marcia funebre, che veniva solitamente eseguita quando si dava al rogo una strega.

Poulet sorregge la sventurata mentre questa sale i gradini del patibolo:

« Grazie per la vostra cortesia, sir Amyas… »

Maria siede. Alla sua destra, in piedi, sono Kent e Shrewsbury; alla sinistra Beale e lo sceriffo.

Con la sua voce nasale, Beale legge la sentenza. La condannata ascolta immobile, senza tradire emozione.

Terminata la lettura da parte del cancelliere, tutti i presenti gridano all’unisono:

« God save the Queen! » (2)

Maria si fa il segno della croce.

« Signora » dice allora Shrewsbury, « voi avete udito l’ordine che dobbiamo eseguire… »

« Fate il vostro dovere. »

Tutti tacciono, consci della solennità del momento. Nel silenzio generale, s’alza d’improvviso la voce della regina, ferma come sempre, anche se insolitamente fragile.

Dopo aver ricordato il suo ruolo di « principessa sovrana non soggetta alle leggi » e le lunghe sofferenze patite, Maria proclama solennemente:

« Ringrazio Dio di avermi concesso la grazia di morire per la mia religione davanti ad un’assemblea che potrà testimoniare che muoio da cattolica… Si vedranno e si sapranno, dopo la mia morte, quali sono i veri scopi di coloro che l’hanno voluta. Con questo, non voglio accusare nessuno, come non l’ho fatto prima: la mia lingua non farà male ad alcuno… »

Il decano di Peterborough si avvicina allora alla condannata, che gli dice dolcemente:

« Signor decano, non ho bisogno di voi… »

Ma questi insiste, minaccia; si mostra violento e brutale al punto che Shrewsbury si vede costretto a ordinargli di tacere.

Maria si mette a pregare. Il fatto non garba a Kent, che commenta, indispettito :

« Signora, a cosa vi può servire tenere tra le mani l’immagine del Cristo, se non l’avete impressa nel cuore ? »

« Come è possibile », ribatte la regina, « tenere tra le proprie mani una simile immagine senza averla anche nel cuore?… »

Maria chiede ancora una volta l’assistenza di un sacerdote cattolico, ma ancora una volta le viene opposto un secco rifiuto.

Shrewsbury propone soltanto una preghiera collettiva…

« Milords, se volete pregare per me, ve ne sarò riconoscente, ma non posso unirmi alle vostre preghiere, poiché voi non avete la mia stessa religione… »

Così, mentre i presenti intonano un salmo in inglese, Maria, in ginocchio, prega in latino.

Quando ha terminato, bacia il crocefisso e si rialza.

« Avete qualche segreto da rivelare ? » le chiede il conte di Kent.

Maria fa cenno di no con la testa.

Il boia le si avvicina, fa l’atto di aiutarla a sbottonarsi il corsetto:

« Lasciate fare a me », gli fa lei. « Me ne intendo più di voi… » E’ Jeanne Kennedy, la cameriera, ad aiutarla. Maria toglie anche la catena con la croce d’oro che ha al collo. Sta per darla alla ragazza, ma il boia gliela strappa di mano :

« Questa spetta a me », le ricorda brusco (3). Poi, secondo l’usanza, le chiede di perdonargli quanto si accinge a fare. E Maria risponde :

« Vi perdono di tutto cuore, perché spero che con questo metterete fine a tutte le mie sventure ».

Sempre seduta, ma con le mani slegate, Maria protende il collo, convinta che verrà decapitata con la spada, come è d’uso in Francia per sovrani e nobili.

Il boia le spiega che è in errore. Poi la fa mettere in ginocchio, con la testa appoggiata sul ceppo.

Qualcuno ode la condannata mormorare :

« In manus tuas, Domine, commendo » (4).

Il boia leva alta la scure e vibra il colpo. Ma, tradito dall’emozione, deve ripetere ancora due volte il         gesto, prima che il capo della sventurata regina si separi dal corpo.

Compiuto il suo tragico dovere, ripete a gran voce:

« God save the Queen! »

« E così muoiano tutti i suoi nemici », aggiunge il decano di Peterborough.

« Amen! » conclude il conte di Kent.

Mentre gli spettatori abbandonano la sala, un inserviente scopre, ancora nascosto sotto le gonne della padrona che non ha voluto abbandonare, il cagnolino di Maria Stuart.

La testa della regina di Scozia verrà esposta al pubblico per circa un’ora.

All’annuncio della morte di Maria Stuart, l’intero paese si abbandona ad una gioia smisurata, animalesca, rivoltante. Si accendono falò per le strade, le campane suonano a distesa, si mangia, si brinda…

Elisabetta lascia fare per quattro giorni. Poi, come se non li conoscesse, chiede i motivi di tutto questo tripudio popolare.

Glieli dicono e lei se ne mostra violentemente arrabbiata; poi sembra cadere preda della disperazione. Dichiara che è colpa dei suoi consiglieri, che le hanno forzato la mano, se si è proceduto all’esecuzione. Hatton e Leicester cadono in disgrazia. Davison finisce rinchiuso alla Torre di Londra…

Ma Elisabetta non si ferma qui: sei mesi dopo l’esecuzione, ordina che alla sua nemica vengano tributate esequie regali. La solenne cerimonia viene celebrata nella cattedrale di Peterborough, nella quale viene inumata la salma di Maria Stuart.

Venticinque anni più tardi, Giacomo VI, divenuto nel frattempo Giacomo I d’Inghilterra, farà trasferire i resti della madre a Westminster.

  1. 1 piede = cm. 30,48.
  2. « Dio salvi la regina! » (Elisabetta, naturalmente).
  3. Tutti gli oggetti che i condannati a morte avevano indosso al momento dell’esecuzione, spettavano per diritto al boia.
  4. « A te m’affido, o Signore. »


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart