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STORIA: Storia di Berta: Le cittĂ  al tempo di Berta(16)

5 agosto 2010

di Vincenzo Moneta

Capitolo IX

LE CITTA’

Lucca – Pavia – Roma – Aquisgrana – Bisanzio – Baghdad – Cordoba

 

Lucca

Il IX secolo, soprattutto al tempo di Ludovico II, vide in Lucca la fusione progressiva della vecchia societĂ  longobarda con la nuova societĂ  franca.

Una volta dissoltasi, con la caduta dell’Impero e le invasioni barbariche, la “regio” di formazione romana, l’assetto della Toscana stentò a trovare, nel nuovo regime feudale, una sua figura organica.

Tale incertezza si rivela anche nel contrasto secolare fra l’iniziativa di Lucca, sotto la cui signoria venne a trovarsi fra il secolo VIII e il X  la Toscana settentrionale ed orientale, e lo sforzo degli Aldobrandeschi di Santafiora, dalla zona amiatina al Trasimeno, in attrito continuo con la potenza pontificia.

La maggiore incisività dell’azione lucchese, rispetto a quella aldobrandesca, portò alla costituzione della cosiddetta marca di Tuscia, arrivata fino a sfiorare l’anno Mille[1].

Il dominio franco si sostituì a quello longobardo nell’anno 774 con l’occupazione di Pavia da parte dei Franchi. Il trapasso di potere non fu tuttavia così immediato: è opportuno ricordare che i movimenti di truppe e di popolazione che si verificavano a causa delle guerre erano molto meno estesi di quelli a cui ci ha abituato la guerra moderna, e perciò Carlo Magno, come già i Longobardi e tutti gli altri invasori prima di lui, non aveva di fatto il numero di uomini sufficiente ad esercitare immediatamente un effettivo e totale controllo delle nuove terre conquistate.

Di conseguenza Carlo si proclamò re dei Franchi e dei Longobardi per unire i due popoli in uno solo senza interrompere la continuità storica, né le realtà locali di potere, assicurandosi l’obbedienza attraverso la collaborazione attiva tra l’amministrazione precedente e la propria.

I Franchi, infatti, non avrebbero potuto reggere il peso di una occupazione militare in tutto il vasto territorio dell’impero, la via più economica e più sicura per garantire un sicuro controllo del potere era appunto quella che essi scelsero, cioè quella della collaborazione con la struttura amministrativa che li aveva preceduti che rimase parzialmente operante: il duca Longobardo Tachiperto mutò il suo titolo ducale in quello di conte, e rimase a capo della nuova contea anche sotto il dominio franco, mantenendo gli stessi poteri civili, giuridici e militari, anche se in un territorio più ristretto.

I primi funzionari di Carlo Magno nelle città  toscane furono duces di origine Longobarda: Allone a Lucca, Gudibrando a Firenze, Reginaldo a Chiusi, Winigis a Spoleto. Solo intorno all’ottocento, vediamo avvenire un avvicendamento nella classe dirigente: ai Longobardi subentrano i Franchi, Wicheramo a Lucca, Scroto a Firenze.

             Il vescovo Longobardo di Lucca, Peredeo[2], venne invece preso in ostaggio al momento della conquista franca dell’Italia; ma poco tempo dopo venne reinserito a capo della diocesi. Anzi i vescovi, longobardi o franchi, videro, sotto Carlo Magno, aumentare i propri poteri e la propria autorità.

La classe longobarda poté conservare la propria posizione sociale e provvedere alla propria sicurezza assumendo cariche ecclesiastiche, e poté salvare i propri beni dalla conquista franca cedendoli a chiese e monasteri, con una coincidenza di reali  motivi religiosi con quelli improntati al solo opportunismo.

            Al vescovo Peredeo succedette Giovanni I, figlio di Teutperto (quindi di un longobardo) a cui la tradizione attribuisce la traslazione dei corpi di S. Frediano e S. Regolo nella chiesa di S. Frediano. Solo sessanta anni dopo la conquista franca, Lucca venne retta, per la prima volta, da un vescovo non longobardo, Berengario I (837). Questo indica la permanenza nell’ambito del potere delle antiche famiglie di origine longobarda.

Con l’avvento dei Franchi, ciò che subì cambiamenti notevoli, anche se non improvvisi, fu l’organizzazione dello stato, sia dal punto di vista politico che economico.

Intanto, almeno nominalmente, i territori delle marche e delle contee non erano più di proprietà di quelli che li amministravano, ma erano loro affidati dall’imperatore, a cui appartenevano mediante una specie di usufrutto, che poteva durare solo un certo periodo di tempo.

Dopo alcuni anni, o alla morte del conte, o marchese che fosse, la marca o la contea ritornavano all’imperatore. Ma l’autorità dell’imperatore, specialmente dopo la morte di Carlo Magno, non era abbastanza forte per far durare a lungo questo stato di cose: lentamente i conti e i marchesi da usufruttuari diventarono padroni assoluti delle loro terre, sulle quali tendevano ad esercitare una giurisdizione di tipo regio, e solo nominalmente conservarono il titolo di vassalli, cioè servitori del re. In modo molto simile, il territorio del feudo, specialmente se molto vasto, poteva essere diviso tra vassalli minori, di vario grado.

Anche questi, lentamente, si emanciparono dall’autorità del feudatario in modo esattamente analogo, esercitando un forte potere sulle terre e su quelli che ci lavoravano sopra (i contadini, in qualità di servi della gleba, cioè della terra, facevano parte del terreno che lavoravano e ad esso rimanevano legati per tutta la vita).

Poiché l’economia aveva come base, da tempo, la produzione agricola, si diffuse sempre di più la grande proprietà terriera.

 La piccola proprietà, sia per il persistere delle condizioni di insicurezza (strade insicure, pericoli di aggressioni…) sia per la persistente debolezza del potere centrale, dovette appoggiarsi, per garantirsi difesa e protezione, alla grande proprietà laica ed ecclesiastica.

La protezione assunse di fatto, la struttura del vassallaggio,

 comprendendo anche la rinuncia, a favore del Signore, del pieno possesso della terra.

            Questo tipo di organizzazione e gestione della proprietà terriera è alla base della costituzione delle stratificazioni sociali del feudalesimo:

– nobili: vassalli, valvassori e valvassini, in ordine gerarchico, cioè i feudatari maggiori e minori con famiglie e parenti;

– borghesi: abitanti del borgo, per lo piĂą artigiani e mercanti;

– contadini:servi della gleba costretti a vivere vicino alla terra loro assegnata con i discendenti, anch’essi vincolati a quel suolo in modo da garantire sempre il reddito con le loro braccia.

Nella cittĂ  tuttavia si conservarono ancora elementi vitali sotto il governo franco-longobardo, a questo proposito ci sono testimonianze di professioni, di arti e commercio.

A Lucca in particolare, nel campo culturale ha una grande rilevanza la scuola scrittoria attestata dal Codice 490 , conservato nell’archivio Arcivescovile di Lucca. La scuola scrittoria ecclesiastica era collegata sia alla presenza del duca che a quella del vescovo[3].

IL POTERE VESCOVILE

Dai Longobardi ai Franchi

Il potere dei vescovi, trasformati dalla Pragmatica Santio[4] di Giustiniano in pubblici ufficiali, diminuì enormemente nei primi anni della dominazione Longobarda.

Consultando le liste dei vescovi è facile notare che, a Lucca restano, anche molti anni dopo la conquista longobarda, nomi di origine romana.

E’ un segno del fatto che i Longobardi, in materia religiosa, furono assai più tolleranti di quanto comunemente si creda: lasciarono che i cattolici esercitassero liberamente il loro culto, tant’è vero che anche sotto la loro dominazione i vescovi (di origine latina), poterono sempre o quasi recarsi ai conclavi romani; ma persero quel potere civile che era stato loro appena dato.

Nei tempi immediatamente successivi alla conquista, i Longobardi, ariani e pagani non perseguitavano i cattolici per il loro culto. Secondo Paolo Diacono, l’organizzazione cattolica rimase in piedi alla meglio, tanto che ai tempi di Rotari, in quasi tutte le città del regno vi erano due vescovi: l’uno cattolico, l’altro ariano. (Pepe, p.139)

Frediano di Lucca preferì attendere gli invasori Longobardi, adoperandosi per la loro conversione, e non vi è notizia che questo vescovo sia stato perseguitato, o solo impedito nel suo ministero. C’era una crisi nell’episcopato, ma pare generale e non dovuta ai Longobardi (Conti, Luni, p. 101). Ai vescovi era lasciata in generale il minimo di libertà d’azione necessaria all’esercizio del ministero, ma non la posizione giuridica e politica, che con la pragmatica santio bizantina aveva fatto di loro degli ufficiali pubblici, pur senza concedere ancora la iurisdictio (Conti, op. cit. p. 137).

Le elezioni dei vescovi, e spesso dei presbiteri, cadevano sotto il potere dei Longobardi; il papa spesso si limitava a confermare elezioni già avvenute ad opera dello iudex longobardo. Unica e residua forma di controllo, da parte del papato, stava nel sottomettere i vescovi all’indiculum, (il giuramento in cui una clausola impegnava i religiosi alla neutralità tra bizantini e longobardi). Non per questo i vescovi diventarono strumenti del papa contro i Longobardi. A Lucca e a Siena essi erano per la maggioranza Longobardi.

La presenza di nomi longobardi tra quelli dei vescovi lucchesi e toscani (dopo la loro conversione dall’arianesimo al cattolicesimo) indica una  riappropriazione di determinati ruoli di prestigio e, mediamente, di potere, da parte di molti esponenti di famiglie di alta estrazione sociale.

Si riunificò quindi il potere civile con quello religioso, ma non per una ripresa di forza da parte di quest’ultimo.

Un elemento che testimonia, al contrario, la rilevanza sociale dei vescovi della Tuscia, e cioè di Pisa, Pistoia e Lucca, è il fatto che essi ebbero spesso la  funzione di mediatori tra le realtà barbariche (Eruli, Goti) e la cattedra papale.

I vescovi di Tuscia frequentavano la corte di Ravenna, nel V secolo, e lo facevano, a quanto pare con una certa autonomia se Papa Gelasio lamentava, in una lettera del 496, di non essere stato avvertito del fatto.

Effettivamente toccò poi ad essi svolgere una funzione di mediazione, prima tra Roma e Ravenna e poi tra Roma e Pavia e tra Roma e lo stato longobardo; i vescovi, ormai gli unici rappresentanti delle loro civitates, giunsero per questa via ad assumere il ruolo di protagonisti della storia politica e religiosa, anche se il potere non era, nei primi tempi del regno longobardo, nelle loro mani.

Le diocesi toscane riconoscevano nel vescovo di Roma il loro capo, sebbene, dall’età di re Cuniberto, avessero una loro residenza in Pavia, capitale dello stato longobardo, a  significare la loro appartenenza al Regnum Longobardorum, e l’obbligo di intervenire ai Sinodi generali del regno.

 L’estensione della diocesi di Lucca andava dalla Garfagnana alla Val di Cornia e Populonia, dalla Garfagnana a Gualda e dalla Versilia al lago di Fucecchio[5].

A Lucca, nell’alto medioevo vi erano 77 chiese (di cui 51 urbane, 24 suburbane e due nel supposto ampliamento), con i monasteri, gli xenodochi[6] e più tardi gli ospedali ad esse collegati.

Le chiese essendo anche una riprova di insediamenti abitativi in particolari zone, ci evidenziano un fenomeno di ampiezza rilevante. che, se fu principalmente religioso, ebbe anche, fino all’VIII secolo, un carattere assistenziale, legato non solo all’importanza della città, ma soprattutto all’essere Lucca un’importante stazione sulla via Francigena-Romea.

Principali chiese anteriori al sec. X

S. Frediano – già ricca nell’alto medioevo – nominata nell’anno 685
S. Martino –        “         “    724
S. Giorgio –         “      “     738
S. Giovanni – nominata nell’anno 754 ma forse molto anteriore
S. Pietro Sumualdi      763
S. Maria Forisportam    768
S. Romano –  nominata nel 792
S. Michele in Foro        795
S. Ponziano          790 – nata come S.S. Giacomo e Filippo in Placale S. Giulia – nominata nel 900 ma potrebbe essere anteriore al VI
S. Benedetto in Palazzo  941 – odierna Chiesa del Crocifisso dei Bianchi.

Lucca altomedioevale fu divisa in quattro porte, di cui il primo documento è del 739. La divisione era non in quattro quadrangoli formati dagli assi delle vie principali, ma all’incirca secondo diagonali. Gravitò sulle quattro principali porte romane; le “porte” compresero anche le zone esterne che furono nell’alto medioevo fittamente abitate ed ebbero numerose chiese.

Ma Tolomeo Fiadoni, oltre alle quattro “porte”, indica “illos de burgo”, separando quindi gli abitanti della porta a nord in due parti: quelli della zona interna alle mura romane (“porta S. Frediani) e quelli del borgo che avrebbero dovuto far parte invece della stessa “porta” anche se esterni alle mura.

Carlo Magno e il nuovo ordinamento civile e religioso

Carlo Magno riformò l’ordinamento civile e religioso, dando ai vescovi maggiore autorità, mantenendo ovunque i vescovi Longobardi; per molto tempo ancora i presuli furono scelti quasi esclusivamente nell’ambito della etnia Longobarda.

In questo modo, la vecchia classe dirigente poté conservare la propria posizione preminente nella società, provvedere alla propria sicurezza ed anche salvare i propri beni dalla conquista franca, cedendoli a chiese e monasteri. Non si deve dimenticare, infatti, che Carlo Magno era intervenuto in Italia come difensore dei diritti della Chiesa e del Papa e che attendeva dal Pontefice la conferma del proprio diritto al potere sull’intero mondo occidentale.

Al momento della conquista, re Carlo non si poteva permettere di imporre la propria autoritĂ  in tutti i settori: doveva dividere il proprio dominio con le vecchie gerarchie del potere politico e religioso .

            Egli ne spostò però l’equilibrio, affidando la gestione della città in prevalenza  ai vescovi che, pur essendo Longobardi, per la loro fedeltà al Papa offrivano maggiori garanzie dei duces della stessa origine

E questo avvenne anche a Lucca, anzi, qui si può trovare forse il caso più esemplare di quanto avvenne nei territori conquistati dai Franchi. La città era fortemente “longobardizzata”, sia per il fatto di essere stata tra le prime ad essere conquistata dell’Italia Centrale (ricordiamo che la guarnigione bizantina, barbarica in prevalenza, aveva con tutta probabilità consegnato la città agli invasori senza colpo ferire), sia per la posizione preminente che essa aveva acquistato nell’ambito longobardo.Era terra di confine con quella del Papa, e porta, assieme a Spoleto, delle strade appenniniche che univano il Nord al Sud della penisola.

A Lucca, infatti, i placiti di cui ci rimane traccia (placito: giudizio, causa) erano sempre presieduti dal vescovo e solo una volta (sui sette pervenuteci) accadde che il duca presiedette insieme al vescovo, a dimostrazione di una disuguale distribuzione dell’autorità.

Gli stessi scabini o giudici, chiamati lociservatores, (che esercitavano la funzione di giudici imperiali) erano ecclesiastici di alto grado, approvati certo dal conte, ma nominati dal vescovo.

