Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
I miei libriRivista d'arte Parliamone

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download VIVERE CON L'ACUFENE.

STORIA: SCRITTORI DI GUERRA LUCCHESI: Pietro Petrocchi e Silvano Valiensi: “L’altra faccia del mito. Diario di guerra del Gruppo Valanga. Garfagnana 1944”

7 aprile 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Sono diari distinti tenuti da due componenti del Gruppo “Valanga”, che, com’è noto, sostenne la dura battaglia del Monte Rovaio il 29 agosto 1944, nella quale persero la vita 19 componenti, tra cui il comandante Leandro Puccetti, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria, spirato il 3 settembre all’ospedale di Castelnuovo Garfagnana, in seguito alle gravi ferite riportate.

I due furono grandi amici (“gli inseparabili”), il primo veniva dalla città di Lucca, il secondo da Vergemoli. Petrocchi morì prematuramente di malattia. Aveva scritto, iniziandolo “il primo novembre 1944”, come precisa Valiensi, un diario di guerra dei mesi del 1944, intitolato “Memorie di un partigiano lucchese”. Venutone a conoscenza, Valiensi, che fino ad allora aveva tenuto dentro di sé i ricordi di quegli anni, volle “Continuare con un caro amico un affettuoso colloquio, interrotto ormai da vent’anni, con la sua prematura scomparsa. Lo vidi per l’ultima volta la vigilia di Natale del 1969”.

Si legge questa avvertenza: “Il libro contiene integralmente il diario di Pietro Petrocchi al quale Silvano Valiensi ha aggiunto note e commenti. (…) Al termine del diario di Petrocchi prosegue Valiensi fino alla fine della guerra.”. Scrive Valiensi in una delle sue note: “Tutti e due figli unici tutti e due senza padre, tutti e due con una mamma, sola e lontana ad aspettarci.”.

Un’amicizia che è continuata anche dopo la morte di uno dei due. Un libro speciale, dunque.

Così scrive Petrocchi  nella prefazione: “Ho scritto le mie ‘Memorie’, sperando che un giorno vedano la luce, perché tutti sappiano come si svolgeva la vita nelle ‘bande’ dei partigiani, perché si sappia quanti sacrifici e quanto sangue è costata ai giovani d’Italia la cacciata dal nostro bel suolo dell’oppressore tedesco; perché si sappia, infine, cosa vuol dire essere ‘PARTIGIANO’”.

Petrocchi è sicuro ed entusiasta della scelta compiuta; in lui ferve una fede rocciosa e indefettibile. Sa di rischiare la vita per una buona causa, e ciò rinfocola ogni volta la sua dedizione. Valiensi ogni tanto interviene a commentare e a completare. Contrariamente all’amico è deluso; ha conosciuto vicende e uomini che non hanno corrisposto a quegli ideali. Ne nasce un dialogo che riaccende quel filo rosso che, partito con i vividi colori della speranza, si è sfilacciato e corroso con il passare degli anni. Valiensi non intende tenerli per sé i suoi risentimenti e punto per punto gli confida che cosa, secondo lui, non è andato per il verso giusto, e di chi sono le colpe. Il lettore si trova così davanti a un libro ragionato che gli fornisce considerazioni di prima mano da parte di chi quella guerra di liberazione ha combattuto direttamente.

Petrocchi ci restituisce con le sue memorie l’entusiasmo originario, Valiensi ci consegna la malinconia e la delusione di chi, avendo combattuto a fianco dell’amico e conoscendone l’ideale, si sente in dovere di denunciare le deviazioni, le dimenticanze e i tradimenti che sono seguiti a quella guerra: “L’Italia di oggi non è figlia della Resistenza, ma della Desistenza (per usare un termine caro a Pietro Calamandrei), le tue, le nostre rinunce non sono più neppure un ricordo, su di esse le nevrosi, il disordine, l’infima furbizia, l’ingiustizia hanno da tempo steso il velo pietoso dell’oblio. A molti conviene così perché la cattiva memoria è il grande alleato dell’egoismo.”. Valiensi ricorda i primi contatti con il Gruppo “Valanga”: “Anche noi avemmo una fredda accoglienza da quei pochi, ma non ci feci caso. L’amicizia non è come l’amore, non nasce a prima vista, ma cresce e si consolida col tempo.”; e poi: “Ricordi? Ci trovammo subito d’accordo, ci capimmo. Nasceva così un’amicizia che soltanto la morte ha troncato… ma no, neppure la morte, infatti eccoci qui a dialogare ancora insieme, come allora e soltanto per noi.”.

Petrocchi ci dà una descrizione di Leandro Puccetti: “era alto un metro e ottanta, magro, capelli e occhi castani. La fronte spaziosa, l’arco del naso fortemente aquilino, rivelavano in lui un’intelligenza superiore, mentre il mento quadrato rivelava l’uomo di forte decisione. I capelli lunghi, le labbra carnose, il lampo fiero di dolcezza negli occhi rivelavano un’anima entusiasta e dicevano quanto egli fosse idealista. (…) Non ricordo di aver mai incontrato un uomo che unisse tanto entusiasmo, tanta tenacia, al più completo disinteresse personale.”.

Le rievocazioni di Petrocchi sono lucide, e si avvalgono di una scrittura limpida che ce le fa rivivere. L’attacco al Ponte di Campia è una sequenza cinematografica: “D’altra parte le due sentinelle, sentendo un passo regolare sulla strada erano ben lungi dal pensare ai partigiani. Certamente esse credettero che fosse una ronda d’ispezione. Tutto si svolse in un attimo. Un tedesco accese la lampadina tascabile e per farsi riconoscere dalla presunta ispezione, illuminò prima se stesso e poi diresse la luce verso i nostri, ma Leandro, che aveva già il suo mitra beretta in posizione di sparo, aprì subito il fuoco, imitato da Foresi.”. Quell’attacco fallì a causa dell’arrivo di altre forze tedesche.

Valiensi integra il ricordo che Petrocchi traccia di Leandro precisando che, essendo studente di Medicina, era esentato dal servizio militare e “dunque, niente aveva da temere e poteva, con calma e in pace, continuare le frequenze all’Università, incurante dell’inferno che si agitava intorno a lui.”. Ricorda che fu Leandro Puccetti che accese “per primo in Garfagnana, la fiaccola della resistenza e instancabile, la tenne accesa, sempre con intelligenza e coraggio, fino al supremo sacrificio.”. Valiensi contrasta coloro che troppo hanno esaltato la Resistenza: “Campia fu per te la prima azione di guerriglia, per me la prima scintilla che, successivamente e soprattutto negli anni futuri, alimentò nella mia mente la convinzione che la resistenza, per lo meno nella nostra zona, non fu e non è mai stata quella fiaccola che illuminò la volontà di un intero popolo di liberarsi dai soprusi e dall’oppressione straniera, ma una tenue fiammella, tenuta in alto da uno sparuto drappello di temerari, fiduciosi in un avvenire più pulito e più giusto. (…) taci, pur conoscendole, le reazioni sconnesse di una popolazione ignava ed egoista che fin da allora ci subì senza capire. Dagli all’untore! Fin da quella prima azione risuonò il grido dell’avversione popolare nei nostri confronti.”. Valiensi stronca con crudezza la retorica della Resistenza che la vuole condivisa e solidale. Sappiamo anche noi che fu così, almeno in varie circostanze, e che Valiensi ha ragione. Si pensi alle tante delazioni che causarono assassinii, vendette ed eccidi. Valiensi ha una scrittura colorita, che si illumina ogni tanto del fascino che offrono la spontaneità, il coraggio e la consapevolezza di essere uno fuori dal coro: “si ebbero le prime diserzioni. Se ne andarono in molti, fra i primi, coloro su cui Leandro aveva fatto il suo maggior affidamento.”. Più avanti, continuando nella denuncia, si fa una domanda e si dà la risposta: “Ho divagato? No, anche queste cose fanno parte dell’altra faccia del mito.”. Che è, giustappunto, il titolo del libro.

Petrocchi racconta e Valiensi analizza, spulcia, riflette, tira alcune conclusioni. Ci si accorge della sua malinconia e soprattutto della sua rabbia per come sono state tradite le loro illusioni. Valiensi è la scomoda anima della nostra Resistenza, non solo di quella toscana, s’intende, poiché noi sappiamo bene delle falsità, delle violenze e dei tradimenti che seguirono la fine della guerra. Valiensi riprenderà questa amara, forte e ostinata denuncia nella parte finale del suo intervento, e sarà inesorabile e definitiva: abbiamo a che fare con “altre realtà più viscide, più pericolose, più ingiuste dello stesso fascismo, che ci illudemmo di aver cancellato per sempre.”.

Il racconto di Petrocchi, minuzioso, quieto, di largo respiro, ci consente di rivivere le giornate di un partigiano e di percepirne i pensieri e le paure. Petrocchi è animato da un grande cuore e da una grande speranza. Il suo ideale è quello luminoso di chi si è gettato a capo fitto, generosamente, nella battaglia della indipendenza e della libertà. In lui ritroviamo l’entusiasmo del resistente che si presenta alla chiamata consapevole che nello stesso momento consegna alla causa la propria vita. Siamo ai piedi dell’Omo Morto: “La notte lo spettacolo era ancora più suggestivo. Si vedevano proiettili traccianti discendere verso terra, quando gli apparecchi mitragliavano e i bengala accendersi nella notte e colorare intere zone d’una viva luce rossastra.”. Petrocchi è qui, in questa delicata descrizione di guerra mentre sta osservandosi intorno con il cuore e la mente di chi è sereno e fiducioso poiché sa di essere dalla parte della ragione.

Il 13 luglio 1944 ha tuttavia una delusione. Viene dato l’allarme e “Parecchi compagni, in maggior parte recenti acquisti, a quel primo allarme, fuggirono e successe un po’ di confusione.”. Segue lo scontro con i tedeschi (una pattuglia di una quindicina di soldati) e tre partigiani cadono morti. A conclusione, riflette: “Anch’io, debbo confessare che non mi trovavo nelle migliori condizioni di spirito, non tanto perché avevo visto tre compagni caduti (i primi), quanto per gli altri, che nel momento più critico ci avevano lasciati solo in pochi ad affrontare la morte.”. Valiensi interviene con il suo commento, sottolineando che la popolazione civile aveva addossato a loro la colpa di quell’attacco e non agli “infami invasori, che umiliavano, incendiavano senza riguardo, minacciavano, in una terra straniera al limite della sopravvivenza”.

Infatti, accanto a situazioni in cui le bande partigiane incontravano la solidarietà delle popolazioni, che offrivano loro nascondigli e viveri, ve n’erano altre in cui si desiderava che si tenessero lontane da paesi e casolari, poiché foriere di pericoli e di scontri armati con i tedeschi, i quali spesso concludevano la loro azione incendiando e uccidendo gli abitanti: “anche di questo dovrebbe interessarsi la storia, invece a tutt’altre faccende affaccendati, gli (storiografi) si danno ancora da fare per monumentalizzare la resistenza di un intero popolo o per vendere l’aria fritta, discutibile e funesta, di imprese volutamente gonfiate o totalmente inventate.”. Valiensi scrive con il dente avvelenato. Non ammette che la storia faccia la retorica della Resistenza e mette alla gogna un certo professor Renzo Bertolini che racconta a modo suo “nelle scarse tre paginette” di “Resistenza in Garfagnana” (e per questo racconto vinse il “Premio Giornalistico Garfagnana 1975”) e senza corrispondenza di verità lo scontro dell’Omo Morto, ingigantendolo. Valiensi ne approfitta per ribadire ancora una volta che la Resistenza fu un movimento di lotta assai minoritario che trovò, in sovrappiù, molta diffidenza presso le popolazioni civili. Ammette però che ci furono delle eccezioni: “Non tutta la popolazione di quei villaggi si amalgamò con i nostri ideali, ma i più incominciarono a capirci, a toccare con mano le nostre rinunce, ad apprezzare la nostra discrezione e l’indifferenza lasciò il posto alla comprensione.”. Tuttavia: “eravamo in tredici, mentre la quasi totalità degli uomini validi dei nostri paesi (quanti di essi non hanno dato un solo partigiano alla causa della Resistenza) offrivano le loro braccia e le loro energie alla TODT a preparare postazioni e piazzole da opporre all’avanzata degli alleati.”. Il professor Renzo Bertolini sarà un bersaglio fisso di Valiensi, il quale ne confuterà le osservazioni e le critiche, anche a riguardo della battaglia del Monte Rovaio del 29 agosto 1944, puntualizzando i fatti accaduti e respingendo aspramente le imprecisioni e le accuse: “Ecco i fatti descritti da chi li ha vissuti, non raccolti qua e là da cicalecci di gente disonesta e ignobile, che non meritava neppure di essere presa in considerazione.”.

Tra i partigiani si incunea la paura: “Passarono alcuni giorni, poi alcuni dei nostri impressionati dal fatto che nei paesi vicini giungevano sempre più numerosi i tedeschi, decisero di lasciare la ‘banda’” e Valiensi commenta amaramente: “proprio quelli furono i più solleciti ad esigere il riconoscimento di partigiani combattenti.”. Valiensi è un critico spietato della società civile e politica che si è formata dopo la guerra e dà la colpa soprattutto agli storici, che accusa di aver alterato i fatti al solo fine di soddisfare il proprio interesse e la propria parte. Si può dire che ogni nota che appone al diario di Petrocchi assolve a questa funzione: “A chi giova questo rimescolio delle carte? Chissà… forse in nome della storia tutto ciò è permesso. Beato te, che da vent’anni ti sei allontanato in silenzio da questa immondizia.” Allude alla avvenuta morte, anni prima, dell’amico. Il quale continua a scrivere nelle sue memorie: “Ormai ero diventato un nottambulo e mi bastavano pochissime ore di sonno. Devo dire che quei giorni e quelle notti trascorsi in postazione li ricordo come i migliori della mia vita.”. Attraverso Petrocchi noi veniamo a conoscere la vita quotidiana del partigiano, non solo nei momenti di battaglia, ma anche negli altri, in cui mangia, dorme, fa la guardia, si isola per osservarsi intorno e riflettere: “Di giorno, in mutandine, sotto la sferza implacabile del solleone, che in poco tempo ci abbronzò alla perfezione; mentre uno di noi stava sempre col cannocchiale agli occhi, scrutando i dintorni, gli altri due si raccontavano la vita passata, o facevano progetti per il futuro oppure, molto più semplicemente, si spingevano nel boschetto sottostante a raccogliere mirtilli, che in quella stagione rendevano quasi nero il suolo, tanta era l’abbondanza, oppure i lamponi che occhieggiavano rossi e invitanti tra l’erba verde.”; “Portavamo anche dei libri in postazione. In quel tempo ho letto di Villy Dias: ‘Verso la vita’, in cui parla della nostra vecchia Lucca e ‘La Piccola Ragazza’, della stessa autrice.”. Di quest’ultimo romanzo mi sono occupato nel volume: “Narrativa minore sotto il Fascismo”, del 2018.

Queste belle riflessioni di pace continuano: “Sono sempre stato un fervente ammiratore del cielo stellato e non ricordo di averlo mai visto così vicino e così splendente come in quelle luminose notti di agosto. A volte quando ero di primo turno, dalle 22 all’una, tardavo a svegliare il compagno per veder sorgere ad oriente la lucente costellazione di Orione e vedere la bianca stella Rigel, la mia preferita, splendere nel cielo di velluto nero. Mi attraeva anche l’Orsa maggiore con i suoi sette bottoni d’oro e specialmente Migar, la stella centrale del timone con la sua piccola compagna, che le è così vicina da confondere i suoi raggi con lei.”. È raro trovare anche tra i grandi della letteratura descrizioni rese così limpidamente e con semplicità e nelle quali si riflettono la gioia, l’umiltà, l’amore e “quel divino sgomento che mi prendeva guardando quelle miriadi di lucciole sperdute nell’universo”. L’amico Valiensi, “fresco di studi classici, che la guerra mi aveva costretto a interrompere”, interviene a commento: “Nelle lunghe giornate trascorse in postazione, forse, cominciasti ad innamorarti di Dante. (…) mai avrei pensato che un giorno tu saresti diventato un così profondo conoscitore dell’opera dantesca, da farmi sentire io lo scolaro e tu il grande e dotto maestro. La notte, invece, quando le stelle non riescono a chiudere occhio, tu eri già il maestro e si sente dalle tue parole. Io ti ascoltavo ammirato di tanto sapere e qualche cosa imparavo. Alcuni ricordi sono così lontani da farci dubitare di esserne stati noi i protagonisti, ma questi sono così vivi nella mia mente che quando, a notte, guardo la volta celeste, non ricordo il nome delle stelle, ma ti rivedo e ascolto la tua voce, come allora, dalla quale avvertivo sensazioni meravigliose che non ho mai dimenticato.”.

Si tratta di un colloquio a distanza di intenso e profondo sentimento, che ci offre quello che si potrebbe chiamare il cuore della Resistenza; il palpito acceso di amore che batteva in ciascuno degli uomini che avevano scelto di rischiare la vita per la libertà del nostro Paese.

La Resistenza non fu solo rumore di armi e scorrere di sangue; non fu solo scontri efferati ed eccidi, vendette e odio. Essa coltivò nobili sentimenti, li affinò, li rese espliciti, li immortalò nel tempo.

Si arriva al tragico evento del 29 agosto 1944. Nella notte tra il 27 e il 28 agosto, una sentinella, Tarzan, sente dei rumori. Dà l’altolà. È una pattuglia tedesca composta da “una decina di uomini”, comandata dal maresciallo Hotzman, il quale, in un italiano stentato, cerca di ingannare la sentinella, ma Tarzan, resosi conto della trappola, lascia partire una raffica di Sten, uccidendo il maresciallo che era arrivato a meno di due metri di distanza e “con la Mauser spianata cercando di individuare il luogo dove si trovava la sentinella.”. Il quel momento il comandante Leandro Puccetti e il suo vice Mario De Maria sono in missione  e vengono avvertiti. Al ritorno il comandante dirà loro: “Sicuramente avremo un attacco, siamo ancora in tempo a sganciarci, ma ormai abbiamo compromesso la popolazione e la rappresaglia si scatenerà sicuramente su delle persone inermi se noi l’abbandoniamo.”. Da queste parole ha inizio l’azione eroica che contraddistinguerà il Gruppo “Valanga” e il suo comandante. Valiensi conferma: “Non dovevamo fuggire, ma restare e forse morire, per non vincere, perché già sapevamo che quella sarebbe stata la nostra ultima battaglia, ma per difendere, per quanto possibile, i civili da noi compromessi, per spengere col nostro sangue, la sete di vendetta dell’invasore e non permettere che la pena crudele ricadesse sugli inermi, che ci avevano ospitati e in gran parte compresi.”.

Petrocchi ricorda: “Non erano dieci minuti che mi ero appisolato, che Aldo mi scosse dicendo: ‘Ascolta!’. Tesi l’orecchio. In lontananza, sulla via proveniente dal Col di Favilla, si sentiva uno scalpiccio che gradatamente si avvicinava. Non v’era dubbio, i tedeschi stavano arrivando.”; “Quando demmo l’allarme erano le tre e venti.”; “I tedeschi, rafforzati da una compagnia di camicie nere italiane”; “Le SS tedesche erano demoni scatenati.”; “Ormai però non ci facevamo più illusioni, avevamo visto l’imponente schieramento di forze del nemico, l’organizzazione perfetta dell’attacco e il fanatismo con il quale combattevano quei demoni.”. Petrocchi, come è avvenuto in altri libri, ricorda la morte eroica di Ettore Bruni: “La morte di Ettore fu degna d’un eroe, semplice e coraggioso come egli era, infatti cadde mormorando: ‘Muoio contento, sparate addosso a quei porci.’”. Valiensi più avanti preciserà che, già ferito, Bruni “combatte con coraggio fin che può e, ferito nuovamente, si uccide, sparandosi in bocca una raffica di Sten”.

Arriva il momento di “aprirsi un varco”, una via di fuga: “mancavano dieci minuti alle undici”, erano trascorse circa 8 ore di feroce combattimento. Lo faranno a piccoli gruppi. Petrocchi è insieme con Silvano, Pacini, Leandro Puccetti, Poggelli, Zanotto e Carioca, che è ferito, “con il ventre trapassato da parte a parte” (morirà di lì a poco): “Dopo esserci aperti un varco a forza di bombe a mano, scivolammo giù per il canalone, protetti dalla vegetazione, giungemmo ad una roccia a picco. Lì, decidemmo di fermarci nascosti ad attendere, se fosse stato possibile, la notte e poterci così allontanare con maggior probabilità di non essere scorti.”. Invece li attacca una pattuglia di “una quindicina di tedeschi”; riescono ad ucciderne otto, e gli altri fuggono. Ma non è finita: “su di noi si scatenò l’inferno. Un bengala segnalò alla mitragliera da 20, piazzata a meno di duecento metri in linea d’aria da noi, la nostra posizione. Non eravamo protetti che da frasche.”. Valiensi ricorda quando fece il salto per uscire dal nascondiglio: “anch’io saltai (…) Ricordo come fosse ora, che mentre discendevo, intorno a me i proiettili scheggiavano la roccia, ma non fui colpito. Giunto al viottolo sottostante, so di aver visto Borro. Colpito al capo era ormai morto, ma la mitraglia continuava a investirlo, e la testa si muoveva ancora. Rabbrividii per un attimo e mi buttai nel bosco. Ricordo anche che vidi di sfuggita Leandro correre lungo il viottolo verso Tievora, non approvai quella scelta in cuor mio… fu un attimo, ormai era scomparso.”.

Di Leandro, Petrocchi ci racconterà ancora, e sono pagine importanti per rivivere le ultime giornate di vita del comandante del Gruppo “Valanga”: “La sera del trenta avemmo notizia che Leandro, gravemente ferito, si trovava in Taso, dove eravamo passati anche noi, trasportato lì da pietose mani borghesi, nostri amici da sempre.

Egli, quando ci aveva lasciati, invece di nascondersi nel bosco aveva tentato di attraversare subito lo sbarramento nemico. Si era trovato così di fronte ad una postazione di mitraglia. Riuscì col suo mitra Berretta ad uccidere quattro tedeschi, ma fu colpito al ventre. Anche ferito gli fu possibile, aiutato da Sergio, nascondersi in una grotta, dove trascorse 36 ore, solo, ferito, senza mangiare né bere. Finalmente venne trovato da alcune donne e portato in salvo.

Decidemmo allora di dargli il conforto di rivederci prima di morire e a notte fonda andammo a trovarlo.

Povero Leandro! Steso nel giaciglio del dolore, con i lunghi capelli sparsi attorno al viso scarno, aveva un’impressionante rassomiglianza con Cristo morente. Ci chiamò ad uno ad uno per nome rallegrandosi nel vederci salvi e commiserò gli assenti. Lo vegliammo fino all’alba, poi, commossi fino in fondo all’anima, tornammo a Sassi. L’agonia di Leandro doveva durare ancora tre lunghi giorni. Tutto fu tentato per salvarlo, anche un intervento chirurgico, ma era troppo tardi, la sua ferita al ventre gli aveva già procurato una grave infezione che lo portò alla tomba.”.

Valiensi precisa: “Senza dubbio una pallottola di mitragliatrice che, entrata nel fianco, dopo aver attraversato l’intestino, era uscita all’altezza dell’inguine, ma il foro di uscita era così grande, che ebbi la sensazione che si trattasse di una pallottola esplosiva. (Ancora oggi ho la certezza di non essermi ingannato).”.

Sembra paradossale, ma ci si affeziona alla propria arma con la quale ci si difende e si uccide. Ci si affeziona anche Petrocchi che al momento in cui è lasciato libero di tornare a casa, il 6 ottobre 1944 (il primo novembre comincerà a scrivere il diario), e deve consegnarla si lascia andare a questo pensiero: “M’ero affezionato al mio Sten, era stato il mio compagno inseparabile per tanti mesi! Quante volte avevo dormito col suo calcio sotto la testa, sicuro e tranquillo con quella compagnia! Tutto ammaccato, con il calcio un po’ storto, portava l’impronta della nostra vita avventurosa.”. Il diario di Petrocchi si conclude con il suo ritorno a casa. Poiché tutti i ponti erano saltati, raggiunge Monte San Quirico con un barcone: “Il pesante legno tagliava di sbieco la corrente impetuosa fendendo lateralmente l’acqua d’un grigio scuro. La sponda si avvicinava, s’avvicinava, un lieve urto. Saltai a terra per primo.

Ero a casa.”.

D’ora in avanti il libro proseguirà con i ricordi dell’amico Silvano.

Il quale continua la sua critica al mito gonfiato delle popolazioni che accoglievano a braccia aperte i partigiani. Anche il paese di Fornovolasco, presso cui si tenne il 26 settembre 1944 la battaglia del “Boscaccio” (“Noi non avemmo neppure un ferito”), riceve il suo severo monito: “Fummo accolti come assassini, ci ricoprirono di ingiurie per la morte dei quattro tedeschi uccisi in combattimento, coi quali l’intero paese aveva fraternizzato fino a poche ore prima. Noi reagimmo, ma prendemmo atto che i nostri morti, a distanza di neppure un mese erano ora dimenticati.”. Il riferimento è ai morti della battaglia del Monte Rovaio tenutasi il 29 agosto.

Ci informa che quell’autunno del 1944 fu particolarmente freddo: “sempre tanta neve e tanto freddo.”. L’inverno sarà “polare”.

È da condividere appieno questa critica mossa alla nostra Repubblica da Valiensi, il quale ricorda un certo Italo, che era un borghese, e venne catturato dal tenente repubblichino Licitra nel paesino di Trombacco (“orrida località senza sole, quelle fredde e piccole case da presepio”), e fu l’inizio del suo calvario. Scrive Valiensi: “Oggi Italo, dopo aver trascorso una vita alla S.M.I. di Fornaci di Barga, vive della magra pensione dell’I.N.P.S. Il tenente Licitra, invece, ufficiale di polizia (oggi forse in pensione) fu paladino dello Stato repubblicano, della sua democrazia, della sua Costituzione, che dicono nata dalla Resistenza. Chi non vivesse in Italia e non fosse abituato a queste sconcezze, avrebbe certamente materia per vergognarsi.”.

Dalla lettura emerge un’altra realtà suggestiva e allo stesso tempo malinconica: si tratta delle miriadi di paesucoli che costellavano le montagne della Lucchesia, collegati fra loro da strade sterrate, spesso scomode mulattiere. Erano nascosti, quasi non si vedevano. Eppure c’era vita, c’era interscambio, c’era comunicazione; si formavano le amicizie. A guardare dalla pianura, apparivano i minuti tetti delle case immersi nell’intrigo dei boschi. Vi si muovevano, non visti da laggiù, uomini e sentimenti.  Addirittura in qualche paesino non ci si accorgeva neppure che fuori c’era la guerra, come a Rontano, sulla strada d’Arni: “saliamo a Rontano, dove la vita degli abitanti continua normalmente, quasi non ci fosse stata la guerra tanto vicina.”. Tutto questo, o quasi, oggi, con le inesorabili esigenze della modernità, è scomparso. Valiensi lo ricorda: “Il progresso ha spazzato via il nostro mondo. Le case sono vuote, i viottoli quasi nascosti dalle ortiche che avanzano, né un rumore, né un belato d’agnello, né il campano d’un gregge, né il canto dolcissimo d’una pastorella. Cari suoni d’un tempo.”. Mi viene in mente uno dei miei scrittori preferiti, Carlo Sgorlon, ai cui romanzi ho dedicato un libro “Omaggio a Carlo Sgorlon. I romanzi”, del 2015. Scrive ne “L’Ultima Valle” a riguardo del progresso: “A prima vista in esso tutto è positivo, ma sta di fatto che più gli uomini progrediscono, più si allontanano dalla natura, più la loro infelicità cresce, ed aumentano i danni e le ferite inferte alla terra.”.

Valiensi ci dà conto anche delle diserzioni che stavano avvenendo nelle milizie fasciste: “Sono una quindicina tutti giovani, accompagnati da un caporal maggiore trentino. Si accorgono subito che nessuno di noi è americano. Non parlano, tremano, hanno freddo, ma anche paura.”. Speravano di incontrare gli americani, e si sono cacciati in mano ai partigiani e temono di essere fucilati. Non è la prima volta che i partigiani si trovano innanzi a scene come queste, e li hanno sempre accolti, fraternizzando con loro: “Peccato non poterli tenere con noi, gli americani non lo permetterebbero mai. Li consegniamo al comando alleato e ci salutiamo come vecchi amici. Per loro la guerra è finita, per noi non ancora.”. Valiensi sottolinea, a commento di questa fraternità ritrovata: “È questo uno dei più bei ricordi della mia vita sul fronte.”.

Ci si avvicina alla fine della guerra. Siamo al 17 aprile, pochi giorni prima di quel 25 che segnerà la caduta della dittatura e la sconfitta degli invasori tedeschi. Le popolazioni hanno cancellato ogni originaria diffidenza verso i partigiani e ora li accolgono a braccia aperte, entusiasti del loro arrivo: “scendiamo a Vagli di Sotto. Siamo accolti veramente come liberatori. È questa per noi tutta un’emozione, mai provata prima. Qui la diffidenza nei nostri confronti scompare, la popolazione ci fa festa, le ragazze ci acclamano.”. Ci immaginiamo Valiensi finalmente contento di ricevere una tale inattesa e confortante solidarietà. La Garfagnana ormai è liberata. Ma Valiensi non vuole tornare a casa, intende andare avanti e, come aveva fatto Mario De Maria, suo comandante del Gruppo “Valanga” dopo la morte di Leandro Puccetti, raggiunge a Modena il Battaglione di Manrico Ducceschi, “Pippo”, e con lui, aggregato all’esercito americano, si muove a liberare le città di Modena, Reggio Emilia, Piacenza, Milano: “Gli americani ci seguono più lentamente. Sul Po non ci sono più ponti, lo attraversiamo con una grande zattera. Ci fermiamo a Milano. È lì che ci coglie la fine della guerra in Europa. Arrivano gli alleati e noi dobbiamo rientrare. All’Abetone depositiamo le armi. Quando lascio cadere il mio mitra nel mucchio, una lacrima calda mi bagna la guancia. Ora è veramente finita.”; “Non ho ancora ventidue anni”. Quest’ultima è una frase che fa venire i brividi. Tanta gioventù, tanta voglia di vivere, messe a disposizione della causa della libertà! Valiensi è stato fortunato, è riuscito a sopravvivere, ma tanti altri come lui, quella gioventù e quella voglia di vivere l’hanno immolata per consentire a noi italiani di tornare ad essere liberi. Come dimenticare? “Sono i nostri compagni migliori, quelli che tutto hanno dato senza chiedere nulla.”; “Noi fummo giovani allora e vecchi oggi, che amarono la libertà semplicemente così, senza aggettivi.”.

Mi piace concludere riportando le parole che l’editore di questo libro e scrittore Andrea Giannasi, esprime al termine del racconto di Valiensi: “Ecco racchiuso il senso dell’estremo ideale verso il quale anelano uomini come Leandro Puccetti e gli altri. Circondati dalle miserie umane, loro sognano ad occhi aperti la libertà. E nel farlo per loro stessi, compongono il futuro per tutti gli altri.”.

 

 


Letto 142 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post. TrackBack URI

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart