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STORIA: LUCCA. I partigiani del “Gruppo Valanga”

17 settembre 2018

di Bartolomeo Di Monaco

Ho sempre giudicato in modo negativo l’attentato di via Rasella a Roma che causò la morte di 33 soldati sudtirolesi schierati con l’esercito tedesco nonché la nota e tragica rappresaglia delle Fosse Ardeatine, che vide 335 civili assassinati con un colpo di pistola alla nuca. Quell’attentato, organizzato dai Gap comunisti,  non si doveva fare in una città grande come Roma e occupata da un consistente esercito germanico, oppure si doveva essere pronti a costituirsi in caso di reazione. La giustificazione che ancora si adduce è ipocrita e vile: si sostiene che i tedeschi non avvisarono della rappresaglia. Eppure per cercare i 335 civili (5 in più della regola: 10 civili per ogni tedesco morto) ci vollero molte ore, e tutte concitate, che misero in movimento molte delle istituzioni cittadine. Possibile che i sempre ben informati Gap non ne fossero a conoscenza? Io penso che conoscessero benissimo ciò che si stava preparando, ma i responsabili preferirono rimanere nascosti. Inoltre, si sapeva molto bene, per alcuni precedenti, che la rappresaglia ci sarebbe stata. Si pensi all’attentato dei Gap appena due mesi prima, il 13 gennaio 1944, in cui a Genova presso l’Hotel Bristol fu ucciso un soldato tedesco e un altro restò menomato. Furono fucilati otto detenuti politici. Del resto, la regola della rappresaglia vigeva in Francia sin dall’agosto del 1941, ed era conosciuta. Qualcuno si è giustificato dicendo che si era in guerra, e ciò era inevitabile. Anche in questo caso si dice una sciocchezza: a causa di una guerra in atto non si sacrificano volontariamente le vite di 10 cittadini contro 1 nemico ucciso. Ha ragione Giampaolo Pansa quando nel suo libro “Bella ciao” scrive: “I dirigenti comunisti ne avevano [di cinismo] da vendere. Delle rappresaglie a loro non importava niente.”. E più avanti: “Fu così che si mise in moto un’offensiva fondata su uno schema semplice e terribile.
Lo schema può essere riassunto nel modo seguente. Un attentato, una rappresaglia nemica. Un nuovo attentato, una nuova rappresaglia più dura. Un terzo attentato, una terza rappresaglia ancora più aspra. E così via, con una catena senza fine che aveva un solo risultato: allargare l’incendio della guerra civile e spingere alla lotta pure chi ne voleva restare lontano. Scriverà Giorgio Bocca: “Il terrorismo ribelle non è fatto per prevenire quello dell’occupante, ma per provocarlo, per inasprirlo. Cerca la punizione per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell’odio”.
Ecco qual era la strategia dei Gruppi di azione patriottica, i Gap. Fondati verso la fine del 1943 per iniziativa del Comando generale della Brigate Garibaldi, ossia di Longo e di Secchia.”.

È per questo motivo che voglio comparare l’azione dei Gap comunisti di Via Rasella a quella di un gruppo di partigiani lucchesi, comandati da un giovane studente, Leandro Puccetti (medaglia d’oro), i quali sacrificarono, il 29 agosto 1944, la loro vita pur di evitare la rappresaglia tedesca contro i civili.

Questo che segue è un brano della storia del “Gruppo Valanga”, che traggo dal sito di un attento appassionato che vive non molto distante dai luoghi della tragedia, Paolo Marzi.

mi affido fedelmente alla bella ricostruzione che fa di quel 29 agosto 1944 l’Istituto Storico della Resistenza della provincia di Lucca (fonte più autorevole e appropriata di questa…):

“Sono le 23 del 27 agosto 1944, di sentinella è Tarzan, nome di battaglia di Gualtiero Montanari, partigiano emiliano del gruppo Valanga. Tarzan sente rumore di passi lungo un sentiero che da Col di Favilla porta all’Alpe di Sant’Antonio: intima l’altolà e chiede la parola d’ordine. Gli viene risposto in un italiano stentato. Tarzan capisce di avere di fronte una pattuglia nemica in avanscoperta e spara con il suo Sten, al buio. Un ufficiale tedesco, Rolf Bachmann, viene ucciso, gli altri fuggono. I partigiani sanno da giorni di essere stati localizzati dai tedeschi. Dopo l’episodio della sera precedente, i partigiani del gruppo Valanga non sanno bene cosa fare. Tra l’altro, il comandante Leandro Puccetti e il suo vice Mario De Maria non sono al campo. Abbandonare la posizione? Rimanere lì e organizzarsi in vista della sicura reazione nemica? Cresce anche la preoccupazione che i tedeschi, in caso di loro fuga, possano prendersela con la popolazione civile. Nel tardo pomeriggio rientrano Puccetti e De Maria. La decisione è presa: si rimane lì. Gli abitanti dei dintorni no, loro fuggono nascondendosi in paesi vicini o in grotte. La sera la tensione è palpabile, l’attacco tedesco potrebbe scattare da un momento all’altro. Sono le 3 del 29 agosto 1944. I partigiani del Valanga hanno approntato le loro postazioni difensive sul monte Rovaio. I tedeschi giungono da nord, dalla valle della Turrite Secca, e da sud, da Piglionico. Con loro anche italiani della Guardia Nazionale Repubblicana. Il loro numero è imprecisato: alcune centinaia di soldati, probabilmente, ma c’è chi dice addirittura duemila. Alle 3.30 inizia la battaglia. Poco prima dell’alba i partigiani sono tutti in postazione sulla cresta del Rovaio (n.d.r.: Colle del Gesù). Ma sono in difficoltà. Alle 9 i tedeschi iniziano a risalire sul Rovaio e ad avanzare verso il centro della cresta. I partigiani non hanno scelta: alle 10 Puccetti ordina “il si salvi chi può” e di sganciarsi per gruppi verso il bosco sottostante, cercando di sfondare l’accerchiamento buttandosi in un canalone con un salto. Ma, così facendo, si espongono al fuoco nemico. E tanti vengono colpiti, alcuni in maniera mortale. Non è ancora finita: chi non è riuscito a mettersi in salvo si nasconde nella boscaglia, mentre i tedeschi continuano ancora per ore a sparare, spesso a casaccio. Quanti uomini muoiono nel corso della battaglia? Non conosciamo il numero di perdite tedesche. Probabilmente nessuna. Conosciamo però il nome delle vittime partigiane e il numero, diciannove in tutto (circa un terzo del gruppo), ricordati oggi nella chiesina del Piglionico.”

Fu questo l’episodio più sanguinoso e il combattimento più impegnativo sostenuto dai partigiani in Garfagnana. E il gruppo “Valanga” visse un momento di grande sbandamento. A fatica il già vice-comandante del gruppo Mario De Maria, riuscì a riunire a Vergemoli alcuni superstiti. Comunque il gruppo continuò ad esistere e ad operare. Una menzione particolare e un post interamente dedicato (che farò nei prossimi giorni) merita Leandro Puccetti comandante del Gruppo Valanga deceduto il 3 settembre ’44 a soli 22 anni a causa delle ferite riportate in questa battaglia.”.

 


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