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STORIA: L’oro di Dongo e la morte di Mussolini

22 agosto 2018

di Bartolomeo Di Monaco

Ho trovato sul n. 935 di Epoca, anno 1968, una descrizione del famoso  “oro di Dongo”, quello che si portava dietro il convoglio di Benito Mussolini in fuga verso la Valtellina. Due fascisti, il dottor Luigi Gatti e il capitano della polizia Mario Nudi consegnarono due valigie al capitano tedesco Otto Kisnat, incaricato della sorveglianza di Mussolini. Questi rispose che non aveva più spazio sulla sua automobile e che potevano essere caricate su quella di suo figlio Waldemar.

“Si trattava di due grandi valigie di cuoio marrone. Waldemar le afferrò e non fu capace di alzarle al primo colpo.
« Accidenti », disse, « ma cosa c’è dentro, pietre? » Poi chiamò un soldato, e con il suo aiuto le caricò. Quelle valigie rappresentavano il « fondo riservato » della RSI e contenevano 66 chili di oro, suddivisi in pacchetti recanti l’indicazione del peso, del titolo e delle oreficerie di Urbino, Fermo, Ascoli Piceno e Macerata da cui provenivano, 1.150 sterline d’oro, 147 mila franchi svizzeri in biglietti da mille, 16 milioni di franchi francesi, 10 mila pesetas in carta, sterline carta, escudos portoghesi, dollari e altra valuta straniera per un importo imprecisato. Waldemar guardò dentro le valigie, e due giorni dopo, per non avere guai con i partigiani, le gettò nel lago. Due pescatori di Sorico le ritrovarono subito, e così sarebbe cominciata la misteriosa storia dell’oro di Dongo.”.

L’articolo apparve su Epoca in tre puntate (nn. 933, 934 e 935) a firma di Ricciotti Lazzero, morto a Como il 16 dicembre 2002, dopo essere stato giornalista, storiografo e partigiano italiano.

Di questo tesoro non si è saputo più nulla. La domanda è: Chi se ne è impossessato non si è reso colpevole di ruberia nei confronti del popolo italiano? Io penso di sì.

Andando su Wikipedia, ho trovato questa sintesi sull’argomento, confermata da varie mie letture:

“Tali valori furono inventariati il 28 aprile 1945, dalla Tuissi [Giuseppina Tuissi, nome partigiano “Gianna”] e dall’impiegata comunale Bianca Bosisio ma sia l’originale che la copia di esso andranno perduti. I testi interrogati dalla magistratura tra il 1946 e il 1947, dichiareranno genericamente che era stato raccolto un notevole quantitativo di moneta cartacea ed aurea, italiana e straniera e un buon numero di oggetti di pregio, tra i quali i gioielli di Claretta Petacci.
Nel tardo pomeriggio del 28 aprile, il “Capitano Neri”, firmò un ordine di consegna temporaneo di tutti i beni recuperati ed inventariati dalla Tuissi, alla federazione comunista di Como, di cui era responsabile Dante Gorreri. Il 7 maggio, tuttavia, il “Capitano Neri” scomparve misteriosamente e il suo corpo non sarà più ritrovato. Il 22 giugno successivo, la “Gianna”, dopo essere stata diffidata dall’intraprendere ricerche sulla fine del suo compagno, nonché minacciata da Dante Gorreri e da Pietro Vergani, comandante delle formazioni garibaldine della Lombardia, è anch’ella uccisa e gettata nel Lago di Como nei pressi di Cernobbio. Anche il suo corpo non sarà più ritrovato.”.

Cioè: chi sapeva, fu tolto di mezzo. Un bell’inizio per la nostra nascente Repubblica.

Anche sulla morte di Mussolini regna ancora oggi il mistero. L’ora della sua morte, da tutti conosciuta come avvenuta alle 16,10 del 28 aprile 1945 davanti al cancello della Villa Belmonte sembra sia fasulla. Giorgio Pisanò, morto a Milano nel 1997, ex repubblichino e direttore di “Candido” dopo la morte di Giovanni Guareschi, nel 1996 pubblicò i risultati di una sua indagine durata 40 anni, ed essa mi è apparsa credibile (il titolo del libro: “Gli ultimi cinque secondi di Mussolini”). Si tratta di questo. Il CLN dell’Alta Italia aveva deliberato di catturare vivo Benito Mussolini, per poi consegnarlo agli Alleati, che lo avevano richiesto. Nonostante ciò quattro partigiani, facenti parte di un Comitato insurrezionale, Luigi Longo, Sandro Pertini, Leo Valiani, Emilio Sereni, decisero di fucilarlo. A pag. 75 si leggono le parole proferite da Valiani: “È giunto un radiomessaggio alleato che chiede la consegna di Mussolini. Non c’è che da fucilarlo immediatamente.”.

La morte di Mussolini, secondo Pisanò, risale al mattino intorno alle 9 nella casa di una famiglia contadina, De Maria. Mussolini fu fucilato legato alla porta di una stalla. Claretta Petacci due ore dopo, mentre andava dietro al corpo inerme di Mussolini sorretto da due partigiani. Morì per una raffica di mitra. La morte di Claretta è stata vista da una testimone oculare, che si trovava nascosta, abitante nella casa vicina:  Dorina Mazzola (che ha firmato la sua testimonianza “per amore della verità”). Il “colonnello Valerio”, ossia Walter Audisio, passato alla Storia come l’uccisore di Mussolini, arrivò a Como intorno alle ore 14, quando tutto era già accaduto. Dunque, non poteva essere stato lui il killer.

Si legge ancora nel libro di Pisanò, a pag. 172:

“Luigi Longo, quella notte tra il 27 e il 28 aprile, fu in grado di seguire costantemente, grazie alla rete dei collegamenti comunisti perfettamente funzionante, quello che accadeva a Mussolini sul Lago di Como. Seppe che non era stato possibile trasferire il capo del fascismo da Dongo alla base clandestina di Brunate, vicino a Como e, poco dopo le sei del mattino, seppe che il Duce era stato portato a Bonzanigo di Mezzegra. E tutto ciò accadeva in un momento nel quale la situazione si presentava molto confusa. I partigiani della 52a, comandati da elementi non comunisti che avevano già ampiamente dimostrato di volere consegnare Mussolini agli angloamericani, non davano alcun affidamento circa l’esecuzione dell’ordine di morte emanato dal Comitato insurrezionale, mentre i reparti speciali alleati potevano piombare su Mussolini da un momento all’altro.
Longo decise allora di agire in prima persona e lasciò Milano per Como senza perdere tempo. Poco dopo le sette del mattino si trovava già nella sede del PCI in via Natta. Ad attenderlo, con i dirigenti federali Gorreri e Mentasti c’erano anche Michele Moretti e il capitano Neri che subito scortarono il loro capo a Bonzanigo di Mezzegra, superando facilmente, essendo conosciuti molto bene, i posti di blocco dei partigiani. Alle nove circa Luigi Longo arrivò nel cortile di casa De Maria, e ordinò di portare giù Mussolini.”.

Quella di Villa Belmonte fu, perciò, una messa in scena. Mi domando: Perché tanta fretta di uccidere Mussolini? E perché si volle nascondere la sua vera morte?

Oggi ci sono ancora persone che potrebbero dirci la verità, poiché hanno ricoperto ruoli di primo piano in quegli anni. Tra queste, immagino che ci sia anche Napolitano, che ha sempre avuto cariche importanti nell’ambiente politico, e in particolare nel P.C.I.

Ritengo che sia doveroso, per chi sa, contribuire a colmare questa lacuna della nostra Storia.

______________

P. S. – Ho trovato ora  (nel libro di Giampaolo Pansa,  “Il sangue dei vinti”), e l’aggiungo qui come Post Scriptum, notizie della strage avvenuta contro militari e civili ritenuti  fascisti alla Cartiera Burgo di Mignagola, vicino a Carbonera in Veneto (https://it.wikipedia.org/wiki/Strage_della_cartiera_di_Mignagola) . È una delle molte stragi che rievocano quelle delle Brigate nere e non fanno onore a chi le effettuò.  A proposito della strage di Carbonera, c’è una relazione che lo dice espressamente. Si legge:

« È stata trovata, invece, una ‘Relazione sui fatti di Carbonera’, del 1° giugno 1945. È anonima, però avallata da Lanfranco Zancan, cioè dal Cln regionale veneto, con l’annotazione: ‘Non è firmata, ma la fonte è seria’ (…) Ma il rapporto del 1° giugno contiene un’osservazione finale che ci riconduce, al clima di quei giorni, e non soltanto a quello di Mignagola e di Carbonera:  ‘Quel che più impressiona questa pacifica popolazione è il comportamento dei comunisti, i quali dichiarano di essere nemici degli Alleati, dei ricchi, dei contadini, dei preti e così via, e pretendono di comandare dappertutto, usando violenza e prepotenza. Intanto danno ogni giorno prova di egoismo, di ozio, di vizio, per cui fanno ricordare molto il defunto squadrismo fascista. E la popolazione dice che, a sostituire le bande nere, sono venute le bande rosse’.»

E infatti questo è un esempio di atrocità commesse dalle “bande rosse” (sempre dal libro di Giampaolo Pansa “Il sangue dei vinti”:

“Altri due fratelli vennero soppressi il 26 aprile [1945]. Uno era un tenente della ‘Parodi’. L’altro, che nel censimento compare tra i civili, a Lavagna ebbe una sorte orrenda: trascinato per le strade al guinzaglio, con un chiodo infilzato nella lingua e uno nei testicoli, e poi quasi segato in due da raffiche di mitra.”.


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Bart