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STORIA: Il processo al marchese de Sade (Parigi, 2 giugno 1740 – Charenton-Saint-Maurice, 2 dicembre 1814)

13 Aprile 2019

(da “I grandi processi della storia”, – Edizioni di Crèmille 1971)

« Si parla qui di un episodio molto grave capitato a Marsiglia al Marchese de Sade e di cui si è interessato il Parlamento. Non posso trattenermi dall’esternare la mia sorpresa per il fatto che non mi abbiate tenuto al corrente. E’ mio dovere render conto al Re degli avvenimenti di qualche importanza che succedono nelle province del mio Dipartimento, e non posso assolverlo se i Sigg. Intendenti non si preoccupano di informarmi. Vi prego, perciò, di non mancare per l’avvenire di riferirmi tutto ciò che succederà nella vostra Generalità, che abbia un certo interesse. Vogliate accettare i miei più deferenti saluti. » Questa lettera — scritta con tono abbastanza secco — è stata firmata a Compiègne il 15 luglio del 1772 dal duca di La Vrillière, ministro di Luigi XV. E’ indirizzata all’intendente della Provenza, de Montyon.

Sette giorni dopo, quest’ultimo risponde con tono estremamente imbarazzato :

« Eccellenza, ho ricevuto la vostra lettera del 15 corrente nella quale mi fate presente la vostra sorpresa per il fatto che non vi ho scritto niente riguardo a un episodio molto grave avvenuto a Marsiglia, in base al quale il Parlamento della Pro­venza sta istruendo un processo contro il marchese de Sade.

« Eccovi tre fatti tragici che sono avvenuti nelle ultime tre settimane in questa cittĂ  o nel circondario…

« Riguardo al marchese de Sade, è venuto in città dalle sue terre per ritirare o consegnare una cambiale, ma invece di andare a trovare i suoi parenti, si è incontrato con diverse ragazze. Sembra che a pro­curargli questi incontri, durante i quali avrebbe compiuto stravizi abominevoli, sia stato il suo domestico. Sembra, inoltre, che siano state date alle ragazze delle pillole avvelenate, non si sa se da parte dello stesso marchese de Sade per provare dei veleni, o per mano del domestico, che avrebbe dato le pillole al suo padrone nell’intento di avvele­narlo e quindi derubarlo.

« Un’altra versione di questa storia che ricostruisce i fatti in modo meno atroce e più verosimile, è che questo giovane abbia ricevuto le ragazze in un locale malfamato, abbia dato loro delle pastiglie contenenti cantaridina, che hanno provocato loro molto disturbo, tanto che una delle ragazze, che aveva mangiato più pastiglie delle altre, è sul punto di morire. Nessuna delle ragazze è però ancora morta.

» Il Parlamento (della Provenza) ha istruito il processo e spiccato mandato di cattura. Bisogne­rebbe aver visto i documenti istruttori per scrivervi con maggior sicurezza, dato che stento a mandarvi notizie, destinate per vostro tramite a Sua Maestà, raccolte in base a voci che, in questa provincia non meno che ovunque, sono spesso false. Riguardo a tutti gli avvenimenti di carattere pubblico sui quali non posso procurarmi informazioni certe per via amministrativa, mentre mi impegno a darvene notizia, vi supplico di darmi l’autorità di intervenire. »

Ma ecco che cosa scrive tre giorni dopo Bachaumont, una malalingua e al tempo stesso un acuto osservatore, sotto la data del 25 luglio 1772 :

« Si riferisce da Marsiglia che il marchese de Sade ha offerto in questa città uno spettacolo in un primo momento abbastanza divertente, ma degenerato poi in conseguenze terribili. Ha dato una festa da ballo, cui ha invitato molta gente e ha mescolato al dessert delle pastiglie di cioccolato, così buone che molti ne hanno mangiate in quantità. Ce n’erano molte, così che nessuno è rimasto senza. Ma insieme alla cioccolata il marchese aveva impastato degli insetti cantàridi. La proprietà afrodisiaca della sostanza — la cantaridina — che si estrae da questi insetti è ben nota. Così infatti è stato : tutti coloro che ne avevano mangiato, presi da un fuoco impudico, si sono lasciati andare ai peggiori eccessi cui possa portare l’ardore amoroso. Il ballo è degenerato in una di quelle orge, che ricordano i tempi dei Romani : nemmeno le donne più altere hanno saputo resistere alla furia uterina che le agitava. Così, il marchese de Sade si è preso diletto della cognata, colla quale è fuggito per sottrarsi al castigo che merita. Diverse persone sono morte in seguito agli eccessi cui si erano abbandonate e altre sono seriamente malate. »

(omissis)

Domenica 3 aprile 1768, verso le 9 del mattino, il marchese de Sade, che indossa un elegante doppio­petto grigio, è appoggiato con aria noncurante alla grata che, in place des Victoires, protegge la statua equestre di Luigi XIV. Non molto lontano da lì, una donna di trentasei anni, né bella né brutta, chiede la carità ai passanti. Vedova di un operaio pasticciere, la poveretta è senza lavoro. De Sade le fa segno di avvicinarsi. Dopo un attimo d’esitazione, la donna obbedisce. Sorridendo il passante promette di darle uno scudo se accetta di seguirlo. La donna protesta : è una donna per bene. E’ allora la volta di Sade di fare il sorpreso : tutto ciò che vuole da lei è che venga a rigovernargli la stanza. Rassicurata dall’afferma­zione e dall’aria sincera del suo interlocutore,

Rose Keller accetta la proposta. Dopo un lungo viaggio in carrozza, i due arrivano finalmente ad Arcueil. Durante tutto il viaggio de Sade non ha detto una parola, dando l’impressione di sonnecchiare.

Entrati in « casa », Rose è invitata a salire in una camera semibuia al primo piano. Resta per ben un’ora da sola, prima di veder comparire di nuovo il marchese, con una candela accesa in mano. Con tono estremamente riguardoso, egli dice allora alla donna : « Amica mia, vi prego, scendete. » Giunti al pian terreno i due entrano in una specie di stanzino completamente buio. Il tono del marchese a questo punto cambia : « Spogliatevi », ordina seccamente a Rose Keller. La poveretta rifiuta, affermando di essere venuta solo per mettere a posto una camera. De Sade s’infuria : « Se ti rifiuti, ti uccido. » Tremando, la donna si toglie i vestiti, tenendosi tuttavia la camicia. « Anche quella », ordina il marchese. « Piut­tosto morta », risponde Rose con un fil di voce. De Sade allora si butta su di lei e le strappa di dosso l’ultimo riparo della sua nudità.

Rose viene spinta brutalmente in una camera dove si intravvede solo nell’oscurità un canapè rosso. Prima ancora che la donna abbia avuto il tempo di fare un sol gesto, è gettata con la pancia in giù su quella specie di letto, mentre le sue braccia e i suoi piedi vengono legati ai quattro piedi del letto. Un cuscino le vien messo sulla nuca. De Sade sembra prepararsi a celebrare una cerimonia sacra : si toglie lentamente prima la giacca e poi la camicia, si mette un gilè senza maniche, e si avvolge intorno alla testa un gran fazzoletto bianco. Poi, prova la flessi­bilità di una verga e si mette a frustare Rose. La donna urla. De Sade minaccia di ucciderla con le sue mani. Rose allora si mette a gemere : non vuole morire « senza aver fatto pasqua ».

« Poche storie — risponde il marchese — ti confesserò io stesso. » Poi, con infinita dolcezza, spalma della pomata lenitiva sulle piaghe provocate dalle frustate.

Il supplizio ricomincia : ora con la verga, ora con una sferza formata da corde annodate. I gridolini d’estasi lanciati dal marchese all’inizio della flagel­lazione hanno lasciato il posto a una sorta di ruggiti che, improvvisamente, si esauriscono in un rantolo : il marchese ha raggiunto il compimento totale del piacere, l’orgasmo.

Sfinito, parlando con una voce che sembra venire da un altro mondo, libera la sua vittima con gesti incredibilmente dolci; sparisce per un attimo e ritorna con un piccolo flacone contenente acquavite. Poi, dice a Rose Keller che strofinando sulle piaghe il contenuto del flacone, entro un’ora le ferite saranno scomparse. L’alcool cosparso sulle piaghe strappa alla paziente nuove urla di dolore. Comunque sia, Rose riesce in qualche modo a rivestirsi. Cortese, quasi premuroso, de Sade la invita allora a mangiare il pasto che le ha portato : bollito, pane e vino spe­ciale. Poi la riaccompagna nella stanza del primo piano in cui era stata rinchiusa al suo arrivo nella « villetta ». Il marchese le raccomanda di non affac­ciarsi alla finestra. Quindi, se ne va. Rose Keller da quel momento non pensa che a una cosa ; fuggire. Così, legando insieme le due coperte del letto riesce a fabbricare una corda di fortuna. Fortunatamente la finestra che dĂ  sul giardino è chiusa con un cattivo catenaccio : un coltello, che è rimasto sul comò, è sufficiente a farlo saltare. Dopo aver sistemato la corda, Rose Keller si lascia scivolare nel giardino e scavalca il muro di cinta appoggiandosi a un pergo­lato. E’ libera. Invano il domestico di de Sade le grida di ritornare per ricevere il compenso pattuito : Rose continua a correre senza fermarsi un solo istante. A un certo punto si imbatte in una donna di nome Sixdeniers, cui narra la sua disavventura. La notizia si diffonde colla velocitĂ  del fulmine : c’è giĂ  chi dice che una donna di Parigi ha visto in faccia il demonio. La gente in genere le crede, ma non sulla parola : dovrĂ  nuovamente svestirsi per provare che non racconta storie. Gli uomini soprat­tutto si mostreranno increduli…

(omissis)

Ai primi di gennaio del 1780, in risposta a un biglietto del cavalier don Quiros (è così che egli chiama il fedele domestico La Jeunesse), de Sade scrive una lettera incendiaria. In quelle righe il marchese non sfoga solo tutto il suo rancore personale, ma sferra un vero e proprio attacco contro l’ordine costituito. Coloro che, coi loro scritti, hanno prepa­rato il terreno su cui doveva sorgere la Rivoluzione francese, sono stati raramente così violenti : « Le mie pene e le mie sofferenze, Monsieur Quiros, si accor­ciano e, grazie alla benevolenza e alla protezione di Sua Eccellenza Madame de Montreuil, spero di potervi salutare di persona fra cinque anni a partire da dopodomani. Viva la reputazione, signor Quiros! Se la mia funesta stella avesse voluto legare la mia sorte a quella di un’altra famiglia, ne avrei avuto per una vita intera, perchĂ© come sapete, mio caro Quiros, in Francia non si può mancare impunemente di rispetto a una puttana. Si può parlar male del governo, del Re, della religione : tutta roba senza conseguenze. Ma una puttana, caro Quiros, perdio!, una puttana bisogna stare attenti a non offenderla, perchĂ© subito arrivano i vari Sartine, Maupeou o Montreuil, paladini dei bordelli, a difendere la puttana e a sbattere senza esitazioni un gentiluomo in carcere per dodici o quindici anni per una puttana. Non c’è niente, poi, di bello che si possa paragonare alla poli­zia francese… Se avete una sorella, una nipote o una figlia, caro Quiros, consigliatele di fare la put­tana : la sfido a trovare un mestiere migliore…

« La prigione è l’unico rimedio che conosciamo in Francia; ne consegue che la prigione deve andare per forza sempre bene, e poichĂ© la prigione va bene, bisogna adoperarla in ogni caso… la prigione è la migliore istituzione della monarchia. »

Essendo venuto alle mani con un guardiano, de Sade non ha più diritto alla passeggiata quoti­diana. Questa punizione ha una conseguenza impre­vista. Non si sa bene perché, de Sade accusa delle sue disgrazie il più illustre dei suoi compagni di prigionia, Mirabeau. Rimproverandolo di essere il colpevole della punizione infertagli, il marchese lo apostrofa in questi termini : « Sei la puttana del comandante; vai a leccare il sedere del tuo protettore! Dimmi il tuo nome, se hai il coraggio, pezzo di caro­gna, che ti sistemo io quando esco! »

Al che Mirabeau risponde infuriato : « Il mio nome è quello di un uomo d’onore, che non ha mai fatto a pezzi o avvelenato delle donne! »

Alla rabbia che gli provoca una prigionia di cui ignora la durata, si aggiunge per il marchese un altro motivo di inquietudine : gli occhi lo fanno soffrire tremendamente. D’altra parte, è divenuto obeso e gli cadono i capelli : non ha che 40 anni, ma, dice, « comincio a poco a poco a prendere il colore di un cadavere ».

Molte delle sue lettere alla moglie non arrivano a destinazione perchĂ©, inorridite da ciò che leggono, le autoritĂ  di Vincennes le trattengono. Ad esempio, scrive : « Buonasera, andate ad addentare il vostro buon Dio e ad assassinare i vostri genitori. Io, da parte mia, vado a farmi in… are e sono profonda­mente convinto di essere meno sporco di voi. »

Le autorità carcerarie si rifiutano di passargli un esemplare delle Confessions di Rousseau ? Egli apostrofa con durezza i suoi carcerieri, ma al tempo stesso svela il fondo del suo pensiero : « Jean-Jacques è per me quello che è per voi una Imitation de Jésus-Christ. La morale e la religione di Rousseau sono cose molto serie per me e le leggo quando voglio rendermi migliore. Se non volete che diventi migliore, ditelo chiaro e tondo!

« Avete pensato, lo scommetto, di aver fatto una cosa egregia, costringendomi a un’atroce astinenza per quanto riguarda i peccati carnali. Ebbene, vi siete sbagliati : l’unico risultato che avete ottenuto è quello di eccitarmi maggiormente, così che mi sono riempito la testa di nuovi fantasmi che prima o poi dovrò realizzare. Se avessi ricevuto l’incarico di guarire il numero 6 (si tratta dello stesso de Sade, 6 è il numero della sua cella), avrei agito in modo del tutto diverso : invece di imprigionarlo insieme a una banda di invertiti,

lo avrei rinchiuso con delle ragazze. Il numero 6 allora, in mezzo a un serraglio, sarebbe divenuto l’amico delle donne e avrebbe compreso e provato che niente è più bello e più grande del sesso, e che senza il sesso non c’è possibilità di salvezza. Unica­mente preoccupato di servire le donne e di soddi­sfare i loro delicati desideri, il numero 6 avrebbe finito per sacrificare i propri. L’abitudine di soddi­sfare solo gli appetiti leciti, lo avrebbe portato a superare quelle tendenze che gli impedivano di piacere. Tutto sarebbe finito nel migliore dei modi possibili : ecco come dal vizio, e tramite il vizio, l’avrei riportato alla virtù! Perché, ancora una volta, per un animo corrotto un vizio moderato è una virtù. »

Così, in quella testa ancor più affollata di fan­tasmi in quanto il corpo è privato del nutrimento del piacere, si va disegnando l’opera che farà passare il nome di de Sade alla posterità.

Ormai quest’opera, e solo quest’opera, occupa la sua mente. PiĂą volte la moglie è venuta a trovarlo, ma il marchese le ha fatto delle scenate spaventose — accusandola sia di avere un amante, sia di essere responsabile della sua prigionia — tanto che le visite sono state proibite. Allora, de Sade la ingiuria per lettera : « Mi avete mentito in modo abominevole… in due parole, siete un’imbecille, che si fa menare per il naso e coloro che vi menano sono dei mostri, che meriterebbero di essere impiccati e, in piĂą, di essere lasciati sulla forca sinchĂ© i corvi non li abbiano divorati. Possiate, voi, la vostra famiglia schifosa e tutti i vostri servi volgari, essere chiusi in un sacco e gettati in fondo al mare! Poi, che qualcuno venga subito a informarmi e giuro di fronte al cielo che in quel momento vivrò gli attimi piĂą felici della mia vita. Con ciò, Madame, vi invio i miei saluti e i miei auguri, nei quali la Rousset (la sua amante del momento. N.d.r.) è naturalmente compresa, dalla testa ai piedi. »

Qualche giorno dopo — sempre in una lettera alla marchesa — de Sade fa l’apologia di se stesso : « Sì, sono un libertino : ho studiato tutto ciò che si può concepire in questo campo, ma non c’è dubbio che ho immaginato e sicuramente non lo potrò mai fare. Sono un libertino, ma non sono un cri­minale e tanto meno un assassino.

» Sono un libertino, ma non ho mai compromesso la salute di mia moglie. »

(omissis)

Il 13 marzo 1790 l’Assemblea Costituente approva un decreto relativo alle ordinanze reali : tutti coloro che giacciono in carcere senza essere stati regolar­mente processati, condannati o riconosciuti pazzi, dovranno essere liberati entro sei settimane.

Il marchese viene a sapere di questo decreto tramite i figli, Louis-Marie e Donatien-Claude, venuti a rendergli visita. In un primo momento, però, de Sade non sembra rendersi conto dell’importanza del decreto stesso.

Eppure, il 2 aprile del 1790 — un Venerdì Santo — de Sade esce da Charenton : non ha un soldo in tasca e porta una vecchia e brutta giacca di stoffa di lana nera. L’obesità che gli ha deformato il fisico è tale che si può dire che il marchese sia malato.

Dove andare ? Un vecchio amico gli offre un tetto, qualcosa da mangiare e un viatico di sei luigi.

Incredibile : la marchesa, rifugiatasi nel convento di Sainte-Aure (è tornata a Parigi da La Coste), si rifiuta di ricevere il marito. Ha preso una decisione definitiva : intende separarsi da lui. Ora che de Sade è libero, la marchesa ritiene di aver adempiuto sino in fondo ai suoi doveri di moglie. Il marchese non deve chiederle di più : le ingiurie che il marito le ha elargito per anni hanno finito per far saltare i nervi a Renée. E’ dunque questo, segnato dalla vecchiaia e deformato dall’obesità, l’uomo affascinante che durante le serate luciferine di La Coste, l’aveva soggiogata ? L’amore è morto e con esso la tentazione.

Quando il marchese scrive alla zia, Gabrielle-Eléonore, badessa di Saint-Benoit, raccontandole i suoi « violenti dispiaceri », non si capisce se si riferisca alla separazione dalla moglie o alla perdita dei suoi manoscritti.

De Sade, però, trova un’altra cosa per cui esaltarsi e, una volta tanto, non si tratta di un amore, maschile o femminile, ma della Rivoluzione. Ecco come egli esprime il suo entusiasmo in una lettera all’amico avvocato Reinaud, di Aix-en-Provence : « Mi chiedete notizie sugli sviluppi della situazione. La più importante oggi è la proibizione posta dall’Assemblea al Re di decidere sulla pace e sulla guerra. Ah, è da molto tempo che dicevo tra di me che questa bella e dolce nazione, che aveva arrostito sulla graticola le natiche del maréchal d’Ancre (L’avventuriero fiorentino Concini, detto maréchal d’Ancre, esercitò una grande influenza su Maria de’ Medici. Contro la sua avidità e incapacità si sollevarono molti alti cortigiani. Fu arrestato da Luigi XIII e ucciso inseguito (1617). (n.d.t.), aspettava solo un’occasione propizia per elettrizzarsi e per dimostrare che, costretta a vivere in mezzo alle crudeltà e al fanatismo, sarebbe tornata al suo tono naturale non appena se ne fosse presentata la possibilità! »

