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STORIA: Il processo sullo scandalo della collana della Regina (al tempo della regina Maria Antonietta)

2 Aprile 2019

(da “I grandi processi della storia” – edizioni di Crèmille – Ginevra 1971)

(omissis)

Sono le undici (del 15 agosto 1785. Ndr). Il cardinale di Rohan, grande ele­mosiniere di Francia, in sottana di marezzo scarlatto e rocchetto di pizzo bianco, ha già indossato i para­menti sacri. Egli si trova i grandi del regno in attesa nella sala del consiglio. Attende il Re, la Regina, la famiglia reale e i ministri per condurli in grande pompa alla cappella.

Nella galleria degli specchi, nella sala del consiglio, nella camera di rappresentanza, nel gabinetto del pendolo, nel salone dell’occhio di bue e nella cappella, la Corte è riunita al gran completo.

Fuori, un’immensa folla, venuta da Parigi e dalla campagna circostante, aspetta il corteo.

Louis-René-Edouard de Rohan, cardinale della Santa Chiesa Romana, vescovo e principe di Strasburgo, langravio d’Alsazia, grande elemosiniere di Francia, commendatore dell’ordine dello Spirito Santo, preside della Sorbona, è un uomo dotato, moralmente e fisicamente, di grazia e di spirito. Con la sua raffinata cortesia e la sua galanteria da gran signore, egli, meglio di tutti, incarna le qualità del suo secolo, ma anche i difetti.

Nato il 25 dicembre 1734, egli ha dunque cinquant’anni quando scoppia lo scandalo della collana.

Egli appartiene ad una delle più illustri case di Francia che si vuole diretta discendente di Anna di Bretagna, e porta quest’orgoglioso motto sotto un blasone di gole a nove maglie d’oro : « Re non posso, principe non degno, Rohan sono. »

Rinomato per l’amore che porta alla vita facile, ai piaceri e alle belle donne, favorito dalla natura, egli compie una carriera eccezionale, dovuta, come sempre in quel tempo, più alla sua nascita ed al suo nome che ai suoi meriti. A ventisei anni è coadiutore di suo zio, il cardinale Costantino di Rohan, vescovo di Strasburgo; a ventisette fa parte dell’Accademia francese; nel 1772 è a Vienna, in qualità di ambasciatore di Francia, dove sfoggia un fasto e un lusso tali da indisporre nei suoi confronti la madre di Maria Antonietta, l’imperatrice Maria Teresa d’Austria.

Da Vienna l’ambasciatore scrive allora una lettera alla favorita di Luigi XV, Madame du Barry, lettera destinata « al solo Re », nella quale raccomanda al sovrano di diffi­dare della delfina d’Austria « il cui cuore è più austriaco che francese ».

Distratto, Luigi XV smarrirĂ  la lettera che sarĂ  ritrovata e consegnata alla delfina. Da quel giorno Maria Antonietta detesterĂ  Rohan, « quello strano prelato che piace alle donne » e che, secondo una lettera di Maria Teresa, dĂ  a Vienna « pranzi con piccole tavole », « danza e amoreggia », frequenta i balli in maschera e « parte per la caccia in abito laico, sparando in un sol giorno 1328 colpi di fucile… ».

Quando inizia la truffa della collana, Rohan cerca da otto anni di rientrare nelle grazie di Maria Antonietta. GiĂ  nel 1776 ella ha rifiutato di riceverlo in udienza. PiĂą tardi ha cercato di ostacolare la sua nomina a grande elemosiniere, ma Luigi XV aveva promesso a Madame di Marsan, che si era curata della sua educazione e che era cugina di Rohan, di concedere a costui la carica dopo la morte del vecchio cardinale di La Roche-Aymon.

Nemmeno nel 1778 Maria Antonietta ha potuto impedire che Rohan ricevesse il cappello cardinalizio e che nel 1779 succedesse a suo zio nel vescovato di Strasburgo. Per otto anni però, pur assistendo in qualità di grande elemosiniere all’alzarsi del Re, pur officiando in tutte le feste della corte e pur battezzando i figli del sovrano, Rohan non ha mai parlato con la Regina.

Rohan rimpiange questa disgrazia ; gli è costata l’am­basciata di Vienna, nel 1774, dopo la morte di Luigi XV, e gli ha fatto correre il rischio di essere allontanato anche dalla carica di grande elemosiniere. Teme inoltre di vedere la sua carriera terminare lì, nonostante le sue ambizioni. Infatti egli sogna di diventare ministro degli esteri e, magari, primo ministro. Il favore della Regina gli è perciò indispensabile.

Si avvicina l’ora della messa.

Il Re fa chiamare il cardinale.

Entrando negli appartamenti di Sua Maestà, Rohan trova riuniti il Re, la Regina, il guardasigilli Miromesnil e il ministro Breteuil. Sopra un tavolo ci sono diversi foglietti manoscritti, ma Rohan sembra non vederli. Eppure sono d’importanza capitale per lui : sono firmati da un certo Böhmer.

Il 12 luglio 1785, il gioielliere della corona, Böhmer, è venuto a Versailles per portare alla Regina un braccialetto e due orecchini di diamanti, regalo del Re in occasione del battesimo del duca d’Angoulème. Nel congedarsi egli consegna alla dama di compagnia, Madame Campan, un biglietto del suo socio, Bassanges, nel quale si parla del­l’acquisto, da parte della Regina, « della più bella parure di diamanti che esista ».

Maria Antonietta, a quanto sembra, conosce l’esistenza della collana quando riceve questo biglietto. Lo sappiamo da Madame Campan, che fortunatamente ha scritto le sue memorie. Si legge infatti in questo diario che Böhmer aveva fatto diversi tentativi per vendere alla Regina una prezio­sissima collana che riuniva almeno cinque diamanti di dimensioni e di splendore eccezionali.

Altri documenti, che completano le memorie della prima dama d’onore, hanno inoltre rivelato che fin dal mese di dicembre del 1778, data della nascita di Madame Royale, figlia di Luigi XVI e di Maria Antonietta, i gioiellieri avevano riunito i più bei diamanti che si trovavano in commercio per comporne una parure degna di una regina. Fu in quell’epoca che essi presentarono al Re, tramite il primo gentiluomo di servizio, il loro incomparabile gioiello. Colpito dalla bellezza dei diamanti, Luigi XVI avrebbe deciso di offrirlo in regalo alla Regina, ma costei aveva rifiutato un dono di tal prezzo obiettando : « Abbiamo maggior bisogno di un vascello che di un gioiello. »

I gioiellieri, che avevano impegnato una somma favolosa nell’impresa, insistettero accanitamente per ottenere dalla Regina una risposta affermativa.

Böhmer aveva chiesto un’udienza a Maria Antonietta, ma pur gettandosi alle sue ginocchia non era riuscito a farle mutar parere.

PiĂą tardi la Regina, non comprendendo il senso del biglietto che il gioielliere le ha indirizzato, lo brucia senza pensarci due volte, in presenza di Madame Campan.

Tre settimane dopo, essendo il biglietto rimasto senza risposta, Böhmer, in visita da Madame Campan, le ram­menta la faccenda.

« Quando le avete consegnato il nostro biglietto, Sua Maestà non vi ha incaricato di nessuna commissione per noi? » chiede Böhmer.

« A Sua Maestà non piacciono più i diamanti e non ne compererà più in vita sua. Se avrà soldi da spendere preferirà aumentare la sua proprietà di Saint-Cloud. »

« Ma a chi devo dunque rivolgermi per ricevere il denaro dovutomi? »

« Quale denaro, Signor Böhmer? Da tempo noi abbiamo saldato i vostri ultimi conti per la Regina ! »

« Come, Signora, non siete al corrente? Devo forse consi­derare saldato il conto quando sono costretto alla rovina perchè non vengo pagato e mi si deve più di un milione e mezzo di franchi? »

« Siete forse impazzito? Per quale oggetto la Regina può esservi debitrice di una somma così esorbitante? »

« Per la mia collana… »

« Ma come ! Quella collana per la quale avete inutilmente tormentato la Regina per diversi anni? Ma non mi avevate detto di averla venduta al Sultano? »

« E’ stata la Regina ad ordinarmi di rispondere in questo modo a coloro che me ne avrebbero parlato. »

Böhmer spiega allora che la Regina aveva deciso di procurarsi la collana e che l’aveva fatta comperare da « Monsignore il cardinale di Rohan ».

« Siete stato ingannato ; la Regina non ha mai rivolto la parola al cardinale dall’epoca del suo ritorno da Vienna. » « Siete voi in inganno ; essi si vedono in privato e Sua Maestà ha già incaricato Monsignore di Rohan di conse­gnarmi trentamila franchi. »

« E’ stato il cardinale a dirvi tutto questo? »

« In persona. »

Pochi giorni dopo Madame Campan riferisce alla Regina la sua conversazione con Böhmer. Maria Antonietta fa chiamare il gioielliere che accorre da lei.

Il racconto di Böhmer appare cosi stravagante che la mente stupefatta della Regina si perde nel dedalo di una storia, in cui compaiono un grande elemosiniere e una « contessa discendente dei Valois ». Ella sa che i Valois sono senza discendenza, eppure Böhmer è categorico. Alla line chiede al gioielliere di consegnarle per iscritto il « suo strano romanzo ».

Ed ecco il racconto : Böhmer ed il suo socio sostengono di aver pranzato, alcuni mesi prima, con una certa contessa di La Motte-Valois, discendente del Re Enrico II. Questa contessa aveva affermato di essere in ottimi rapporti con la Regina, e per dar credito alle sue parole aveva mostrato ai gioiellieri delle lettere inviatele da Maria Antonietta. Durante la conversazione, nella speranza di realizzare un progetto che gli stava molto a cuore da parecchi anni, Böhmer aveva parlato della collana, promettendo mille luigi a chi gliela avesse fatta vendere. Egli aveva realizzato quella collana chiedendo a un banchiere, M. di Saint-James, un prestito di settecentomila lire parigine. Gli interessi di questa somma e l’immobilizzazione del capitale rappresen­tato dal valore dei cinquecentoquaranta diamanti della collana, avevano messo i gioiellieri in una delicata situa­zione. Ecco perché tentavano di venderla con tutti i mezzi. Per loro questa era forse l’occasione buona. Madame de La Motte aveva promesso loro di esercitare tutta la sua influenza per convincere Maria Antonietta.

Pochi mesi dopo, il 29 dicembre 1784, la contessa si era recata da Böhmer per vedere la collana che aveva definito « meravigliosa ». Il 21 gennaio essa era ritornata, assi­curando che un gran signore sarebbe venuto « quale acqui­rente in nome della Regina ». Böhmer, dalla gioia, aveva offerto alla contessa un gioiello che costei aveva rifiutato. Tre giorni dopo ella era comparsa nuovamente per svelare che il « gran signore » non era altri che il cardinale di Rohan e per chiedere al gioielliere di non dirgli che essa era coinvolta nell’affare.

Lo stesso giorno il cardinale si era recato da Böhmer, aveva ammirato la collana e ne aveva chiesto il prezzo. « Milleseicento lire parigine » (circa trecentocinquantamila- franchi). Il cardinale aveva lasciato detto che egli l’avrebbe acquistata « non per sè, ma per una persona di cui un giorno, col suo permesso, avrebbe forse rivelato il nome ».

Il 29 gennaio il cardinale aveva redatto un contratto di vendita : la collana sarebbe stata consegnata il 1° febbraio. Il primo versamento sarebbe stato effettuato il 1° agosto. Gli altri tre versamenti sarebbero stati dilazionati in due anni. Charles Böhmer e Paul Bassanges avevano firmato questo contratto.

Il 1° febbraio, la collana nel suo cofano era stata conse­gnata dai due gioiellieri al cardinale di Rohan. Questi aveva confidato loro che il gioiello era per la Regina e aveva consegnato il contratto annotato nel margine, dopo ogni articolo, con la scritta : « Approvato » e firmato in basso : « Maria Antonietta di Francia. »

Secondo l’uso, i due gioiellieri avevano ricopiato il contratto « senza nutrire dubbio alcuno riguardo all’auten­ticità della firma ».

Sei mesi dopo, il 1° agosto, il cardinale era tornato da Böhmer per annunciargli che la Regina chiedeva una dilazione. Due giorni dopo Madame de La Motte aveva chiamato Bassanges e gli aveva detto : « Siete stati truffati ; il contratto del cardinale porta una Arma falsa, chiedetegli di pagarvi. »

Böhmer aveva allora incontrato la Regina e le aveva consegnato il biglietto di cui abbiamo già parlato, poi aveva parlato con Madame Campan e aveva in tal modo dato il via allo scandalo.

Madame Campan gli aveva raccomandato di parlare col ministro Breteuil, ma nel suo rapporto Böhmer dice di aver preferito consultare nuovamente il cardinale. Questi, alzando le braccia come per prestare un giuramento, aveva dichiarato : « Vi assicuro che ho trattato direttamente con la Regina e lo affermo alzando il braccio. » A che cosa si può credere se non si crede al giuramento di un cardinale?

Böhmer convinto era ritornato da Rohan col suo banchiere, il signor de Saint-James, davanti al quale il cardinale aveva rinnovato la sua solenne dichiarazione.

Maria Antonietta aveva poi consegnato il rapporto di Böhmer a Luigi XVI. Era contenuto nei foglietti mano­scritti, deposti sul tavolo della stanza in cui il Re aveva invitato Rohan per spiegare la faccenda, quel 15 agosto 1785.

Il cardinale non fa in tempo ad aprire bocca che già il Re parla : « Cugino, avete forse acquistato da Böhmer una collana di diamanti a nome della Regi­na? »

« Sì, Maestà. »

« Dov’è questa collana? »

« Credevo che fosse stata consegnata alla Regina. » « Chi vi ha incaricato di una tale commissione ? »

« La Regina mi ha fatto pervenire una lettera tramite la contessa di La Motte-Valois. Ho creduto di far piacere a Sua Maestà eseguendo le sue istru­zioni. »

Pallida, con le lacrime agli occhi, la Regina è indignata al pensiero che un gran signore possa cre­derla capace di compiere un gesto di quest’impor­tanza di nascosto dal Re. Cosciente però della reputa­zione che si è fatta a Corte per la sua spensieratezza e il suo disprezzo dell’etichetta, Maria Antonietta interviene:

« Come avete potuto credere, Signore, che vi avessi scelto per trattare un tale affare, quando da otto anni non vi rivolgo la parola! »

Rohan a sua volta impallidisce.

« Vedo che sono stato crudelmente ingannato. Pagherò la collana. Non immaginavo nessuna frode… solo mi ha guidato il desiderio di far piacere a Vostra MaestĂ . »

Così dicendo il cardinale estrae dalla tasca un biglietto firmato : Maria Antonietta di Francia, e lo consegna al He.

« Questa non è la scrittura della Regina, osserva Luigi XVI. Come ha potuto un grande elemosiniere di Francia, un principe della casa di Rohan, credere che la Regina firmasse « Maria Antonietta di Fran­cia »? Tutti sanno che una Regina firma col solo nome! »

Il Re presenta al cardinale la copia di una lettera.

« Avete forse scritto una lettera simile a questa? » « Non mi ricordo di averla scritta. »

« E se l’originale portasse la vostra firma ? »

« Se porta la mia firma la lettera è autentica. »

« Spiegatemi dunque tutto questo enigma! Non voglio vedere in voi un colpevole, ma voglio sapere cosa significano tutti questi contatti con Böhmer, tutti questi annunci e questi biglietti. »

Rohan si sente perduto.

Il Re lo osserva, calmo. Miromesnil, amico di Rohan, evita di incontrare il suo sguardo. Breteuil, che lo odia, lo fissa implacabilmente. La Regina tace ma la sua indignazione è grande.

Dopo che Böhmer le aveva consegnato il suo rapporto, la Regina aveva manifestato « la sua infinita pena nel vedere circolare falsi biglietti con la sua firma », ma non riusciva a capire come potesse il cardinale di Rohan trovarsi implicato in questa faccenda.

Ella aveva chiesto a due suoi fedeli, l’abate di Vermond e il ministro barone di Breteuil, di consigliarla. Purtroppo questi due uomini erano i meno adatti a pronunciarsi su questo affare, in quanto erano da tempo nemici giurati del cardinale. Guidati soltanto dalle loro ambizioni e dal loro odio, essi avevano subito immaginato il loro nemico allon­tanato dalla corte, macchiato d’infamia agli occhi dell’intera Europa e definitivamente eliminato dal potere. Vermond sperava forse di diventare grande elemosiniere? Sembra di no, ma poteva agire per conto di terzi ; Breteuil, dai canto suo, vedeva in Rohan un pericoloso rivale. Indipendente­mente dai loro motivi perfidi o personali, i due uomini potevano anche considerare il cardinale pericoloso per la politica del Re, data la sua leggerezza e la sua scarsa intelligenza, e desiderare ad ogni costo il suo allontanamento dal potere.

Il conte di Vergennes, pur pensando alla stessa maniera, avrebbe agito diversamente, come hanno osservato alcuni contemporanei. Infatti nell’interesse di tutti l’affare avrebbe dovuto essere soffocato sul nascere.

Malauguratamente, Breteuil non aveva capito quanto fosse pericoloso coinvolgere il nome della Regina, anche se innocente, in una truffa come questa. Egli aveva consi­gliato una rigida procedura. Maria Antonietta, la sera del 14 agosto, l’aveva pretesa dal Re. Dopo lunghe esitazioni Luigi XVI aveva ceduto e questo sarà uno dei più gravi errori del suo regno.

Prostrato dall’emozione, il cardinale si appoggia al tavolo.

« Sire, sono troppo turbato per rispondere a Vostra MaestĂ  in modo… »

« Riprendetevi, Signor di Rohan e accomodatevi nel mio gabinetto. Là troverete carta, penna e inchiostro; vi prego di scrivere ciò che avete da dirmi. Affinchè voi possiate ritrovare la calma, la Regina ed Io vi lasciamo solo. »

Dopo un quarto d’ora circa, Luigi di Rohan esce dal gabinetto del Re con in mano uno scritto altret­tanto confuso quanto lo erano state le sue risposte.

Nella dichiarazione scritta, Rohan asserisce che Madame de La Motte-Valois lo ha incaricato di acquistare la collana per la Regina.

Secondo alcuni storici, questa è la prima volta che viene pronunciato il nome di Madame de La Motte-Valois. Ma è poco verosimile, in quanto Böhmer ha già testimoniato. Non si capisce perchè avrebbe pronunciato senza esitare il nome di Rohan, tenendo segreto quello della « contessa ».

Il Re. — Dov’è questa Madame de La Motte?

Rohan. — Sire, lo ignoro.

Il Re. — E la collana ? L’avete ?

Rohan. — Sire, è nelle mani di quella donna.

Il Re. — Dove sono i biglietti che la Regina avrebbe scritto e firmato ?

Rohan. — In mio possesso, Sire, ma sono falsi !

Il Re. — Lo credo che sono falsi!

Rohan. — Li consegnerò a Vostra Maestà.

Il Re. — Signore, non posso dispensarmi, in una simile circostanza, dall’apporre i sigilli in casa vostra e assicurarmi della vostra persona. Vi avverto che sarete arrestato.

Rohan. — Ah! Sire, obbedirò sempre agli ordini di Vostra Maestà, ma degnatevi di risparmiarmi il dolore di essere arrestato con indosso i paramenti sacri, e di fronte a tutta la corte.

Il Re. — Così deve essere.

Rohan. — Sire, in ricordo di Madame de Marsan, mia cugina, risparmiatemi questo affronto.

Il Re esita. PotrĂ  questo richiamo a Madame de Marsan, che lo ha educato, farlo cedere? Ma oltre al Re c’è anche Maria Antonietta. Con gli occhi pieni di lacrime, ella fissa il Re, stanca di essere al centro delle calunnie e delle maldicenze della corte e della cittĂ , oggetto di derisione da parte dell’opinione pubblica… Il Re vuole prendere quest’occasione per sistemare le cose una volta per tutte.

«Signora, farò tutto ciò che è in mio potere per consolare i vostri parenti. Desidero che possiate giustificarvi. Faccio quello che devo in qualitĂ  di Re e di marito… »

Nel palazzo la folla aspetta sorpresa : l’ora della cerimonia è passata da molto tempo; i sovrani non appaiono. Fuori, il popolo si spazientisce.

Ad un tratto la porta degli appartamenti del Re si spalanca. Il grande elemosiniere ne oltrepassa la soglia e si dirige verso l’uscita. Il suo volto è pallido come un lenzuolo. Nel momento in cui egli raggiunge « l’occhio di bue », prima di entrare nella grande galleria, il barone di Breteuil appare alla porta della stanza del Re gridando : « Arrestate il cardinale! »

Il duca di Villeroy, capitano della Guardia del corpo, ha un sussulto. A quest’ordine incredibile, un indicibile stupore colpisce i presenti. Breteuil fa un cenno; de Jouffroy, giovane tenente della Guardia, si fa avanti e si pone a fianco del cardinale. Dopo il primo momento di sorpresa, che ha fatto regnare alcuni secondi di interminabile silenzio, si scatena una confusione indescrivibile.

(omissis)

… il 20 agosto Rohan consegna a Vergennes e a Castries un riassunto succinto ma preciso della storia della collana, o perlomeno di quella parte che egli conosce.

Infatti l’istruttoria dimostrerà che Rohan non immaginava nemmeno, in quel momento, quale parte vi avesse inconsapevolmente svolto.

Rohan è convinto — e lo sosterrà per molto tempo — che la collana sia stata consegnata a Maria Antonietta. A quanto pare egli ha sostenuto questa tesi anche durante l’udienza reale che ha preceduto il suo arresto. Certi racconti ci parlano dello « sguardo di disprezzo che gettò alla Regina ». Per confermare queste supposizioni abbiamo una lettera di Maria Antonietta a sua sorella.

Il 7 marzo 1786, la Regina scrive a Maria Cristina, quando giĂ  il processo è incominciato. Parlando di Rohan ella dice : « Vi ricordate dell’audacia che egli mostrò a Vienna; nel processo egli dĂ  prova della stessa insolenza. Mi ha provocata davanti al Re in persona… »

La Regina, dal canto suo, è convinta della malafede del cardinale. Perciò fu lei, fin dall’inizio, ad influenzare Luigi XVI. Prima ancora che i ministri fossero consultati, ella aveva ottenuto dal Re l’arresto di Rohan o, perlomeno, la sua denuncia come sospetto. A suo fratello Giuseppe II ella scrisse :

« La decisione è stata concertata tra il Re e me. »

Per conoscere il suo stato d’animo al momento dell’arresto del cardinale, abbiamo le testimonianze di Madame Campan : « La vidi dopo che fu uscito il barone di Breteuil. La sua agitazione mi fece fremere : « Bisogna — disse — smasche­rare questi odiosi raggiri. Quando la porpora romana ed il titolo di principe servono solo a nascondere un miserabile, un truffatore, bisogna che tutta la Francia e l’Europa lo sappiano. »

Come si vede, i due protagonisti del dramma sono entrambi profondamente convinti. Si accorgeranno del loro errore quando sarà ormai troppo tardi. L’anima dannata dell’affare, la principale e machiavellica colpevole è Madame de La Motte, quella che la polizia del Re deve ora arrestare.

Lo stesso giorno dell’arresto del cardinale, il Re redige l’ordine di arresto nei confronti di Madame de La Motte.

Ma la « contessa » non è a Parigi. Si trova a Bar-le- Duc, dove vive sfarzosamente, invitata dai grandi signori della regione e alternando i halli con i pranzi. Il 17 agosto ella si trova a pranzo nell’abbazia di Clairvaux, per onorare San Bernardo. Indossa un abito stupendo arricchito da magnifici diamanti.

In quel momento appare un certo abate Maury. Egli torna da Parigi portando la notizia : « Il principe cardinale di Rohan… arrestato martedì scorso… si parla di una collana di diamanti comperata in nome della Regina… »

Jeanne de La Motte impallidisce. Un testimone racconta la scena cui ha assistito; si chiama Beugnot ed è un amico di Jeanne : « Appena al corrente della notizia volgo lo sguardo verso Madame de La Motte che ha lasciato cadere il tovagliolo. E’ pallida e immobile. Superato il primo colpo, essa si alza a fatica ed esce dalla stanza… Lascio la tavola per ritrovarla e vedo che ha giĂ  fatto preparare i cavalli : partiamo. »

Beugnot non sa niente del ruolo della contessa, ma teme qualcosa e le consiglia di fuggire in Inghilterra.

« Signore, smettettela di annoiarmi. Non c’entro per niente in questa faccenda. Sono molto irritata contro me stessa per essermi alzata da tavola. »

Arrivato a casa della contessa, Beugnot le consiglia di bruciare tutte le lettere riguardanti i suoi rapporti col cardinale. Jeanne è d’accordo. « Apriamo un grande baule in legno di sandalo — dice Beugnot — pieno di lettere di ogni colore. Avevo una gran fretta di farla finita. »

Beugnot è avvocato. Jeanne ci tiene a fargli leggere certe lettere. Si tratta, almeno si crede, della « corrispondenza amorosa » tra Rohan e Jeanne de Valois. All’alba tutte le lettere sono ormai distrutte.

Appena in tempo. Già l’ispettore Surbois sta arrivando con alcuni uomini per arrestare Madame de La Motte. Non hanno però nessun ordine di arresto per il marito.

A lui Jeanne consegna i suoi orecchini, i suoi anelli ornati di diamanti… e cioè tutti i corpi del reato, perchĂ©, come si è capito, tutti questi brillanti provengono dalla famosa collana. Vengono apposti i sigilli e i poliziotti se ne vanno con la loro prigioniera. Il conte de La Motte dopo la loro partenza rompe i sigilli, si porta via l’argenteria, i gioielli, e diverse lettere; sale sulla carrozza postale per Meaux e da lì raggiunge il Belgio, poi l’Inghilterra.

(omissis)

Alcune settimane dopo, fatta eccezione per il conte de La Motte ormai a Londra con i diamanti, tutti coloro che sono immischiati nell’affare della collana sono stati arrestati : Rohan, la contessa de La Motte, Cagliostro, il barone di Planta, uomo di fiducia di Rohan presso Cagliostro, Rétaux de Villette e Nicole d’Oliva, oltre ad alcune figure minori.

Villette è stato arrestato a Ginevra e condotto alla Bastiglia. E’ stato seriamente compromesso da Madame de La Motte. Non appena scoperta la truffa, egli si era affrettato a fuggire all’estero, dove un ispettore della polizia del buon costume lo aveva rag­giunto per arrestarlo e ricondurlo a Parigi.

Egli era figlio del direttore generale delle imposte di consumo di Lione ed era nato nel 1754. Nel 1757 aveva lasciato Lione con la madre per recarsi a Troyes dove aveva terminato i suoi studi. Entrato nella gendarmeria — e questo spiega i suoi rapporti con i de La Motte — egli era diventato ben presto l’amante di Madame de La Motte. L’ispettore di polizia incaricato del suo arresto, certo Quidor, ci dice a proposito di Rétaux : « Temperamento ardente, egli ricerca le donne con avidità. Tutte gli vanno bene e talvolta egli le sceglie tra le più squallide prostitute. Sono le sue doti fisiche che hanno indotto Madame de La Motte a sceglierlo come amante. »

Rétaux de Villette non era privo né di spirito né di « humour »; scriveva versi graziosi ed era buon musicista. Sapeva molte cose sull’affare della collana. L’ispettore racconta che per tutto il viaggio egli non cessava di ripetere che era un uomo perduto, una vittima che si voleva sacrificare. Il suo arresto infatti è molto importante, egli è il più intimo confidente di Madame de La Motte ed è stato l’agente sicuro e discreto di tutti i suoi intrighi. Poche ore dopo che fu rinchiuso alla Bastiglia, si seppe che egli aveva scritto di sua mano tutte le false lettere indirizzate al cardinale dalla Regina, le stesse che avevano portato all’acquisto della collana. Inoltre è stato lui a scrivere la parola « approvato » e la firma « Maria Antonietta di Francia » sull’accordo stipulato con i gioiellieri.

La baronessa d’Oliva, che si era rifugiata a Bruxelles, è stata arrestata senza che si sapesse ancora di che cosa incolparla. E’ solo accusata di aver parte­cipato alla truffa; in seguito, nel corso del processo, essa vi assumerà un posto di primo piano. Il vero nome di Mademoiselle d’Oliva è Legay.

All’infuori di quello del cardinale, tutti questi arresti sono stati causati dalle dichiarazioni di Madame de La Motte. Infatti Madame de La Motte parla molto, anzi parla troppo, e spesso si contraddice.

Come ci si poteva immaginare, essa tenta di coin­volgere nello scandalo il più gran numero possibile di persone. E’ suo interesse in quanto essa è la prin­cipale accusata agli occhi della giustizia.

L’intelligenza e il machiavellismo che essa dimo­stra sin dall’inizio della truffa saranno messi a dura prova non appena comincerà il processo. La contessa sa benissimo quale sarà la sua sorte : se occorre un colpevole sarà lei a pagare e non Rohan. Deve dunque attaccare al più presto e senza riguardo il cardinale. I suoi avvocati sembrano dello stesso parere. Il processo inizierà dunque con una dura lotta tra il cardinale di Rohan e i suoi avvocati da una parte e la contessa de La Motte e i suoi difensori dall’altra. La giustizia comunque ha tutto da guadagnare da questo confronto. Ma la sconfitta di Madame de La Motte si tradurrà, tutti ne sono convinti, in un atteggiamento favorevole al cardinale che, agli occhi dei giudici e dell’opinione pubblica, è stato vittima dell’avventuriera.

(omissis)

Benché non fosse direttamente necessario al pro­cesso, tuttavia i giudici cercarono di scoprire ciò che era stato dei diamanti della collana. Louis-Marc-

Antoine Rétaux de Villette, durante il suo interro­gatorio ha già fornito alcune precisazioni.

Al giudice istruttore che gli aveva chiesto se egli avesse offerto in vendita ai signori Adam e Vidal una certa quantità di diamanti, egli aveva risposto affer­mativamente.

« Diteci il numero e la quantità di quei diamanti e se vi appartenevano. »

« C’erano quaranta diamanti tagliati a brillante, di un valore approssimativo di quattrocento franchi l’uno. Non mi appartenevano, appartenevano a Madame de La Motte, che mi aveva incaricato di venderli e alla quale li ho restituiti. Questo tentativo infruttuoso contrariò per un po’ di tempo il desiderio che Madame de La Motte aveva di procurarsi del denaro in cambio dei diamanti. Essa decise quindi di guarnire uno scrigno e di incastonare in un anello due brillanti del valore complessivo di venticinquemila lire. Pagò questa spesa e alcuni debiti che aveva col gioielliere con venti brillanti del peso di quarantadue carati, un brillante di sette grani e trentanove brillanti di cinquantanove carati e mezzo. L’orefice che aveva effettuato quel lavoro per la contessa, un certo Rainier, consegnò quei gioielli a un sarto, certo Coquelin, che li vendette successivamente ad un ore­fice in rue Saint-Louis, a un gioielliere di quai des Orfèvres e ad un altro gioielliere in rue Saint-Louis. Ne ricavò la somma di ventisettemilasettecento lire. »

Ovviamente il giudice interroga tutti i testimoni chiamati in causa dagli accusati e, poco a poco, il quadro si completa. Si sa così che già durante il mese di febbraio Madame de La Motte aveva tentato di vendere dei diamanti. Si era resa conto molto presto che non era possibile vendere le pietre più belle e aveva deciso perciò di farle portare a Londra da suo marito, per ricavarne il miglior prezzo.

Prima di lasciare Parigi, il conte de La Motte era andato dal suo banchiere, Perregaux, per consegnargli una somma di duemila scudi, che costui aveva conver­tito in una lettera di credito pagabile a Londra.

Il 10 aprile, La Motte s’imbarca per la capitale inglese. Appena arrivato a Londra egli si reca dal gioielliere Gray e, per entrare in trattative con lui, gli mostra un grosso diamante della forma di un cuore e gli chiede di preparargliene uno uguale. PoichĂ© il gioielliere gli dice di non essere in grado di accontentarlo, La Motte gli offre di venderlo per trentamila lire, ma Gray è disposto a pagarlo solo ventimila e l’affare non si conclude. Ma le tratta­tive tra il gioielliere inglese e La Motte non finiscono qui e i giudici, che vogliono conoscere tutti i partico­lari della vicenda, scrivono a Londra per ottenere la testimonianza dei gioiellieri interpellati da La Motte. Il 15 novembre 1785, essi ricevono risposta dal gioielliere Gray, il quale dice di aver ricevuto una prima visita del conte de La Motte, accompagnato da un certo Neill, durante la quale gli è stata mo­strata una partita di diamanti di un immenso valore. In quell’occasione il conte aveva manifestato la volontĂ  di vendere i diamanti, dicendo di averli rice­vuti in ereditĂ  da sua madre che era appena morta.

« Consentii a comperare alcune di quelle pietre e poiché offrivo un prezzo migliore di tutti quelli che gli erano stati fino allora offerti, si decise a concludere con me. Ne presi per un valore superiore alle diecimila sterline inglesi che pagai parte in denaro, parte in gioielli, come risulta dalla fattura che ho allegato. Le pietre che de Valois mi ha venduto, rassomigliano così esattamente, tanto nel peso, quanto nel modello, a quelle della collana fatta recentemente a Parigi e che ho potuto vedere in un disegno consegnatomi dal signor Barthélemy, incaricato degli Affari di Francia, e in un altro particolare di cui mi sono accorto in seguito, che non ho nessun dubbio nel dichiarare trattarsi delle pietre prelevate dalla collana medesima. Vi mando una copia del particolare di cui sopra; a margine ho elencato e descritto tanto le pietre che ho comperato, quanto quelle che ho visto senza farne acquisto. Tutti questi diamanti erano sciolti quando de Valois me li portò, ed erano così danneggiati nel taglio da farmi pensare che fossero stati strappati dalla loro incastonatura con un coltello o qualche strumento simile. »

(omissis)

SENTENZA DEL PARLAMENTO

« Questa Corte, la Grande Camera riunita, avente diritto su tutto, d’accordo con le conclusioni del suo procuratore generale, dichiara le parole « appro­vato » e la firma « Maria Antonietta di Francia », essere state apposte con intenzione fraudolenta, in margine allo scritto intitolato : « Proposte e condi­zioni del prezzo e del pagamento della collana » cui si riferisce il processo, e falsamente attribuito alla Regina; ordina che la suddetta parola « approvato » e la suddetta firma « Maria Antonietta di Francia » siano cancellate dal suddetto scritto a che questa sentenza venga menzionata su tale documento, il quale sarà depositato, per rimanervi, presso la Can­celleria Criminale della nostra Corte.

« Concedendo il beneficio della contumacia, dichiara essere stata istruita secondo i termini e conclusa con la sentenza del 10 aprile 1786 della nostra Corte la causa contro Marc-Antoine-Nicolas de La Motte, accusato assente; a seguito degli atti risultanti dal processo, la Corte condanna Marc-Antoine-Nicolas de La Motte ad essere percosso e fustigato nudo per mezzo di verghe e marchiato con un ferro caldo che raffiguri le tre lettere G.A.L.[1] sulla spalla destra dall’esecutore dell’alta giustizia; per poi essere condot­to nelle galere del Re, esservi rinchiuso e servirvi il suddetto Re come forzato a vita. Dichiara che tutti i beni del suddetto Marc-Antoine-Nicolas de La Motte verranno confiscati a favore del Re o a chi di diritto, dopo aver prelevato la somma di duecento lire d’am­menda a favore del Re, nel caso in cui la confisca non sia andata a suo profitto; questa condanna, tenendo conto della contumacia del suddetto de La Motte, verrà trascritta su di un manifesto che verrà affisso su di un palo piantato in piazza della Grève.

« La suddetta Corte esilia a vita dal Regno Louis- Marc-Antoine de Villette e gli ingiunge di attenersi alla sentenza per non incorrere nelle pene previste dai decreti del Re. Condanna Jeanne de Valois de Saint-Rémy de Luz, moglie di Marc-Antoine-Nicolas de La Motte, ad essere percossa con la corda al collo, fustigata nuda per mezzo di verghe e marchiata con un ferro a forma di « Y »[2] sulle due spalle dall’esecutore dell’alta giustizia, davanti alla porta delle prigioni della Conciergerie del Palazzo, per poi essere condotta nella prigione dell’ospedale generale della Salpêtrière per esservi rinchiusa e detenuta a vita.

« La Corte dichiara inoltre che i beni della suddetta de La Motte e del suddetto Rétaux de Villette verran­no ugualmente confiscati a favore del Re o di chi di diritto, dopo aver prelevato da ognuno la somma di duecento lire di ammenda a favore del Re, nel caso in cui la confisca non sia andata a suo profitto.

« Riguardo alle accuse mosse su richiesta del nostro procuratore generale contro Marie-Nicole Legay, detta d’Oliva, detta Dessigny, la sentenza mette l’accusata fuori della Corte e fuori del processo. Discol­pa inoltre Alexandre de Cagliostro e Louis-René- Edouard de Rohan, dalle accuse mosse contro di loro su richiesta del nostro procuratore generale. Ordina che la memoria stampata per Jeanne de Saint-Rémy de Valois de La Motte sia e rimanga sequestrata in quanto contiene falsità e calunnie ingiuriose nei confronti del cardinale di Rohan e del conte di Caglio­stro. Riguardo alle richieste del suddetto Cagliostro sia contro il commissario Chénon figlio che contro Launay, governatore della Bastiglia, la sentenza respinge tali richieste, lasciando a lui l’iniziativa di fare nuovamente appello, se lo ritiene necessario. La Corte autorizza a fare stampare e affiggere questa nostra sentenza in tutti i luoghi che il conte Caglio­stro e il cardinale di Rohan riterranno opportuni.

« La sentenza è stata pronunciata dalla Corte del parlamento, la Grande Camera riunita, il 31 maggio, dell’anno di grazia 1786. »

Non appena viene pronunciata la sentenza, un amico del cardinale di Rohan, lasciata la sala, si precipita ad annunciare alla folla la felice conclusione del processo. In un istante centinaia di persone acclamano freneticamente l’assoluzione. La gioia della folla si trasforma in una manifestazione popolare. Si sente gridare : « Viva il Parlamento. » Il grido di « Viva il Re » è presto coperto dal clamore del popolo. I giudici riescono a fatica a lasciare il palazzo e devono difendersi contro l’entusiasmo popolare. La gente si getta ai loro piedi e le donne del mercato li abbracciano. All’uscita del palazzo di giustizia si forma un vero corteo — almeno diecimila persone, dicono i testimoni — che segue trionfalmente il cardinale che indossa la porpora, fino alla Bastiglia dove passerà un’ultima notte.

I Parigini vorrebbero organizzare una festa popo­lare con illuminazioni, ma la polizia lo impedisce. Nell’acclamare il cardinale la folla manifesta la sua gioia per l’umiliazione subita da Maria Antonietta, « l’Austriaca ». Perché la sentenza del parlamento non ha fatto che proclamare la sconfitta di Maria Antonietta.

Le testimonianze dell’epoca non mancano : « La gioia fu generale — scrive Besenval — quando si seppe che il cardinale era innocente. I giudici furono lungamente applauditi e accolti in tal modo dalla folla da non riuscire ad allontanarsi dal palazzo. Questo era il risultato dell’odio che si nutriva per il partito avversario, contro la Regina e la Corte, odio le cui radici erano già molto profonde. Nessuno infatti nascondeva l’opinione personale che si aveva del cardinale. »

Sotto il muro della Bastiglia, la folla acclama per più di un’ora il cardinale di Rohan, che il marchese di Launay, governatore della prigione, ha fatto ricondurre nel suo appartamento.

Anche Cagliostro viene acclamato. Egli ci ha lascia­to una relazione che descrive quella serata : « I giudici si separano — scrive Cagliostro — la sentenza è pronunciata e comincia a circolare di bocca in bocca. I membri del parlamento, circondati da tutte le parti, vengono applauditi e incoronati di fiori. Ad un tratto s’innalza un’acclamazione e il prelato, ricoperto della porpora romana, viene accompagnato in trionfo fino alle porte della Bastiglia che si aprono per riceverlo, ma che tra poco si riapriranno per restituirlo al desiderio di un pubblico sensibile, felice per la sua gloria, dopo aver sofferto per la sua disgra­zia. »

Dal canto suo Mirabeau scrive : « Non so dove sarebbe potuto fuggire il parlamento, se avesse pronunciato una sentenza sbagliata. » Pensando alla Corte di Versailles, egli aggiunge : « La prova è dura e decisiva » e conclude : « Speriamo che non siano altre passioni ad abusare del momento. »

L’indomani, il cardinale di Rohan e Cagliostro lasciano la Bastiglia. Cagliostro ci descrive la scena : « Lasciai la Bastiglia verso le undici e mezzo della sera. La notte era scura. Il quartiere in cui abito è poco frequentato. Quale fu la mia sorpresa quando una folla di otto o diecimila persone mi salutò entusiasta. La mia porta era stata forzata e c’era gente dapper­tutto : sulle scale, nel cortile, negli appartamenti. Mi portarono fino nelle braccia di mia moglie. Il mio cuore stava per scoppiare, le mie ginocchia cedettero e caddi sul pavimento privo di sensi. Mia moglie lanciò un grido acuto e svenne pure lei. I nostri amici sconvolti si strinsero intorno a noi, temendo che il piĂą bel giorno della nostra vita non fosse anche l’ulti­mo. L’inquietudine è comunicativa e, a poco a poco, il rullio dei tamburi si spense e un terribile silenzio sostituì la gioia rumorosa della folla. Ripresi i sensi e un torrente di lacrime scese dai miei occhi. Final­mente potei stringere sul mio petto… Meglio inter­rompermi. 0 voi, esseri privilegiati, ai quali il cielo fece il dono raro e funesto di un’anima ardente e di un cuore sensibile, voi che conosceste le delizie di un primo amore, solo voi potete capirmi, solo voi potete apprezzare quello che è, dopo dieci mesi di supplizio, il mio primo istante di felicitĂ  ! »

(omissis)

Il 21 giugno, alle 5 del mattino, Jeanne de Valois viene svegliata dai suoi guardiani. Dopo essersi vestita, essa si avvia verso il cortile di Maggio. Arrivata sulla soglia, viene afferrata da quattro carnefici assistiti da due aiutanti che le legano le mani e la portano davanti alla grande scalinata. Il can­celliere del parlamento le dice di inginocchiarsi per ascoltare la sentenza. Madame de La Motte insulta tutte le persone presenti, morde tutti coloro che le si avvicinano, si strappa i vestiti ed i capelli.

I carnefici sono costretti ad adoperare la forza per metterla in ginocchio e la mantengono con grande sforzo in quella posizione per tutta la durata della lettura della sentenza.

Quando il cancelliere legge la parte in cui si dice che essa verrà fustigata e marchiata, il furore della contessa esplode : « E’ il sangue dei Valois che trat­tate così ! » e rivolgendosi ai pochi passanti, in quanto l’ora dell’esecuzione non è stata resa pubblica: « Potete sopportare che si tratti in questo modo il sangue dei vostri re ? Strappatemi ai miei carnefici ! »

Nicolas Ruault, un testimonio oculare, scrive : « La condannata grida in modo così straziante che tutta Parigi sente le sue urla. Essa vomita ingiurie contro tutti, il parlamento, il cardinale e anche qual­cuno di più sacro » (probabilmente il Re o la Regina).

Chiede di aver la testa mozzata, poi ricade in uno stato di prostrazione « da cui esce quando sente che i suoi beni verranno confiscati ». Di solito le esecuzioni a Parigi si svolgono verso mezzogiorno, ma per evitare di creare disordini, il patibolo che servirà per l’ese­cuzione di .Jeanne de La Motte è stato eretto all’alba. Solo due o trecento persone circa, attirate dalle grida o incuriosite dal piccolo gruppo che sosta davanti alla Conciergerie, vedono Jeanne, pochi istanti prima dell’esecuzione della sentenza.

.Jeanne rifiuta di spogliarsi. « Si difende come un leone, con i piedi, le mani e i denti dice un altro testimone — in tal modo che si è costretti a tagliare

I suoi vestiti e anche la sua camicia, il che è molto indecente per tutti gli spettatori. » Le si passa la corda al collo, come previsto dalla sentenza, e le si infliggono sulle spalle alcuni colpi di verga. Essa riesce a sfuggire ai suoi carnefici e si rotola al suolo, presa da orribili convulsioni. « Il carnefice deve seguir­la per terra e colpirla mentre si gira. » Quando ci si appresta ad imprimerle sulle spalle la lettera « V » essa è distesa bocconi sulle lastre di pietra del cortile, ai piedi della grande scalinata. Ruault scrive ancora : « Tutto il suo bellissimo corpo è esposto agli sguardi. »

Nel momento in cui le si imprime la « V » col ferro rovente, « essa ha una tale convulsione di tutto il corpo che la seconda «V » le viene applicata non sulla spalla ma sul seno ». Essa trova ancora la forza di mordere a sangue uno dei carnefici che la rialza e poi sviene.

Una vettura di piazza la riconduce alla Salpêtrière; durante il viaggio essa cerca a più riprese di gettarsi fuori dalla carrozza. Al suo arrivo nella prigione, viene affidata alla superiora generale della casa, Madame Robin. Ha il viso cosi contuso e gli occhi così gonfi da essere irriconoscibile.

L’indomani sta meglio; qualche giorno dopo è quasi completamente ristabilita e incomincia per lei la vita di prigione. Lei stessa ha descritto la Salpêtrière nel suo libro Vita di Jeanne de Saint-Rémy de Valois : « Quell’ospedale era destinato in origine ad accogliere le povere orfanelle. Oggi vi si trovano quattro prigioni diverse : in una sono rinchiuse le ragazze di vita; la seconda, chiamata propriamente « Salpêtrière », è quella dove vengono condotte e dove sono rinchiuse le donne condannate all’erga­stolo; la terza è chiamata « prigione » e la quarta, chiamata « casa di correzione », è quella dove sono rinchiuse le donne considerate indesiderabili dalle loro famiglie. »

Madame de La Motte ci descrive anche l’abbiglia­mento delle prigioniere : « Tutte le prigioniere — rac­conta — portano un vestito di lana grossolana, grigio cenere, con calze dello stesso colore, una vecchia sottana, una cuffia, una camicia di grossa tela e un paio di zoccoli.

Non appena arrivata, ogni prigioniera indossa l’abito della casa. Viene fatto un pacco dei suoi vestiti sul quale viene scritto il nome della proprietaria; il pacco viene poi depositato in un magazzino. Se la prigioniera ottiene la libertà, cosa assai rara, a meno che non abbia potenti protettori, le viene reso ciò che indossava quando entrò alla Salpêtrière. Se muore i suoi effetti vanno in eredità alle sorelle che se li dividono.»

Quelle che Madame de La Motte chiama sorelle sono in realtà le donne che hanno l’incarico di sorve­gliare le prigioniere e di occuparsi di loro.

Ma Madame de La Motte non resterà a lungo in prigione. Alla fine del mese di dicembre del 1786, a mezzanotte, una sentinella di guardia in uno dei cortili della Salpêtrière riesce a mettersi in contatto con una certa Angelica che serve Madame de La Motte, complimentandola per le attenzioni che essa ha per « la povera prigioniera ». Dopo averla assicurata che avrebbe ottenuto la libertà egli le consegna delle penne, dell’inchiostro e della carta per Madame de La Motte. La contessa capisce che i suoi amici pensano a lei : alcuni giorni dopo riceve un biglietto, sempre per mezzo della sentinella e di Angelica, con queste parole : « Infelice, mettete questa lettera davanti alla luce, usate molta discrezione. » Madame de La Motte legge controluce questo testo scritto con inchiostro simpatico :

« Vi esortiamo a non lasciarvi perdere d’animo e a raccogliere tutte le vostre forze per affrontare un lungo viaggio. Ci stiamo occupando di modificare la vostra sorte. Fateci sapere di che cosa avete bisogno ed indicate il giorno che preferite per la partenza. Troverete una carrozza ad aspettarvi all’angolo del giardino del Re. Siate prudente, è nel vostro interesse. Abbiate completa fiducia nel portatore di questo biglietto e allontanate da voi qualsiasi sospetto. »

Alcuni giorni dopo, Madame de La Motte riceve con lo stesso sistema un altro biglietto: « Abbiamo riflettuto; cercate di procurarvi un modello della chiave della porta dalla quale volete uscire; fate per il meglio, ma con la massima calma. »

Madame de La Motte mette tutta la sua ingegno­sità, e sappiamo quanta ne possieda, a trovare il modello della chiave che le interessa. Il 15 febbraio del 1787 essa riesce a far avere ai suoi amici il disegno della chiave e, alcuni giorni dopo, la sentinella, sempre la stessa, consegna ad Angelica una copia della chiave.

Poco tempo dopo, Angelica viene allontanata dalla contessa che, privata della sua collaboratrice, entra direttamente in contatto con la sentinella a lei fedele.

Chiede al soldato di farle confezionare : « una redingote in panno blu reale, una giacca e un paio di pantaloni neri, un cappello a tuba, un paio di guanti, uno scudi­scio e degli stivali neri ». Riceve ben presto questi abiti e riesce ad evadere. Ecco come si svolse la sua evasione secondo il suo racconto :

« Attraversai molti cortili che sembravano molti­plicarsi man mano che procedevo, finché ne trovai uno che mi stupì per la sua ampiezza e dove incontrai un gran numero di persone che venivano a visitare la casa. Per non essere notata seguii un gruppo di curiosi che entrarono in chiesa. Ne avrei volentieri fatto a meno, ma non sapevo che strada avrei dovuto fare e avevo bisogno di guida. Dopo aver rivolto al cielo una fervente preghiera per domandargli il corag­gio di cui avevo bisogno in quella delicata circostanza, seguii le persone alle quali mi ero unita e passai per parecchie porte dando dei soldi ad ogni portiere, finché arrivai a quella porta che rappresentava per me la salvezza. Non appena ebbi varcato quella terri­bile soglia, mi trovai nuovamente in difficoltà, perché non sapevo da che parte si trovasse la Senna. Mi diressi a destra verso un grande viale finché rico­nobbi finalmente Marianne (Marianne era una sua compagna di prigionia che l’aveva aiutata nella prepa­razione della fuga, precedendola nell’evasione), che mi aspettava in riva al fiume. Trasalii di gioia rive­dendo quella buona creatura, mentre scendeva in una barca dove si trovavano già due uomini e nella quale salii a mia volta. Il giardino del Re era pieno di gente ed in seguito seppi che sorella Marta vi stava passeggiando mentre io fuggivo. Feci segno a Ma­rianna di non parlarmi. I due uomini erano seduti e, temendo che il mio imbarazzo svelasse il mio trave­stimento, rimasi in piedi durante la traversata con gli occhi rivolti verso Parigi che ai miei occhi aveva un aspetto nuovo. »

Madame de La Motte prende la strada di Provins, dove abbandona il travestimento per indossare abiti femminili.

Da Provins, Madame de La Motte si reca a Troyes poi a Ponsay, un piccolo paese nei pressi di Bar-sur- Aube. Dopo aver preso contatto per lettera con alcuni suoi parenti che abitano da quelle parti, essa rag­giunge Nancy e Lunèville per vie traverse, poi Metz e Thionville e da quest’ultima località ella raggiunge Olerisse, nel Lussemburgo. Là sente leggere da un parroco, sul giornale del Lussemburgo, il resoconto della sua evasione dalla Salpêtrière :

« Il 5 giugno, la contessa de La Motte è evasa dalla Salpêtrière tra le undici e mezzogiorno, con una ra­gazza chiamata Marianne, che la serviva. Alcune persone molto distinte, intenerite dalla disgrazia della celebre sventurata, si erano unite per ottenere, con i loro sforzi ed il loro credito, che essa fosse condot­ta in un convento. Si dice che essa debba questo miglioramento della sua sorte alla bontà del Re che era stato informato della sua coraggiosa rassegna­zione nella terribile situazione in cui si trovava. Sorella Marta afferma che essa è fuggita vestita da uomo e che è uscita dalla Salpêtrière tenendo in mano una gabbia con un uccello al quale era molto affezionata.»

Alcuni giorni più tardi, il 28 luglio 1787, Madame de La Motte riceve notizie di suo marito, lascia definitiva­mente Olerisse e, il 4 agosto, raggiunge Londra, dove la giustizia francese non potrà darle noia.

Appena arrivata a Londra, Madame de La Motte si mette a scrivere le sue memorie. In queste memorie essa racconta l’affare della collana sostenendo senza riserve di essere stata ben accetta dalla Regina, di aver facilitato al cardinale di Rohan il suo ritorno in grazia presso di lei, di aver combinato numerosi incontri, 1’ ultimo dei quali aveva per oggetto l’ac­quisto della collana, acquisto a cui Maria Antonietta non era stata poi tanto estranea.

(omissis)

Un mistero avvolgerà per sempre quella vicenda, le cui conseguenze saranno considerevoli, giacché Maria Antonietta è ormai condannata a difendersi contro i peggiori insulti che nascono, sul suo conto, in tutta la Francia. Si sa ormai che non sarà più possibile per Maria Antonietta risalire la china. Siamo già nel 1787, due anni prima della Rivoluzione e il libro di Madame de La Motte è largamente diffuso in Francia. L’affare della collana comporta perciò delle conseguenze incommensurabili. Goethe aveva avuto ragione a scrivere che esso aveva « segnato l’inizio della Rivoluzione francese ».

[1]   Il marchio dei galeotti.

[2]   « V » significava « voleuse » (ladra).


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart