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STORIA: SCRITTORI DI GUERRA LUCCHESI: Sergio Mariani e i suoi racconti

27 Maggio 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Sergio Mariani è stato un punto di riferimento della Resistenza lucchese. Con Carlo Gabrielli Rosi curò il libro “Cuore 1944. 100 episodi della resistenza europea”, uscito nel 1975, che raccoglie le testimonianze di autori, anche stranieri, che vissero quel drammatico periodo, tramandandocene la memoria. Oltre Mariani, altri lucchesi (anche i non nati nella provincia ma ivi residenti da molti anni) sono presenti con un loro scritto: Carlo Gabrielli Rosi (“Il sacrificio del Gruppo Valanga”, ed altri), di cui ci occupiamo più compiutamente in questa raccolta, don Sirio Niccolai (“Gli Oblati”; “Gli Oblati e i Rastrellati”), Augusto Mancini, l’autore della “Storia di Lucca” (“I prigionieri inglesi nella terra di Lucchesia”), Fidia Arata (“Il versiliese Amos Paoli: l’Antonio Scesa della Linea Gotica”), Lorenzo Angelini (“Un paio di pantaloni per una vita”), Pietro Petrocchi, presente in questa raccolta (“Viola, la ‘Mamma dell’Alpe’”), Guglielmo Lera (“Malaria di guerra”), Giovanni Satti (“Alpini fratelli”), Renzo Papini (“La vera voce della Germania”), Leone Sbrana (“Un pacco da Atene”; “Frau Byela”; “Martin, lo zingaro”, “Un giovane polacco di Bedzin”); Maria Eletta Martini, nota personalità politica, più volte deputata al Parlamento italiano (“Il rastrellamento del 21 agosto”: è il rastrellamento del 1944: Lucca “sembrava una città quasi morta; poi, all’angolo tra Via S. Croce e Via S. Nicolao dovetti fermarmi: una lunga teoria di uomini, dai giovanissimi ai quasi vecchi, camminava in silenzio; i tedeschi e i fascisti, armati, li scortavano; quegli uomini erano vestiti senza cura ed avevano spesso un pacchetto, piccolo e malfatto, in mano.”), Gaetano Bonino (“Il pane di campagna”).

Per parlare di Mariani, utilizzeremo perciò i testi autografi che appaiono nel libro citato e anche un articolo significativo che scrisse Nazareno Giusti all’indomani della sua morte, avvenuta nell’ottobre del 2012.

Cominciamo da quest’ultimo, il quale racconta un episodio di cui fu eroico protagonista Mariani, ripreso poi in un film, che ho visto ma di cui non ricordo, ahimè, il titolo. Glielo narra direttamente Mariani quando Giusti va a fargli visita nella sua agenzia immobiliare situata nel centro della città di Lucca, in via Fillungo.

Siamo sull’Appennino pistoiese e il protagonista è prigioniero dei tedeschi e rinchiuso in un campo di lavoro, dove arriva un ragazzo, Natalino Colligiani, silenzioso, appartato, che un giorno riesce a fuggire, ammirato dai compagni. Lo vedono correre verso la libertà e sparire giù per il pendio della collina. Sono ormai sicuri che ce l’abbia fatta quando sentono un’esplosione. La riconoscono: è tipica di una mina che esplode: “si sentì, in maniera chiara e distinta, un boato tremendo. Una luce sfolgorante dietro la parte del monte non visibile. Il sorriso si trasformò in una smorfia, prima incredula e poi di terrore. Tutti, solo in quel momento,  se lo ricordarono, proprio in quella zona c’è un campo minato. E allora giù a capofitto soldati e prigionieri. A correre verso quel fumo con la speranza che al piccolo non fosse successo nulla. Lo speravano i prigionieri che in quel bambino avevano visto la loro Libertà e, in fondo al cuore, lo speravano pure i tedeschi.”. Natalino, invece, vi è incappato. Il ragazzo è a terra, le gambe gravemente ferite: “Natalino era proprio in mezzo al campo minato, lo aveva saltato e attraversato sino a che una mina gli era esplosa sotto i piedi. Quei piedi che non c’erano più. Aveva solo due moncherini orrendamente sanguinanti dai quali spuntava il bianco delle ossa.”. Il maresciallo tedesco punta il fucile per sparargli e porre fine alla sua sofferenza. Mariani si oppone, vuole salvarlo, e si inoltra nel campo minato a rischio della vita. La fortuna lo assiste. Arriva davanti al bambino, cerca di calmarlo e vuole prenderlo in braccio, ma è pesante e il suo corpo si è irrigidito. Mariani si sgomenta, non sa più che cosa fare, quando “sentì un’ombra dentro di lui. Si girò, lentamente. E rimase stupito.”. Dietro di lui c’era il maresciallo, venuto in suo aiuto, e insieme riescono a ripercorrere a ritroso il campo minato portando in salvo il ragazzo. Molti anni dopo quel ragazzo, diventato uomo, verrà a trovarlo nel suo ufficio con la propria famiglia: la moglie e due figlie, per ingraziarlo. Finalmente, dopo anni di ricerche, era riuscito a rintracciare il suo salvatore.

Nel libro “Cuore 1944”, sono presenti cinque scritti di Mariani, che per tutta la vita fu umile e discreto, quasi appartato, restio a mostrarsi e a parlare di sé.

La sua prigionia fu in modo speciale legata a Bologna, che ringrazia dedicandole uno di questi scritti, intitolato: “Grazie Bologna!”: “quanta commovente solidarietà incontrammo noi toscani deportati a Bologna. Eravamo migliaia privi di tutto, le famiglie lontane lasciate al di là del fronte.
E Bologna ci dette rifugio, ospitalità, assistenza, calore umano, riempì il vuoto del nostro stomaco e quello delle nostre anime.”; “Quando uno è solo, braccato, sperduto, sconosciuto sentirsi intorno tanto calore, trovarsi fra amici che ti aprono le loro case, dividono con te quello che hanno, è una cosa indimenticabile.
È per questo che ogni tanto torno a Bologna. Giro le sue vecchie strade, rivivo così tanti momenti commoventi, entro nel bar che ti offriva il caffè e latte, monto le scale della Nina, una vecchia infermiera che aveva ogni giorno degli invitati toscani, mi soffermo in meditazione in quella chiesa che fu il mio primo rifugio dopo la fuga, sfioro con la mano il portone di Via Volto Santo 1 dove per mesi cento lucchesi furono accolti e protetti. Passo più volte di fronte alle Scuole Manzolini in Via S. Isaia e mi sembra rivedere i volti dei compagni e degli amici di allora. Poi infine nella grande piazza del Comune verso una lacrima di fronte a quel muro dove tanti ragazzi furono fucilati. Assorto e commosso ascolto il frastuono del traffico della grande città e lo confondo con quello che trent’anni fa esplose in quella piazza quando tutti insieme ci trovammo a gridare la gioia della Liberazione.
Faccio «il pieno» di sentimenti e ritorno più buono, più disponibile.
Per tutto questo, a mio nome da parte delle migliaia di rifugiati toscani, voglio dire ancora una volta: «Grazie Bologna».”.

È un ricordo intenso e generoso, proveniente da un uomo che ha fatto della solidarietà umana la barriera più forte per sconfiggere la cattiveria e la guerra.

È a questo scopo che in un altro scritto, “Il Podestà di Bologna”, ricorda la figura di un uomo delle Istituzioni che, in silenzio  e con prudenza, cerca di aiutare i prigionieri: “Alla fine del 1944 la città di Bologna era stracolma di gente. Avevano trovato rifugio i profughi dei paesi degli Appennini che ormai da mesi erano la linea del fronte, poi la gente della periferia continuamente bombardata dagli aerei alleati, ed infine la massa dei rastrellati toscani, giunti in più riprese a Bologna e, dopo essere passati dal campo di concentramento Caserme Rosse, lasciati liberi perché vecchi e ammalati. A loro si aggiunsero quelli che riuscirono a fuggire anche per l’organizzazione che operava per evitare la deportazione in Germania agli uomini toscani.”. Giunge l’ordine che i prigionieri debbono lasciare Bologna per un’altra città. Per i toscani è una decisione che li allontana ancora di più dalle loro case. Così decidono di inviare un giovane a conferire con il Podestà, e con meraviglia, ricevono da lui quanto desiderato: “Furono attimi di tensione, poi il Podestà disse: « Ragazzo hai avuto coraggio a venire qui e ti rispetto. Torna dai tuoi compagni e assicurali che non saranno trasferiti. Hanno sofferto già troppo ed io sono lieto ed orgoglioso che la mia città li abbia aiutati e protetti. Se per necessità dovrò far sfollare Bologna manderò via dei bolognesi per adesso più fortunati di voi ».”. Quando Bologna fu liberata corsero subito dal Podestà per difenderlo da un’eventuale rappresaglia, ma trovarono che già i partigiani, che ben lo conoscevano, si trovavano accanto a lui per proteggerlo. Il nome del podestà era Mario Agnoli, un ingegnere, il quale volle lasciare al ragazzo che era andato a fargli quella fortunata richiesta un libro su Bologna con questa dedica: “A tutti i Rastrellati toscani che vissero a Bologna i duri mesi della guerra che precedettero la liberazione, per ricordare che è nel bene e con il bene che ci si sorregge, ci si affratella e si fa grande l’Italia.”.

È un altro esempio di solidarietà e Mariani ce lo consegna a dimostrazione che la bontà e la generosità presenti nell’animo umano possono prevalere sulla crudeltà e la cattiveria. È, ancora una volta, un messaggio di speranza. In una nota Mariani ricorda le tante benemerenze di Agnoli, che ebbe assegnata da Lucca anche una medaglia d’oro: “Nel 1964, in occasione del XX° anniversario della liberazione della città, l’allora Sindaco di Lucca prof. Italo Baccelli, a nome del Comitato che riuniva tutte le Associazioni della Resistenza e dei Deportati, gli ha consegnato una medaglia d’Oro insieme ad altri 10 bolognesi del mondo resistenziale, in riconoscimento dell’opera benemerita svolta in Bologna a vantaggio di tutti i deportati lucchesi e toscani.”.

Siamo nei pressi di Bologna. Un gruppo di rastrellati vi è condotto dai tedeschi con “i pochi abiti ridotti a stracci, infreddoliti”; con meraviglia, alle porte della città trovano due ali di cittadini ad accoglierli, non è curiosità la loro, ma desiderio di esprimere solidarietà e voglia di aiutarli come possono; hanno con sé  “secchi pieni di latte, fra le braccia filoni di pane e canestri di frutta.” Glieli offrono, sfidando la vigilanza dei tedeschi. Più avanti c’è una bancarella tenuta da un vecchio venditore che assiste alla scena di solidarietà. E anche lui vi prende parte: “Allargando le braccia riuscì ad afferrare tutta la mercanzia che aveva esposta e corse incontro ai rastrellati. Lanciò il tutto e piovvero sulla colonna maglie di lana. Erano di lana grezza, pungente, ma tanto preziose per chi aveva freddo.”. Mariani ce lo racconta ne “Il venditore di maglie”.

Ne “Il cappellano dei rastrellati” ricorda la figura di don Giulio Salmi, che si prodigò per essi e riuscì anche a farne fuggire molti, talché rischiò la fucilazione, evitandola per un soffio grazie all’intervento dell’Arcivescovo di Bologna, Card. G. B. Nasalli Rocca.

La sua mansione era quella di Cappellano delle “Caserme Rosse di Corticella”, dove erano rinchiusi i rastrellati: “Don Giulio Salmi era giovanissimo, da poco ordinato sacerdote: non alto di statura, gli occhi grandi intelligenti. Gli internati del famigerato campo di concentramento Caserme Rosse di Bologna lo videro entrare una mattina. ‘Sono venuto a dir Messa’ disse e da una valigetta estrasse, come un prestigiatore, un tavolo e quel che serviva per il rito. Intorno a lui si radunarono la gran parte degli internati, non tutti convinti. I duri mesi di deportazione avevano inciso sui loro animi. Man mano che passavano i giorni si erano lasciati andare; tutte le loro risorse fisiche erano concentrate nella ricerca del cibo, nel pensiero della fuga, nella speranza di trovare un mozzicone di sigaretta gettata via da un tedesco per fumarlo di nascosto. Uomini ridotti a gregge, la volontà annebbiata, la dignità dimenticata.”. Trasmise loro il coraggio che lo contraddistingueva e “ritornarono uomini non più rassegnati alla loro sorte.”. Assicurò che avrebbero trovato, se fossero riusciti a fuggire, un riparo sicuro nella comunità religiosa. Sembrò una profezia. La notte stessa ci fu un bombardamento, e il consueto disordine,  che consentirono loro la fuga. Ne approfittò “un centinaio di uomini e seguendo le indicazioni ricevute si sparsero nella periferia alla ricerca di una Chiesa ed ognuno trovò l’immediata risposta e i giorni successivi, ripuliti e rivestiti, con in tasca falsi documenti tedeschi di lavoro, furono accompagnati in conventi o in centri profughi dove trovarono altre centinaia di loro compagni che in precedenza erano fuggiti o erano stati abbandonati dai tedeschi.”. Figura leggendaria, don Salmi riuscì a farsi dare da un tedesco cattolico il timbro autentico del Comando delle SS, così che sui documenti preparati per i prigionieri fuggiti dalle Caserme Rosse compariva una validazione sicura.

Alla fine fu scoperto e, condannato a morte, fu liberato, come si è già detto, grazie all’intercessione dell’Arcivescovo Nasalli Rocca che promise che d’ora in poi “avrebbe cessato la sua attività.”. Ma non fu così; “e altre centinaia di uomini fuggirono e tutti trovarono asilo, protezione, vitto, vestiario per i lunghi mesi dell’inverno bolognese, fino alla primavera quando finalmente arrivò la sospirata liberazione.”. A quel punto “don Giulio non finì la sua attività. Fu visto ripartire in bicicletta alla ricerca di soldati tedeschi sbandati e impauriti. Riempì la sua casa, poi li consegnò agli alleati: ‘Ora sono loro che hanno bisogno di me’, disse.”.

Mariani stigmatizza i gesti che attengono all’amore e alla solidarietà, estraendoli da un contesto in cui a dominare sono la violenza e l’egoismo. La sua coscienza di uomo probo e altruista è colpita da una tale e inaspettata esaltazione della virtù, ed è di essa che aspira a lasciare memoria. I suoi racconti sono tutti luminosi e intrisi di questa bellezza.

Lo è anche “Il dottor De Biase” (che in un’edizione successiva e ridotta prenderà il titolo di “Il medico della Caserme Rosse di Bologna”), in cui si narrano le gesta di questo medico “che inganna i tedeschi denunciando malattie inesistenti.”. “Data la scarsità di medici tedeschi il comando aveva chiesto un medico al Comune di Bologna per visitare i deportati e fu così che un giovane, il dott. De Biase, iniziò la sua attività affiancato da un infermiere tedesco e da un ufficiale delle SS non medico.”. I tedeschi ignoravano che il dott. Antonio De Biase “faceva parte dell’organizzazione clandestina del Partito d’Azione.”. Alla sua memoria, anche a lui, il Comune di Lucca, nella cerimonia ricordata del 1964, assegnò la medaglia d’Oro, ritirata dalla sorella Ilaria. Del suo lavoro a favore dei rastrellati beneficiò anche il Mariani, a cui il medico diagnosticò una pleurite evitandogli, lui ventenne e forte, il trasferimento nei campi di lavoro in Germania: “mi chiese a quanti anni avevo avuto la pleurite, lì a destra dove ancora ne avvertiva le tracce… capii che mi suggeriva il modo di cavarmela e dissi 15.”. Scoperto per questa sua opera a favore dei rastrellati, subì una punizione orribile: pestato a morte e tenuto chiuso in una cassa per tre giorni, da cui uscivano continui lamenti. Fuori, i prigionieri gridavano il suo nome per incoraggiarlo, sotto la minaccia dei carcerieri: “Le sentinelle minacciose si avvicinavano e allora il coro taceva per ricominciare appena si voltavano e così di seguito.”; “Ma quella vicenda terribile aveva lasciata in lui una traccia inguaribile.”; “Morì pochi anni dopo ancora in giovanissima età.”.

Mariani, con questo bel libro di amore, ci ha tramandato la memoria di alcuni dei tanti eroi silenziosi che rischiarono la vita in quella terribile guerra nata dall’egoismo, dall’esaltazione, dall’odio, e soprattutto dalla follia (consiglio al lettore la visione del film “Schindler’ List” del 1993, diretto da Steven Spielberg).

 


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Bart