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Strindberg, Johan August

8 novembre 2007

Gli isolani di Hemsö

“Gli isolani di Hemsö”

Sansoni, 1966.Trad. Mario Gabrieli

Torno a leggere questo lungo racconto dopo averlo terminato a Lido di Camaiore il 12 aprile 1967. Lo leggevo – avevo 25 anni! – nell’intervallo meridiano della mia giornata di lavoro. La rilettura è un omaggio che desidero fare ad un caro amico, Damiano Zerneri.

Uscita nel 1888, “Gli isolani di Hemsö” è considerata una delle opere più mature dell’artista svedese, che unì all’attività di narratore quella di autore teatrale, per la quale è soprattutto noto. Considerato il padre dell’Espressionismo, ha influenzato uno dei più grandi registi del nostro tempo, Ingmar Bergman. Nel 1879, era uscito “La stanza rossa”, un grandioso affresco satirico sulla società svedese contemporanea. Spirito tormentato, infuocato polemista, seppe trasfondere ne “Gli isolani di Hemsö” uno dei momenti più sereni della sua vita.

In Scandinavia non si può fare a meno di una barca, tra fiordi e isolotti sarebbe difficile se non impossibile, altrimenti, intrattenere rapporti umani. Carlsson, il protagonista, viene dalla campagna (“tarchiato contadinotto”), chiamato nell’isola “a occuparsi della terra e delle bestie” di una anziana vedova, zia Eva, e vengono a prenderlo in barca due ragazze, Carla e Lotta. Sarà l’occasione anche per passare dall’ufficio postale e per ritirare qua e là provviste e mercanzie di ogni genere. Ai movimenti della barca assistono, avvezzi osservatori, uccelli marini appostati sugli alti scogli. Gli stessi pesci sott’acqua ne sfiorano la chiglia (“spaventando un luccio in fregola”), e in lontananza, giunta la sera, “laggiù in fondo dove le stelle tramontavano in mare, appariva l’occhio rosso e l’occhio verde d’un gran piroscafo, che si tirava dietro una lunga fila di luci rotonde provenienti dai finestrini del salone. Tutto era nuovo per Carlsson, che faceva domande su tutto; ma le risposte che riceveva gli fecero subito capire ch’era in terra straniera. Egli veniva da laggiù, dalla campagna; era quasi un provinciale dinanzi a un cittadino.” Avremo dunque a che fare con i problemi legati all’inserimento di un estraneo nel corpo di una società fatta di riti e di antiche consuetudini. Si leggerà più avanti: “L’ostilità a Carlsson aveva soprattutto origine nel fatto che era un estraneo.”

Nella casa della vedova, oltre alle due ragazze, vivono anche Gustavo, il figlio, Norman, “un ometto tarchiato e canuto con bianchi baffi nascenti e occhi azzurri”, “il più giovane di tutti”, “un bravo lavoratore”, e il vecchio servo Rundquist, “il pazzo”, “una volpe vecchia e smaliziata”, ormai buono a far niente. Gustavo mette subito in guardia la madre sul conto di Carlsson, che giudica un furbacchione pronto a fare i propri interessi (“che si tenga lontano da me, si tenga!”). Salvo la vedova, dormono tutti nella stessa stanza, la grande cucina, e si coricano al buio affinché gli uomini e le ragazze non si sbircino mentre si spogliano. Dovunque, sono presenti, attaccati ai muri e al soffitto, attrezzi per la pesca e per la caccia. Strindberg ha disegnato, così, la tipica casa isolana, costruita a quel modo da secoli, la cui struttura semplificata è in funzione dell’attività dell’uomo. Carlsson la considera una casa confortevole e sogna di diventare presto il capoccia di quella famiglia, così come gli ha preannunciato la vedova.

Questa è la descrizione di come incomincia una giornata di domenica: “Quando Carlsson si svegliò la domenica mattina al canto del gallo, tutte le cassapanche eran vuote e le ragazze stavano presso il camino in sottana, mentre il sole splendeva abbacinante. S’infilò alla svelta i calzoni e uscì fuori sulla scesa a lavarsi. Lì stava già seduto il piccolo Norman su un barile d’aringhe e si faceva tagliare i capelli dall’onnisciente Rundquist, che aveva indossato uno sparato di camicia pulito, grande quanto un giornale, e calzato gli stivali buoni. Dinanzi a una pentola di ferro senza piedi, che gli era stata indicata come lavandino, Carlsson dovette compiere con l’aiuto di una scaglia di sapone verde la sua abluzione domenicale.” Anche per andare alla messa devono prendere la barca e farsi “due miglia di remo fin là, e altrettanto al ritorno”. Preferiscono, perciò, qualche volta, riunirsi in casa “a legger la predica.”, non tutti, però. Quella domenica, infatti, Gustavo e Norman se la filano e scelgono di andare a caccia nei paraggi, così Carlsson legge la predica alle sole donne, e si rende conto che non sarà così facile prendere in mano le redini di quella casa. Quando la sera va a letto, ottenuta una camera tutta per sé, “gli s’insinuò nell’animo una certa paura di quelle persone che s’era straniate.”

Strindberg racchiude nella scrittura il profumo, gli umori, la salsedine di quei luoghi, che dipinge in un grande affresco verista, lasciandoci intravedere la profonda insenatura del fiordo e la scogliera sopra la quale degrada la grande proprietà della vedova. C’è molto lavoro da compiere per rimettere tutto in sesto, poiché, dopo la morte del padrone Flod, non c’è stato più nessuno capace di tirare avanti, men che meno il figlio Gustavo, che ha in odio la terra, preferendole il mare e la caccia. La narrazione ha una vena felice e si distende negli ampi spazi della natura, non trascurando di far emergere ogni particolare dell’ambiente, dagli uccelli che la frequentano, dagli alberi che arricchiscono il bosco, alle costruzioni che punteggiano la proprietà, agli utensili e agli arredi della casa. È interessante notare che l’opera di Strindberg nasce a cavallo tra i due capolavori di Giovanni Verga: “I Malavoglia”, che è del 1881, e “Mastro don Gesualdo”, del 1889, e non è difficile trovare nell’efficacia delle descrizioni ambientali più di un punto in comune. Gli stessi personaggi sono percorsi da una fibrillazione dei sentimenti che traggono il loro motivo direttamente dal rustico ambiente in cui si muovono. Una sensazione simile si ritroverà anche nei romanzi di Federigo Tozzi: “Gli occhi chiusi”, “Le tre croci”, entrambi del 1920, e “Il podere”, pubblicato postumo nel 1921.

Per prevalere sugli altri, Carlsson deve lavorare di astuzia, guadagnarsi soprattutto le simpatie di Norman e di Rundquist. Quest’ultimo cerca di resistergli, perché non ha tanta voglia di rimettersi a lavorare, ma a Carlsson fa gola diventare il capoccia di quel ben di Dio che egli, con la sua abilità ed esperienza, sta rimettendo in sesto, e senza apparenti prevaricazioni si sta imponendo a tutti, anche al “gretto” Gustavo, che “rimasto senza compagnia s’unì anche lui agli altri nel lavoro dei campi.” Domina nel protagonista il gusto del possesso, come in Verga; anche Carlsson avverte lo stimolo della “roba” (“avrete la roba prima di quanto non crediate”, gli dice la vedova), che accarezza, concupisce con il desiderio di farla presto sua. Quando scopre la villa grande che il padrone defunto aveva fatto costruire per andarla ad abitare con la moglie, la quale, dopo la morte del marito, aveva preferito, invece, vivere nella “vecchia casa”, ha l’idea di affittarla, e ci riesce con un professore, “violinista dell’orchestra di Corte, benestante, pacioso, sulla soglia dei quaranta.”, che viene a viverci con la sua famiglia: “Signore e signora, una figliola di sedici anni e un figlio di sei, più due domestiche.” L’arrivo di questa famiglia, che conduce una vita elegante “per cui ogni giorno era domenica”, dedita al passeggio e alle gite in barca, non manca “di esercitare la sua influenza sull’animo e sulle abitudini degli indigeni.” Ne è influenzato lo stesso Carlsson, che prende a frequentare la villa e pone più attenzione al suo abbigliamento. Sul lavoro ormai si comporta come un sovrintendente e dà soltanto ordini. Quando si reca a far commissioni per i signori della villa, qualche volta in compagnia di Ida, “la bella cuoca”, fa in modo che ogni suo lavorante abbia il proprio lavoro da compiere in sua assenza. In breve, lo si poteva scambiare “per il padrone del podere.” Scoperti gli abiti del defunto padrone, è preso dalla tentazione di indossarli.

La scrittura di Strindberg proprio in questo romanzo ha momenti di grande solarità quando descrive le consuetudini del luogo. Si guardi, nel capitolo III, la scena della mietitura, (“Era un sibilar di falci e l’erba rugiadosa cadeva in fasci”), che avviene nei primi giorni di luglio, con i lavoranti venuti da fuori, vecchie conoscenze del padrone Flod, e le ragazze “in camicette di lino, pettorali, vesti chiare di cotone e scialli in testa.”; con la grande tavola apparecchiata all’aperto per la colazione, la natura intorno nel suo pieno rigoglio; il ballo della sera con il bisticcio tra Carlsson e Norman per contendersi la bella Ida, la fuga nel bosco delle coppiette per amoreggiare. È la stessa solarità che ho trovato, pur essendo diversi i contesti, nella scrittura di “Taras Bul’ba” di Nikolaj Gogol’, che è, nella sua prima stesura, del 1835 (fu rielaborato, infatti, nel 1842). Il confronto con Ida e la famiglia del professore, se suggestiona un po’ tutti gli isolani, rivela a Carlsson l’abisso che si frappone fra la sua vita e quella, disincantata e spumeggiante, che si conduce nella città. Resosi ridicolo agli occhi di Ida, che pure è una semplice cuoca al servizio del professore, egli medita la sua rivincita: “Ida gli aveva detto che non si sarebbe mai sposata con un garzone contadino, e lui proprietario non poteva diventare davvero! Non poteva? Perché no?” Strindberg lascia maturare i sentimenti nella solitudine di una natura vasta e onnipresente, che sa tuttavia trasformare la vita dell’isola in una nicchia di fervida intimità: “Per un momento fu silenzio in cucina. Si sentiva di fuori la tempesta che ululava nel bosco, strappava il fogliame delle betulle, sbatteva contro le siepi, scoteva banderuole e gronde. Talvolta penetrava la raffica attraverso la cappa del camino e s’abbatteva spazzando via dal focolare fuoco e fumo, costringendo Lotta a tenersi le mani davanti alla bocca e agli occhi. E quando per un momento il vento taceva, s’udiva lo scroscio dell’acque del fjord che flagellavano la punta orientale.”

L’arrivo del Pastore Nordström, la cui descrizione è superba, che lo chiama servo e gli ingiunge di andar fuori casa ad aiutare il suo servitore, rafforza in lui la volontà di acquisire al più presto una posizione rispettabile.

Strindberg apre altre pagine mirabili, come quelle del capitolo IV allorché, deluso da Ida, già fidanzata in città, Carlsson fa cadere nella trappola la vedova, che gli propone, così, di sposarlo: “all’occorrenza anch’io lo so il fatto mio, né più né meno d’una qualsiasi ragazza, se è per questo. Non faccio per vantarmi, ma credo che Flod non abbia trovato niente da ridire; e se qualcuno avesse avuto bisogno d’una spinta non ero certo io.” La piacevolezza del racconto apre la fantasia del lettore su di un mondo nel quale le passioni degli uomini si giocano in un equilibrio perfettamente in linea con la natura circostante, dove si alternano alle cupe giornate quelle radiose di sole e di spensieratezza. Nell’isola tutto vi germoglia e matura libero, senza costrizioni, mosso da uno spirito che promana dal fervore stesso della vita.

Non è facile sposare la vedova, in primo luogo poiché vi si oppone il figlio Gustavo, umiliato nella sua aspirazione di “entrare in possesso della roba”; ma soprattutto giacché “col matrimonio, egli sarebbe entrato in possesso di quella terra e di quelle acque che gli isolani di Hemsö erano avvezzi a considerare, in certo modo, loro proprietà.” Il quadretto che ne esce, quando i promessi sposi si trovano in chiesa per assistere all’annuncio del terzo bando di matrimonio e già cominciano gli screzi tra la vedova e Carlsson, è così esilarante da cancellare ogni velo di tristezza e da trasformare ai nostri occhi un matrimonio d’interesse in una piacevole burla della vita. Divertimento ed ironia ispirano Strindberg, che ci offre qui uno spaccato non drammatico dell’esistenza, come a suggerircene una visione smaliziata e saporosa. La giornata di caccia che Gustavo trascorre nell’isolotto di Norsten, circondato da una flora e da una fauna ricche di umori e di vigore, rafforza una visione naturalistica e acquiescente dell’uomo alle regole non scritte della vita: “Ora il mare era calmo come l’olio, e ai suoi occhi le isole si distendevano nella striscia dorata del sole cadente come vapori impalpabili. Intorno a lui regnava il silenzio come una notte senza vento, e si poteva udire il tonfo dei remi mezzo miglio lontano. Le foche si bagnavano a rispettosa distanza, drizzavan le teste rotonde, mugghiavano, sbruffavano e si rimmergevano nell’acqua. I merluzzi ora abboccavano; alcuni, dai ventri bianchi, le grosse ma innocue fauci boccheggianti, battevan con forza gli occhi al sole, quando, tratti dalle profondità dei gorghi, guizzavano sul parapetto della barca.”

Così come la festa di nozze tra Carlsson e la vedova mostra il lussureggiare della vita nei suoi aspetti ironici e burleschi: “Ai due lati della porta d’ingresso c’erano due botti da sessanta litri che proteggevano l’entrata come due mortai pesanti; una d’acquavite, l’altra di birra leggera; e dietro s’ergevano simili a una piramide di proiettili duecento bottiglie accatastate di birra forte. Il tutto faceva un’impressione veramente marziale, e il marinaio Rapp andava in giro che pareva un comandante; e col cavaturaccioli appeso alla cintura, disponeva il materiale bellico, che gli era stato affidato. Aveva ornato le botti di ramoscelli d’abete, le aveva spillate e provviste di rubinetti di metallo; e ora brandendo il cocchiumatoio che pareva un artigliere con lo scòvolo, andava picchiando sui recipienti per far sentire com’erano pieni.”

Si pensi poi alla caricatura che Strindberg si diverte a fare del professore, considerato persona distinta, e che, invece, quando apre bocca, si rivela tutt’altro individuo, o alla caricatura del Pastore che, ubriaco fradicio, va a infilarsi nel letto destinato agli sposi e viene trascinato fuori calandolo, ancora addormentato, dalla finestra. Questa nuova condizione di marito aumenta il prestigio di Carlsson che, non contento, un giorno che fuori nevica (descrizione bellissima contenuta nel capitolo VI) e non si può uscire nei campi, convince la moglie a fare testamento in suo favore. Il destino vuole, però, che Gustavo si trovi nei paraggi e ascolti il loro colloquio. L’odio nei confronti del patrigno si accresce, dunque, ma “non avendo energie sufficienti”, Gustavo si rassegna per il momento al pensiero “che il tempo avrebbe portato consiglio, che la giustizia una buona volta avrebbe trionfato e così via.” Si deve annotare, a questo punto, che “Gli isolani di Hemsö” si va rivelando come un romanzo di soli uomini. La stessa Eva, la padrona, ha una funzione di supporto alla contesa tra Carlsson e Gustavo e le ragazze Clara e Lotta ricoprono il ruolo di vere e proprie comparse. Una fortuna inattesa capita quando il professore conduce da Carlsson un industriale, Diethoff, che si propone di acquistare un isolotto tutto pietre e ritenuto senza alcun valore. Lo paga una somma ragguardevole, non solo, ma l’industria estrattiva che vi insedierà con ben 30 operai, fa ben sperare in uno sviluppo degli affari. Le cose paiono così andare per il meglio e Carlsson, che ha avuto in pagamento anche delle azioni della società (Società Anonima Eagle per il feldspato) e la nomina a revisore aggiunto (da qualche tempo è anche consigliere comunale), non sta più nei panni per la gioia, e la sua mente macina progetti su progetti per fare di Hemsö un’isola di benessere: “Carlsson era arrivato sulla vetta della fortuna e fu colto da vertigine.” Perde, infatti, la testa per Carla e una notte la segue. La moglie, che era sospettosa già da qualche giorno, vuole scoprire che cosa stia succedendo tra i due, e si dirige cautamente nella stalla, ma non li trova. Uscendo dall’altra parte della stalla, scorge le loro impronte sulla neve e decide di proseguire; le significative tracce che finalmente vede impresse in un boschetto, le fanno capire di essere stata tradita dal marito. Piange e torna a casa, dove, nonostante che il fuoco sia stato acceso, non riesce a scaldarsi: “ma il freddo non la lasciava.” Le pagine in cui Strindberg descrive l’ansioso inseguimento dei due amanti da parte di Eva, mi ha ricordato quelle mirabili de “L’ammazzatoio”, il romanzo di Émile Zola, che è del 1878 (dieci anni prima, dunque), quando, in una Parigi sotto la neve, Gervaise gira disperata nella notte per prostituirsi nella speranza di alleviare così i morsi della fame. Con questa differenza: che ne “Gli isolani di Hemsö” la natura compare sempre quale dominatrice dell’uomo, e ne accompagna il precipitare degli eventi senza mai dar loro il colore cupo della tragedia, bensì quello della sofferenza privata, intima, che trasferisce nei gesti esteriori solo una minima parte di sé. Sarà compito della natura di trasformare il dolore personale nel dolore universale. È ciò che accade allorché “la vecchia” muore. Siamo alla vigilia di Natale e tutto intorno è paralizzato dal freddo e dalla neve. Non si può fare nulla “perché il mare non era che un’immensa poltiglia di ghiaccio, sulla quale non si poteva né remare, né andare in slitta, né camminare.” Natura e dolore interiore si fondono in una universale vastità che contamina tutti, ben oltre i protagonisti e ben oltre i luoghi in cui gli avvenimenti accadono: “C’era qualcosa di cupo nell’aria, fuori e dentro”. La natura, con la sua algida violenza, impone addirittura il suo aspro dominio sull’uomo, umiliandolo, e rivelandone la debole indole e la miseria morale. Finita tristemente in mare la bara, che si cercava di trasportare al cimitero prima che si decomponesse del tutto, Carlsson e Gustavo, infatti, si trovano nel bel mezzo di una tormenta di neve, e anziché aiutarsi, ciascuno cerca di salvare la propria pelle, incurante dell’altro. Gustavo, più pratico dei luoghi, ha modo di esercitare così la sua vendetta: “Carlsson ansimava e sbuffava, la distanza tra lui e Gustavo cresceva sempre, e finalmente si trovò solo a correre nel buio. Allora si fermò d’un tratto, cercò le orme, non le trovò; chiamò, ma non ebbe risposta. Colla solitudine col buio col freddo coll’acqua veniva ora la morte.” Pagherà la sua estraneità, dunque, la sua ambizione e la sua superbia.


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Bart