A Lucca rivestivano dunque un ruolo di grande  importanza i messi della corte regia e i vescovi, non il conte. I conti vennero inseriti da Carlo Magno nel sistema amministrativo preesistente, senza creare in Tuscia né una marca, come quella del Friuli, né un ducato, come Spoleto. I conti si trovarono in difficoltà, ad esercitare la propria autorità, proprio a causa del sussistere di tanta parte delle istituzioni longobarde[7].

I conti franchi al potere

Il potere dei conti franchi, costretti ad inserirsi in una struttura a loro preesistente, all’inizio quasi nullo, aumentò con il procedere della penetrazione franca nella penisola.
Allone, ad esempio,venne ricordato sia come duca che come conte. Wicheramo fu il suo successore.

Ma, a partire dagli ultimi anni del regno di Carlo Magno, la situazione mutò sensibilmente.
Negli anni 812 e 813 troviamo menzione del conte Bonifacio I che estendeva il suo potere su Lucca e Pisa (e forse anche su Luni, Pistoia e Volterra). L’importanza di questo conte Bonifacio I stava nel fatto che egli fu il primo in Toscana a non esercitare il potere come mandato del re, ma come amministratore di un possesso proprio.

Prima di lui, a Lucca come altrove, il conte non era altro che un funzionario del re, una specie di “missus dominicus”[8] residente sul posto dove esercitava il potere, in nome e per conto del re, senza alcun diritto sul territorio amministrato, che infatti ritornava a disposizione del re alla morte del conte. Questo sistema aveva mostrato ben presto la sua debolezza in tutta l’Italia dominata dai Franchi. Già negli ultimi anni del regno di Carlo Magno, i conti tentarono di rendere di loro esclusiva proprietà e giurisdizione ciò che amministravano a nome del sovrano. Il conte Bonifacio I riuscì in questo intento e, primo fra i conti Toscani, trasmise la contea al proprio figlio omonimo, Bonifacio II, assai prima del capitolare di Quiercy[9].

La trasmissione del potere, segno evidente di un diritto di proprietĂ , si accompagnava ad una serie di altri provvedimenti tendenti a consolidare il potere ducale, in opposizione a quello ecclesiastico.

Sotto Bonifacio I si consolidò il potere del conte, eliminando dalla vita pubblica e giuridica tutti gli ecclesiastici, tranne il Vescovo, tanto che si può parlare di una “divisio” tra vescovo e conte (spariscono dai documenti le qualifiche di clericus et notarius) clerici, scabini, e lociservatores non più menzionati nei documenti giuridici.

Probabilmente dopo la morte di Pipino, figlio di Carlo Magno, Bonifacio I fu insediato come conte a Lucca e forse ricevette poteri superiori a quelli degli altri conti della Tuscia.

Si giunse, da parte del conte, a controllare la politica patrimoniale delle chiese, con la presenza di un suo messo quando il vescovo di Lucca e di Pisa contrattavano permute di beni, e con l’amministrazione del patrimonio ecclesiastico da parte di un advocatus laico proveniente dalla cerchia dei notai e giudici nominati sotto il controllo del conte. Contemporaneamente furono insediati, sempre più spesso vescovi non provenienti dal ceto dominante locale: il conte guadagnò sempre più terreno.

Bonifacio II [10]successe al padre come duca di Lucca e lo troviamo nominato come “Tutor Corsicae Insulae”. Il titolo fa pensare ad una relazione stretta tra Lucca e la Corsica a seguito dell’incarico avuto dall’imperatore di vigilare sulla sicurezza del Tirreno e delle sue coste soggette alle scorrerie dei pirati saraceni, e arrivando probabilmente anche ad un effettivo dominio politico sulla Corsica.

Nell’828 Bonifacio II intraprese una spedizione contro i pirati saraceni, come comandante supremo, carica prima di lui ricoperta solo dai comandanti inviati dalla corte.

La continuitĂ  ereditaria si interruppe momentaneamente con la cacciata (di cui non conosciamo le ragioni) di Bonifacio II da Lucca.

Intorno all’840, Adalberto I, figlio di Bonifacio II riconquistò il dominio della città, assieme al titolo di difensore della Corsica che era stato di suo padre. In più lo troviamo nominato col titolo di ”Marcensis”. Questo titolo di marchese spettava, nel Sacro Romano Impero, solo ai titolari delle terre alle frontiere dell’impero e può sembrarci improprio vederlo attribuito al “dux” di Lucca.

            In questo caso e in questi anni (844– 845– 846) il titolo non indicò più un conte responsabile della protezione dei confini, ma designò un conte potente che governava un vasto territorio, facendo riferimento più all’estensione e all’importanza del distretto che alla sua situazione di confine.

Il duca e marchese Adalberto I di Lucca, considerato pari al duca di Spoleto, promosse con vigore il vasto e ambizioso disegno di un dominio regionale[11] .

Anche dopo la formazione del ducato di Lucca, il duca non fu mai l’unico rappresentante del potere regio: lo affiancavano, oltre ai vescovi e agli abati, numerosi vassi regis, che non avevano poteri rilevanti, e che erano per la maggior parte discendenti dalle più importanti famiglie longobarde del luogo.

Essi avevano anche propri vassalli nel territorio toscano, ma la situazione mutò radicalmente dopo l’875: il potere delle famiglie longobarde continuò ad esistere, ma i loro membri non furono più detti vassi regis, mentre cominciarono a comparire fideles (vassalli anche questi) del duca, come il conte Attone di Chiusi. Così accadeva ovunque nell’impero, dopo la morte di Ludovico II (875), ma mentre altrove il conte riuscì ad assoggettare non solo i vassi regis ma anche il vescovato, in Italia questo non avvenne: il vassallaggio vescovile rimase, per i vassalli del re, un’alternativa all’assoggettamento feudale ai duchi.

Le conseguenze dell’indipendenza dei Vescovi si vedranno solo dopo il 900, fino ad allora sembrava invece venuta l’ora dei duces o marchiones.

Dopo la morte di Ludovico II, i notai e gli scabini, fino ad allora funzionari del potere pubblico, subordinati al conte, ma non suoi dipendenti, ne divennero vassalli. Ormai solo in situazioni eccezionali la corte regia poteva far valere il proprio dominio sulla Toscana, dove il riconoscimento dei sovrani tardocarolingi dipendeva dall’atteggiamento di Lucca: la posizione di Adalberto I e, in seguito, di Adalberto II era elevata a un rango quasi regale che, però, non fu mai stato riconosciuto de iure da nessuno dei sovrani postcarolingi.

Tuttavia il potere reale dei marchesi di Lucca era enorme: solo formalmente e in situazioni estreme erano soggetti all’autorità del re-imperatore, avevano praticamente potere su tutta la Toscana, anche oltre la loro giurisdizione territoriale[12].

Essi, attraverso Luni, Pistoia, Firenze, controllavano tutte le vie di comunicazione italiane dal Nord al Sud, mentre il titolo di Tutores Corsicae insulae li confermava, di fatto, come la maggiore potenza, anche marittima, del mare Tirreno Settentrionale. Nessun emissario del re li affiancava più: tutti i vassi regis  erano divenuti vassi ducis o vasalli del vescovo.

 Al marchese di Adalberto I si riferisce una delle prime imprese militari in cui compare il nome di Lucca, quando, d’intesa con Lamberto di Spoleto, mosse contro Roma, per indurre il pontefice Giovanni VIII, ad incoronare imperatore Carlomanno, a cui invece era avverso

I Lucchesi parteciparono con ben quattromila uomini alla presa di Narni, da dove trassero a Lucca alcuni corpi di santi: S. Fausta e S.Cassio.

 Maggiore importanza ebbe il figlio Adalberto II[13] che prese parte attiva alle lotte per l’assegnazione della corona d’Italia.

Adalberto II svolse una sua politica autonoma e per niente condizionata dal potere imperiale, se non in casi particolarissimi. L’importanza di Adalberto II è evidenziata dal suo matrimonio: egli sposò Berta, una delle figlie naturali di Lotario II.

Si imparentò così direttamente con la famiglia imperiale, inserendo ancora di più la marca di Tuscia in un ambito di potere vicino a quello regio.

Dopo la morte di Adalberto II, nel 915, succedette al governo del marchesato il figlio Guido, fino alla morte che avvenne nel 928. In seguito, marchese di Toscana e duca di Lucca figurò per due anni Lamberto, fratello germano di Guido. Lamberto fu spogliato del potere e fatto accecare da Ugo di Provenza, che dette il marchesato a Bosone, anch’egli figlio di Berta e di Teoboldo, ma dovette poi toglierglielo di nuovo perché gli aveva congiurato contro, e darlo a un suo figlio illegittimo, Uberto, da cui nascerà il marchese Ugo, Ugo il Grande, il gran Barone, come piacque a Dante di chiamarlo. Il Marchesato di Uberto, ebbe termine con lo stabilirsi della potenza degli Ottoni.

Il mondo contadino lucchese… attraverso la storia di Rospulo

 

 Rospulo era un contadino che abitava a Torre, un paese della Valfreddana, al tempo di Carlo Magno.
 La condizione economica e giuridica di Rospulo non era dissimile da quella di tanti e tanti uomini sconosciuti del territorio di Lucca. Sulla loro fatica si basava la prosperità del conte Wicheramo, del vescovo Jacopo e dei vari rettori delle chiese di Lucca. Questo contadino emerge dalle nebbie del medioevo grazie a due pergamene, conservate nell’Archivio Arcivescovile Lucchese risalenti agli anni 806 e 807 e pubblicate da Dante Barsocchini.
Ecco il quadro storico in cui visse Rospulo.

E’ opinione pressoché comune degli storici che, dopo i secoli più bui del primo medioevo, l’epoca di Carlo Magno rappresentò un momento di crescita della società. Accanto ad un aumento della popolazione si è parlato di un rinascita culturale, religiosa, giuridica ed economica, ed in particolare dell’agricoltura, con una riorganizzazione dei grandi patrimoni terrieri che si andarono ad accumulare nelle mani della signoria laica ed ecclesiastica.

Fu il momento in cui si attuò e si ebbe la massima diffusione, anche nelle nostre campagne, di quel modello di organizzazione fondiaria, importato dal mondo franco, che è passato sotto il nome di “sistema curtense”. Un modello che prevedeva la bipartizione dei grandi patrimoni terrieri: ciascuna azienda “curtis”[14], infatti, era divisa grossomodo in due parti immobiliari ben distinte e tra loro complementari. Una era denominata “pars dominica” (da dominus = signore, padrone) o anche “riserva signorile” ed era gestita direttamente dal signore con il lavoro dei servi ed anche con prestazioni d’opera coatte, chiamate “corvée” o “angarie”(da cui angheria) in lucchesia, dagli altri contadini affittuari. L’altra parte del patrimonio era detta “pars massaricia” (da massrius=contadino), era suddivisa in varie aziende minori, dette “mansi” (o case massaricie, o sortes, o colonicae), ciascuna delle quali era affidata al lavoro dei coltivatori dipendenti, liberi o servi, che dovevano ivi risiedere “manere” e corrispondere al proprietario canoni in natura, censi in denaro, donativi vari e, spesso, appunto, prestazioni di lavoro sulle terre dominicali.

In questo contesto ben presto i grandi proprietari terrieri, principalmente il Vescovo ed i rettori delle piĂą importanti chiese di Lucca, acquisirono i lineamenti del Dominus, del signore, ossia del capo che pretendeva obbedienza e tributi da parte di tutti coloro, uomini liberi o servi, che entravano a far parte delle loro aziende.

Quando si cedeva ad un contadino un pezzo di terreno, si dava una specie di libretto vale a dire libellum, da dove nacque il termine livellum. Questa forma di attribuzione di terre fu chiamata allivellamento. Proprio di questi anni è una trasformazione nella coltivazione delle campagne. Si passa dalla rotazione biennale alla rotazione triennale cioè invece di cambiare ogni due anni le culture, lo si fa  ogni tre anni, in modo da rendere più fertile il campo. Risulta anche molto importante la trasformazione dei mezzi di cura della campagna come il cambiamento dell’aratro e l’uso dei gioghi sul collo del bue, che permetteva di utilizzare coppie di buoi.

Si attuò in pratica un livellamento del ceto contadino: da una parte ci fu l’ascesa sociale dei servi, che, per mezzo di un patto scritto sotto la protezione del signore, ottennero una casa ed un fondo su cui vivere, senza essere più alla mercé dei potenti; dall’altra si ebbe la decadenza di piccoli proprietari, i quali, o per difficoltà economiche o per desiderio di protezione o per sottrarsi agli oneri militari verso il regno Franco (qui rappresentato dal conte di Lucca Wicheramo) o anche perché costretti con modi non sempre leciti dal grande proprietario, finirono per cedere le proprie terre al signore, al vescovo o alle chiese cittadine, per riottenerle poi in locazione, divenendo di fatto anch’essi dei coloni dipendenti.

All’interno di questa generale trasformazione della società si trovò a vivere anche il nostro contadino di Torre, Rospulo, che stipulò un pubblico contratto di cui riportiamo il testo:

L’atto inizia con la formula solenne imposta dallo stesso Carlo Magno: E’ il 12 febbraio dell’anno 807.

“In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti.

Carolus sereniss. Augustus a Deo ec. Romanum gubernans imperium, qui et per misericordiam Dei rex Francorum ec. Anno regni ejus quo Langubardiam coepit trigesimo terbio: et filio ejus dn. Nostro Pippinus rex, anno regni ejus 26. pridie idus Februarii, indit 15.

Repromitto a manus mea facio ego Rospulo filio qd. Pichuli tibi Tamperto presb. rectori

Eccl. Domini et Salvatoris, ut ego cunctis diebus vite mee resedere et abitare debeas in una casa suprascripte Eccl. Vostre, quam abetis in loco ubi dicitur ad Turre; et ipse suprascripta casa cum omni re ad  eam pertinente, in onnibus bene laborare et meliorare repromitto. Et per sing. Annos ego vel mei hered. Tibi vel succes. Tuis reddere repromittimus medietatem vinum purum et loram, et medietatem omni lavorare, quam in ipsa res seminatum vel natum fuerit, et mediet. De omni poma de ipsa res, sive de orto, sive mediatem fenum, et mediatem oliva et glande. Et quando vos vel misso vestro inivi veneretis nos vos suscipere et gubernare debeamus secundum possibilitatem nostram, et a mandato vestro venire promittimus. Et si hec omnia suprascripta capitula a me q.s. Rospulo vel a meis hered. Adimpletum vel conservatum non fuerit, sicut supra promisi,

vel de ipsa casa et res foras exire quesiero alibi ad avitandum: spondeo cum heredib. meis tibi et success. tuis comp. penam argen. solid. centum, quia sic complacuet animum meum; et hec cartula in sua maneat firmitatem, et Teusprandum cler. not. Scrivere ec. Actum Luca.

Signum+ms. Rospulo qui ec.
Signum+ms.Petri b.m. Gumprandi ec.
+ Ego Osprandu presb. rogatus ec.
+ Ego David presb. rogatus ec.
+Ego Teusprandus cler. not. post traditam ec. “(1)

Con il contratto pubblico stipulato a Lucca, a Rospulo era stato assegnato un complesso fondiario, per così dire, autosufficiente: vi  era la casa, l’orto, il frutteto, il seminativo, il vigneto, l’uliveto, il prato, il bosco, anche se il diritto di farvi pascolare i porci se lo era riservato il rettore Tamperto. Non conosciamo sfortunatamente l’estensione dei fondi coltivati da Rospulo, ma pensiamo che un insieme di culture così diversificate lo dovesse impegnare non poco.
Subito dopo la vendemmia, la pigiatura dell’uva e la sistemazione del vino, Rospulo doveva preparare la terra per le semine invernali: un lavoro pesante svolto interamente con la vanga e la zappa su terreni spesso duri e sassosi. Poi cominciava la raccolta delle ulive, seguita di lì a poco da quella delle ghiande. Non pochi giorni dovevano poi essere dedicati alla provvista di legname: sterpaglie e sarmenti, ma anche qualche bel pezzo di cerro e di rovere per riscaldarsi durante il gelido inverno; pali leggeri e diritti per gli attrezzi della casa e da lavoro. In dicembre, poi, si ammazzava il maiale, magari uno del branco di proprietà della chiesa che si era smarrito. Subito dopo le feste Natalizie, Rospulo si doveva affrettare a potare le viti. In febbraio la potatura continuava, ma nei giorni di pioggia o di freddo più intenso era preferibile restare a casa a sostituire qualche manico di zappa, di vanga o di rastrello.
In marzo, c’era da preparare l’orto: anche di questo il proprietario voleva la metà dei frutti. In aprile e maggio, bisognava quindi seminare e trapiantare gli ortaggi. In giugno e luglio, si doveva passare alla mietitura, alla raccolta dei covoni ed alla battitura.
In agosto, si coglieva la frutta e si portava al riparo il fieno, il più in fretta possibile, perché incombeva sempre il pericolo del temporale. Era appena finita la raccolta del fieno e già l’uva cominciava a mettere i primi acini colorati tra il verde delle foglie: allora Rospulo sapeva che presto sarebbe arrivata la stagione della vendemmia.
Un lavoro, dunque, che impegnava Rospulo e la sua famiglia ininterrottamente ogni mese dell’anno. Senza contare che ogni settimana sua moglie, carica di cesti, doveva andare in città, per portare la metà dei raccolti al rettore Tamperto.
In più, ad aggravare la situazione, quando i lavori agricoli erano al colmo magari per la mietitura o la vendemmia, poteva arrivare il Messo del proprietario che aveva il compito di controllare ogni cosa: sui campi, in cantina ed in casa, e se non era soddisfatto dell’ospitalità o scopriva che qualche cosa non era stata fatta nel migliore dei modi come comandava il Rettore o come era previsto nelle clausole del contratto, al povero Rospulo veniva comminata una multa salata, da pagarsi seduta stante[15].

Riguardo a Rospulo terminiamo con le considerazioni dello storico Bruno Andreolli che, nella sua opera “Uomini nel medioevo”, ha approfondito uno studio sui contratti che interessano il nostro personaggio:

“Una vita dunque di duro lavoro quella di Rospulo: Eppure”, egli dice, “la giornata del contadino di Torre non poteva scorrere soltanto nelle fatiche, intristita, più o meno frequentemente, dal sentirsi marchiato, servo, come l’ultimo della scala gerarchica di una società ritenuta immodificabile. Ci dovevano pur essere anche allora ragioni di vita alternative o concorrenziali a quella di sentirsi segnati da un disegno che i potenti dicevano divino.

Cerchiamo di raffigurarci, con la concretezza che le fonti dell’epoca ci consentono, questo contadino lucchese del secolo IX. Senza forzare la realtà, possiamo vederlo in mezzo al campo o sull’uscio di casa osservare la sodaglia mossa dal goloso porco grufolante o dalla corsa improvvisa della lepre, accarezzare con lo sguardo il rado biondeggiare delle messi o il verdeggiare dei suoi tozzi ulivi, ascoltare lo scorrere della Freddana che portava pesci e tronchi giù alle nebbie e ai pantani del Serchio; oppure, con ben altro animo, seguire ansioso la macchia scura del temporale avventarsi contro la sua fragile casa squassandola, o le impietose colonne della tempesta spogliargli i filari del vigneto. Se il maltempo si accaniva sulla sua terra, quanto contava allora il lontano imperatore Carlo o il potente conte di Lucca Wicheramo? A Rospulo, in quei momenti, non restava che il legame con la natura, fonte di gravi disagi, ma anche di frequenti soddisfazioni”[16].

 Allo studio sulla storia di Lucca nel periodo carolingio ha contribuito Alessandra Sabbatini mentre per quanto riguarda la storia di Rospulo ha contribuito Adriano Francesconi

PAVIA

Le origini

Sembra che popolazioni celtiche e liguri fossero giĂ  presenti, in questa zona, fra il Ticino[17] e il Po, attorno al III secolo a. C. e in una tradizione raccolta da Livio, Plinio e Tolomeo, tribĂą liguri dei Levi e dei Marici avessero fondato i primi villaggi in un territorio ricco di acqua e ricoperto di foreste.

L’epoca romana

Si deve però alla conquista romana, e precisamente nel 41 a. C., la fondazione vera e propria, quando l’imperatore Cesare Ottaviano, concedendo la cittadinanza romana a tutta l’Italia, trasformò la colonia chiamata Ticinum in municipio.

Le parti più antiche della città dimostrano il tipico orientamento dell’accampamento romano. Assoggettata la Gallia Cisalpina, Ticinum acquisì nel tempo sempre maggiore importanza, soprattutto per la favorevole posizione che ne fece un importante baluardo di difesa. Frequentato luogo di soggiorno di imperatori, Augusto vi soggiornò nel 9 a. C. Ticinum fu teatro, nei secoli, di sanguinose battaglie sia contro i barbari che nelle guerre cittadine.

Questi fatti sono testimoniati dalla presenza di un zecca imperiale e di una fabbrica di armi, oltre che dagli abbondanti ritrovamenti archeologici ed epigrafici.

Il periodo gotico

La caduta dell’impero d’Occidente coincise con la distruzione di Ticinum, quando, ad opera di Odoacre, il 23 agosto del 476 d. C., Oreste, padre dell’ultimo imperatore Romolo Augustolo, cadde vinto.

Caduto Odoacre, Teodorico re degli Ostrogoti, restaurate le mura, fece costruire le terme, l’anfiteatro e un Palatinum, facendo di Ticinum, assieme a Ravenna e Verona, una delle sue sedi preferite.

Dopo aver giustiziato il filosofo Severino Boezio, a lungo già suo prigioniero nel 524, Teodorico morì nel 526, determinando nel regno goto un periodo di instabilità che sfociò nel 535 in una guerra contro i bizantini. Ticinum divenne l’ultimo baluardo per le popolazioni gote, che vi trasferirono l’apparato amministrativo e la zecca. Con la conquista bizantina (554) Ticinum visse un periodo relativamente tranquillo ed è in questa epoca che si innesta la controversa quanto leggendaria vicenda sulla mutazione del nome in “Papia”.

Tre le teorie, ma solo le ultime due godono di un certo credito da parte degli studiosi:

–          Dal greco Papia “custode del Palazzo” per indicare la presenza del Palazzo Reale,
–          da un remoto insediamento ligure Papia Vegia come riportato in un documento del basso medioevo,
–          dalla derivazione romana, appartenente alla gens Papiria.

Vero è che tale denominazione era correntemente usata e divenne definitiva al termine dell’impero longobardo.

Il regno longobardo

L’invasione longobarda con Alboino, nel 568, vide la città, unica in Italia, costretta a un lungo e massacrante assedio, terminato con la capitolazione dopo tre anni.

Compresa l’importanza strategica, i Longobardi non solo risparmiarono la città, ma ne fecero la capitale del regno. Da questo momento Pavia inizia la sua ascesa storica: dapprima con le mura, poi con scuole e palazzi, con i re Clefi, Autari, Agilulfo e Rotari (suo l’editto del 643).

Al periodo longobardo risalgono anche la separazione della sede vescovile, presente fin dal IV secolo, dalla provincia ecclesiastica milanese e l’affermazione della immediata dipendenza di essa dal pontefice romano, accertata a partire dal 710[18].

 Con Ariperto, inizia la costruzione delle numerose e celebri basiliche cattoliche, dal momento che era iniziata la conversione dei Longobardi dalla religione ariana a quella cattolica. L’opera venne continuata con la fondazione di importanti chiese come S. Maria delle Pertiche, S. Giovanni in Borgo, e S. Michele[19] dove ebbero luogo le incoronazioni dei  re d’Italia e degli imperatori del Sacro Romano Impero, tra cui quella del Barbarossa.

Di molte chiese ormai non esistono che i resti di altre non è stato possibile localizzare l’ubicazione. Al re  Liutprando si deve la costruzione della chiesa di S. Pietro in Ciel d’Oro e la traslazione delle spoglie di S.Agostino, provenienti dalla Sardegna;  in essa riposano anche i corpi di Liutprando e di Severino Boezio: triade gloriosa che nel XV secolo destò l’ammirazione del Petrarca. 

Il Sacro Romano Impero

Il rafforzarsi della conflittualità con il potere temporale, preoccupato della potenza e dell’estensione del regno, portò il papato ad invocare ripetutamente l’aiuto dei Franchi che, con Carlo Magno, ebbero definitivamente ragione, nel 774, dell’impero longobardo durato due secoli.

Anche sotto il dominio Franco, la città ebbe un periodo di splendore, terminato, però, tragicamente. Pavia continuò ad essere capitale del Regno d’Italia soprattutto per la presenza della sede amministrativa e del tribunale reale.

La grande fioritura del  centro urbano e la massiccia presenza di istituzioni ecclesiastiche entro la cerchia delle mura si debbono, oltre che al suo ruolo di capitale del Regno Italico, alla sua funzione di importante nodo di comunicazioni terrestri e fluviali, situato sulla via Francigena.

Nell’825 Lotario I della dinastia Carolingia emanò il Capitolare Olonese che istituiva la scuola papiensis, scuola di diritto, frequentata da studenti lombardi e di parte del Piemonte e della Liguria, da cui nacque il Liber Papiensis, grande opera di leggi. Nell’888, terminata la dinastia Carolingia, l’Italia fu teatro di scontri politici tra i feudatari per il controllo del Regno.

Nella basilica di S. Michele vennero in quel periodo incoronati Berengario e Guido da Spoleto la cui alternanza al potere creò roventi dissidi coinvolgendo esponenti del potere temporale.

Divenuta campo di battaglia politica, sede di sinodi e mediazioni, Pavia rafforzò la propria immagine ed importanza e la  propria estensione territoriale con la costruzione di nuovi edifici, chiese e una seconda cerchia di mura. Il 12 marzo 924 avvenne un fatto disastroso, un gruppo di Ungari prese d’assedio la città e vedendosi rifiutata la richiesta di un riscatto, non essendo in grado di conquistarla, la diede alle fiamme. L’incendio la distrusse completamente, uccidendo quasi tutta la popolazione, comprese le alte cariche reali ed ecclesiastiche.

Dopo il saccheggio del 924 da parte degli Ungari scomparve  il “palatium regis”, residenza di corti regali in continuo avvicendamento, che esisteva dal periodo longobardo.

Il rogo non distrusse, però, la sua posizione di capitale del regno italico e Ugo di Provenza, figlio di Berta di Toscana,  venne incoronato re d’Italia, il 9 luglio del 926, nella chiesa di S. Michele. Il nuovo re diede l’impulso per la costruzione di un nuovo Palazzo Reale.

Nel secolo seguente, la confusione politica rimase ancora viva fino a che, dopo altre incoronazioni di stirpe Franca, succedette la dinastia di Ottone di Sassonia.

Tuttavia i rapporti fra i pavesi, non sentendosi più tutelati dai nuovi detentori del potere, si esasperarono in scontri cruenti che portarono alla morte di Enrico II di Baviera ed a una nuova distruzione della città. Il successore di Enrico II di Baviera, Corrado II, deciso a punire la popolazione, tentò di riconquistarla, ma, trovando la città armata e pronta a difendersi, decise di cercare accoglienza a Milano, dove fu incoronato. Forte dell’appoggio dei milanesi, Corrado II tentò nuovamente la conquista pavese, che si tradusse in un compromesso: la ricostruzione della residenza reale, situata fuori delle mura cittadine. A partire da questo momento, Pavia e Milano diventeranno rivali per circa tre secoli.

http://www.comune.pv.it/homepage/notiziestoriche.htm -pagg.1.2.3.4.4

ROMA

Dalle guerre gotiche fino al ritorno del papato da Avignone, la storia urbana di Roma fu caratterizzata da due periodi principali, di relativo declino dal VI fino al X secolo, di espansione dall’XI al XIV secolo.

            Il sacco di Alarico nel 410 e quello di Genserico nel 455 provocarono il crollo di una città già indebolita dalla fondazione di Costantinopoli e dall’assenza degli imperatori: alla metà del V secolo la popolazione di Roma raggiungeva circa cinquecentomila abitanti, mentre fino al III-IV secolo arrivava a un milione. Tuttavia questa radicale diminuzione non trasformò la geografia dell’insediamento prima della fine del V secolo, come dimostra l’impianto topografico degli edifici cristiani. L’insieme Forum-Palatino-Campidoglio e il Campo di Marte, centro ufficiale e monumentale della città, così come la periferia delle grandi ville aristocratiche, poco popolati, erano rimasti fuori dalla cristianizzazione  del centro abitato.

Le chiese si distribuivano allora sul Quirinale e sull’Esquilino; da San Giovanni in Laterano fino al Colosseo e sul Celio, non lontano dalle Terme di Caracalla, ai piedi del Palatino e sull’Aventino, vicino all’attivo quartiere del Velabro e al porto di Ripetta in Trastevere. Le guerre gotiche  (536-552) accelerarono il declino iniziato fino dal V secolo.

Dalla metà del VI secolo alla metà dell’VIII, Roma attraversò uno dei periodi più duri della sua storia. Allora la popolazione della città era ridotta a poche decine di migliaia di abitanti. Gli antichi quartieri continuavano indubbiamente ad essere popolati in maniera sparsa, ma lo sviluppo dell’insediamento all’interno del centro monumentale costituì la caratteristica nuova: lo testimonia la costruzione di edifici cristiani a partire dall’inizio del VI secolo nel Forum e nel Campo di Marte dove un tempio pagano, il Pantheon, fu per la prima volta trasformato in chiesa da papa Bonifacio IV (608-615).

Il papato nel periodo carolingio

Nel corso dell’VIII secolo, i Longobardi, nonostante la donazione di Sutri[20], costituivano una minaccia ricorrente per la città di Roma e per i territori del Lazio settentrionale sottoposti all’autorità papale. Per arginare queste continue ingerenze, con un’abile mossa diplomatica, i pontefici coinvolsero nelle vicende italiane la giovane e ambiziosa dinastia franca dei Carolingi, stringendo un’alleanza con Pipino il breve e poi con suo figlio Carlo Magno che, nel 774, a Pavia sconfisse definitivamente i longobardi.

I papi ebbero per circa dieci secoli (dall’inizio del IV all’inizio del XIV) la loro principale residenza in Laterano [21]presso la chiesa cattedrale di Roma, la basilica Salvatoris o lateranense, sorta per volere di Costantino, poco dopo l’emanazione dell’Editto di tolleranza della religione cristiana (313), non al centro della città, bensì al suo margine orientale, quasi a ridosso delle mura aureliane[22].  

Forte della protezione di Carlo, papa Adriano I (771-795) intraprese una sostanziale opera di recupero del tessuto urbano di Roma, rinforzando la cinta muraria, rimettendo in funzione gli antichi acquedotti, ripristinando la viabilitĂ  e, soprattutto, restaurando chiese, cimiteri e luoghi di culto andati in rovina.

Questo programma di riqualificazione del volto della città venne rilanciato dal suo successore Leone III (795-816), il papa che nell’800 incoronò Carlo, imperatore del Sacro Romano impero, e che legò ancor più strettamente le proprie sorti e quelle di Roma all’ascesa del trono franco.

L’antico episcopio o patriarchio lateranense, cioè la casa del vescovo di Roma e patriarca di tutto l’Occidente, per la prima volta denominato palazzo (sacrum palatium lateranense) in epoca carolingia, nell’813, fu a lungo il fulcro della vita curiale, il luogo in cui si trattavano questioni religiose, politiche e amministrative e, almeno fino alla metà del secolo XI, cioè fino a quando il papa fu eletto dai diversi ordini del clero e della popolazione laica, e condotto nel palazzo subito dopo l’elezione, il suo possesso costituì anche il segno del potere papale della città. Quei dieci secoli di storia sono segnati, com’è naturale, dall’alternanza di restauri e accrescimenti edilizi e da fasi di decadenza e abbandono: ci furono almeno due periodi di grande slancio edilizio, che coincidono con altrettanti momenti cruciali della storia del papato, che volle così esprimere in modo concreto, visibile, ma soprattutto comprensibile a tutti, l’idea del primato ecclesiastico, facendo del palazzo lateranense il simbolo del papato, dell’universalità e della superiorità del suo potere rispetto a ogni altro potere terreno[23].

Il modesto patriarchio del IV secolo, che probabilmente sorgeva nei pressi e al di sotto dell’odierna Scala Santa, forse ampliato nel V secolo all’epoca di Sisto III, conobbe un primo periodo di grande splendore tra il secolo VIII e il IX, quando fu ristrutturato, abbellito e ingrandito verso ovest, cioè in direzione dell’attuale palazzo lateranense, da alcuni pontefici che lo provvidero di nuove stanze, oratori, corridoi, portici, torri, ma soprattutto di grandi sale da pranzo absidate (triclini), secondo il modello romano antico ripreso anche nel palazzo imperiale di Costantinopoli, con il quale il Laterano voleva competere nell’imitare i fasti dell’Impero romano.

Una delle sale del Laterano romano era il grande triclinio[24] costruito da Leone III (795-816) intorno all’802, quasi contiguo alla navata settentrionale della basilica, e destinato ai banchetti ufficiali: aveva dimensioni vastissime (68 x 15,37 m) e, oltre a un’abside terminale, era dotata di cinque nicchioni semicircolari su ognuno dei due lati lunghi. Qui erano sistemati i tavoli e i divani (accudita) sui quali, sdraiati, si usava mangiare ancora nell’Alto Medioevo, alla moda antica.

L’edificio originale venne distrutto nel corso delle trasformazioni urbanistiche della zona, tra la fine del Cinquecento e gli inizi del secolo successivo; il mosaico dell’abside, invece, per il messaggio “politico” che trasmetteva, venne prima restaurato e poi, nel Settecento, riprodotto in una copia monumentale, ancora oggi visibile in piazza S. Giovanni, a ridosso della Scala Santa.

Il punto di partenza della complessa allegoria è costituito dal catino absidale dove è raffigurata la “missione degli apostoli”, ovvero, secondo quanto riportato da un passo del Vangelo di Matteo citato nell’iscrizione sottostante, la consegna data da Cristo ai suoi discepoli di evangelizzare e battezzare tutte le genti.

A sinistra troviamo Cristo in trono che consegna le chiavi a Pietro e il vessillo, simbolo dell’autorità imperiale, a Costantino, mentre sul lato opposto è Pietro che dal trono, con un gesto speculare a quello di Cristo, consegna le insegne del potere spirituale e temporale rispettivamente a Leone III e a Carlo Magno.

In questa allegoria emerge il concetto che Pietro, primo pontefice romano, ha la prerogativa di trasmettere ai contemporanei Leone e Carlo le insegne dell’autorità di loro competenza.

Il messaggio era chiarissimo: il potere temporale deriva da Cristo, che lo trasmette tramite i suoi legittimi rappresentanti, ovvero Pietro e i suoi successori.

Anche l’identificazione, in apparenza lusinghiera, di Carlo come nuovo Costantino da un lato alludeva dunque alla prospettiva di evangelizzazione delle nuove, remote, terre conquistate, ma da un altro implicava l’accettazione da parte del monarca di un ruolo subalterno rispetto al pontefice.

Il tema svolto nel Triclinio Lateranense divenne il vero e proprio manifesto di una dottrina politica che rimase di grande attualità per tutto il Medioevo, e che venne poi sempre riaffermata nel corso dei secoli ogni qual volta la corona imperiale finì sul capo di personalità di spicco che tentarono di svincolare il potere dell’imperatore dalla sottomissione alla Chiesa: basti pensare alla lotta per le investiture o ai violenti scontri tra i papi e Federico II.

La speranza di Leone III in un duraturo Impero cristiano che riconducesse tramite la spada di Carlo Magno l’intera Europa sotto la sua egida, dovette tuttavia confrontarsi ben presto con le ambizioni del sovrano franco di una rinascita di un potere imperiale autonomo e svincolato da qualunque forma di controllo. Ne seguirono anni di forti tensioni, che, nello specifico settore della produzione artistica, furono segnati da una sorta di competizione nel realizzare edifici monumentali sontuosamente decorati e nel circondarsi di oggetti di grande lusso, segni di quella dignità imperiale di cui entrambi si dichiaravano legittimi eredi.

Il Patriarchio Lateranense venne quindi radicalmente trasformato con l’aggiunta di corpi residenziali, strutture difensive, portici, oratori e ambienti di rappresentanza, come la celebre Aula Concilii, splendidamente decorata di mosaici e marmi pregiati, il tutto ripreso dagli antichi palazzi imperiali di Roma, Ravenna e Costantinopoli.

Ogni atto ed ogni scelta vennero compiuti esclusivamente in quanto capaci di ricondurre al concetto base della grandezza e del primato della Roma cristiana e capitale del Cristianesimo, e si inserirono in un disegno di più ampio respiro,  come la scelta, nell’806 da parte di Leone III, tornato in città dopo una forzata assenza, di celebrare con ricchi donativi i dieci anni del suo regno, recuperando un’antica usanza degli imperatori romani.

In quest’occasione la città venne letteralmente investita da un’ondata di munificenza senza pari e ogni chiesa, dalle principali basiliche fino alle più modeste cappelle, fu fornita di nuovi arredi, di stoffe di pregio e di suppellettili liturgiche in metalli preziosi.

La volontĂ  di rinnovamento del volto monumentale di Roma attraverso imprese di grande ambizione, che rilanciassero  l’immagine della cittĂ  come capitale naturale della cristianitĂ  e dell’Impero, si manifestò ancora piĂą esplicitamente durante il pontificato di Pasquale I ((817 – 824), caduto in anni nei quali la controparte franca tese a defilarsi per le lotte intestine innescate dalla successione a Carlomagno[25].

Nella seconda metà dell’VIII secolo e fino al IX la ripresa dell’edilizia pubblica, religiosa e laica, caratterizzò il periodo carolingio e sembrò frenare il declino dell’Urbs. Nonostante la relativa abbondanza di documentazione, arricchita dalla prima guida per i pellegrini composta verso l’800[26] (Itinerario di Einsiedeln), la distribuzione della popolazione nello spazio romano rimane poco conosciuta. Sicuramente aumentò l’occupazione del Forum, che contava oramai quasi una quindicina di chiese, e del campo di Marte, dove nel IX secolo, erano presenti più di 20 tra chiese e monasteri. Tuttavia a questo movimento non si accompagnò l’abbandono delle colline come il Quirinale, l’Esquilino, il Celio o l’Aventino che continuarono ad essere abitate fino al X-XI secolo, o addirittura, come il Palatino, fino al XIII-XIV secolo.

La regione del Vaticano conobbe allora un notevole sviluppo con l’incremento degli insediamenti di pellegrini nell’VIII e nel IX secolo e la sistemazione da parte di Carlo Magno di un palazzo vicino a San Pietro. Saccheggiata nell’846 dai Saraceni che depredarono la Basilica, il quartiere venne circondato da una cerchia di mura da papa Leone IV (847-855) con l’aiuto di Lotario: la civitas Leonina divenne un nuovo polo religioso e politico della città.

Comunque il rinnovamento della costruzione e la moltiplicazione dei grandi lavori non si fondarono su una reale crescita urbana e non ne furono il motore. Senza dubbio bisogna interpretarli come la conseguenza dell’affermazione di Roma come capitale religiosa, le cui tappe principali erano state il pontificato  di Leone Magno (440-461) e di Gregorio I (590-604).

Dalla fine del IX secolo all’inizio dell’ XI, il quadro dell’insediamento umano fu caratterizzato da un paesaggio di agglomerati isolati gli uni dagli altri. La piana del Tevere non attirava ancora tutta la popolazione, una parte importante della quale risiedeva in frazioncine disperse e in case isolate. Nel Forum, nel Campo di Marte, nella Città leonina e in Trastevere, dove iniziava a concentrarsi la parte essenziale della popolazione, la densità abitativa rimaneva ancora poco elevata: embrioni di futuri quartieri e nuclei abitativi vennero costituendosi  intorno alle chiese e ai monasteri[27].

La situazione urbanistica della città nel IX secolo descritta dall’“itinerario di Einsiedeln”,come ogni guida che si rispetti, è suddivisa in itinerari, che descrivono i monumenti posti a destra e a sinistra delle strade percorse.

Queste corrispondono perfettamente a quelle di età imperiale: la Roma carolingia conservò cioè, nell’insieme, l’aspetto primitivo.Siamo in grado di confrontare questo itinerario con un altro della fine del XII secolo, quello di Benedetto Canonico, e con le descrizioni ancora più tarde che vanno sotto il nome di Mirabilia. Il mutamento è clamoroso.

 Oltre ai cambiamenti avvenuti nel frattempo, notiamo soprattutto un rivolgimento culturale: scomparsi i nomi antichi degli edifici e delle strade, o totalmente travisati; le descrizioni del tutto fantastiche, sono intramezzate da tavolette moraleggianti tipiche del medioevo. L’età carolingia aveva infatti rappresentato l’ultimo tentativo di recupero di quanto era rimasto ancora accessibile della cultura classica, sia pure ormai del tutto imbalsamata: Nel XII secolo anche questi scarsi elementi erano scomparsi e dimenticati.

Fra gli avvenimenti più importanti che si collocano in questo periodo ricordiamo l’attacco dei Saraceni dell’846, che non portò alla conquista della città, ma alla devastazione dei quartieri suburbani,tra l’altro, furono allora saccheggiati i tesori delle basiliche di San Pietro e San Paolo. Ma l’episodio più violento fu il saccheggio del 1084 da parte dei Normanni di Roberto il Guiscardo, che era venuto in soccorso di Gregorio VII, assediato dall’imperatore Enrico IV.

Furono completamente distrutti o devastati i quartieri a nord del Campo di Marte e quelli situati lungo la via Maior, che collegava il Laterano al Colosseo.

Le tracce piĂą evidenti si possono riconoscere nella chiesa di San Clemente, che fu allora semidistrutta., al punto che si dovette ricostruirla ad un livello di alcuni metri piĂą in alto. Ancora oggi, il venerando edificio con i suoi tre livelli sovrapposti (gli edifici romani con il Mitreo, la chiesa primitiva e quella del XII secolo) costituisce la piĂą efficace sintesi di venti secoli di storia romana.

AQUISGRANA
Una reggia per Carlomagno

Si dice di solito che Aquisgrana era la capitale dell’Impero di Carlomagno; ma questa città non rispondeva al concetto che noi abbiamo di città capitale che per noi è il luogo in cui risiede un’amministrazione stabile, con i suoi uffici, il suo personale e i suoi archivi, che rimangono sul posto anche quando il sovrano si allontana.    Nell’impero carolingio non esisteva niente di tutto questo, perché il re conduceva un’esistenza vagabonda, e tutto il personale di governo si spostava con lui. Perciò la presenza fisica del sovrano era sufficiente per trasformare qualunque luogo, fosse anche un accampamento militare, nel centro decisionale dell’Impero.

Al ritorno dalle campagne militari estive e dalle cacce autunnali, Carlomagno sceglieva per svernare e trascorrere le festività religiose uno qualunque dei suoi palazzi, Quierzy o Herstal[28], Worms o Thionville, e quella diventava, provvisoriamente, la capitale dell’impero, fino alla primavera successiva.

E’ vero, però, che a partire dal 794 il re cominciò a trattenersi di preferenza ad Aquisgrana[29], antica sede termale romana, dove aveva intrapreso già da qualche anno la costruzione d’un imponente palazzo. La nuova sede distava appena una giornata di viaggio da un’altra residenza favorita, Herstal[30], e non venne dunque scelta per ragioni geopolitiche, ma soltanto per l’attrazione delle acque, eccellenti per un uomo che invecchiava e che doveva curarsi l’artrosi.

Aquisgrana, insomma, era una residenza imperiale, piĂą che una capitale amministrativa: possiamo paragonarla a Versailles, piuttosto che a Parigi.

La costruzione del palazzo imperiale, personalmente voluta e diretta da Carlo, fu anche un atto politico, carico di connotazioni simboliche. Gli architetti avevano istruzioni precise: Aquisgrana doveva entrare in concorrenza con Roma e Costantinopoli, con Ravenna e Gerusalemme.

 Il re dei Franchi dichiarava la sua intenzione di emulare gli antichi imperatori Romani e i re d’Israele, i re Goti d’Italia, i moderni sovrani bizantini e anche i papi, edificando un complesso residenziale in grado di rivaleggiare col palazzo imperiale di Bisanzio e con la sede papale.

Il suo palazzo, chiamato “Laterano”, a ricordo del palazzo regalato da Costantino alla Chiesa, era arricchito nel cortile da una statua equestre forse di Teodorico, proveniente da Ravenna, a imitazione della statua di Marco Aurelio, allora in Laterano e ritenuta di Costantino, mentre, nel vestibolo del palazzo, l’immagine di una lupa ricordava quella capitolina.

La planimetria del palazzo, caratterizzata da una serie di ordinate misure e proporzioni, è stata ritrovata solo in tempi recenti. La cappella [31] del palazzo, progettata da Oddone di Metz e consacrata da Leone III nell’805, è l’unica parte largamente intatta di tutto il complesso originario. Al centro della facciata, la cappella presenta una profonda nicchia che ricorda quella del palazzo dell’Esarcato a Ravenna; il materiale di costruzione era ricavato in parte da monumenti antichi e in parte proveniva da Ravenna. La pianta ottagonale, coperta da cupola e con al centro un perimetro di colonne, ricorda quella di San Vitale, ma la pesantezza delle strutture portanti ne modifica profondamente l’estetica: massicci pilastri reggono pesanti gallerie a volta e conferiscono alla costruzione un gusto tipicamente medievale, opposto alla leggerezza pittorica ravennate.

La cappella era costituita da un atrio e un nartece, ispirati alla basilica di San Pietro a Roma, e che dovevano rappresentare le porte di Gerusalemme. La chiesa vera e propria, di forma ottagonale, era dominata dal mosaico del Cristo Panteocratore, al di sotto del quale, in posizione sopraelevata e illuminato dai primi raggi del sole, era installato il trono del sovrano, in posizione di mediatore fa la divinitĂ  e il mondo terreno.

Nel commissionare la cappella, è certo che Carlomagno, per evidenziare il messaggio del potere, s’ispirò al cosiddetto Crysotriclinos, il Triclinio aureo, che sorgeva al centro del palazzo imperiale a Costantinopoli. Questo edificio era al tempo stesso chiesa e sala del trono, come scrive il Fichtenau, “serviva al culto di Dio e del suo fiduciario terreno, del basileus, immagine di Cristo”. Carlo non era mai stato a Costantinopoli, benché s’informasse avidamente dai suoi ambasciatori sulle chiese di quella città, ma si sapeva che il Crysotriclinos era sostanzialmente identico alla chiesa di San Vitale a Ravenna, e un architetto mandato a studiare quest’ultimo edificio tornò ad Aquisgrana con piani e misure sufficienti per costruirne uno simile.

Nel modello, tuttavia, Carlo introdusse una variante carica di significato politico. Ad Aquisgrana infatti il trono imperiale venne istallato a ovest, con calcolata modestia, mentre gli orgogliosi imperatori bizantini, discendenti di quegli imperatori romani che avevano deificato se stessi, avevano fatto collocare il trono, nel Crysotriclinos, a est, nel luogo di solito riservato all’altare. Nel momento stesso in cui imitava le loro architetture, il re franco denunciava così la superbia dei sovrani d’oriente e si proponeva in loro vece come autentico rappresentante del Dio cristiano.

 La galleria sottostante la cupola, che ospitava il trono di Carlo Magno, era ornata di mosaici raffiguranti il Cristo apocalittico in trono con un significato che non lasciava dubbi sulla concezione sacrale del potere imperiale.

 Eginardo, il biografo di Carlo, fornì ulteriori dettagli sulla costruzione della Cappella Palatina: Carlo la adornò d’oro, argento e candelabri, nonché di porte e balaustre di bronzo massiccio, e non potendo procurarsi altrove le colonne e i marmi necessari alla costruzione, li fece venire da Roma e da Ravenna.

Questo sforzo è ancora in gran parte riconoscibile nella Cappella così come si presenta oggi ai turisti, nonostante il restauro compiuto già in età ottoniana, poco più di un secolo e mezzo dopo la costruzione, e i successivi rimaneggiamenti di epoca gotica. L’interno dell’edificio è rimasto lo stesso, le colonne e i capitelli saccheggiati in Italia sono ancora lì, come pure le balaustre di bronzo che racchiudono il trono di marmo bianco. L’alterazione più vistosa è data dall’ambientazione complessiva dell’edificio, che in origine era inserito nel complesso del palazzo imperiale, e si apriva su un cortile capace, a quanto si dice, di contenere ottomila persone; ora, invece, l’aggiunta della torre campanaria, di numerose cappelle e del grandioso coro gotico hanno trasformato la Cappella nella cattedrale di Aquisgrana, ed è necessario uno sforzo d’immaginazione per rappresentarla nelle sue condizioni originarie[32].

Nella cultura promossa da Carlomagno, il vangelo di Cristo veniva posto come religione unica, a protezione della Chiesa e dell’intera cristianità.

Imbevuto della civiltà dell’impero romano, accolta visibilmente in eredità dalla Città dei Papi, Carlo si diede a imitarla nella sua cattedra di Aquisgrana raccogliendo intorno a se un cenacolo di studiosi.

Il recupero della classicità realizzato attraverso la riscoperta e l’emendamento dei testi antichi, ebbe il proprio centro nella Schola palatina costituita presso la corte imperiale. Essa accolse i più importanti intellettuali dell’epoca, spesso scelti fra i monaci più colti delle grandi abbazie . Fra questi emersero: Alcuino di York[33], dotato di grande preparazione e ascoltato consigliere del sovrano, Paolo Diacono, grande esperto di poesia latina e storico, autore di una fondamentale “Storia dei Longobardi”, ed Eginardo, monaco dell’abbazia di Fulda e biografo di Carlomagno. Alla Schola palatina venivano educati i giovani aristocratici che intendevano dedicarsi alla carriera ecclesiastica. La loro formazione, strutturata sulle arti del Trivio (grammatica, retorica e dialettica) e del Quadrivio(geometria, aritmetica, musica e astronomia), si svolgeva attraverso lo studio di veri e propri manuali compilati dai dotti della scuola stessa.

Nonostante la presenza della corte con i suoi fermenti politici e culturali, Aquisgrana rimase una piccola città, con una popolazione di non più di 2 o 3000 anime, finché fu distrutta dai Vichinghi nella seconda metà del IX secolo. La moderna Aquisgrana si è sviluppata partendo dalla città rifondata nel XII secolo[34]

Bisanzio

Una cittĂ  potente a crocevia del mondo

Fin dal IV secolo, capitale dell’Impero Romano d’Oriente (fondata, e inaugurata l’11 maggio 330[35], dall’imperatore Costantino da cui prese il nome di Costantinopoli), era una città immensa, che superava tutte le altre dell’Impero. Era, ad eccezione della città musulmana di  Cordoba, la più grande città d’Europa e superava di gran lunga anche Roma[36].

A Bisanzio, come già a Roma. era l’esercito che proclamava l’imperatore, il basileus, sollevandolo sullo scudo; poi il Senato e il popolo ratificavano l’elezione nelle cerimonie che si svolgevano nell’Ippodromo. La Chiesa non aveva alcuna parte nella designazione dell’imperatore[37].

 Il momento decisivo dell’investitura si svolgeva nella chiesa di Santa Sofia, dove il patriarca incoronava il nuovo sovrano, il quale si presentava come il “pio eletto di Dio”, il suo vicario in terra.

Da Costantino in poi, gli imperatori bizantini erano considerati capi della chiesa cristiana.
Nella dinastia ecclesiastica, il Patriarca di Costantinopoli era secondo solo al papa, considerato anch’esso un suddito dell’imperatore bizantino.

L’imperatore  sceglieva il Patriarca in una lista di tre nomi, che veniva presentata dal sinodo permanente dei prelati di Costantinopoli, e procedeva alla sua nomina con un cerimoniale identico a quello previsto per l’avanzamento di un funzionario.

Alcuni patriarchi cercarono di mantenere la propria indipendenza e di resistere talvolta all’autorità imperiale. Ma la loro opposizione non poté durare: nel 906 il patriarca Nicola il Mistico vietò l’ingresso in Santa Sofia all’imperatore Leone VI il Filosofo che “aveva osato” sposarsi per la quarta volta, ma sei anni dopo venne sostituito. In genere però Chiesa e potere imperiale erano solidali.

Nonostante la condizione semidivina dell’imperatore e il cerimoniale che la esaltava, l’atmosfera di congiura che circondava la corte ha fatto di “bizantino” un sinonimo di “contorto” e “infido” e, in effetti, ben 29 degli 88 imperatori di Bisanzio morirono di morte violenta[38].

Con l’incoronazione di Carlo Magno a capo del Sacro Romano Impero, avvenuta nell’800 da parte del papa Leone III, iniziò, quella frattura fra occidente ed oriente che porterà alla divisione fra le due Chiese e fra i due mondi.

 A partire dall’ XI secolo, i papi riformatori propugnarono il principio, del tutto estraneo ai bizantini, della libertà della Chiesa di fronte al potere temporale, e, addirittura, della superiorità del potere spirituale. A Roma il papa era capo di una Chiesa ed aveva la sovranità di uno Stato, mentre a Bisanzio il patriarca era integrato nell’edificio politico e ideologico bizantino.

Le donne nell’impero bizantino

 
Le donne contavano moltissimo nell’impero bizantino. Sia pure nel quadro della struttura autoritaria dell’Impero orientale, la donna poteva infatti ricevere un’istruzione superiore e, se apparteneva all’aristocrazia imperiale, poteva esercitare un’influenza considerevole sulla vita politica.
 Non solo, nonostante la gerarchia rigida e chiusa, non poche donne di origine modesta riuscirono ugualmente a giungere sul trono imperiale, regnando veramente, come “uomini di Stato”.

L’esempio più clamoroso, ma non certo l’unico, fu quello di Teodora (ca. 508-548). Figlia, a quanto sembra, di un custode di orsi del circo e attrice di professione, sposò dapprima un alto funzionario e quando costui l’abbandonò divenne l’amica del senatore Giustiniano, nipote dell’imperatore Giustino.

 Giustiniano convinse lo zio ad abolire la legge che vietava il matrimonio dei senatori con attrici e cortigiane. Quando divenne imperatore fece di lei la basilessa, la sovrana.
Teodora partecipava ai consigli dei ministri, si occupava con energia di questioni  politiche e religiose.

La partecipazione delle donne di casa imperiale alla politica era cosa normale, consacrata addirittura dal cerimoniale di corte. Quando un imperatore prendeva moglie, si procedeva all’incoronazione della sposa prima del matrimonio. La sua autorità sacrale non era un puro riflesso di quella del marito, ma pioveva su di lei dall’alto, per una “scelta divina” pari a quella dell’imperatore.

Da sola, sontuosamente fasciata nel costume luccicante d’oro, essa si presentava ai dignitari, all’esercito, al popolo. Con gravità, reggendo una candela in ciascuna mano, dopo essersi inchinata alla croce salutava i sudditi, mentre verso di lei s’innalzava l’invocazione corale: “Dio salvi l’Augusta!”.

Dopodiché, giorno dopo giorno, essa partecipava all’attività di governo, presiedeva pubbliche cerimonie, comandava ai funzionari: non era, insomma, la moglie del sovrano, ma la sua associata nella dignità imperiale e nel potere effettivo.

Un altro elemento, inoltre, rafforzava a Bisanzio la posizione della donna, specialmente nelle classi piĂą elevate: era la notevole possibilitĂ  di ricambio sociale che avveniva attraverso i matrimoni.

Gran parte delle donne salite sul trono di Bisanzio erano personalità fuori dal comune, per qualità intellettuali, per ambizioni e anche per vizi. E così l’impero orientale fu straordinariamente ricco di figure femminili spesso superiori agli uomini.

All’epoca di Carlo Magno, verso l’anno 788 l’imperatrice Irene (752-803)[39], per dar moglie al figlio Costantino VI, mandò in tutto l’impero dei messi, i quali portarono a Costantinopoli tutte le ragazze  che corrispondessero ai requisiti di bellezza da lei fissati, compresa la misura del piede. Da questa selezione uscì la prescelta: Maria, figlia di Filerete, di modeste condizioni, che divenne poi la basilessa, sposa di Costantino VI.

Morto l’imperatore Leone IV, nel 780, sua moglie Irene governò come reggente in nome del figlio Costantino VI; e in lotta con gli iconoclasti, ristabilì (787) il culto delle immagini, convocando i concili a Nicea prima e a Costantinopoli dopo; pose poi fine alla guerra con gli Arabi e ristabilì le relazioni col papato.

Costantino VI assunse  il potere nel 790, e richiamò Irene, che era stata precedentemente esiliata dalla fazione avversa al culto delle immagini, e l’associò all’impero.

Irene, venuta però in disaccordo con il figlio, lo fece deporre e accecare(797) e regnò da sola fino all’802.  Da sola, ma non come imperatrice vedova, bensì come imperatore, come se fosse un uomo[40].

E’ per legalizzare questa anormale situazione che in Bisanzio si ricorse all’espediente di conferire alla sovrana il titolo di imperator (Basileus) al maschile; ma in Occidente si considerò come vacante il trono. Questo favorì i disegni del papato e di Carlo Magno che in Roma fu proclamato e consacrato unico  imperatore dell’impero cristiano. Sembra che in seguito a quest’avvenimento, allo scopo di riunire Occidente ed Oriente, si sia progettato un matrimonio fra il re e imperatore franco e l’imperatrice Irene. E’ certo che in Oriente giunsero degli ambasciatori franchi per trattare con l’imperatrice ma nel frattempo (802) il generale Niceforo la detronizzò, facendosi proclamare Imperatore e inviandola al confino nell’isola di Prinkipo e quindi a Lesbo dove morì nell’agosto dell’803[41].

La “nuova Roma”.

Come già l’Impero romano, anche l’ Impero bizantino si identificava completamente con la capitale: la Nuova Roma.

Quella piccolissima lingua di terra, su cui sorgeva la metropoli, si trovava all’incrocio terrestre e marittimo delle più importanti vie intercontinentali, era il passo obbligato dall’Europa all’Asia, dal Mediterraneo al Mar Nero.

Così, un traffico gigantesco di merci passava per Bisanzio e i soli diritti di dogana fornivano al tesoro imperiale la maggior parte delle entrate. Di lì, si comunicava – direttamente o indirettamente – attraverso commerci e ambascerie, con mercanti e con diplomatici, con la profonda Africa e con la Cina, con le sponde dell’Oceano Indiano e con quelle del Mar Baltico. I grandi fiumi russi erano importantissime vie d’acqua, capaci di convogliare verso Bisanzio gli uomini e i prodotti dell’estremo Nord europeo.

La città si trovava all’ingresso occidentale del Bosforo, lo stretto che separa il mar di Marmara  (o Propontide) dal mar Nero, al crocevia delle strade che collegavano l’Europa e l’Asia e delle rotte marittime tra l’Oriente e il Mediterraneo. Giungevano a Costantinopoli uomini e mercanzie provenienti da ogni parte del mondo. La nuova Roma volle essere l’immagine dell’antica: la città venne divisa, per ragioni amministrative, ma anche per ritrovare il rilievo dei sette colli, in quattordici settori.

                        Le capitali dell’Occidente cristiano apparivano in declino mentre la “seconda Roma” era una fiorente metropoli.

Nell’Oriente musulmano doveva invece  competere con  Baghdad, che nel X secolo raggiungeva un milione di abitanti.

Alla fine dell’ XI secolo Bisanzio aveva circa un milione di abitanti e Roma poche decine di migliaia. Parigi e Londra e le altre città europee importanti ne avevano meno ancora, ed erano in buona parte agglomerati di rozze case – alcune di legno o addirittura di paglia – con vie che spesso diventavano rigagnoli fangosi. Aquisgrana, la capitale di Carlo Magno, aveva magnifici monumenti, ma asportati da Ravenna. E questi ultimi, a loro volta, erano stati realizzati da artisti bizantini.

La capitale dell’Impero d’Oriente, invece, era una splendida metropoli. Il suo “centro direzionale” sbalordiva i visitatori occidentali con i monumenti, le chiese, i teatri, l’ippodromo, i monasteri, le strade lastricate, le statue  e le colonne – che Costantino aveva fatto portare da Roma – i viali, le fontane.

Biblioteche ed accademie facevano poi della capitale un centro prestigioso di cultura. E c’era inoltre un boom economico di antica data, apparentemente eterno, dovuto alla posizione straordinaria della città.

              Essa era protetta e difesa, verso terra, dalla fortissima cinta muraria di Teodosio II. in cui stava scritto:“Cristo, Dio nostro, custodisci la città da ogni disfatta, infrangi vittoriosamente la forza dei nemici. “Contro le difese di Costantinopoli, infatti, “si erano venute a infrangere tutte le barbarie, gli Unni, gli Avari, i Bulgari, i Russi, i Peceneghi, gli Arabi d’Oriente, i Crociati d’Occidente”(C. Diehl).

Questa imprendibilità, durata millecento anni (con la parentesi dell’”Impero latino”), è stata una delle grandi ragioni della potenza politica e della prosperità economica di Bisanzio.

           I bizantini inventarono per lei nomi che esprimevano un’iperbolica ammirazione: la Bella Città, la Regnante, la Regina delle Città.

Bisanzio suscitava un’enorme impressione sui viaggiatori occidentali. Erano colpiti dall’intensa attività della numerosa popolazione e ancor più dalla maestà dei monumenti.

Al viaggiatore che giungeva a Bisanzio dal mare, le mura sembravano basse, malgrado i dodici o quindici metri di altezza: dietro, infatti, si profilavano i grandi edifici pubblici, il Palazzo, l’Ippodromo e soprattutto le cupole delle chiese, dominate dalla più alta, quella di Santa Sofia.

Bisanzio ostentava una straordinaria ricchezza: i fasti della corte, il lusso dell’aristocrazia, la magnificenza dei monumenti pubblici. Era una città brulicante di vita e di animazione: nelle innumerevoli botteghe, nei mercati, nelle strade si muoveva una folla eterogenea.

             I tessuti di seta costituivano uno dei prodotti più prestigiosi dell’artigianato di Costantinopoli. I tessuti color porpora e quelli di grandi dimensioni provenivano dai laboratori imperiali. Su alcuni era impressa l’aquila, simbolo della potenza bizantina. I tessuti di seta purpurea erano riservati all’imperatore, che li utilizzava anche come sontuosi regali per i principi stranieri e per gli alti dignitari dell’impero. Erano una componente dello splendore che costituiva uno dei pilastri del potere.

Le manifatture di Costantinopoli preparavano i mosaici per l’Italia meridionale e per la Sicilia, lavorati pezzo per pezzo, che poi venivano trasportati via mare per essere montati sul posto.

Molte attività si sviluppavano intorno al porto, crocevia del commercio mediterraneo, che assicurava il transito delle merci arrivate dal mar Nero o dal Levante. Per accogliere le navi, sul Corno d’Oro, vennero costruite delle banchine perpendicolari alla riva.

Al principio del X secolo, il mondo musulmano era travagliato da lotte intestine: si stavano creando potenze locali che sgretolavano la coesione interna. Bisanzio invece attraversava un momento felice, lo Stato era riorganizzato e le finanze risanate. Era giunta l’ora di passare all’offensiva e, nel 945, le truppe dell’Impero Romano d’Oriente penetrarono, per la prima volta dopo ben tre secoli di dominio musulmano, in Mesopotamia, conquistando numerose città.

L’offensiva divenne piĂą decisa qualche anno dopo, sotto la guida del grande generale Niceforo Foca – che poi salirĂ  sul trono imperiale – il quale portò le sue truppe alla riconquista di Creta nel 961; quattro anni dopo occupò la Cilicia e quindi compì incursioni lungo il corso dell’Eufrate. Nel 969 si spinse addirittura in Siria e in Libano, giungendo a riconquistare Antiochia, antica cittĂ , sede di uno dei piĂą importanti patriarcati ortodossi[42].

Baghdad

La cittĂ  rotonda

Fu fondata nel 762 dal califfo al-Mansur che volle Baghdad come centro fisico e simbolico dell’Impero abbaside[43]. Adagiata sulle rive del Tigri, era cinta da mura che nella perfezione del cerchio volevano simboleggiare la perfezione del cosmo.
                   Il califfo impiegò centomila uomini nella costruzione della città circolare che aveva un diametro di 2638 metri.  Era circondata da bastioni con 360 torri, ma divenne quasi subito troppo piccola per la crescente popolazione.

La forma rotonda dell’impianto urbano ha un’antica tradizione nel Medio Oriente e un significato cosmologico e magico. Secondo lo storico Tàbari, la città fu disegnata sul terreno con della cenere perché il califfo al-Mansùr potesse farsene un’idea. Il momento per iniziare i lavori fu scelto da un astrologo.
Baghdad, nelle intenzioni di al-MansĂąr, doveva accogliere esclusivamente il palazzo califfale e l’apparato burocratico e amministrativo dell’impero. Sebbene non rimanga piĂą nulla della CittĂ  Rotonda, distrutta dai Mongoli nel 1258, restano numerose descrizioni letterarie di questa sorta di cittĂ -celebrazione della dinastia abbaside: i simboli piĂą evidenti del potere temporale e religioso  – il palazzo e la moschea – erano posti esattamente al centro di una doppia circonferenza che accoglieva, entro le mura circondate da un fossato, gli uffici dell’amministrazione, le residenze dei funzionari di corte e le caserme della guardia personale del califfo.
A sottolineare l’ordine simmetrico, quattro porte monumentali si aprivano lungo le mura, a novanta gradi l’una rispetto all’altra, verso le grandi regioni dell’Impero: la Persia, la Siria, le città di Kufa e di Bassora. 

Al tempo di Harun al-Rashid[44] (il califfo delle “Mille e una notte”), che mandò ambascerie a Carlo Magno nel 797 e nell’801, si era estesa a sud inglobando  il sobborgo di al-Karh, sede di commercianti e artigiani, e a est fino ai quartieri residenziali, presso il nuovo palazzo del califfo, “Dar al-Khalifa”.

Nell’814 era probabilmente la più vasta città del mondo, copriva una superficie equivalente alla moderna Parigi fino ai boulevards esterni.

            Era situata al centro di una delle zone coltivate più ricche e fertili del mondo, tanto che venne definita l’ombelico dell’universo. Essa era anche al punto d’incrocio delle grandi vie commerciali dell’Asia, dell’Europa e dell’Africa. Il traffico delle merci vi era intensissimo, tanto che, all’inizio del X secolo, nel porto si potevano contare circa 30.000 barche, adibite al trasporto di mercanzie e di persone.

Baghdad, nei resoconti di viaggio o nelle cronache, veniva evocata sempre in termini di meraviglia e descritta come una cittĂ  unica al mondo.
Nei suoi cinquecento anni di vita come capitale del califfato, Baghdad fu probabilmente la città medioevale col più alto livello di qualità della vita. Città cosmopolita quante altre mai, all’incrocio di molteplici tradizioni culturali antiche di secoli, garantiva ai suoi abitanti una serie di comodità che a quei tempi stupivano il viaggiatore occidentale: dall’illuminazione notturna nelle grandi arterie, alle terme e ai bagni pubblici.
Fu capitale, dal IX secolo, di quel vasto movimento di riscoperta e di traduzione del sapere greco, decisivo per la storia mondiale delle conoscenze, che aveva come centro l’Accademia fondata dal califfo filosofo al-Ma’mùn (813-833). Nel X secolo, la capitale ospitò il maggiore ospedale del tempo, diretto da al-Ràzì, uno dei più famosi atei della storia islamica, noto al mondo latino come Rhazes .Le librerie erano innumerevoli, e stimate a trecento le biblioteche (fra piccole e grandi, private, semipubbliche e pubbliche).
Alla fine dell’XI secolo, il visir Nizàm al-Mulk (m. 1092) fondò nella capitale, ormai dominio dei sultani selgiuchidi, la prima università di studi giuridici. In capo a un secolo, Baghdad divenne la città col più alto numero di istituzioni accademiche del mondo medievale. I cronisti ci raccontano che al-Musta’sim, l’ultimo califfo abbaside, prima di morire pugnalato nel 1258 da un soldato mongolo, “riuscì a vedere l’acqua del Tigri divenuta nera dell’inchiostro disciolto dalle pagine delle migliaia e migliaia di manoscritti gettati nel fiume dalle orde di Gengis Khan”, che avevano passato a ferro e a fuoco la città[45].
 
CORDOBA

Cordoba, già alla fine dell’VIII secolo era la città più importante ad occidente di Costantinopoli.
Fu capitale di un emirato, indipendente dal califfato di Baghdad, fondato nel 756 da Abd al-Rahmàn I. L’emiro era stato spodestato dal trono della città di Damasco e, rifugiatosi a Cordoba, si era proclamato emiro dell’Andalusia.
Nel 912 ereditò l’emirato Abd al-Rahmàn III che, nel 929, si proclamò califfo, titolo che si mantenne nella dinastia finché essa non scomparve novant’anni più tardi.
Elevando la cittĂ  al rango di califfato, volle che, per bellezza, potesse rivaleggiare con Baghdad.
In occidente nessuna città poteva eguagliare Cordoba, che raggiunse la sua massima fioritura  nel X secolo (912- 961).

Cordoba era allora una delle corti più fastose d’Europa.
Rivaleggiava con Baghdad e Damasco; era un centro fiorentissimo di cultura con una biblioteca di quattrocentomila volumi e sede di una università di fama internazionale[46]; un po’ l’Atene del sec. X secolo dove insegnavano uomini come Averroè, Maimonide, Ibn Bashkuwal.

I califfi omayyadi si circondarono degli intellettuali cristiani più rinomati, quali Recemondo, ambasciatore di Abd al-Rahman III (913-961) presso Ottone I e a Costantinopoli, e sotto al-Hakam II (961-974), Rabi ben Zayd, l’autore del “Calendario di Cordoba”, una delle rare opere cristiane di grande levatura di quell’ epoca[47].

Nel meraviglioso palazzo di Medinat az-Zahrâ, il califfo al-Hakam II riceveva gli ambasciatori degli imperatori bizantini.

In quel periodo, la cittĂ  aveva ricchi palazzi, ospitava circa mezzo milione di persone tra musulmani, cristiani ed ebrei, e secondo uno scrittore arabo contemporaneo conteneva 471 moschee, 213.077 case per operai e mercanti ; 60.000 residenze per funzionari e cortigiani e 80.455 botteghe e 900 stabilimenti di bagni.

La Grande Moschea degli Omàyyadi di Cordoba (oggi cattedrale) è uno degli edifici di riferimento dell’architettura islamica d’Occidente. L’edificio fu costruito sulla pianta di un tempio visigoto che a sua volta si innalzava sui resti di un tempio romano.

 E’ la terza del mondo, per grandezza, dopo le due di Samarra. Fu iniziata nel 785 e ampliata in seguito all’aumento della popolazione; una selva di colonnine sostiene un fila di archi sui quali poggiano altri archi. Il recinto riservato al sovrano, la maqsura, era collegato al palazzo per mezzo di un passaggio sotterraneo.

Ziryab, un cantore persiano della corte di Baghdad, che introdusse la musica islamica nella Penisola Iberica, fondò a Cordoba un’accademia di musica e divenne un arbitro della moda; infatti era a Cordova, e non a Parigi, che le dame di Navarra e di Barcellona acquistavano gli abiti.

Dalla Spagna fu introdotto in Europa il sistema indiano di trascrizione dei numeri, in uso a Baghdad giĂ  nel 770; i numeri usati ora vengono infatti chiamati numeri arabi(o arabici)[48].

CRONOLOGIE

IMPERATORI DEL SACRO ROMANO IMPERO

DINASTIA CAROLINGIA

Carlo Magno (800-814)
Ludovico I il Pio (814-840)
LotarioI (consacrato 823; effettivo 843-855)
Ludovico II (incoronato 850; effettivo 855-875)
Carlo II il Calvo (875-877)
Carlo III il Grosso (881-887)
Guido di Spoleto (891-894)
Lamberto di Spoleto (894-896; correggente dall’893)
Arnolfo di Carinzia (896-899)
Ludovico III di Provenza il Cieco (901-915)
Berengario I (915-924)

DINASTIA DI SASSONIA

Ottone I il Grande (962-973)
Ottone II (973-983)
Ottone III (983-1002; incoronato 996)
Enrico II (1002-1024; incoronato 1014)

I RE D’ITALIA

 

Pipino (781-810)
Bernardo (810-818)
Lotario I (818-855)
Ludovico II (855-875; si fece incoronare da papa Sergio II nell’844)
Carlo II il Calvo (875-877)
Carlomanno (877-879)
Carlo III il Grosso (880-887)
Berengario I (888-889; 894-900; 902-904; 905-924)
Guido di Spoleto (889-894; in coreggenza con il figlio Lamberto)
Ludovico III di Provenza il Cieco (900-902 e 904-905)
Rodolfo II di Borgogna (924-926)
Ugo di Provenza (926-945)
Lotario II (945-950)
Berengario II (950-951 e, come vassallo di Ottone I, 952-962)
Arduino d’Ivrea (nominalmente 1002-1004; di fatto fino al 1014)

Per effetto del trattato di Verdun (843) il regno d’Italia viene attribuito al principe designato alla corona imperiale; quindi, fino all’estinzione dei Carolingi, il titolo di re d’Italia generalmente precede o coincide con quello imperiale. Con la morte di Carlo il Grosso (888) ha inizio il periodo del cosiddetto “regno italico indipendente”, che dura fino al 962. La sottomissione feudale di Berengario II a Ottone I di Sassonia (952) rende infatti il regno dominio personale dell’imperatore: questi, esclusa la breve parentesi di Arduino d’Ivrea (1002-1004), ne assume la corona e ne esercita, almeno nominalmente, i diritti sovrani[49].

I PAPI

Stefano IV (V), romano, 22 giugno 816-24 gennaio 817.
San Pasquale I, romano, 25 gennaio 817-11 febbraio 824.
Eugenio II, romano, febbraio, maggio 824-agosto 827.
Valentino, romano, agosto 827-gennaio 844.
[Giovanni, arcidiacono romano, gennaio 844].
Sergio II, romano, gennaio 844-27 gennaio 847.
San Leone IV, romano, gennaio, 10 aprile 847-17 luglio 855.
Benedetto III, romano, luglio, 29 settembre 855-17 aprile 858.
[Anastasio, il Bibliotecario, prete romano, agosto-settembre 855].
San Niccolò I, Il Grande, romano, 24 aprile 858-13 novembre 867.
Adriano II, romano, 14 dicembre 867-14 dicembre 872.
Giovanni VIII , romano, 14 dicembre 872- 16 dicembre 882.
Marino I, di Gallese, 16 dicembre 882 – 15 maggio 884.
Sant’Adriano III, romano, 17 maggio 884 – settembre 885.
Stefano V (VI), romano, settembre 885 – 14 settembre 891.
Formoso, vescovo di Porto, 19 settembre 891 – 4 aprile 896.
Bonifacio VI, romano, aprile 896 – aprile 896.
Stefano VI (VII), romano, maggio 896 – agosto 897.
Romano di Gallese, agosto 897 – novembre 897.
Teodoro II, romano, dicembre 897 – dicembre 897.
Giovanni IX, di Tivoli, gennaio 898 – gennaio 900.
Benedetto IV, romano, gennaio, febbraio 900 – luglio 903.
Leone V, di Ardea, luglio 903 – gennaio 904.
Cristoforo antipapa, romano, settembre 903 – gennaio 904.
Sergio III, romano, 29 gennaio 904 – 14 aprile 911.
Anastasio III, romano, aprile 911 – giugno 913.
Landone, della Sabina, luglio 913 – febbraio 914.
Giovanni X, di Tossignano (Imola), marzo 914 – maggio 928.
Leone VI, romano, maggio 928 – dicembre 928.
Stefano VII (VIII), romano, dicembre 929 – febbraio 931
Giovanni XI, romano, febbraio, marzo 931 – dicembre 935.
(Figlio di Marozia e di Sergio III)
Leone VII, romano, 3 gennaio 936 – 13 luglio 939.
Stefano VIII (IX), romano, 14 luglio 939 – ottobre 942.
Marino II, romano, 30 ottobre 942 – maggio 946.
Agapito II, romano, 10 maggio 946 – dicembre 955.
Giovanni XII (Ottaviano dei conti di Tuscolo) 16 dicembre 955 – 14 maggio 964.(Figlio di Alberico II e quindi nipote di Marozia. Da ora in poi i papi cambieranno nome al momento dell’elevazione al soglio pontificio).
Leone VIII antipapa, romano, 4 – 6 dicembre 963 – 1° marzo 965.
Benedetto V, romano, 22 maggio 964 – 4 luglio 965 o 966.
Giovanni XIII, romano, 1° ottobre 965 – 6 settembre 972.
(Della famiglia dei Crescenzi per parte di padre e dei Teofilatto per parte di madre:Teodora II (o Teodora la Giovane, sorella di Marozia)
Benedetto VI, romano, 19 gennaio 973 – giugno 974.
Bonifacio VII antipapa, romano (Frantone), giungo 974, luglio 974, agosto 984 – luglio 985.
Benedetto VII, romano, ottobre 974 – 10 luglio 983.
Giovanni XIV, di Pavia (Pietro), dicembre 983 – 20 agosto 984.
Giovanni XV, romano, agosto 985 – marzo 996.
Gregorio V (Brunone dei duchi di Corinzia), 3 maggio 996 – 18 febbraio 999.
Giovanni XVI  antipapa, di Rossano (Giovanni Filagato), aprile 997 – febbraio 998.
Silvestro II  (Gerberto di Aurillac), 2 aprile 999 – 12 maggio 1003.
Giovanni XVII, romano (Siccone), giugno 1003 – dicembre 1003.
Giovanni XVIII, romano (Fasano), gennaio 1004 – luglio 1009.
Sergio IV, romano (Pietro detto Boccadiporco), 31 luglio 1009 – 12 maggio 1012.
Benedetto VIII (Teofilatto dei conti di Muscolo), 18 maggio 1012 – 9 aprile 1024[50].

I nomi dei papi appaiono in tondo, quelli degli antipapi propriamente detti in corsivo, quelli dei papi non consacrati fra parentesi quadra. In tondo fra parentesi figura, quando è diverso, il nome secolare. La presenza di due diverse date (separate da virgola) all’inizio del pontificato indica rispettivamente l’elezione e la consacrazione.

Gli imperatori Bizantini

Dinastia Macedone (Armena)

–  Basilio I Macedone (867-886)
 – Leone VI il Filosofo (886-912)
  – Costantino VII Porfirogenito (912-959)
           [Alessandro, reggente (912-913)]
       [Romano I Lecapeno, coreggente (919-944)
 -Basilio II Bulgaroctno (963-1025)
[Niceforo II Foca, coreggente (963-969)]
[Giovanni II Zimisce, usurpatore (969-976)]
(I due imperatori incontrati da Liutprando da Cremona)
-Costantino VIII (1025-1028)
– Zoe (1028-1050)
associa successivamente al trono:
Romano III Argiro, 1° marito (1028-1034)
Michele IV,  2° marito (1034-1041)
Michele V Calafate, figlio adottivo (1041-1042)
Costantino IX Monomaco, 3° marito (1042-1054)
Teodora, sorella di Zoe (1054-1056)
Michele VI. designato da Teodora (1056-1057)

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Erba A. Berengario I, Re d’Italia senza regno e imperatore senza impero, romanzo,


[1] La cosiddetta “marca” di Tuscia fu un’istituzione franca che, avendo profonde radici nel passato e subendo l’influenza di particolari e nuove condizioni locali, sì da assumere aspetti diversi dalle altre marche, non fu creata di getto da nessun sovrano, ma invece appare  costituita gradualmente fra l’VIII ed il IX secolo, per processo spontaneo di accostamenti territoriali, di necessitĂ  militari, di adattamenti giuridici e giurisdizionali, di finalitĂ  politiche, nonchĂ© di ambizioni individuali e collettive: frutto dunque di fattori estrinseci ed intrinseci, coscienti ed incoscienti, previsti ed imprevisti, storici e contingenti, generali e particolari, singoli e plurimi, e che inoltre, costituitasi, non si mantenne come cosa rigida nella sua struttura interna, nella base territoriale e nelle sue relazioni esteriori, sebbene invece fu un organismo mutevole e quasi mimetico, assumendo diversi aspetti, estensione e natura a seconda dei tempi e degli umori politici…”  A. FALCE.La formazione della marca di Tuscia (sec. VIII-IX),Firenze, 1930, pp. 211-220.

[2] Su Peredeo, oltre a Schwarzmaier, Lucca und das Reich, pp. 78-85, cfr. L.Bestini, Peredeo vescovo di Lucca, in Studi storici in onore di Ottorino Bertolini, Pisa, 1972, I, pp. 21-46.

[3]  CODICE 490. Nella biblioteca capitolare si trovano, dal secolo VII in poi, un gran numero di pergamene, tra cui la metà delle carte longobarde di tutta l’Italia. Tra questi, il codice 490 della biblioteca capitolare, scritto per intero a Lucca tra la fine del secolo VIII ed il principio del IX . Il documento è eccezionale, sia per l’abbondante e vario contenuto, sia per la scrittura non meno varia, distinguendovi circa quaranta mani che usano diversi generi di scrittura dell’epoca, da cui si è dedotto l’esistenza in quel tempo di una scuola scrittoria. Ciò denota quali e quanti contatti, anche culturali, avesse Lucca col mondo contemporaneo in tanta parte d’Europa.

Il codice 490 è stato definito “una biblioteca in piccolo volume” poiché la grande varietà di testi che esso ospita, la diversità di mani e di tecniche di fattura che rivela, il lungo periodo di tempo (venti anni o più) che ci vollero per realizzarlo così come lo vediamo oggi, danno al manoscritto le caratteristiche proprie non tanto di un codice unico ed isolato, come pure fisicamente è, ma di una raccolta intera di codici: di una biblioteca, appunto.

Il documento ci dice che, nell’VIII secolo, Lucca è una delle città dell’Italia longobarda dove si sa scrivere di più, centro religioso, amministrativo e patrimoniale di grande rilievo.

Il manoscritto lucchese ripete alcuni moduli ed alcune abitudini che si rifanno direttamente a modelli tardo antichi o provenienti da centri come Roma, dove l’elaborazione grafica ed artistica seguiva ancora antiche tradizioni.

All’inizio abbiamo  un’immagine del Buon Pastore che prende la pecorella e la porta all’ovile ed introduce un elenco genealogico; sugli angoli vi sono raffigurati degli uccelli e dei fregi di natura geometrica. Il gusto per l’allegoria, come per le raffigurazioni di animali sono una costante di questo periodo.

[4] Prammatica Sanzione: termine con cui si indicò in passato ciascuno di quegli editti, di quelle ordinanze eccezionali del sovrano su determinate questioni dello Stato.

In questo caso si fa riferimento a un testo di leggi, emanato dall’imperatore Giustiniano (554), con cui, all’indomani della riconquista dell’Italia, venivano annullati tutti i provvedimenti presi dai dominatori ostrogoti, tra cui alcune misure economiche a favore di colonizzatori e schiavi, mentre venivano ripristinati i diritti dei proprietari terrieri e i privilegi della Chiesa. Scopo principale del programma di restaurazione giustinianea nei territori occidentali fu la costituzione di un sistema amministrativo che facesse rivivere le istituzioni dell’Impero di Roma. Punto centrale della riorganizzazione amministrativa in Occidente fu il mantenimento dell’antica separazione, di origine romana, dell’autorità civile da quella militare e l’affidamento delle maggiori cariche a funzionari orientali inviati direttamente da Costantinopoli.

Tra le altre prammatiche sanzione, più note, ricordiamo quella di Carlo VI (1713) con cui fu regolata la successione al trono nella casa d’Austria.

– Cilento A. Nei secoli immortale, pag. 107, Sta in: Medioevo n. 11,(46) novembre 2000, De Agostini  Rizzoli Periodici , Milano.

[5] Dell’estensione dell’antica giurisdizione vescovile è stato trattato a lungo (D. Bestini, Dissertazione prima sopra la storia ecclesiastica lucchese, in Memorie e documenti per servire all’istoria del Ducato di Lucca, IV, I, Lucca 1818, pp. 93 ss.; D. Barsocchini, Dissertazione VI: Dei vescovi lucchesi del secolo IX, in Memorie e documenti, cit.m, V,I, Lucca 1844, pp.31 ss.; E. Repetti, Dizionario geografico fisico storico della Toscana ecc., II, Furente 1835, pp. 882 ss.; A. Guerra, Compendio di storia ecclesiastica lucchese, Lucca 1924, p. II; P.Guidi, in A. Guerra, Op. cit.; pp. 11-12 nota).Dal Bertini e dal Guerra le fu assegnata un’enorme estensione, comprendendovi i territori di Piacenza, Populonia, Volterra, Rosselle, Sovana; giustamente il Barsocchini, il Repetti, il Guidi distinsero tra possessi del vescovato lucchese nelle diocesi sopra ricordate ed effettiva giurisdizione del vescovo di Lucca.

[6] Anche senodòchi. Ospizio gratuito per pellegrini e forestieri. I primi senodochi sorsero in Oriente, nei primi secoli del Cristianesimo. Dal tardo latino xenodòchium, che è dal greco xenodochếion, composto di xénos, forestiero + déchomai, ricevere.
A. Gabrielli, senodòchio, pag. 3457, Grande Dizionario della lingua italiana, a cura di Grazia Gabrielli, A. Mondadori,  Milano, 1989.

[7] – Barsocchini, Raccolta di documenti per servire alla Storia Ecclesiastica lucchese, in Memorie e Documenti per servire all’Istoria del Ducato di Lucca, V/2 Doc. n.CCCXXXVI, p.200

[8] missus dominicus: funzionario del re che l’imperatore mandava continuamente in giro per controllare l’esecuzione dei suoi ordini, togliere gli abusi, ricevere i giuramenti di fedeltà, promuovere opere utili (restauri, costruzione di ponti, ecc.). Vi erano, inoltre, le riunioni periodiche degli uomini liberi e i consigli più ristretti di persone più competenti e preparate; da segnalare in special modo gli scabini, assistenti del giudice eletti dal popolo tra coloro che erano istruiti e davano garanzie di moralità e di rettitudine, inamovibili salvo casi di gravissime mancanze e con facoltà di decisione sia in cause civili sia in quelle penali (il numero di essi variava da sette a dodici per città).

[9] Capitolari: sotto la dinastia dei merovingi e carolingi, nome con cui si indicavano le raccolte di ordinanze, di leggi emanate dal re o dall’imperatore in materia civile, penale, ecclesiastica; così dette perché suddivise in capi, in capitoli o per dire meglio in paragrafi. Queste ordinanze regie, relative di solito a un singolo problema, che si sforzava di regolamentare sotto ogni aspetto e in via definitiva venivano emanati in occasione delle grandi assemblee:le diete. I capitolari erano poi fatti conoscere e messi in pratica dai conti, ciascuno nella sua provincia. Fra i più famosi, ricordiamo il Capitolare de partibus Saxonie, con cui Carlo impose ai Sassoni pagani un duro regime di occupazione e un soffocante controllo religioso; il Capitulare de Villis, emanato probabilmente sotto Ludovico il Pio e destinato a regolamentare l’amministrazione delle province fondiarie appartenenti all’imperatore; e più tardi il Capitolare di Quiercy, promulgato da Carlo il Calvo nell’877, in cui si stabilisce per la prima volta in modo esplicito, sia pur con precise limitazioni, il diritto dei conti e dei vassalli imperiali a trasmettere funzioni e benefici ai propri figli.
E’ pervenuta fino a noi una celebre raccolta parziale dovuta ad Ansegiso, abate di Fontanelle (827).

[10] Bonifacio II cfr. ancheC.G.Mor, Bonifacio, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 12, Roma, 1970. pp. 94-96.

[11]  Lucca, 844 gennaio 17 – 845 dicembre 2 – 846 agosto 10.

Adalberto I viene investito dall’imperatore Lotario I del governo del comitato plurimo lucchese, che in questo momento assume già la forma iniziale della “marca” settentrionale di Tuscia, sia per quanto si riferisce alla sua figura militare-politica, sia per ciò che riguarda la sua base territoriale, che comprende i comitati di Lucca, Luni, Pisa, Pistoia, Firenze-Fiesole, Volterra, Siena e Arezzo- Città di Castello, nonché la costa marittima da Cecina fino alla Provenza. La sua posizione non appare sostanzialmente diversa da quella dei conti Bonifacio II e Aganone di Lucca, suoi predecessori; infatti egli nei documenti diplomatici e nelle fonti narrative viene chiamato indifferentemente or duca, ora conte e ora anche “marchese”, ma resta sempre e per lo più il conte del comitato plurimo lucchese, sia pure con potestà accresciuta. Al tempo di lui però si accentua la necessità di rafforzare il confine meridionale dell’impero, sia verso i territori della Chiesa, sia nella costa tosco-ligure contro le incursioni dei saraceni, dei mori e dei normanni, e si avverte inoltre il bisogno di dare un più evidente aumento di base territoriale alla potenza del conte del comitato di Lucca. Di più con Adalberto si viene a delineare nettamente la funzione assai delicata e importante che il capo della Tuscia settentrionale deve assumersi e disimpegnare nella lotta tra imperatore e papa, Stato e Chiesa, la quale fin d’ora s’impone nel groviglio della politica generale A:Falce, La formazione della marca di Tuscia (sec. VIII-IX), Firenze, 1930, pp. 211-220.

[12] H. Keller, La marca di Tuscia fino all’anno Mille, in Atti del 5°Congresso internazionale di Studi sull’alto Medioevo pp. 117-140, il quale afferma che “la posizione autonoma raggiunta dai marchesi dopo Ludovico II li mostra elevati ad un livello regio”(p.133); ma cfr. anche M. Nobili, Le famiglie marchinali nella Tuscia, in I ceti dirigenti nella Toscana dall’età longobarda a quella precomunale (atti del Convegno tenuto a Firenze il 2 dicembre 1978), Pisa, 1981, pp. 79-105.

[13] Adalbert II,v. G.Fasoli, Adalberto di Toscana, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. I, Roma, 1960, pp. 219-220.

[14] Curtis era una vasta entità agricola patrimoniale composta di appezzamenti vari (pascoli, boschi, campi, frutteti, terre arabili, edifici, stalle, corsi d’acqua, ecc.) appartenente a famiglie nobili, feudatari, ovvero a istituti monastici e vescovili; su di essa vivevano i dipendenti (sia servi, sia liberi, ma la gamma era assaia ampia e variegata, né le posizioni personali erano sempre nette) che erano tenuti a una serie di obblighi verso i padroni (giornate lavorative, una parte dei prodotti, regalie varie, ecc.) usufruendo però di mulino, frantoio, forno, ecc. di proprietà del “signore”. Data l’ampiezza e la diversità produttiva delle curtes  si può dire che vigeva un’economia chiusa, cioè il prodotto e il consumo avvenivano in loco, e forse questo è l’aspetto più significativo di quei modelli di vita collettiva, ciò non esclude che sussistessero mercati locali mentre è pure sicuro che gli artigiani (p. es., i ferrarii, fabbri e simili) continuavano a svolgere un lavoro prezioso per fabbricare o riparare gli attrezzi e gli oggetti d’uso corrente. Il sistema curtense fu meno diffuso in Italia che nelle pianure dell’Europa centrale per la presenza di un buon numero di città e per la mancanza di spazio agricolo a disposizione.

[15] A. Mazzarosa, Le pratiche della campagna lucchese, in ID., Opere, II, Lucca, 1841, pp. 5-119, e P. Scheuermeier, Il lavoro dei contadini, 2 voll., Milano, 1980 (orig. Erlenbach-Zurich, 1943).Per i lavori agricoli si fa anche riferimento al ciclo dei mesi del portico della Cattedrale di San martino di Lucca in C.Baracchini – A. Caleca, Il duomo di Lucca, Lucca, 1973, e S. Bottori, I mesi della cattedrale di San martino in Lucca, in Le arti,I (1939), pp.. 560-566.

[16] -Andreolli B.“Rospulo, un piccolo livellario del secolo IX, in Uomini nel Medioevo, studi sulla societĂ  lucchese dei secoli VIII-XI, Patron Editore-Bologna 1983, pp. 52-65- – –

[17] Nel 218 a:C: (2ÂŞ guerra punica), Battaglia del Ticino, forse presso Lomello, nella quale i Romani comandati da P. Cornelio Scipione furono sconfitti da Annibale.

-Boccabianca M., Agnolotto A., et alii, Ticino, vol. V, pag. 665, Nuovissima Enciclopedia Illustrata, Istituto Editoriale Italiano, Milano, 1959.

[18] C. Belloni – Pavia, Vol. III, pp.1427-1428. Dizionario enciclopedico del Medioevo, Edizione Italiana di Claudio Leopardi,Città nuova editrice, Roma 1999.

[19] La chiesa di S. Michele ricostruita verso la metà del sec. XII, è il monumento più insigne di Pavia e uno dei capolavori dell’architettura romanica. La sua parte più antica e autentica è la facciata in pietra, di raffinata composizione nei fasci di colonnine che la suddividono in altezza, nelle loggette lungo gli spioventi del tetto, nel gruppo di finestre concentrate al centro e nella bande orizzontali di sculture “erratiche” che la attraversano orizzontalmente. L’interno ha struttura a tre navate su pilastri, con matronei sopra le navatelle, tiburio poligonale all’incrocio dei bracci e presbiterio sopraelevato. Nella cappella a destra del presbiterio si trova un corcifisso in lamina d’argento, della seconda metà del sec. X.

[20] Antica sede episcopale, era uno dei quattro castra di proprietà della Chiesa romana a protezione delle vie d’accesso a Roma da nord. Occupato  dal re longobardo Liutprando (712-744) nel 728, durante il contenzioso con Gregorio II, il castrum di Sutri fu restituito alla Chiesa dopo centoquaranta giorni, in seguito alle proteste, e con la promessa dell’aiuto contro i bizantini, di Gregorio II.

Con questo  atto, noto come la restituzione o donazione di Sutri, si volle dare consistenza giuridica al potere temporale della Chiesa, ovvero al suo potere politico ed economico. Si è voluto dare  a questo episodio l’inizio del dominio temporale dei papi ma fu semplicemente la reintegrazione della Chiesa di Roma nei diritti di possesso di cui già godeva, e inoltre non su tutti, poiché la restituzione  concerneva solo il centro abitato e non le dipendenze: nessun rapporto esiste quindi con le posteriori restitutiones carolinge.

Una volta eliminati i bizantini, rimaneva un solo ostacolo al progetto longobardo di costruire un regno unitario nella penisola: questo ostacolo era costituito dalla Chiesa di Roma che aveva accresciuto il suo potere politico ed economico finendo per sostituirsi all’autorità, di fatto assente, degli imperatori bizantini, e il papa, che era il vescovo di Roma, era divenuto il vero padrone della città. Ai Franchi si rivolsero i papi chiedendo l’appoggio militare contro i Longobardi. Essi intervennero una prima volta nel 755 – 756. Al comando del re Pipino il Breve sconfissero l’esercito di Astolfo e consegnarono al papa i territori conquistati (tra cui Ravenna). Nel 772 il nuovo re longobardo Desiderio tentò ancora una volta di occupare Roma. Il papa Stefano II si rivolse a Carlo (il futuro Carlo Magno). Egli scese in Italia, assediò ed espugnò Pavia (774) e si proclamò re dei longobardi.

Cantarella G.M. – Sutri,Vol. III, pag. 1863. Dizionario enciclopedico del Medioevo, Edizione Italiana di Claudio Leopardi, Città nuova editrice, Roma 1999.

-Cantarella, Varni, Della Peruta, La memoria dell’uomo, Einaudi scuola, Milano, 1999, pag. 344

[21] Il nome della località deriva dalla famiglia dei Plauzi (o Plautii)Laterani che erano proprietari di importanti edifici. Il complesso del Laterano, donato da Costantino al papa Melchiade (311-314) come sede pontificia, era stato la residenza dell’imperatrice Fausta.

 – M. Boccabianca, A. Agnolotto et alii Nuovissima Enciclopedia Illustrata, Istituto Editoriale Italiano,  Milano, 1959, volume quarto,-pag. 260

L’imperatrice romana Fausta, Flavia Massimiana (289-327) era sorella di Massenzio e seconda moglie di Costantino, da cui ebbe cinque figli.Accusata d’intrighi politici, di adulterio e dell’uccisione del figliastro Crispo, fu strangolata nel bagno per ordine del marito.

– M. Boccabianca, A. Agnolotto et alii, Nuovissima Enciclopedia Illustrata, volume terzo, 1959, pag.  303

[22] Fu la sede del primo concilio organizzato in pieno accordo con il potere civile che si svolse dal 2 al 4 ottobre del 313 “in domo Faustae in Laterano”

– C.Rendina – I Papi Storia e segreti, Newton Compton editori,1983.

[23] A.M. Voci – Residenze Pontificie: Sua Santità cerca casa, pag. 38, sta in Medioevo n. 7, Agosto 1997, Editore De Agostini Rizzoli Periodici, Milano.

[24] Triclinio: dal latino triclìnium, deriv. dal greco triklìnion, composto di tri-, tre+klìne, letto.

 Nell’antica casa romana, il complesso dei tre letti o divani, disposti lungo i tre lati della tavola da pranzo, sui quali si adagiavano i commensali, in numero di tre per letto, che mangiavano stando coricati sul fianco sinistro.

Estensivo: sala da pranzo degli antichi Romani. L’uso di pranzare coricati era di origine orientale.

– A. Gabrielli, triclinio, pag, 4109, Grande Dizionario della lingua italiana, A. Mondadori, Milano, 1989.

[25] G Curzi – L’Italia carolingia – Roma si fa bella – Sta in: Medioevo n. 1, (48) Gennaio 2001 pp.. 35 – 39.

[26] Pellegrino fu Carlomagno nella sua prima visita del 774 per la Pasqua, ma tale sempre si considerò nell’urbe, identificandosi nella sintesi della civiltà racchiusa in quella corona postagli sul capo il Natale dell’800.

T. Calotta. Sta in Medioevo, anno V, n. 3 (50), marzo 2001, De Agostini Rizzoli Periodici Srl, Milano.

[27] É. Ubert – Roma, Vol. III, pp. 1641-1645. Dizionario enciclopedico del Medioevo, Edizione Italiana di Claudio Leopardi,Città nuova editrice, Roma 1999.

[28] Nell’alto Medio Evo fu la culla dei Carolingi con il nome di Héristal. Pipino II d’Héristal (635?714), Carlo Martello (689-741) Pipino III, il Breve (715-768) padre di Carlomagno(742-814). Pipino III il Breve, stipulò nel 754, un patto di alleanza con il papa Stefano II per la lotta contro i Longobardi. Contemporaneamente a Saint-Denis avvenne la solenne incoronazione del Re (insignito del titolo di “patrizio dei Romani”) e della regina Bertrada che divennero così legittimati sovrani dei Franchi. Pipino il Breve sconfisse i Longobardi e i Sassoni e donò alcuni territori alla Chiesa.

– Boccabianca M., A. Agnolotto, et alii –Nuovissima Enciclopedia Illustrata,  volume quinto, Istituto Editoriale Italiano, 1959, Milano pag. 184.

[29] Aquisgrana, l’attuale Aachen si trova a pochi chilometri dal confine occidentale della Germania col Belgio: costituisce uno dei vertici del triangolo, sui lati del quale si affacciano Belgio, Germania, Olanda.

Gli altri vertici di questo triangolo sono ad occidente Liegi, e a Nord, a non più di trenta chilometri di distanza, un’altra città che non a caso ci riporta alle suggestioni indotte dall’idea di un’Europa finalmente unita, cioè Maastricht.

Il nome francese della città è Aix-la-Chapelle, ed in esso si ritrova molto probabilmente traccia del culto della “cappa” di S. Martino di Tours per conservare la quale Carlo aveva fatto costruire un’apposita  “cappella”, donde il nome francese.

[30] Si trova, sulla riva sinistra della Mosa, sulle colline circostanti l’attuale Liegi capitale della Vallonia, una delle due regioni linguistiche del Belgio.

[31] Cappella è termine oggi così comune che si stenta a credere che non sia sempre stato d’uso corrente. In realtà anche questa parola è uno dei molti lasciti del Regno franco alla cristianità; essa deriva infatti da una delle più preziose reliquie custodite nel tesoro regio, la cappa, cioè, di San Martino. Si sa che questo santo, fra gli iniziatori del monachesimo in Occidente, era venerato come il protettore della Gallia e che la sua basilica a Tours era uno dei massimi centri religiosi del regno. Il più famoso fra i suoi gesti, immortalato da innumerevoli riproduzioni, era quello con cui il santo, a cavallo, incontrato un mendicante che rabbrividiva di freddo, divise con la spada il proprio mantello, o cappa, per donargliene metà. Ora proprio questa cappa era conservata nel tesoro dei re franchi, e l’edificio sacro in cui era custodita prese perciò il nome di cappella; di qui il termine venne a indicare, genericamente, ogni edificio religioso annesso a un palazzo, come appunto la Cappella Palatina di Aquisgrana, o più tardi a un castello, e infine, con logica evoluzione, acquistò il senso attuale di chiesa non parrocchiale.

A. Barbero – Carlomagno,Un re per l’Europa,La cappa di San Martino ,pag. 77, Sta in: Medioevo Dossier, Anno I,N. 2/98 Editore De Agostini, Rizzoli Periodici, Milano.

[32] A. Barbero,“Una reggia per Carlomagno” pagg. 57 – 58, Sta in Medioevo, anno IV, n. 5 (40) maggio 2000, Editore De Agostini Rizzoli Periodici Srl , Serie speciali: Le grandi capitali –

[33] Alcuino, monaco benedettino anglosassone, era entrato in quel cenacolo per volere dello stesso Carlomagno, il quale lo incaricò di organizzare nell’Abbazia di San Martin a Tours, uno scriptorium dove convenivano pittori della corte di Aquisgrana che contribuirono alle pagine istoriate della cosiddetta Bibbia “di Alcuino” giunta sino a noi.

T. Calotta – Carlomagno a Roma,  Sta in Medioevo: pag. 8,  Anno V, n. 3 (50) – marzo 2001

– [34] B. Geoffrey, Atmore A. et alii, Aquisgrana, Atlante Storico Mondiale pag. 109, Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1996.

[35] Nell’anno 333 d.C.,a Costantinopoli, otto anni dopo la sua fondazione, attraversava la città un pellegrino solitario che si recava a Gerusalemme. Ě la prima notizia che si abbia di un pellegrinaggio cristiano. Il “pellegrino di Bordeaux”, questo è il nome con cui è noto, fu uno dei primi viaggiatori di cui si ha notizia a raggiungere la Città Santa. L’anonimo pellegrino coprì, nel suo lungo viaggio, un percorso di oltre 5000 chilometri. Nel suo diario furono annotate 190 soste e 360 cambi di cavallo.

J.M. Landay – La moschea di Omar , pag. 46, Arnaldo Mondadori Editore, Milano, 1969.

J.Maduale, Gerusalemme – La città santa di tre religioni, pag. 83. Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1981.

[36] Geoffrey B, Atmore A. et alii –Costantinopoli – Atlante Storico Mondiale pag. 108 – 109 –Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1996.

[37] Kaplan M. Bisanzio – L’oro e la porpora di un impero  pp. 31,32,50,Universale Electa/Gallimard, Trieste, 1993.

[38] A. Atmore, R. Carr, et alii, La storia dell’uomo , pag, 124, Selezione dal Reader’s Digest, Milano.

[39] – M. Boccabianca, A. Agnolotto, et alii, Nuovissima enciclopedia illustrata,  pag.141,volume quarto,  Istituto Editoriale Italiano, Milano,1959, pag.141.

 [40]- “Famiglia Cristiana”, supplemento  n. 23 dell’11/6/2000. Storia della Chiesa pag. 22

[41] G. Treccani – Istituto della Enciclopedia Italiana, pag. 539,  Vol. XIX , Edizione 1949,  Direttore di sezione, Storia Medievale e Moderna S.E. Gioacchino Volpe.

[42] A. Cilento e A. Barbero – “La nuova Roma” pag. 45 – Sta in: Medioevo n. 5 (40) maggio 2000, Serie speciale: Le grandi capitali, Editore De Agostini Rizzoli Periodici Srl , Milano.

– J. M. Spieser – Costantinopoli, Vol. I, pp.492-495. Dizionario enciclopedico del Medioevo, Edizione Italiana di Claudio Leopardi,CittĂ  nuova editrice, Roma 1999.

[43] Sourdel D. – Bagdad, Vol. I, pp. 193-194. Dizionario enciclopedico del Medioevo, Edizione Italiana di Claudio Leopardi,Città nuova editrice, Roma 1999.

[44] Harun ar-Rascid, (=Aronne il giusto) (ca. 763-809) il quinto Califfo di Baghdad della dinastia degli Abbassidi. Governò dal 786 asssitito dal gran vizir Giafar, della potente famiglia dei Barmecidi. Dopo pochi anni, divenuto geloso e timoroso del successo e del seguito del suo Ministro, lo fece uccidere e ne fece sterminare la famiglia (803). Il suo nome è rimasto popolare anche in Occidente, oltre alle sue relazioni con Carlomagno, soprattutto perché insieme alla moglie Zobeide, al gran vizir Giafar, all’eunuco Mesrure insieme ad altri membri della famiglia e della Corte, lo si incontra nelle Mille e una notte.

– Boccabianca M., A. Agnolotto, et alii –Nuovissima Enciclopedia Illustrata,  volume terzo, Istituto Editoriale Italiano, 1959, Milano pag. 723.

[45] L. Capezzone –  “Le grandi capitali – “La città rotonda” pagg. 52 –54, Sta in:  Medioevo,  Anno IV , n. 6 (41) . giugno 2000, Editore De Agistini Rizzoli Periodici Srl , Milano.

Geoffrey B, Atmore A. et alii –Atlante Storico Mondiale pag. 109, Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1996.

[46] Geoffrey B, Atmore A. et alii –Cordoba- Atlante Storico Mondiale pag. 109 –Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1996 –

[47] C. Picard – Cordova, Vol I, pp. 480-481. Dizionario enciclopedico del Medioevo, Edizione Italiana di Claudio Leopardi,Città nuova editrice, Roma 1999.

[48] -Treccani G. Cordova, pag. 376, Enciclopedia Italiana, Roma, edizione 1931, Volume XI.

Treccani G. Spagna,  pp. 226 – 274, Enciclopedia Italiana, Roma, edizione 1949, volume XXXII. 

[49] P. Brezzi. STORIA D’ITALIA –Dalla civiltà latina alla nostra repubblica, vol. III, pag. 228–Dall’Italia feudale a Federico II di Svevia- (800/1250),  Istituto Geografico De Agostini,  Novara, 1980.

[50] P. Brezzi. STORIA D’ITALIA –Dalla civiltà latina alla nostra repubblica – Vol. III, pag. 229–Dall’Italia feudale a Federico II di Svevia- (800/1250), Istituto Geografico De Agostini , Novara , 1980.
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Vincenzo Moneta
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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart