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STORIA: Il processo a Urbain Grandier (Bouère, 1590 – Loudun, 18 agosto 1634. Lo scandalo del convento delle Orsoline a Loudun)

21 Maggio 2019

(da “I grandi processi della storia” –  Edizioni di Crémille – Ginevra 1971)

« Il signore di Laubardemont, consigliere del Re nei consigli di Stato e privato, si recherà a Loudun e in altri luoghi che saranno necessari, per procedere diligentemente contro Grandier, a proposito di tutti i fatti di cui è stato di fronte a Noi accusato e degli altri che gli saranno ulteriormente addebitati riguardo l’invasamento delle religiose orsoline di Loudun e altre persone che hanno detto pure di essere possedute e tormentate dai demoni per opera dei malefizi del suddetto Grandier; per appurare tutto ciò che è successo dall’inizio, tanto durante gli esorcismi che in altri luoghi, a proposito del suddetto invasamento; … assistere agli esorcismi che si faranno; … e soprat­tutto decretare, istruire, fare e perfezionare il pro­cesso al suddetto Grandier e a tutti coloro che si riveleranno complici nei suddetti casi, sino a sen­tenza definitiva, nonostante eventuali opposizioni o         appelli, per i quali e senza pregiudizio di essi e, data la gravità dei crimini, senza tener conto della richiesta di rinvio che potrebbe essere presentata dal suddetto Grandier, la sentenza verrà eseguita. » Questo « mandato », redatto dal cancelliere Séguier, ricopiato dal segretario di Stato La Vrillière, che vi ha apposto il sigillo di cera gialla, firmato dal re Luigi XIII, è datato 30 novembre 1633. Esso segna il successo di un lungo complotto tramato contro Urbain Grandier, prete della Chiesa cattolica, in particolare da altri preti e monaci, oltre che l’impla­cabile vendetta dello strapotente cardinale di Riche- lieu, umiliato in passato da colui che ora manda al rogo. In effetti, i pieni poteri su di lui, affidati con quel mandato in bianco a Jean-Martin de Laubardemont, stanno ad indicare che la vera colpa che il curato di Saint-Pierre-du-Marché di Loudun deve pagare col suo sangue e con le sue sofferenze è l’affronto da lui inflitto a Armand du Plessis, mentre la sua responsabilità immaginaria nel preteso inva­samento di alcune religiose è solo un pretesto. La decisione di farla finita con Grandier è stata presa da Richelieu dopo essersi consultato con la sua « Eminenza grigia », padre Joseph, e dopo aver eser­citato un’abile e continuata pressione in questo senso sul sovrano. Del resto le condanne al rogo per stregoneria erano allora molto frequenti. Ma normal­mente gli imputati non venivano almeno sottratti alla giustizia ordinaria, affidando, come in questo caso, a un tribunale eccezionale un processo di cui avrebbe dovuto essere investito il Parlamento. Ma quest’ulti­mo avrebbe condannato Urbain Grandier a morte con quelle imputazioni così fragili, appoggiate da prove tanto sospette?

Laubardemont, benché in possesso di un’arma terribile come quella del mandato praticamente in bianco, non lo considererà ancora sufficiente. Infatti, di fronte al consiglio reale che glielo aveva conse­gnato — al quale partecipava, oltre a Luigi XIII, Richelieu, Séguier, La Vrillière e padre Joseph, anche il sovrintendente Bouthillier de Chavigny — chiese un altro documento che gli desse il potere di arre­stare Grandier ancor prima di iniziare le indagini. La Vrillière lo accontentò subito. Il 6 dicembre Laubardemont è a Loudun; l’indomani Grandier viene arrestato e, date le simpatie che egli gode nella città, colui che possiamo già chiamare il suo carnefice lo fa trasferire al castello d’Angers.

Urbain Grandier ha allora 43 anni. E’ nato nel 1590 a Bouère, vicino a Sablé, da un notaio e da Jeanne Estièvre, figlia di un’ottima famiglia borghese. E’ il primogenito di sei figli — quattro maschi e due femmine. Ragazzo dal­l’intelligenza molto vivace, Urbain è affidato ai gesuiti, di cui diviene, al collegio di Bordeaux, uno degli allievi più brillanti. Prete a 25 anni, la Compagnia riesce ad imporlo nel 1617 come curato di Saint-Pierre-du-Marché, una delle due parrocchie di Loudun : l’altra era Saint-Hilaire-du- Martray. Per di più i gesuiti, che ripongono grandi speranze in Grandier, gli fanno dare il titolo e i previlegi di canonico prebendario della chiesa collegiale di Sainte-Croix, essa pure a Loudun.

Loudun era allora una città molto importante, che contava circa 15 000 abitanti. Era stata in passato uno dei maggiori centri calvinisti. Al tempo delle guerre di religione i catto­lici l’avevano assediata e occupata, nel 1562. Ma i riformati l’avevano riconquistata e per rappresaglia avevano tra l’altro incendiato la collegiata di Sainte-Croix, successiva­mente restaurata, e la chiesa dei carmelitani. Nel 1572 la sorte delle armi era nuovamente cambiata e, rientrando a Loudun, i cattolici avevano massacrato molti ugonotti.

Tuttavia l’Editto di Nantes aveva annoverato la città fra quelle in cui doveva essere assicurata l’incolumità dei protestanti. Finché visse Enrico IV, la calma regnò fra cattolici e protestanti di Loudun e con essa la prosperità tornò in città. Ma, alla morte del re, il partito cattolico acquistò maggiore influenza nella corte, al punto che si temette un nuovo conflitto religioso. Si tenne allora a Loudun un congresso che durò sei mesi e si concluse con un accordo favorevole ai cattolici. Il nuovo governatore, Jean d’Armagnac, nominato il 18 dicembre 1617, si sforzò almeno di farlo rispettare. Ma, forte delle clausole della convenzione, la Chiesa intraprese un grosso sforzo in dire­zione di Loudun, tradizionale feudo calvinista, creandovi nuovi conventi, mentre gli ordini religiosi che avevano abbandonato in passato la città — carmelitani, francescani e alcuni altri — ritornavano. Si stabilivano in città anche i cappuccini, imposti da padre Joseph. Il clero regolare giunse così a superare di numero quello secolare, mentre, nono­stante gli sforzi di Armagnac (e del resto già prima del suo arrivo a Loudun), le funzioni pubbliche erano riservate ai cattolici.

Gli ugonotti avvertivano duramente il peso di quel­l’ostracismo e lo odiavano. E’ in questo clima che Grandier arriverà a Loudun, accompagnato dalla madre, vedova da qualche mese, dai fratelli e dalle sorelle.

In seguito Grandier farà nominare il fratello François suo primo vicario e René consigliere presso l’amministra­zione della città e avvocato. Il quarto fratello, Jean, farà il prete a Loudun. Quanto alle sorelle, una, Jeanne, si sposerà; la seconda, Frammise, resterà con la madre e i fratelli.

Gli ordini religiosi accolgono con una certa diffidenza, se non addirittura con ostilità, quel giovane prete venuto da fuori e a cui sono stati attribuiti una parrocchia impor­tante e privilegi ambiti da molti. La stessa prestanza fisica di Urbain Grandier, che era decisamente un bell’uomo, i suoi gusti un po’ ricercati, oltre al suo ingegno e alla sua tolleranza non possono che accrescere questa antipatia, proprio mentre queste stesse qualità gli valgono presto la deferenza e l’amicizia della popolazione, tanto ugonotta che cattolica.

« Aveva un portamento grave — scrive un contempo­raneo — e una certa maestà (…) e sembrava orgoglioso. La gente lo ha sempre ammirato per la sua eloquenza e per la sua dottrina. »

Grandier, tuttavia, è tutt’altro che un santo e proprio questo lo perderà : l’orgoglio innanzitutto, che gli attirerà l’odio dei molti — e fra questi, per primo, Richelieu — da lui umiliati, ma anche la sua terribile ironia e l’amore smodato per le donne, incompatibile col suo stato.

Grandier non tarda a farsi un’idea precisa del basso livello morale del clero locale e soprattutto di quei monaci intriganti, politicanti, esaltati, che pretendevano di domi­nare Loudun e di vivere alle spalle degli abitanti. Avrebbe potuto combatterli usando le vie traverse, scavando loro lentamente la terra sotto i piedi. Ma no : si mette a tuonare contro di loro dalla cattedra, a denunciare apertamente i loro abusi, i loro intrighi e il loro fanatismo. I carmelitani sono il suo bersaglio preferito : quelli di Loudun affermano di possedere un quadro di Notre-Dame-de-Recouvrance che dispensa miracoli ai devoti, le cui offerte arricchiscono il convento. Grandier ridicolizza la credenza e contribuisce ad affievolire la devozione dei fedeli verso un’immagine. Siccome, d’altra parte, nella vicina città di Saumur esiste un’altra Madonna, quella degli Ardilliers, che compie prodigi, il risultato è che i pellegrini si fanno più rari nel convento dei Carmelitani di Loudun e con loro diminui­scono anche le entrate.

Attaccati da Grandier, i monaci perdono dunque influenza in città a favore del clero secolare. Il colmo è raggiunto quando le donne, che sino ad allora avevano preso l’abi­tudine di avere un monaco per confessore, cominciano a confessarsi al clero secolare, per seguire l’indicazione di Grandier che aveva predicato l’obbligo di prendersi per direttore di coscienza il curato della parrocchia o un suo vicario. Le penitenti si erano affrettate subito a rivolgersi in massa al confessionale di quel bell’uomo, sempre elegante — a differenza dei monaci — e seducente. Che egli abbia avuto molta fortuna con le donne, è cosa certa : sarà lui stesso a confessare, prima del supplizio, di non essere sempre riuscito a resistere alle tentazioni della carne e di essere vissuto troppo a lungo da libertino.

Aubin, autore di una « Histoire des diables de Loudun[1] » pubblicata nel 1752, scrive a questo proposito :

« Non era solo dai rivali che aveva da temere rappresa­glie, ma anche dai padri e dai mariti, offesi e furiosi per la cattiva fama che le sue ripetute visite procuravano alla loro famiglia. »

Un comportamento di questo genere da parte di un personaggio del suo rango non poteva passare a lungo inosservato in una cittadina borghese come Loudun. II rancore dei monaci e dei capi famiglia beffati influirà non poco sugli sviluppi del caso Grandier, come d’altra parte sulla sua sorte peserà anche la spietatezza da lui dimostrata più volte contro chiunque cercasse di sbarrargli la strada. Cosi, canonico della chiesa di Saint-Pierre, si fa sin dal 1618 un nemico mortale nella persona del magistrato René Hervé, in seguito ad un incidente nato da una processione. Dall’alto della sua cattedra il curato denuncia con energia le pretese del magistrato, che cerca invano di farlo arre­stare. Grandier replica appellandosi al « présidial »[2] di Loudun, che gli dà ragione e biasima severamente l’operato di Hervé : quest’ultimo non si dimenticherà mai più del­l’affronto subito.

Non molto tempo dopo avviene l’incidente più grave. Durante una solennità religiosa celebrata nella chiesa di Sainte-Croix, Grandier, invocando la propria qualifica di canonico, chiede brutalmente al priore dell’abbazia di Coussay di cedergli il passo. Quest’ultimo si affretta ad obbedire e con cortesia per giunta. Ma il priore non è tipo da perdonare un affronto pubblico : si tratta in effetti del vescovo di LuQon, caduto in disgrazia presso Maria de’ Medici, Armand du Plessis de Richelieu.

Nel 1620, il litigioso Grandier, gelosissimo delle sue prerogative, se la prende col canonico René Le Mounier, colpevole di aver colpito all’uscita della chiesa di Saint- Pierre il decano dei canonici di Santa Croce, Maurat. Le Mounier era già stato severamente redarguito, ma solo da un tribunale ecclesiatico. Grandier non si accontenta di questa sentenza : si lancia dunque in ripetuti attacchi contro il bruto, che risponde colpendo a sua volta, non sempre solo in modo figurato. Il curato si esalta e si rivolge direttamente ai suoi parrocchiani, tuonando dalla cattedra contro Le Mounier, che lo aspetta ai piedi della scala e lo schiaffeggia in piena chiesa. I fedeli gridano allo scandalo, ma Grandier, uomo dal fisico prestante, mette in fuga l’aggressore. Troppi testimoni hanno visto chi ha sferrato il primo colpo. Grandier, quindi, sicuro in partenza di aver partita vinta, denuncia l’aggressore di fronte al « présidial » di Poitiers, lo fa condannare il 21 aprile e fa applicare la sentenza senza pietà.

Anche questa volta il suo atteggiamento non sarà dimen­ticato. Le Mounier sarà uno dei testimoni d’accusa contro Grandier e, anzi, su richiesta di Laubardemont, stenderà anche un atto d’accusa contro di lui.

L’incidente ha però anche un altro seguito. Furioso per la condanna di Le Mounier, il nipote di quest’ultimo, René Bernier, curato dei Trois-Moùtiers, attacca a sua volta Grandier nella sacristia di Saint-Pierre. Anche lui si fa così condannare ed espellere. L’incidente questa volta sembrava non dover andare oltre. Ma, poco tempo dopo, Bernier è assalito e strozzato da ignoti e Le Mounier non esita ad accusare Grandier di essere stato il mandante del­l’assassinio. Il magistrato Hervé cerca in tutti i modi di accreditare la veridicità della deposizione, ma i suoi sforzi sono vani e Grandier non ha difficoltà a dimostrare la propria innocenza. L’odio dei suoi nemici non fa però che aumentare ancor di più. In compenso le sue lotte vittoriose gli procurano una crescente simpatia da parte della popo­lazione, compresi i riformati, che mostrano di stimare quel curato che getta l’anatema contro i loro peggiori avversari : i monaci.

(omissis)

Intanto Grandier passa da un processo all’altro. Cosi fa condannare a Parigi i suoi avversari che avevano venduto la pelle dell’orso prima di averlo catturato e a cui chiede « una riparazione dei danni, gli interessi e la restituzione dei frutti dei suoi benefici maturati nel frattempo ». Nono­stante i consigli di Armagnac, che cerca invano di calmarlo, egli persiste nel suo atteggiamento di rifiuto di ogni accomo­damento proposto da Thibault. Quest’ultimo ha appoggi altolocati e se la cava con una condanna mite : 12 lire « parigine » da versare ai poveri e 24 a Grandier. Per quest’ultimo è una sconfitta, sulla quale Armagnac lo invita a meditare. Ma è Thibault che riprende l’offensiva, promovendo una denuncia per diffamazione contro il curato da parte di un certo Caillé, a favore del quale il marchese de La Motte-Chandier versa una cauzione di 10 000 scudi. Armagnac non esita a presentarsi personalmente di fronte al tribunale di La Tournelle per difendere l’amico : smonta cosi senza difficoltà la macchinazione e ne ottiene l’asso­luzione. La popolarità di Grandier raggiunge il culmine poco tempo dopo questo episodio, per il coraggio dimostrato durante l’epidemia di peste, che infurierà a Loudun nel 1632 e che i nemici del curato lo accuseranno di aver provocato con la sua stregoneria.

In quell’epoca infatti cominciano i primi sintomi di « invasamento » nel convento delle orsoline di Loudun. Nel 1631 il loro direttore spirituale, l’insignificante Mous- saut, passa a miglior vita e la Belciel, sempre più impa­ziente di entrare in rapporti più stretti con l’illustre e affascinante Urbain Grandier, fa proporre a quest’ultimo la successione. Grandier rifiuta, dichiarando di essere troppo impegnato, quasi certamente in seguito alle pressioni di Madeleine de Brou, che sa bene come la madre superiora sia tutt’altro che indifferente al fascino maschile e come, d’altra parte, alcune delle novizie più giovani abbiano… una bellezza diabolica.

C’è un’importante testimonianza di un contemporaneo in merito. Un certo Champion, infatti, scrive :

« Grandier fu interpellato come possibile sostituto del defunto direttore spirituale delle orsoline. Ma rifiutò, benché da più parti lo avessero sollecitato ad accettare. »

In effetti alcuni storiografi, assertori della responsabilità del curato nell’invasamento, hanno affermato che sarebbe stato Grandier a chiedere il posto e che, essendo stato respinto, si sarebbe vendicato coi suoi malefici contro il convento e le orsoline !

Comunque il suo rifiuto provocherà tra l’altro un inci­dente fra suor Jeanne e Madeleine de Brou.

Quest’ultima, durante una visita a una cugina che viveva presso le orsoline, si vede prendere in disparte dalla supe­riora, che le rimprovera di traviare Grandier. In seguito a quell’incidente suor Jeanne, adirata contro Grandier, non esita a scegliere come direttore spirituale della comunità un nemico giurato del curato di Saint-Pierre, il canonico Jean Mignon.

Nato nel 1595 da un avvocato di Loudun, Mignon era per parte di madre nipote di Trincant. Uomo facoltoso, era per questo motivo molto ben visto nell’ambiente borghese. Se aveva scelto l’abito religioso, lo aveva fatto non certo per vocazione, bensì soprattutto a causa dell’infermità che lo affliggeva (era zoppo). Anche per questo egli non poteva sopportare tutti * successi che Grandier continuava a mietere e invidiava le sue qualità. Mignon tuttavia, che un tempo frequentava anche lui la villa Sainte-Marthe, aveva saputo dissimulare i suoi sentimenti di fronte al collega sino ai momento in cui si seppe della relazione fra Grandier e Philippe Trincant. Da allora aveva gettato la maschera e aveva preso ad attaccare Grandier dapprima col metodo delle calunnie continuate, poi con una serie di piccoli pro­cessi che perdeva regolarmente ma che, nelle intenzioni sue e dei suoi amici, miravano a stancare l’avversario e a convincerlo a lasciare la città.

L’ultimo processo perso da Mignon riguardava gli inte­ressi materiali del capitolo di Sainte-Croix. L’oggetto della disputa era infatti una casa la cui proprietà era rivendicata sia dal capitolo di Sainte-Croix, sia dal curato di Saint- Pierre, membro del resto del suddetto capitolo. La vittoria di Grandier sembrava certa fin dall’inizio, tanto che i canonici, prudentemente, avevano preferito lasciare al solo Mignon tutto il peso e tutta la responsabilità dell’azione. Quando poi l’atteso epilogo si realizzò, Mignon ne fu umi­liato e, per vendicarsi, si rivolse allo zio, l’alto magistrato Barot, che esaudì la richiesta insultando pubblicamente il curato. Grandier si limitò a vomitare a sua volta commenti sarcastici nei confronti del vegliardo, aggiungendo così il nome di un altro personaggio influente — ma che, in verità, sarebbe morto poco tempo dopo — alla già lunga lista dei suoi nemici giurati.

Quando Mignon assume le sue nuove funzioni presso il convento delle orsoline, suor Jeanne des Anges è in piena crisi. Da tre anni questa donna, che uno dei più perspicaci cronisti dell’ « invasamento », il dottor Gabriel Legué, dice dotata di « un’immaginazione viva e di un tempera­mento esaltato », soffre di una malattia nervosa, che è una delle prime forme di isteria. Ogni notte ha degli incubi che le provocano una malattia di stomaco e uno stato di completa anemia, attestato da un consulto del medico Daniel Rogier e del chirurgo René Mannoury. Dopo non molto arrivano le prime allucinazioni. Così, le sembra di rivedere il povero Moussaut, morto ormai da parecchie settimane. Questi fantasmi sono favoriti dalla lettura assidua di libri « di un misticismo esagerato », che provocano in lei le più assurde visioni dello spirito e le peggiori sregolatezze dei sensi. Il delirio mistico lascia il posto al delirio erotico : l’immagine del buon Moussaut, che invocava preghiere, sparisce per lasciare il posto all’immagine supposta (Jeanne non l’aveva mai visto) del bel Urbain Grandier, che propone o esige ben altro. Ogni sera suor Jeanne si immaginava di vedere il curato sedersi sulla sponda del suo letto e allora si lasciava andare a un delirio di gioia e di piacere.

« E’ a questo punto — scrive Legué (che era allievo di Charcot, a quel tempo esperto incontestato di malattie nervose e d’isteria) — che, fuori di sé, si abbandonava con vera frenesia al furore dei sensi. In quelle notti voluttuose, la donna mostrava la sua anima in tutta la sua nudità, in preda a passioni e istinti rimasti a lungo sopiti o dissimulati nel silenzio del chiostro. Queste apparizioni avevano provo­cato in suor Jeanne un tale turbamento delle funzioni nervose, che tutto il suo essere, mosso dal magico nome di Grandier, esprimeva un unico impulso di voluttà. »

Non è necessario molta perpicacia per immaginare che l’autobiografia di suor Jeanne è un po’ meno esplicita. Vi si legge solo :

« Nostro Signore permise che fosse gettato un maleficio contro la nostra comunità da parte di un prete di nome Urbain Grandier, curato della principale parrocchia della città. Questo miserabile fece un patto col diavolo per per­derci e renderci delle peccatrici. A questo scopo mandò dei demoni nei corpi di otto religiose di questo convento per possederle… Il maleficio fu talmente efficace che tutte le religiose furono colpite dall’invasamento in meno di quin­dici giorni. I demoni ci portarono a compiere tali sregola­tezze che è difficile concepirle e, se la divina bontà non ci avesse assistito con una grazia particolare, quell’uomo ci avrebbe perduto anche cento volte ognuna… Non credevo che si potesse essere possedute dal demonio senza aver dato il proprio consenso al patto fatto da un altro col diavolo; ma in questo mi sbagliavo, dal momento che anche i più innocenti e santi possono esserlo. »

Legué fa questo commento:

« Questa nevrosi (l’isteria) ha in effetti un carattere endemico del tutto particolare. » Secondo lui, Grandier è salito su un rogo eretto in base alle accuse di una « isterica ninfomane ».

Dopo simili sedute immaginarie e violentemente deside­rate, è inevitabile il risveglio e la constatazione della propria solitudine reale : allora, per provare veramente almeno una parte della voluttà sognata, non c’è che affidarsi alle compagne, mettendo in conto al demonio la responsabilità della tentazione. Naturalmente tutta la comunità, informata delle condizioni della superiora, prega febbrilmente per lei e non trascura le penitenze per invocare l’intervento della Provvidenza. Ma proprio mentre si dedicano a queste pra­tiche pie, le religiose si esaltano, bruciando forse dal desi­derio di provare le stesse delizie che suor Jeanne si compiace di descriver loro senza mezzi termini. Digiuni, disciplina e macerazioni hanno come unico risultato quello di provocare nuove allucinazioni e nuove vittime : la prima è la terziaria du Magnoux, seguita subito dopo da suor Claire de Saint-Jean.

Bisogna poi aggiungere che molte delle giovani alunne interne si vedono suggerire dal racconto di quei misteriosi prodigi un divertente argomento di scherzi e di inganni. Dunque, il convento è stregato ? Dunque, le suore ricevono visite notturne di spiriti? Ottima occasione, allora, per portare il disordine — e le allucinazioni — al parossismo,

Aubin riporta il caso di una di queste alunne, una sua parente di nome Marie Aubin :

« Aveva allora 16 anni compiuti e fu ammessa a parte­cipare ai piaceri e ai segreti delle attrici. Aveva la funzione di spaventare le altre con la paura che mostrava di avere, soprattutto quando gli spiriti penetravano nella loro stanza nonostante che la porta di quest’ultima fosse stata chiusa a chiave : in realtà proprio Marie si incaricava di riaprirla piano piano, come racconterà lei stessa più volte alle sue più intime amiche. »

Questi « spiriti » e queste « attrici », prosegue Aubin, « durante la notte facevano strani rumori nei granai o salivano sulle case, cosa abbastanza facile a Loudun, dove la maggior parte dei tetti sono costruiti in modo da renderne agevole l’accesso. Giunsero poi sino a penetrare nelle camere delle collegiali, a far sparire le loro sottane appoggiate sui letti e, insomma, a fare tutto ciò che poteva divertirle e, al tempo stesso, ingannare le altre collegiali e le altre suore ».

Si può ben immaginare quale sia stato il risultato di simili bravate sulle isteriche o anche solo sulle più deboli di spirito, portate già per conto loro a credere ciecamente alle più incredibili diavolerie : basti dire che persino alcune delle « attrici », particolarmente suggestionabili, finiscono per convincersi che non si tratta affatto di un gioco, ma che è veramente opera del demonio ciò che in prima persona hanno fatto. In effetti, si dicono, tutte quelle visioni, quelle apparizioni di Grandier in un convento non possono essere se non opera di Satana, che le ha stregate. Mignon, al quale suor Jeanne si confida, non cerca affatto di riportarla alla ragione, tutt’altro. Perché mai dovrebbe privarsi della magnifica occasione offertagli così da suor Jeanne per screditare, se non eliminare per sempre, il suo avversario? Non c’è dubbio, dice alla sua penitente, che i demoni sono penetrati in lei e nell’anima delle altre religiose e che ciò è avvenuto a causa di un patto intervenuto fra i demoni e un mago.

« Quell’uomo — scrive Aubin — era intrigante, malvaggio e ambizioso; era inoltre agitato da molte passioni. Si propose non solo di lasciare che il gioco continuasse, ma addirittura di autorizzarlo, di intervenirvi e di tentare di trasformarlo in un’arma di vendetta contro i suoi nemici. »

Fra questi ultimi, il primo a cui Mignon pensava era naturalmente Grandier. Egli prende perciò segretamente contatto con Trincant e col magistrato Hervé onde esami­nare come utilizzare la cosa per colpire il curato di Saint- Pierre. I tre concordano infine sul fatto che bisogna gettare su Grandier l’accusa di aver usato la stregoneria per otte­nere i favori di suor Jeanne. Mignon è incaricato di prose­guire l’opera di persuasione delle suore, ripetendo loro che sono invasate. A questo scopo egli dovrà anzi praticare su di loro degli esorcismi. Tutto infatti si svolge come deciso. Vuoi per rassegnazione, vuoi per complicità, vuoi per inco­scienza se non per isteria, le religiose accettano le ripetute lezioni del loro confessore, che mostra loro più volte i segni « tipici » dell’invasamento, sinché esse imparano a riprodurli alla perfezione. Mignon non trascura nemmeno di far balenare alle religiose i vantaggi che il loro povero convento trarrà dall’impresa : quando i demoni saranno stati cacciati, tutti vorranno venire a vedere le sante donne che ne avevano subito l’invasamento, e allora le offerte pioveranno in abbondanza. Se un patto col diavolo ci fu, eccolo.

Quando i vari « personaggi » della commedia ebbero imparato bene la loro « parte », i congiurati cominciarono a diffondere in città la voce dell’invasamento, accolta con stupore ed emozione dai cattolici, con sorrisi maliziosi da parte dei protestanti. Intanto al convento, Mignon insegna ed esorcizza senza concedersi tregue, aiutato da tre carme­litani, Pierre Thomas de Saint-Charles, Antonin de la Charité e Eusèbe de Saint-Michei, tutti e tre interessati ugualmente alla rovina di Grandier, che li aveva resi ridicoli in passato. Il lavoro è pesante, dato che la maggior parte delle suore è ormai in preda all’ondata isterica, e Mignon ne approfitta per aggregare all’impresa nuovi esorcisti, che sono anche e soprattutto nuovi complici : il curato di Véniers, Pierre Rangier, noto come spia di La Rocheposay e perciò molto temuto dai colleghi, che Grandier aveva sempre considerato un amico e, come tale, aveva sempre riverito; ma soprattutto, il curato di Saint- Jacques de Chinon, Pierre Barré, un uomo malvagio e visionario, che vedeva dappertutto la presenza del Maligno e aveva con questo metodo pericolosamente fanatizzato gran parte dei suoi parrocchiani.

« Era un bigotto e un ipocrita più o meno della stessa stoffa di Mignon, ma molto più malinconico e visionario, che faceva ogni sorta di stravaganze pur di passare per santo » : così Aubin descrive Pierre Barré.

Appena giunto in convento, Barré rompe coi metodi dei predecessori. Questi ultimi avevano sino a quel momento evitato, per un’ultima forma di prudenza, ogni scandalo pubblico. Agivano, o fingevano di agire, a porte chiuse. Barré pone termine a tutte queste « prudenze ». E’ del parere, come lui stesso riferisce, che al contrario bisogna mostrare apertamente alla popolazione l’invasamento delle religiose, facendole partecipare alle sedute di esorcismo, impressionando così la massa e rafforzando la sua paura del demonio. Ha dunque condotto con sé in processione un gruppo di suoi parrocchiani di Chinon, dopo averli resi fanatici come lui : è di fronte a loro che Barré tenta il suo primo esorcismo. Ma invano : succede che, interrogati e apostrofati in latino, i demoni della superiora (che sono ben… sette!) si rifiutano di rispondere. Barré si arrabbia : il metodo da lui usato fa parte del rituale ufficiale della diocesi e non può quindi fallire : devono essere gli spiriti diabolici che si rifiutano di stare al gioco! Finalmente, però, un… buon diavolo acconsente a pronunciare per tre volte, attraverso la bocca di suor Jeanne, la parola « sacerdos ». Un altro dimostra la sua « potenza » provocando nella paziente tremende convulsioni, sino a ridurla in stato « di grande agitazione e priva di sensi e di ragione ». Poi « il diavolo, ricevuto l’ordine di dire il proprio nome, rispose due volte di seguito : “nemico di Dio” ».

L’indomani, 6 ottobre 1632, è la volta di suor Claire ad essere sottoposta ad esorcismo. Durante tutta la seduta essa non smette un sol attimo di « ridere in modo insolente » (manifestazione tipica dell’isteria). Ad ogni modo suor Claire, se non altro, fa il nome del demone che abita il suo corpo : un certo Zàbulon.

L’8 è il trionfo di Pierre Barré. Già nei primi giorni i suoi esorcismi sono riusciti, secondo lui, a scacciare uno degli infernali occupanti dal corpo della superiora. Ora, però, l’obiettivo è quello di far uscire Asmodeo, che si arrocca « nel ventre » di suor Jeanne. Barré fatica invano per due ore filate : Asmodeo resiste impavido. Ma, improvvisamente, ecco l’illuminazione. Gli spiriti maligni, per definizione, hanno orrore dell’acqua santa : dunque l’esorcista ordina allo speziale Adam di prepararne un clistere e di sommini­strarlo alla paziente. Dopo di che, naturalmente, Barré si affretta a proclamare che Asmodeo è fuggito via. Queste stupidaggini sono accolte come Vangelo da quei bacchet­toni, ma in città la gente si spancia dal ridere.

Tuttavia, contemporaneamente al racconto delle assur­dità che avvengono al convento, comincia a circolare la voce che le « invasate » durante le sedute d’esorcismo hanno accusato Urbain Grandier di essere il responsabile del loro invasamento, nonché dei pensieri peccaminosi della supe­riora e di quelli suscitati conseguentemente anche in altre religiose.

« Il prete di cui ho parlato — assicura suor Jeanne des Anges — si serviva dei demoni per eccitare in me l’amore per lui; questi ultimi provocavano in me il desiderio di vederlo e di parlargli. Molte delle nostre suore provavano le stesse sensazioni, anche se non lo dicevano a nessuno : ognuna di noi teneva nascosta la cosa alle altre finché poteva e, dopo che i demoni avevano eccitato in noi la passione amorosa per quell’uomo, egli non mancava di venire di notte nel nostro convento e nelle nostre camere per sollecitarci a peccare… Quando non lo vedevo venire, bruciavo d’amore per lui, e quando invece mi si presentava davanti e cercava di sedurmi, il buon Dio provocava in me una grande avversione per lui. Allora tutti i miei sentimenti mutavano : lo odiavo più del diavolo e mi riusciva talmente insopportabile che avrei preferito subire tutte le pene dell’inferno piuttosto di aderire a una sola delle sue pre­tese. »

Non c’è nemmeno bisogno di dire che queste irruzioni notturne di Grandier erano solo delle allucinazioni, fre­quenti del resto nelle isteriche e che sono « le vere cause del comportamento nevrotico » di quest’ultime. « L’amore insoddisfatto di suor Jeanne per Grandier (che non aveva mai visto) spiega la forma assunta dal suo delirio erotico, personificato contemporaneamente in due demoni : Asmodeo e Isaccaaron », commenta Legué.

In effetti, suor Jeanne ha descritto con grande precisione cinque dei sette demoni che abitavano il suo corpo. Il primo di tutti era Asmodeo. « La sua attività in me era continua, tanto nell’immaginazione che nello spirito, che egli riempiva di pensieri sconvenienti. Il pudore mi impe­disce di descrivere tutto ciò nei dettagli, che sono quasi incredibili. Spesso lo spirito maligno del demone si presen­tava a me in forme orribili e, quando vedeva che io rimanevo indifferente a quei piaceri, in virtù dell’aiuto delia grazia divina, mi batteva con tale violenza, che ne uscivo spesso malconcia. »

Isaccaaron « era della stessa natura di Asmodeo riguardo alle tentazioni impure che cercava di provocare… La sua azione era violenta e quasi rabbiosa. C’era questa differenza fra il maleficio di Asmodeo e quello di Isaccaaron : il primo preferiva agire servendosi dell’insinuazione e dell’alletta­mento per penetrare in un’anima che cerca le comodità e che si compiace di farsi amare e stimare; Isaccaaron invece andava alle radici e accecava la ragione. Allo stesso tempo si sforzava di accentuare tutte le peggiori inclina­zioni naturali, erigendosi a difensore di quella parte del­l’anima che è attaccata alle comodità e cerca i piaceri ».

Altri demoni erano : Balaam, che rappresenta anche lui la lussuria (« la sua azione era tanto più pericolosa in quanto sembrava meno grave; si limitava infatti a turbarmi un po’ l’immaginazione e poi lasciava agire la mia natura, in cui trovava una potente alleata »); Léviathan, che è l’orgoglio (« quando penetrava nella mia testa, provavo il desiderio inarrestabile di porre ordine a tutto, ma con tanta superbia che mi sembrava che tutto dovesse piegarsi ai miei voleri e che la terra fosse indegna di sostenermi. Agivo verso le mie sorelle in modo molto autoritario e ogni mio pensiero era rivolto a cercare il modo di diventare più potente e più stimata in questo mondo »); Béhémot, che eccitava la pigrizia e l’empietà, opponendosi « dal profondo dell’anima mia ad ogni azione che riguardasse il culto di Dio ». Suor Jeanne precisa ancora :

« La mia mente si applicava allora a cercare i mezzi per impedire agli altri di servire Dio… Provavo una continua avversione verso Dio e niente provocava in me maggior odio della constatazione della sua bontà e della sua capacità di perdono. » E inoltre, a testimonianza del suo stato patologico :

« Quando Béhémot occupava la mia testa, strappavo il mio velo e quello delle mie sorelle, li calpestavo e li strap­pavo coi denti, maledicendo l’ora in cui ero entrata in convento. Tutto ciò si svolgeva in modo molto violento. »

Infine, suor Jeanne fa il nome dei due ultimi demoni che la tormentano : Gresil e Aman, che « furono i primi ad essere scacciati, prima ancora che potessi rendermi conto dell’azione che svolgevano su di me ».

Queste fantasmagorie, orchestrate da Mignon e Barré, appoggiati ben presto nella loro impresa dai più squalificati religiosi della zona, esigevano ufficialmente, o meglio canonicamente, una spiegazione della stessa natura. Detto e fatto : suor Jeanne racconta che, il 1° ottobre 1632, mentre era a letto con le braccia « sotto le coperte, sentì qualcosa afferrargli la mano destra, aprirla e distenderla, poi richiuderla dopo averci messo qualcosa dentro ». Erano « tre spine di biancospino ». Esse vengono consegnate a Mignon, che convoca un vero e proprio concilio locale, cui partecipano « i padri guardiani dei francescani e dei cappuc­cini, la priora delle carmelitane e alcuni religiosi degli altri monasteri » (si noti l’esclusione del clero secolare, meno incline ad ammettere la superstizione). Questo « consesso » decreta che si tratta di un patto col demonio e ordina a suor Jeanne di gettare le spine nel fuoco, il che però « non bastò a rompere l’incantesimo ».

(omissis)

Un cattolico angioino, Jacques Boutreux, ha lasciato il seguente racconto di una di queste sedute di esorcismo :

« Mentre il frate legge le formule di scongiuro rituali, il capo esorcista chiede ai diavoli di salire alle parti supe­riori e di manifestarsi facendo arrossire il viso dell’invasata. Ripete, perciò, più volte le parole : “Ascende ad partes superiores”, e quando la poveretta non si lascia prendere subito dalle convulsioni, spesso le scuote rudemente la testa e, prendendola in grembo, le preme il santo ciborio sulla fronte, sintantoché le consuete convulsioni non riprendono.

« Allora conoscendo bene, grazie alla lunga esperienza, l’ordine in cui si sviluppano le varie manifestazioni dello strano fenomeno, un po’ prima che cominci la convulsione di tutto il corpo, dice : “Contremisce toto corpore”, e poi, quando giunge la fase della convulsione delle braccia e delle mani, dice : “Contremisce capite et manibus”, e siccome, per ultimo, il fenomeno si conclude con uno scuotimento della sola testa, dice : “Contremisce saltem capite”. Ma quando il torpore e la stanchezza sono sul punto di prevalere, dice : “Procede in terram”, per poi aggiungere, quando comincia ad alzarsi, superato il momento di torpore : “Erige corpus de terra”, e così di seguito, col risultato di convincere gli ignoranti che il diavolo gli obbe­disca assolutamente e in tutto. A questo punto l’esorcista fa parlare questi “demoni” e, con la forza dell’esorcismo e grazie alla virtù dei Santo Sacramento, li costringe a dire la verità su tutto ciò che chiede loro. E’ sulla base di queste deposizioni che il Commissario redige i suoi verbali… Ma non una sola volta questi diavoli hanno voluto spiccicar parola in nostra presenza, nonostante tutti gli scongiuri degli esorcisti, in modo da darci una prova infallibile del- l’invasamento : sono sfuggiti sempre a tutte le prove che diverse persone eminenti hanno proposto loro per dimo­strarne la reale presenza nei corpi delle suore. Io stesso ho voluto interrogarli in diverse lingue orientali e occidentali, ma essi hanno dimostrato chiaramente di non sapere nem­meno in che lingua stessi parlando. »

Alla fine di ogni seduta, i rapporti dei medici vengono ad aggiungersi ai verbali di Laubardemont.

Questi rapporti — come non è difficile immaginare data la scelta dei medici — attestano una serie di « fenomeni soprannaturali ». I medici constatano in uno di questi rapporti che alcuni di questi fenomeni « sorpassano di molto sia la loro capacità di compren­sione, che le regole stesse della scienza medica »… Si riferiscono forse al fatto che alcuni di questi « diavoli » si rivelano dei latinisti talmente scarsi, da confondere l’avverbio quoties (quanto) con quando (quando)?

La tradizione e la superstizione voleva che l’indi­viduo che si dava alla magia avesse dei punti insen­sibili in alcune zone del corpo, che servivano a provare la sua complicità cogli spiriti infernali. Essendosi fatto una larga esperienza in questo campo nei processi che aveva fatto contro i poveri « maghi » del Béarn, Laubardemont era al corrente di queste credenze e ne aveva informato gli esorcisti. Questi non ebbero difficoltà a far ammettere a uno dei « demoni » della Belciel che Grandier aveva ben cinque di questi punti insensibili. Mannoury fu incaricato di rintracciare questi punti e « visitò » il curato il 26 aprile. Il chirurgo ebbe così l’occasione di torturare sadicamente il prigioniero, che gli fu portato nudo, con gli occhi bendati e « rasato dapper­tutto ».

Mannoury aveva in mano uno spillone « di cui si serviva per dimostrare che l’accusato era insensibile in alcuni punti. Lo usava da una delle estremità, che era arrotondata, in modo che lo spillone non penetrava nelle carni del prigioniero. Poteva così concludere che il curato, che non sentiva e non diceva nulla, era insensibile in quel punto. Ma, quando voleva mostrare come invece fosse sensibile in altre zone, girava lo spillone dall’altra parte, che era invece acuminata, e lo infilava senza pietà sino alle ossa del prigioniero, che lanciava allora urli di dolore. Queste « controprove » furono ripetute più volte dal chirurgo di fronte a Laubardemont, che conservò sempre un perfetto sangue freddo ».

L’indomani il compiacente diavolo di suor Jeanne des Anges non ha difficoltà ad indicare le zone insen­sibili, che era stato incapace di mostrare il giorno prima, benché Mannoury ne avesse « formalmente » constatate solo due, perché le altre erano « troppo difficili da individuare ». Questa diabolica « trovata » farebbe sorridere, se non fosse il primo passo di una tragica e atroce conclusione.

(omissis)

Sono le 5 del mattino di venerdì 18 agosto, quando la commissione pronuncia la sua sentenza :

« … Noi abbiamo dichiarato e dichiariamo Urbain Grandier giustamente accusato e colpevole del delitto di magia, di malefizio e dell’invasamento » di cui sono cadute vittime per sua mano alcune reli­giose orsoline di questa città, oltre ad altre secolari menzionate durante il processo. Inoltre lo dichia­riamo colpevole degli altri fatti e delitti derivanti da questo principale (sortilegio, irreligiosità, empietà, sacrilegio e « altri fatti e crimini abominevoli ») in riparazione dei quali l’abbiamo condannato e lo condanniamo a fare « ammenda onorevole » a testa nuda e in camicia, con una corda al collo e portando in mano una torcia del peso di due libbre, di fronte alle porte principali delle chiese di Saint-Pierre-du- Marché e Saint-Ursule di questa città e là, devota­mente in ginocchio, chiedere perdono a Dio, al Re e alla giustizia; dopo di che, lo condanniamo a essere condotto nella piazza pubblica di Sainte-Croix di questa città, per esservi legato a un palo su un rogo, che a questo scopo sarà eretto nel suddetto luogo, e ad avere il corpo bruciato vivo, insieme ai patti e simboli magici, nonché al libro da lui scritto contro il celibato dei preti, e le sue ceneri saranno gettate al vento. Abbiamo dichiarato e dichiariamo seque­strati e confiscati tutti i suoi beni a favore del Re, previa detrazione della somma di centocinquanta lire tornesi[3] che saranno utilizzate per l’acquisto di una targa di rame sulla quale sarà incisa la presente sentenza per esteso e, poi, posta in vista nella suddetta chiesa delle orsoline, dove rimarrà per sempre. Prima che si proceda all’esecuzione di questa sen­tenza, ordiniamo che il detto Grandier venga sotto­posto alla tortura ordinaria e straordinaria per conoscere i suoi complici.

« Pronunciata a Loudun il 18 agosto 1634 ed eseguita il giorno stesso. »

Queste ultime parole verranno aggiunte prima che sia giunta la notte. In effetti, Urbain Grandier sarà suppliziato qualche ora più tardi, dopo aver subito le spaventose torture fisiche e morali che migliaia di disgraziati, non più colpevoli di lui, soffrirono nel corso dei secoli. Settantadue testimoni a carico erano stati ascoltati nel corso del processo. Sappiamo come la maggior parte di questi accusatori abbia inteso vendicarsi di qualche affronto subito in passato da parte del superbo Grandier. Altri avevano deposto il falso perché assoldati o minacciati dai nemici dell’accusato, mentre i testimoni a favore di quest’ul­timo erano stati semplicemente trascurati…

(omissis)

Quando il corteo riesce finalmente a penetrare, con grande fatica, nella piazza straboccante di folla, un uomo che indossa un saio bianco si stacca dalla porta della chiesa. E’ il curato René Bernier, della chiesa dei Trois-Moùtiers, che si avvicina al mori­bondo e che, a voce alta, gli chiede perdono per sé e per tutti coloro che hanno testimoniato contro di lui. Grandier glielo accorda « tanto più di buon cuore — dice — dal momento «he credo fermamente che Dio mi perdonerà » e chiede al suo nemico d’un tempo di pregare e dire messe per lui. Infine, gli bacia le mani. La Grange, che per la carica che ricopre dirige l’esecuzione, chiede anche lui al condannato la sua assoluzione. Ma Grandier gli risponde dicendogli che non deve sentirsi colpevole di nulla, perché non fa che compiere il suo dovere.

Segue una ennesima lettura della sentenza e « l’onorevole ammenda ». Poi, il boia Duchesne porta in braccio il condannato sullo sgabello del rogo e lo lega al palo. Nozay recita ancora una volta la sentenza. La Grange si accosta al disgraziato Grandier e gli dà l’assicurazione che potrà rivolgersi per qualche minuto al popolo prima che sia dato l’ordine di accendere il rogo. Inoltre, La Grange riferisce al condannato che Duchesne ha ricevuto la consegna di strangolarlo nello stesso istante in cui accende il fuoco. Ma egli non teneva conto del furore dei monaci…

Siamo in agosto : una vespa, o un calabrone, svo­lazza intorno alla testa di Grandier. Tanto basta perché un monaco si metta a gridare che si tratta di Belzebù, il « dio delle mosche » della Bibbia, che è venuto a prendere l’anima del suppliziato!

Attorno al rogo, di fronte alla folla esterrefatta e silenziosa, i monaci ricominciano la pantomima degli esorcismi, aspergendo d’acqua santa le fascine e l’aria. Interpellano anche Grandier, che risponde loro di « sperare di essere quel giorno stesso presso Dio ».

Si svolge allora la più orribile scena che i monaci abbiano immaginato e attuato durante tutta la loro criminale impresa. E’ giunta loro voce delle promesse fatte da La Grange a Grandier. Ma essi non ammettono che la loro vittima possa rivolgersi al popolo e tanto meno che le siano risparmiate le sofferenze delle fiamme dopo quelle della tortura. Perciò alcuni di loro salgono sul rogo, che La Grange ha appena abbandonato, e quando il condannato apre la bocca per parlare, gli inondano letteralmente il viso con l’acqua santa, in modo da soffocargli la voce. Poi, in preda a una crisi isterica, colpiscono Grandier col loro crocefìsso. Dopo di che Lactance si precipita sul curato per baciarlo. Ma dalla folla indignata parte un grido :

« Ecco il bacio di Giuda! »

In mezzo a quello scompiglio e alle pantomime dei padri, il curato di Saint-Pierre capisce che non potrà farsi sentire dalla folla. Allora chiede ai suoi frati aguzzini di dire almeno insieme a lui le ultime pre­ghiere. Duchesne, con la torcia accesa in mano, esegue l’ordine di La Grange. Ma Lactance ha già acceso un’altra torcia e la agita davanti alla faccia della sua vittima, mormorando con voce stridula :

« Non vuoi confessare il tuo crimine, disgraziato, e rinunciare al diavolo? E’ tempo ormai : hai solo pochi attimi ancora da vivere! »

« Non conosco affatto il diavolo — esclama il moribondo. Lo rifiuto e rifiuto tutti i suoi alletta­menti e prego Dio che mi perdoni per i miei peccati. » « Allora — racconta Aubin — senza attendere l’ordine di La Grange, questo monaco, mettendosi pubblicamente a svolgere il compito del boia, mise fuoco al rogo sotto gli occhi della vittima che, di fronte a quest’ultimo segno di barbarie e di mala­fede, esclamò ancora :

» “Ah, dov’è la carità, Padre Lactance? Non è questo che mi avevano promesso! C’è un Dio in cielo che giudicherà sia te che me : ti chiamo a comparire di fronte a lui entro un mesel” »

Parole profetiche… Poi il poveretto supplica :

« Deus meus, ad te vigilo; miserere mei! »

« Allora i cappuccini ricominciarono a gettargli in faccia tutta l’acqua benedetta che avevano nel loro aspersorio, per impedire che queste ultime parole fossero sentite dal popolo e che il popolo ne fosse edificato. »

Rimasto in un primo momento stupefatto, La Grange si riprende. « Strangola! Strangola! », grida a Duchesne, e la folla inorridita ripete la sua richie­sta. Ma il boia tira invano la corda, che all’ultimo momento lo stesso Grandier ha sistemato in modo che gli stringesse bene il collo : i monaci, nella loro furia, l’hanno annodata e ora non scorre nel cappio. Mentre il fumo comincia a salire in cielo, si leva l’ultima e santa preghiera del martire :

« Dio mio, perdona i miei nemici! »

Un istante dopo la corda che lo legava al palo, ormai bruciata, si rompe e Urbain Grandier, prete quarantaquattrenne della Chiesa cattolica, apostolica e romana, cade ancor vivo in mezzo alle fiamme. Quando tutto è finito, Duchesne, in esecuzione della sentenza, disperde al vento poche manciate di cenere, mentre la folla si butta sui resti del rogo e porta via pezzi di ossa bruciate da conservare come venerabili reliquie.

Finisce così la vita di un uomo distrutto dal suo orgoglio e dalla sua intelligenza, e che sarebbe sicuramente sopravvis­suto se contro di lui non si fossero levati — Laubardemont era solo un esecutore materiale delle sporche manovre dei suoi padroni — i due personaggi più potenti del regno : il Cardinale Richelieu e la sua « Eminenza grigia » padre Joseph, nonché gli ordini monastici le cui pretese, inter­ferenze e sopraffazioni, Grandier aveva sempre combattuto quando era in libertà. Quanto ai motivi addotti per giustifi­care il suo assassinio, ai nostri giorni fanno ridere. Ma già alcuni anni dopo il supplizio del curato di Saint-Pierre, la Chiesa comincerà a stancarsi di sentir spiegare con l’In­fluenza del demonio il comportamento di donne malate di nervi.

[1]   Storia dei diavoli di Loudun.

[2]   Nome dato ai tribunali civili e penali di prima istanza creati da Enrico II nel 1551 e soppressi nel 1792. (n.d.t.)

[3] Di Tours. Era una moneta coniata sino al XIII sec. a Tours e successivamente anche altrove su quel modello, (n.d.t.)


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Bart