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STORIA: Un grande patriota, Manrico Ducceschi

20 agosto 2018

di Bartolomeo Di Monaco

Ci avviciniamo al 24 agosto e voglio ricordare Manrico Ducceschi, soprannominato “Pippo” (sarà commemorato il 70° anniversario della morte il 26 agosto prossimo a Pian di Novelllo (PT) con un seminario presieduto dal lucchese professor Umberto Sereni).

Era un capo partigiano nato a Capua l’11 settembre 1920 e trovato morto impiccato il 24 agosto 1948 (avevo 6 anni e quel giorno era il mio onomastico: San Bartolomeo) nella sua casa a Lucca, posta davanti alla chiesa di San Michele, al centro della città. Si diffusero voci che fosse stato ucciso dai partigiani avversari, ma non si trovarono prove e quindi la sua morte fu considerata un suicidio. Chi volesse saperne di più può andare al sito a lui intitolato che la nipote Laura Poggiani aprì alcuni anni fa (http://www.manricoducceschi.it/). Si può cercare anche su Wikipedia, da cui traggo ciò che gli specialisti della guerra civile italiana già sanno:

L’indipendenza – in termini di libertà d’azione – di Ducceschi non fu mai ben accettata. Alla fine della guerra, il Comandante partigiano Pippo fu insignito della Bronze Star Medal al valor militare da parte degli Alleati, ma non ebbe alcun riconoscimento né da parte delle organizzazioni partigiane né da parte dello Stato Italiano. L’attrito si fece ancor più aspro allorché Pippo dichiarò che avrebbe denunciato alcuni abusi commessi da gruppi resistenziali. Le denunce non ebbero seguito, perché Pippo fu trovato – dal padre – impiccato nella sua casa di Lucca. Nonostante le indagini svolte, data anche la limitatezza degli strumenti scientifici dell’epoca, gli inquirenti non riuscirono a raggiungere la prova certa che si trattasse di un omicidio e pertanto prevalse l’ipotesi di un suicidio anche se quest’ultima non convinse mai quelli che a Ducceschi erano più vicini.“.

Sì, Ducceschi fu un partigiano indipendente, che non volle mai aderire ad alcun partito. Per questo fu inviso e per questo non gli venne mai attribuita dall’Italia una medaglia di riconoscimento per il suo impegno nella Resistenza.

Perché ne scrivo? Non solo perché è imminente il 70° anniversario della sua morte, ma anche perché sto leggendo alcuni libri sulla nostra fratricida guerra civile, preoccupato che la furiosa lotta politica che imperversa in Italia, soprattutto dopo la nascita di questo governo M5Stelle-Lega, possa condurci di nuovo a questo terribile passato, anche se in forme nuove. Ricordiamoci che le Brigate Rosse furono un primo tentativo, per fortuna sconfitto, in questa direzione.

Da queste letture ho appreso che subito dopo la fine della guerra, il 25 aprile 1945, si scatenò in Italia una sanguinosa e spietata resa dei conti, di cui un po’ sappiamo, ma non nei dettagli che sto apprendendo. Ci andarono di mezzo anche uomini che non avevano colpe, non avevano fatto niente se non possedere la tessera fascista. Il nord Italia, dove era nata la Repubblica Sociale Italiana di Mussolini, fu il teatro principale di queste orrende vendette partigiane. Soprattutto il Piemonte, la Liguria, la Lombardia, il Veneto, l’Emilia Romagna. Alcuni furono uccisi semplicemente perché sapevano troppo e potevano costituire un pericolo per i killer; alcuni erano stati perfino testimoni. Insomma, ci fu una carneficina, con eccidi di massa e delitti individuali. Il fenomeno sanguinoso si concentrò nei primi mesi dopo il 25 aprile, soprattutto in maggio, ma le esecuzioni proseguirono, anche se sempre più rade, ed alcune furono eseguite anche alle porte degli anni ’50.

Manrico Ducceschi  morì nel 1948, tre anni dopo la fine della guerra. Il 14 luglio dello stesso 1948 ci fu l’attentato a Togliatti che inasprì gli animi, riportando in Italia un’atmosfera di resa dei conti, per fortuna scongiurata da un appello dello stesso Togliatti trasmesso dal letto di ospedale dove era ricoverato.

Ma Ducceschi, come ho già scritto, era inviso ai partigiani che avevano, al contrario di lui, militato in formazioni politiche, i quali cercarono di emarginarlo, non perdonandogli la sua indipendenza, che ancora perdurava. Irritato, Ducceschi minacciò di rivelare fatti gravi commessi nel corso della Resistenza. Per il ruolo da lui svolto a capo di una delle formazioni partigiane più importanti, la sola che gli Alleati aggregarono ai loro reparti, egli doveva saperne molte, che avrebbero scoperto tanti scomodi altarini. S’impiccò? Dopo queste mie prime letture  non credo che i fatti stiano così. Secondo me, egli fu eliminato, come era accaduto a tanti altri, quale testimone scomodo, a conoscenza di episodi che dovevano rimanere nell’ombra. Quell’impiccagione, ora ne sono convinto, fu una messa in scena.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart