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STORIA: LETTERATURA: I MAESTRI: Pansa rievoca gli anni di piombo

19 ottobre 2018

di Giampaolo Pansa
[da “Sangue, sesso, soldi”]

In quel tempo stavano muovendo i primi passi le bande del terrorismo di sinistra, le Br con la stella a cinque punte. Era facile intuire chi fossero e dove ci avrebbero portato. Eppure la borghesia progressista rifiutava di prendere atto dell’esistenza di un inferno che stava nascendo sotto i suoi occhi. Fu un esempio clamoroso di negazionismo che crebbe giorno per giorno, grazie a una serie di errori compiuti senza batter ciglio.

Il primo fu di pensare che non esistesse nessun clandestino armato. Le Brigate rosse erano soltanto gruppuscoli fascisti, travestiti da proletari comunisti. In seguito si cominciò a dire che si trattava di provocatori messi in campo dall’estrema destra. Vennero di moda etichette ipocrite. Le sedicenti Brigate rosse, le fantomatiche Br. Guidate da un tipo equivoco, un certo Renato Curcio, allevato nei campi paramilitari di Ordine nero. Quando risultò impossibile negare la realtà, venne inventata una formula nebbiogena: sono compagni che sbagliano.

Chi lavorava come me in giornali senza paraocchi, e “La Stampa” diretta da Ronchey era uno di questi, s’imbatteva di continuo in menzogne che lasciavano stupefatti. Soprattutto perché venivano da ambienti professionali in qualche modo espressione della borghesia intellettuale.

Nel novembre 1969, in via Larga a Milano, quando l’agente Annarumma era morto trafitto da un tubo d’acciaio, lanciato contro la camionetta che pilotava, molti sostennero che si era ammazzato da solo. Compiendo una manovra errata con il gippone.

L’attentato di piazza Fontana fu subito attribuito alla destra, cancellando tutti i misteri attorno alla strage. La fine oscura dell’anarchico Giuseppe Pinelli venne addossata al commissario Luigi Calabresi, destinato a morire assassinato per una colpa che non aveva commesso. Nel marzo 1972, quando l’editore Feltrinelli morì sul traliccio che tentava di far saltare, ebbe inizio una sarabanda bugiarda che mirava ad accreditare una sola versione: il compagno Osvaldo era stato ucciso da qualche servizio di sicurezza.

Soltanto poche testate sfuggirono a questa giostra di bugie. Non certo i giornali di sinistra, come “l’Unità” e “Paese sera”. Anche il “Corriere d’informazione”, l’edizione pomeridiana del “Corriere della Sera”, sostenne che l’editore era stato eliminato da agenti segreti. L’avevano rapito, portato in un rifugio clandestino, narcotizzato, condotto ai piedi del traliccio c poi finito.

In quei giorni si teneva a Milano il congresso nazionale del Pei. E neppure Enrico Berlinguer, il vice ili Luigi Longo, si trattenne dall’accennare a uno sfondo oscuro del delitto. Dalla tribuna disse: «Le spiegazioni che vengono date non sono credibili. È pesante il sospetto di una spaventosa messa in scena».

Il caso Feltrinelli rivelò che la borghesia rossa era anche cieca e sorda. Si rifiutò di accettare persino In rivendicazione di Potere operaio. Il giornale dei Potop uscì con un titolo di prima pagina che diceva: Un rivoluzionano è caduto. Nel necrologio si leggeva che l’editore aveva dato la vita “nella guerra di liberazione dallo sfruttamento”.

Sette anni dopo, nel corso del processo Gap-Feltrinelli-Brigate rosse, in un documento letto in aula prima della sentenza, i brigatisti imputati rivelarono che cosa fosse accaduto all’editore: “Il compagno Osvaldo era impegnato in un’azione di sabotaggio ai tralicci dell’alta tensione. Voleva provocare un black-out in una vasta zona di Milano, per garantire una migliore operatività a nuclei impegnati nell’attacco a diversi obiettivi”.

Il comunicato proseguiva così: “Ma il compagno Osvaldo aveva commesso un errore tecnico. Era la scelta e l’utilizzo di orologi dalla bassa affidabilità se trasformati in timer. In questo modo aveva sottovalutato gli inconvenienti di sicurezza. Determinando l’incidente mortale e il conseguente fallimento di tutta l’operazione”.

La borghesia rossa non tenne conto neppure delle spiegazioni fornite dai brigatisti. Nel frattempo continuava a dare la caccia ai fantasmi. Seguendo un percorso che nessuno aveva deciso, ma in grado di condurre migliaia di persone allo stesso punto d’arrivo: le Brigate rosse non esistevano. Il guaio è che si trattava quasi sempre di eccellenze in grado di fare opinione nei loro ambienti: docenti universitari, scrittori famosi, politici, Intellettuali e naturalmente giornalisti.

L’esistenza di questo fronte negazionista l’avevo già constatato nell’aprile 1974 durante il sequestro del sostituto procuratore Mario Sossi, rapito a Genova dalle litigate rosse e tenuto in ostaggio per un mese. Era il primo sequestro di lunga durata attuato dai brigatisti e in seguito apparve la prova generale del rapimento di Aldo Moro.

In quell’epoca lavoravo per il “Corriere della Sera” guidato da Piero Ottone e venni mandato a Genova per i raccontare gli sviluppi del sequestro. Rimasi sul posto per più di un mese e mi resi conto di come si muoveva In borghesia di sinistra. Non voleva accettare la verità, ossia che si trattava di un’operazione di puro terrorismo rosso. Diretta a obbligare lo Stato, rappresentato dalla magistratura genovese, a rimettere in libertà un gruppo ribelle che avevo descritto tre anni prima sulla “Stampa”, chiamandoli i tupamaros di Genova.

Quella mia inchiesta non era piaciuta per niente al Pei e mi aveva meritato i rimproveri dell’“Unità”. Il giornale comunista sosteneva che non si trattava di una banda politica, ma soltanto di criminali comuni. E non contava nulla che si ispirassero al terrorismo sudamericano e agli scritti di Carlos Marighella, un terrorista brasiliano ucciso dalla polizia in un’imboscata nel novembre 1969.

Marighella aveva sfornato un Piccolo manuale della guerriglia urbana. La traduzione italiana era stata trova- la a Genova durante le indagini su una banda rossa, la XXII ottobre, ritenuta colpevole di rapine e di almeno un sequestro di persona: il rampollo di una ricca famiglia genovese. Nel testo si leggeva: “La guerriglia urbana a soltanto un momento della lotta rivoluzionaria, è solo il primo passo verso l’organizzazione della guerriglia di campagna, quella dei contadini, e poi di un esercito di liberazione nazionale che abbatterà la dittatura del capitalismo”.

Ma le sinistre erano cocciute. Continuarono a pensare che quelli della XXII Ottobre fossero volgari delinquenti e nient’altro. Soltanto l’inviato del quotidiano della Fiat, ovvero il sottoscritto, aveva fatto “la scoperta” fantasiosa di ritenerli terroristi politici. Nell’aprile 1971, “l’Unità” mi bacchettò. E nemmeno l’assassinio del fattorino Alessandro Floris, ucciso a rivoltellate nel corso di una rapina per finanziare il gruppo, l’aveva convinta a cambiare idea. Eppure Floris viene ricordato come la prima vittima del terrorismo di sinistra.

Nel corso del sequestro Sossi, il negazionismo rosso diventò grottesco. Si disse, e si scrisse, che il magistrato era stato rapito da un’indefinita entità della destra più reazionaria. A un solo scopo: spingere l’opinione pubblica a non esprimersi a favore del divorzio nel referendum previsto per il 12 maggio 1974.

Ma quale rapporto poteva esistere tra il sequestro Sossi e il voto sul divorzio? Era elementare e chiarissimo agli occhi di chi sposava questa tesi. L’introduzione del divorzio nella legislazione italiana rappresentava una vittoria della sinistra. La destra cercava di impedirla come un ulteriore fattore di disordine. E un’opinione pubblica spaventata dal sequestro di un magistrato, un’azione criminale senza precedenti in Italia, forse avrebbe fatto vincere gli antidivorzisti.

Era una tesi sostenuta anche da giornalisti di prima fila e su quotidiani importanti. Potrei citarli uno per uno, ma non voglio farlo perché alcuni di loro oggi sono scomparsi e qualcun altro è ben più anziano di me. Del resto, lo spettacolo messo in scena a Genova venne replicato in modo ben più massiccio un mese dopo a Padova.

Il 14 giugno 1974, a Padova, le Brigate rosse si lasciarono alle spalle due cadaveri, i primi di una serie infinita di morti. Accadde durante un’azione che forse doveva essere soltanto dimostrativa e di propaganda. Ne ho accennato nel rievocare la carriera criminale di Mario X, l’agente segreto del terrorismo rosso.

Quel giorno un nucleo brigatista alle prime armi irruppe nella sede della federazione del Msi. E uccise due persone che si trovavano dentro i locali: Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci. Le Br rivendicarono subito il doppio delitto, con un comunicato che venne diffuso quattro giorni dopo e pubblicato dai giornali il 19 giugno.

Era tutto chiaro? Per niente. Tra gli inviati accorsi a Padova c’ero anch’io, sempre per il “Corriere della Sera”. E mi trovai di fronte a una campagna negazionista senza precedenti. In qualche modo innescata dai contrasti fra il questore e il procuratore della Repubblica. Il primo sosteneva, con mille ragioni, che gli assassini erano davvero brigatisti. Il secondo aveva una tesi diversa. A sentire il magistrato, «sopra le Brigate rosse c’erano due o tre persone che orchestravano le bombe rosse e le bombe nere».

Il negazionismo di molti giornali, capace di eccitare quello più vasto dell’opinione di sinistra, produsse capolavori dell’assurdo. A uccidere i due missini erano stati altri neofascisti, dell’ala dissidente. Il commando brigatista era composto da agenti dei servizi segreti, incaricati di arroventare la strategia della tensione. Esisteva un vertice unico del terrorismo rosso e nero, che decideva le azioni da compiere e a chi farle rivendicare.

Questo super comando si muoveva per conto di qualche potenza straniera? Certamente sì. Ma di quale potenza si trattava? A questo punto le ipotesi diventavano molteplici. E sempre contraddittorie. Poteva essere la Cia americana. Oppure i servizi segreti sovietici. Ma anche quelli cecoslovacchi, dal momento che a Praga esisteva una base armata delle Brigate rosse. Infine il mandante forse era una Spectre mondiale del capitalismo più reazionario.

La borghesia rossa si eccitava nel giocare con queste fantasie. Immaginavo che pure la contessa Evelina ne parlasse affascinata con le amiche. Però lei era soltanto una piccola comparsa di un disastro assai più grande che minava la credibilità di una quota importante degli intellettuali italiani.

Il disastro emerse nell’estate 1971 con la raccolta delle firme contro il commissario Calabresi. Cominciò a circolare un testo che lo accusava di essere stato il torturatore e poi l’assassino dell’anarchico Pinelli, durante i primi passi dell’indagine sulla strage di piazza Fontana. Il meglio non della gioventù, bensì dell’anzianità progressista, diede il peggio di sé con le ottocento firme che vennero pubblicate dall’“Espresso” per tre settimane, nel giugno di quell’anno.

Mi è già capitato di scrivere più volte su questa infamia. E non voglio più ripetermi. Anche perché quando rileggo quegli elenchi, in seguito ripubblicati per intero da Adriano Sofri in calce a un suo libro, La notte che Pinelli, volete sapere come reagisco? Per dirla schietta, mi viene il vomito. Al tempo stesso, rido. Perché oggi molti di quei vip stanno sempre sulla scena. E siccome si considerano venerati maestri, pontificano, impartiscono di continuo lezioni di etica o di politica. E mettono all’indice chi non riconosce la loro innata superiorità.

Gran parte della borghesia rossa è un vero schifo. Si è salvato soltanto chi non contava nulla e nessuno gli ha proposto di firmare quell’appello vergognoso contro un poliziotto onesto.


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Bart