Il 9 giugno 1790, il tribunale di Parigi pronuncia la sentenza di « separazione dei corpi e del domicilio » fra il marchese e su^ moglie. Per colmo di disgrazia, de Sade deve rimborsare le trecentomila lire ricevute in dote. Renée, che decisamente sente di non aver più nessun legame con de Sade, lo avvisa : « Se vuol fare uno scandalo, è padrone di farlo. Dirò solo quello che mi costringerà a dire per giustificarmi, ma lo dirò, se mi costringerà a farlo! » Per passare il tempo — e per riscattarsi — perché, se la Rivoluzione ha abolito l’Ancien Régime, non ha dato certo per questo una nuova verginità alla reputazione del marchese, de Sade si fa rilasciare un certificato di « cittadino attivo della sezione di Place Vendôme » (che diverrà la sezione « des Piques »). Il 14 luglio del 1790, assiste alla festa nazionale e siccome piove a dirotto, ne trae la conclusione che « Dio è un aristocratico ».

Le cose non sembrano mettersi troppo male, tanto che il Théàtre-Italien — che per dir la verità è a corto di nuovi talenti — mette in scena un atto unico di de Sade : « Le Suborneur ». Ma la Comédie-Frangaise respinge « Le Boudoir ou le Mari crèdule ». L’amarezza provocata da questo insuccesso può forse spiegare il modo singolare in cui paria della figlia, Marie-Laure, in una lettera a Gaufridy : « Vi assicuro che mia figlia è proprio brutta come ve l’ho descritta. Da allora l’ho rivista tre o quattro volte, l’ho esaminata attenta­mente e vi assicuro che, tanto dal punto di vista fisico che spirituale, è semplicemente una brava contadinaccia. Rimane con la madre che, in verità, non le comunica né belle maniere, né intelligenza. Del resto, va benissimo così per quello che deve diventare : perché, che cosa si può fare d’altro ai nostri giorni? »

Il cuore di de Sade, nonostante gli avvenimenti tumultuosi dell’epoca, conosce nuove passioni : dopo una relazione con la « Presidente » de Fleurie, che « lo colma di attenzioni », il marchese si innamora di una giovane che sarà per lui come un sole venuto ad illuminare i suoi ultimi anni di vita. Si tratta di un’attrice, Marie-Constance Quesnet, che il marito aveva abbandonato, lasciandole un figlio a carico. Finalmente, per de Sade è arrivata la felicità? Sembrerebbe di si, se si pensa che proprio in quel periodo la Comédie- Française acquista un’altra commedia del marchese, « Le

Misanthrope par amour ou Sophie ». Ma questa commedia — del resto abbastanza mediocre — non verrà mai rappresentata.

Quest’incidente — che in altri tempi avrebbe gettato il marchese nella disperazione — lo lascia del tutto indiffe­rente. La sua unica preoccupazione sembra essere quella di sistemarsi con Marie-Constance. Hanno trovato una casetta in rue Neuve-des-Mathurins.

Per descrivere la felicità raggiunta, l’ex prigioniero della Bastiglia si paragona « a un grasso curato di campagna nel suo presbiterio ».

I soldi ? II marchese non se ne preoccupa, perché, a forza di suppliche, ha convinto l’affittuario di La Coste ad antici­pargli quindicimila lire. Chi dei due ha fatto il furbo in quest’affare? Audibert, schieratosi in tempo con la Rivo­luzione, spera, se non riesce a recuperare il suo denaro, di impadronirsi delle terre del « signore ». De Sade, da parte sua, parla « dell’intenzione dei nostri legislatori di conservare a ognuno la sua proprietà privata ».

Dunque, il marchese e Marie-Constance si sistemano. La loro sarà una felicità quasi senza nuvole, perché de Sade l’amerà — a suo modo — sino alla fine dei suoi giorni, tanto che Marie-Constance gli strapperà questa osservazione, apparentemente sincera : « Ah! amico mio, non cercare mai di corrompere la persona che ami : la cosa può prendere una piega che non si può prevedere. »

Oltre all’amore, però, il resto non va troppo bene. Il marchese contava di ottenere la notorietà, se non la celebrità, grazie a una commedia, « Le Prévaricateur ou le Magistrat du temps passé ». Ma, ahimè, la Comédie-Française respinge l’opera e l’autore si vede così sfumare « tutti i soldi che avrebbe potuto intascare sulle rappresentazioni della commedia in tutta la Francia ».

Di fronte a queste delusioni, de Sade può godersi però una piccola consolazione : la morte di Mirabeau che, dopo lo scambio di battute avvenuto a Vincennes, era divenuto la bestia nera del marchese. Mai dei funerali sono stati descritti con tanta gioia : « Il liberatore è stato sepolto ieri alle 7 di sera, o meglio deposto provvisoriamente, nella parrocchia di Saint-Eustache, per essere portato e inumato in seguito a Sainte-Geneviève, che reclama il suo corpo in quanto patrona di Parigi. E’ giusto che alla patrona spetti il libera­tore. Il corteo era superbo : tutte le campane di Parigi suona­vano. Prima il liberatore era stato aperto per verificare se ci fossero tracce di veleno nelle sue viscere e dalla folla impres­sionante che era rimasta immobile davanti alla sua porta da quando era morto, le autorità avevano tratto a caso dodici uomini del popolo per assistere a questa autopsia. I bravi Parigini, ben contenti di constatare che il liberatore era morto per conto suo, non minacciavano più di uccidere tutti gli aristocratici che avevano sospettato di essere responsabili di quella tremenda disgrazia. »

De Sade non si sente affatto a suo agio nell’atmosfera rivo­luzionaria. In realtà, ciò che veramente ha apprezzato nella Rivoluzione, è che grazie ai disordini che ha provocato, egli è riuscito a uscire da Charenton. Ma, al di là di questo, come potrebbe lui, aristocratico sino alla punta delle dita, accettare interamente il nuovo ordine instaurato? Ecco, infatti, cosa scrive quando, il 22 maggio 1791, viene a sapere che sua zia di Villeneuve è stata arrestata dai rivoluzionari : « Ecco, in verità, un crimine abominevole e degno di questi briganti! »

Per quanto la sua indignazione sia viva — almeno sulla carta — de Sade, per ora, cerca di star dietro agli avveni­menti che, a una velocità pazzesca, stanno mutando comple­tamente il volto della Francia. Il 21 giugno del 1791 Parigi apprende che il Re ha lasciato la capitale — è la fuga a Varennes. Il sovrano è immediatamente arrestato in nome dell’Assemblea nazionale.

Quest’arresto segna incontestabilmente una svolta nella vita di de Sade. Il marchese capisce, infatti, che quel giorno è finita per la nobiltà e per i suoi privilegi. Questo spiega tutto il suo atteggiamento durante l’ultimo processo.

(omissis)

Decisamente, non riesce più a stare dietro ai tempi. Se verso la fine del 1797 può per un momento rallegrarsi per la pubblicazione de « La Nouvelle Justine ou les Malheurs de la vertu », proprio in quel periodo, i « cittadini della Provenza » protestano per il fatto che i beni dell’ « ex mar­chese non siano stati ancora posti sotto sequestro ».

Un impiego mal pagato, che de Sade è riuscito ad ottenere al teatro di Versailles, non permette né a lui né alla sua compagna di vivere decentemente. Ma c’è di peggio : nell’aprile del 1798, un giornale letterario, « le Cercle », annuncia la morte di Sade, accompagnando la notizia con il seguente commento : « Solo il nome di quest’infame scrit­tore esala un odore cadaverico che uccide la virtù e ispira orrore : egli è l’autore di « Justine ou les Malheurs de la vertu ». L’animo più perverso, l’immaginazione più bizzarra­mente oscena non potrebbe inventare niente che offenda di più la ragione, il pudore e l’umanità. Quest’opera è pericolosa alla stessa stregua del giornale monarchico « Le Néces­saire », perché se è il coraggio che fonda le Repubbliche, i buoni costumi le conservano, mentre la corruzione dei costumi comporta sempre la rovina degli stati. »

Per l’ennesima volta de Sade — che è letteralmente al verde – vede avvicinarsi l’ombra della prigione. Ciò spiega come mai arrivi al punto di negare di essere l’autore di « Justine » in una lettera di risposta al « Cercle » : « E’ falso che io sia l’autore di « Justine ». Se a dirlo non fosse uno stupido come te, mi darei forse la pena di provarlo, ma ciò che esce dalla tua bocca puzzolente è talmente scemo che confutarlo mi disonorerebbe di piĂą della tua accusa… Abbaia, dunque, raglia, urla, distilla il tuo veleno; l’impossibilitĂ  in cui sei, come il rospo, di sputare piĂą lontano del tuo naso, farĂ  ricadere questo veleno su di te e ti coprirai sempre del fango con cui hai voluto sporcare gli altri. »

Il problema ormai non è piĂą nemmeno di vivere, ma di sopravvivere. De Sade è senza soldi e sospettato dalle auto­ritĂ . Vive con gli aiuti parsimoniosamente datigli da amici, che obbediscono piĂą al desiderio di liberarsi della sua insi­stenza che a un senso di solidarietĂ . Questa situazione spiega l’appello patetico che il marchese rivolge al povero Gaufridy, che non può fare nulla : « In nome di Dio, cambiate atteggia­mento nei miei confronti e cercate in ogni modo di procurarmi dei soldi, perchĂ© muoio letteralmente di fame, non ho piĂą niente e sono costretto a compiere ogni sorta di bassezze per procurarmi da vivere… Fremete, vergognatevi di vedermi ridotto in questo stato per colpa della vostra lentezza! Ebbene, amico mio, mio caro avvocato… sono stato costretto ad andare a spogliare la camera di mio figlio, per venderne i mobili e gli altri oggetti, perchĂ© non avevo piĂą pane! Ho rubato a mio figlio! »

Le cose forse potrebbero accomodarsi — almeno in parte — ma ecco che Bonaparte arriva al po­tere col titolo, allora ancora modesto, di Primo console.

Il 18 agosto del 1800 la polizia sequestra in una stamperia più o meno clandestina un’edizione di Justine. Il fatto è che, dopo il periodo di tolleranza che c’era stato durante il Direttorio, la moralità dei costumi è tornata all’ordine del giorno. Ma, in linea di principio, la cosa non avrebbe potuto provocare serie conseguenze, se non fosse che la polizia scopre che quest’edizione contiene delle incisioni decisa­mente oscene, che vengono inserite fra le pagine del libro da operaie quattordicenni. De Sade era al corrente? L’editore ha agito a sua insaputa? Non lo si saprà mai.

Comunque, il 6 marzo 1801 la polizia fa irruzione nel misero alloggio che l’ex marchese occupa insieme a Marie-Constance Quesnet in una stradina di Saint- Ouen. Si direbbe che de Sade non abbia del tutto abbandonato le sue « manie », se è vero che la polizia scopre a casa sua una specie di gabinetto segreto

in realtà una piccola alcova, piena di statuette di gesso licenziose e tappeti « che raffigurano soggetti molto osceni ».

Ancora una volta — e, in verità, per l’ultima volta de Sade finirà in prigione. Non ci sarà processo, né sentenza. Ma il marchese ci metterà ancora 14 anni per morire.

La perquisizione del 6 marzo 1801 aveva lasciato il prefetto di Parigi nell’incertezza. Che fare, in definitiva, di de Sade? Processarlo in quanto nobile, accusandolo di essere compromesso col vecchio regime? Bonaparte è troppo desideroso di conciliarsi le grazie della nobiltà per tollerare una cosa simile. Accusarlo di tenere a casa sua delle immagini licen­ziose? Ma non aveva forse tutti i diritti di farlo, e a che titolo condannarlo, dato che non c’era « espo­sizione pubblica »? Rinfacciargli di aver scritto libri osceni? A quell’epoca libri del genere spuntavano continuamente e con sempre maggior successo a Parigi.

Tuttavia, dopo averne parlato ripetutamente col ministro di Polizia, Dubois decide di non arrestare de Sade, dato che mancano i motivi validi per farlo, ma di « depositarlo » semplicemente a Sainte-Pélagie, che durante la Rivoluzione da convento per giovani peccatrici pentite si era trasformato in prigione. Motivo ufficiale della detenzione : « punizione ammi­nistrativa per aver scritto l’infame romanzo Justine e un’opera ancor più indecente intitolata Juliette »

« Justine », effettivamente, è una « Summa » del sadismo (molto più di « Juliette », opera più pesante e complessa). Violentata all’età dì 16 anni, Justine è scacciata dal castello in cui aveva trovato un posto, per essersi rifiutata di avvele­nare la zia del padrone, conte di Bressac. Raccolta dal chirurgo Rodin, che perfeziona a forza la sua educazione sentimentale, Justine è di nuovo scacciata per aver impedito a Rodin di sezionare viva la figlia. Dopo essere stata il trastullo di quattro monaci lussuriosi, Justine cade in mano al duca di Guerlande, il cui maggior piacere è quello di « succhiarle il sangue ». Poi, divenuta più o meno l’eminenza grigia di una banda di malfattori, dopo essere sfuggita alla cupidigia di un vescovo, che era solito tagliar la testa delle ragazze dopo averle possedute, Justine, finalmente riabilitata, salvata dall’amante della sorella, morirà, innocente come un angelo, durante un temporale.

Ciò che scandalizza i censori dell’epoca non è tanto la descrizione — al tempo stesso cruda e raffinata — di scene di orgia e di violenza, ma il tema centrale dell’opera : Justine è stata disonorata da nobili e da membri del clero. Si tratta dunque di un attacco ai due ordini sociali che, dopo essere stati i bastioni più solidi della monarchia, dovevano ritornare ad essere il sostegno del Primo Impero. Inoltre, Justine costi­tuisce uno degli attacchi più violenti mai sferrati alla concezione cristiana della natura umana. De Sade, infatti, mostra il trionfo del Male in tutta la sua velenosa sontuosità e, in ultima analisi, fa del Demo­nio il solo ed autentico principio dell’universo. Siamo lontani dall’Essere supremo, fonte unica di Bene, esaltato da Saint-Just e da Robespierre; e ancor più lontani siamo da quella religione di cui Napoleone sentirà il bisogno, in quanto garante dell’ordine sociale.

Il nuovo padrone della Francia — che ha sfogliato frettolosamente le circa 3 600 pagine del manoscritto di Justine — si è limitato a fare questo commento : « Ho sfogliato il libro più abominevole che un’imma­ginazione bacata abbia mai prodotto; è un romanzo che, già al tempo della Convenzione, aveva talmente scandalizzato la morale pubblica, che l’autore fu per questo motivo imprigionato. »

De Sade, da parte sua, non riesce a capire perchĂ© lo abbiano rinchiuso a Sainte-PĂ©lagie. Che altro fare, se non protestare presso il ministro della Giustizia : « L’innocenza perseguitata non può rivolgersi che a voi per ottenere aiuto. In quanto capo supremo della magistratura francese, è a voi, e solo a voi, che spetta di far eseguire le leggi e di provvedere ad eliminare ogni arbitrio odioso che queste leggi mina e sovverte… come si spiega dunque quest’arbitraria parzialitĂ  che spezza le catene del colpevole e opprime l’innocente ?… In una parola voglio essere giudicato o liberato. Ho il diritto di parlare così. Le mie disgrazie e le leggi me lo danno. »

Ma ecco che i vecchi vizi, mai del tutto vinti, rispuntano. Alcuni « giovani scapestrati » sono stati rinchiusi a Sainte-Pélagie; de Sade cerca di abusare di uno di loro. Misero tentativo, anche perché, a quel­l’epoca, de Sade è fisicamente più o meno come lo descrive Charles Nodier nei suoi Souvenirs: « In un primo momento notai in lui solo un’enorme obesità che intralciava i suoi movimenti e gli impediva di mostrare quel poco di grazia e di eleganza, che ancora si rintracciava nelle sue maniere e nel linguaggio. Gli occhi stanchi conservavano, tuttavia, uno strano lampo di luce e di raffinatezza, che si accendeva di tanto in tanto, come una favilla morente su un pezzo di carbone spento. »

Lo scandalo provocato dalla storia dei « giovani traviati » è tale che l’ex marchese viene immediata­mente trasferito a Bicêtre, una prigione che tutti chiamavano « la Bastiglia della canaglia ».

Il prigioniero ci rimarrà per poco perché, il 15 aprile del 1803, viene rinchiuso a Charenton, una casa di cura, in cui sono ricoverati tanto i vecchi che i matti. L’ex-marchesa de Sade e i figli di de Sade — certi ormai che questa volta il marchese non uscirà più — accettano di pagare una pensione di trecento franchi all’anno. Solo Marie-Constance Quesnet si impieto­sisce per la sorte che attende il suo vecchio amico e, in una lettera scritta con mano inesperta, supplica le autorità di liberare il marchese :

« Il citato de Sade supplica che gli sia accordata la libertĂ , di cui è privato da tre anni sulla base di semplici sospetti. Egli vi chiede giustizia; è detenuto nella casa di cura di Charenton. Vi supplico, cittadino Giudice, di informarvi di questa faccenda; vi con­quisterete l’eterna gratitudine di colei che (…) e con rispetto.

« Quesnet. »

BenchĂ© sia notoriamente un vulcano di idee quando si tratta di tenere qualcuno in carcere, FouchĂ©, ministro di Polizia, è perplesso sul caso del marchese. Il fatto è che FouchĂ© ha sempre apprezzato fin troppo le delizie del libertinaggio e non può quindi fare a meno di provare una certa simpatia per il detenuto. Ma il prefetto Dubois su questo punto è inflessibile : per lui, « Sade è un uomo incorreggibile… in uno stato di perpetua demenza libertina, dal carattere ribelle ad ogni sottomissione… è dunque decisamente il caso di lasciarlo a Charenton, dove la famiglia paga la pensione e dove, per salvare il suo onore, la famiglia stessa desidera che resti. »

Dubois, decisamente, tiene d’occhio il prigioniero. Così, quando viene a sapere che il giorno di Pasqua del 1805 de Sade — che probabilmente aveva trovato la cosa divertente — aveva distribuito il pane bene­detto e raccolto l’elemosina nella chiesa di Charenton- Saint-Maurice, ammonisce severamente il direttore della casa di cura, de Coulmier : « Come mai non avete pensato che la sola presenza di un uomo come de Sade poteva ispirare un senso di orrore e creare disagio fra la folla ? La vostra incredibile indulgenza nei confronti del marchese de Sade mi sorprende tanto più, in quanto voi stesso vi siete lamentato tante volte del suo comportamento e soprattutto della sua insubordinazione. Vi ricordo gli ordini che vi sono stati impartiti al riguardo e vi invito a eseguirli alla lettera. »

In quella situazione disgraziata in cui è ridotto colui che era stato il marchese de Sade, una sola persona gli rimane fedele fino all’ultimo, Marie-Constance. Quale sortilegio lega ancora fra di loro il vecchio de Sade, ormai impotente, e l’amica ancor giovane ? Nei suoi Cahiers personnels, de Sade scrive : « Rimproveravo un giorno alla mia amica di non tener conto dei miei desideri, relativamente a qualcosa che mi offriva e che io non volevo piĂą… » « Avete torto mi rispose — di rimproverarmi di non tener conto dei vostri desideri; ciò che è certo, è che non dimen­ticherò mai quanto mi amavate. »

Nonostante sia sottoposto a un regime decisamente poco severo, de Sade smania e chiede il permesso « di uscire due volte la settimana ». La risposta di FouchĂ© è brutale : « Sade, ex marchese, invia una petizione per ottenere il permesso di uscire due volte la settimana per dedicarsi ai suoi affari, col pegno della sua parola d’onore di non dormire mai fuori e di utilizzare la concessione solo in casi straordinari… L’ex marchese è fin troppo conosciuto, come fin troppo conosciute sono le sue “imprese”, perchĂ© sia necessario parlarne. E’ giĂ  fin troppo che Sade goda di una sorta di libertĂ  all’ interno della casa di cura, ma se lo lasciassimo uscire, la cosa potrebbe provocare scandalo. »

Il tempo passa… Pieno di dolori, tanto che si muove con sempre maggior difficoltĂ , de Sade scrive. Porta a termine, tra l’altro, L’histoire d’Emilie, che gli è costata « tredici mesi e venti giorni di lavoro ». Sono ben 72 quaderni manoscritti, che portano un titolo interminabile : Les JournĂ©es de Florbelle ou la Nature dĂ©voilĂ©e suivies des MĂ©moires de l’abbĂ© de Modose et des Aventures d’Emilie de Volnange, servant de preuves aux assertions.

(omissis)

Quando, il 5 giugno 1807, per l’ennesima volta, la polizia di Fouché perquisisce la camera di de Sade, scopre con orrore gli scritti del prigioniero. Dopo averli letti, le autorità giudicano che questi scritti sono « ributtanti » e che « costituiscono un insieme incredibile di oscenità, di bestemmie e di scellera­tezze ».

Viene così distrutto, probabilmente bruciato, il manoscritto delle Journées de Forbelle. Solo il piano generale dell’opera arriverà sino a noi.

Benché le sofferenze non gli siano certo risparmiate, de Sade vive ormai in un mondo tutto suo. In quel lugubre ospizio, il marchese ha messo in piedi una « compagnia » teatrale i cui attori sono tutti dei pazzi. De Sade pensa forse così di conquistare nel mondo degli alienati quel successo che gli è stato rifiutato sulle scene parigine.

Di questo teatro allucinante nessuno parlerĂ  con maggior ingenuitĂ , e apparentemente senza capirne nulla, del medico primario di Charenton, Antoine- Athanase Boyer-Collar che, impressionato da ciò che ha visto, scrive a FouchĂ© : « Esiste a Charenton un uomo che purtroppo è divenuto celebre per la sua sfacciata immoralitĂ  e la cui presenza in questo ospizio comporta gravissimi inconvenienti : parlo dell’autore dell’infame romanzo Justine. Quest’uomo non è pazzo. Il suo delirio è il delirio del vizio e non è certo in una casa consacrata alla cura dell’alienazione mentale che questo tipo di delirio può essere represso… Qui, il marchese de Sade gode di un’eccessiva libertĂ . Può comunicare con un numero abbastanza elevato di persone dei due sessi, riceverli in camera sua o andarli a trovare… Ma non è tutto. Si è avuta l’impru­denza di mettere in piedi un teatro all’interno dell’ospizio, col pretesto di far recitare i malati, ma senza riflettere sulle funeste conseguenze che un apparato così pieno di sollecitazioni emotive doveva necessariamente produrre sulla loro immaginazione. De Sade è il direttore di questo teatro. E’ lui che sceglie le opere da rappresentare, distribuisce le parti e dirige le prove… Non credo sia necessario descrivere lo scandalo che una cosa del genere provoca inevita­bilmente e i pericoli di ogni tipo che comporta… I malati che sono quotidianamente in contatto con quest’uomo non finiscono per essere influenzati dalla sua profonda corruzione? E la sola idea della sua presenza nell’ospizio non basta forse a colpire l’imma­ginazione anche di quelli che non lo vedono diretta- mente?… Non chiedo che egli venga rimandato a Bicètre, ma non posso far a meno di far presente a Sua Eccellenza che un carcere o una fortezza sareb­bero molto piĂą adatti al caso di quest’uomo che non un ospizio, che si occupa della cura di malati… »

De Sade, ogni tanto, non trascura di chiedere la propria liberazione. Così, il 17 giugno 1809, scrive direttamente a Napoleone : « Il signore de Sade, padre di una famiglia di cui fa parte, per sua consolazione, un figlio che si distingue nell’esercito (l’ex marchese non sa ancora che il figlio Louis-Marie, tenente nel reggimento d’Isembourg, è morto da poco nei pressi di Napoli), vive da nove anni a questa parte una vita di sofferenze, attraverso tre diverse prigioni. E’ settan­tenne, quasi cieco, ha la gotta e soffre di reumatismi al petto e allo stomaco… la veritĂ  di questi fatti lo autorizza a chiedere infine la propria liberazione, assicurando le autoritĂ  che non si pentiranno mai di avergliela concessa. »

Cieco… e quasi settantenne, de Sade lo è effettivamente. Ma, se crediamo a quanto ci dice un medico dell’ospizio, il dottor Ramon, la vita di Charenton non manca di offrirgli qualche distrazione : « Vigeva una morale tutt’altro che rigida, se non addirittura un po’ scollacciata. De Sade, ad esempio, organizza talvolta nella sua camera dei pranzi a cui invita gli attori e le attrici piĂą celebri di Parigi. »

Questi pranzi per buongustai — ricordo di tempi passati — si concludono a volte in modo singolare. Di questo, appunto, parla un pensionante dell’ospizio, Thierry, quando scrive : « Il signore de Sade è stato buono con me, lo riconosco, ma io ho contraccambiato abbondantemente le sue gentilezze facendo tutto ciò che poteva piacergli ed essergli utile. »

Il 7 luglio 1810, muore colei che era stata la marchesa de Sade. Anche Renée era obesa, come il marito. Questi del resto non si fa commuovere per cosi poco e si dà subito da fare per vendere quei pochi beni che gli sono rimasti a La Coste. Ma, ahimè! Il denaro della vendita va a finire in tasca ai due figli ancora vivi del marchese, unici eredi della defunta.

Il destino crudele si abbatte per l’ennesima volta sul capo dell’ex marchese? Sembrerebbe di sì, perché il 18 ottobre del 1810, il ministro degli Interni, Montalivet, stufo degli incidenti che continuano a verificarsi a Charenton, decide di prendere misure radicali :

« Considerando che il signore de Sade, che è stato rinchiuso a Charenton, è afflitto dalla piĂą pericolosa pazzia; che i suoi contatti con gli altri ospiti del­l’ospizio danno adito a pericoli incalcolabili; che i suoi scritti non sono meno insensati delle sue parole e dei suoi atti… il signore de Sade verrĂ  tenuto in un locale completamente isolato, in modo che non possa asso­lutamente avere nessun contatto, nĂ© cogli ospiti interni dell’ospizio, nĂ© ovviamente coll’esterno. Si avrĂ  cura, inoltre, di proibirgli nella maniera piĂą assoluta di usare matite, inchiostro, penne e carta. »

Le istruzioni dei ministro non sono, però, seguite alla lettera dal direttore di Charenton, de Coulmier (è vero che alcuni storici insinuano che quest’ultimo avesse più di una semplice simpatia per il prigioniero), tanto che de Sade, in meno di un mese, scrive un altro romanzo, « Adélaide de Brunswick, princesse de Saxe », opera certamente mediocre e mal scritta, ma che segna un’incredibile « conversione » da parte dell’autore. In effetti, in questo romanzo troviamo un elogio singolare della vita monastica, nell’insieme e in tutti i suoi aspetti, in particolare quello della castità. Leg­giamo, cosi, tra l’altro, l’avventura di un brigante che rinuncia a violentare una giovane, vinto dall’amore che gli ispira la sua preda.

Ma la fama letteraria non sorrise a de Sade finché fu in vita. Ad esempio, la Comédie-Française respinge una sua tragedia, « Jeanne Laisné », mentre un suo romanzo, « la Marquise de Gange », non ha successo.

Intanto la Storia fa il suo corso. Il 3 maggio 1814 Luigi XVIII sale sul trono che Napoleone ha appena abbandonato, andando in esilio all’isola d’Elba. Cambiamento di regime, ma anche cambiamento di uomini, anche nei posti più bassi della gerarchia statale. Coulmier lascia la direzione di Charenton, sostituito da un vecchio avvocato, Roulhac de Maupas Ma se gli uomini cambiano, i dossier restano, e il nuovo direttore monarchico non è più indulgente con de Sade del suo predecessore bonapartista.

E’ vero che il nuovo direttore ordina che si usino nei confronti del prigioniero « tutti i riguardi dovuti alla sua età » (de Sade ha 74 anni), ma chiede al tempo stesso che siano assicurate « la sicurezza e la moralità pubbliche ».

Al vecchio quasi cieco che è divenuto il turbolento marchese, viene fatta una di quelle concessioni, che di solito si fanno ai detenuti che sicuramente finiranno i loro giorni in carcere : gli viene dato un piccolo appartamento, miseramente ammobiliato. La fedele Marie-Constance è praticamente autorizzata a vivere a Charenton. Benché sappia leggere male e abbia anche lei gli occhi malati, Marie legge al vecchio amico le pagine preferite del Don Chisciotte e de la Princesse de Clèves, nonché le favole di La Fontaine e pezzi di Voltaire.

De Sade capisce che la morte si avvicina e detta con una impressionante luciditĂ  le disposizioni per il proprio funerale : « Proibisco assolutamente che il mio corpo venga aperto, per qualsiasi motivo; chiedo nel modo piĂą pressante che sia lasciato per quarantotto ore nella stanza in cui morirò, in una bara di legno che non verrĂ  chiusa prima delle quarantott’ore prescritte, allo scoccare delle quali si provvederĂ  a chiudere la bara. Durante questo periodo, si manderĂ  un espresso al signor Normand, mercante di legname, boulevard de l’EgalitĂ©, nu­mero 101, a Versailles, per pregarlo di venire personal­mente con un carretto a ritirare il mio corpo e a trasportarlo, nel suddetto carretto, sino nelle mie terre di La Maison, presso Epernon, dove voglio che sia sepolto, senza alcuna cerimonia, nel primo boschetto fitto che si trova sulla destra… Monsieur Le Normand potrĂ  farsi accompagnare durante questa cerimonia, se vuole, da quei parenti e amici che, senza alcuna pompositĂ , vorranno darmi quest’ultima prova di attaccamento. Una volta ricoperta la fossa, vi seminerete delle ghiande, in modo che, quando gli alberi saranno cresciuti di nuovo sul terreno che ricopre la suddetta fossa e il boschetto sarĂ  di nuovo fitto come prima, le tracce della mia tomba spariscano dalla faccia della terra, come spero che il mio ricordo si cancelli dalla mente degli uomini, eccetto quei pochi che mi hanno amato sino all’ultimo e dei quali porto nella tomba un dolce ricordo. »

La morte del marchese sarĂ  tanto semplice e discreta, come la sua vita era stata tumultuosa.

Il 2 dicembre 1814 il detenuto riceve la visita del secondo figlio, Donatien-Claude. De Sade respira a fatica. Il medico gli somministra una tisana e una pozione destinate a lottare « contro l’ostruzione polmonare di tipo asmatico » (il che significa che il malato aveva un edema polmonare).

Verso le 22, non sentendo piĂą nessun rumore e « sorpreso da questa calma », il medico entra nella camera : il prigioniero è morto. Finalmente la libertĂ …

Il figlio del marchese dovrà penare non poco per ottenere che una delle disposizioni testamentarie del vecchio padre sia rispettata : niente autopsia. I medici invece sembravano impazienti di scoprire dentro quel corpo consunto i segreti di una vita indemoniata. Ma de Sade verrà sepolto con rito religioso nel cimi­tero dell’ospizio di Charenton, lui, che aveva detto chiaramente, nelle sue ultime disposizioni testamen­tarie, che non voleva saperne del funerale religioso.

Così si concludeva la vita terrena di Donatien- Alphonse-François, marchese de Sade. Era vissuto 74 anni, di cui 29 in prigione. Nessun nome è stato inciso sulla sua tomba. Il figlio ha cercato di distrug­gere tutte le carte « pericolose » lasciate dal padre. Passarono anni prima che i posteri sapessero esatta­mente chi era stato de Sade.

Gli psicanalisti, poi i surrealisti lo avrebbero risco­perto. Perché quest’uomo tante volte giudicato, tante volte condannato, ha iniziato un processo sempre aperto e che non si concluderà mai : il processo all’Uomo. E i posteri resteranno fedeli alla sfida suprema che egli aveva lanciato. Quest’uomo che aveva conosciuto il demonio verrà soprannominato il « Divino marchese ».

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart