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Stuparich, Giani

4 Maggio 2019

Ritorneranno

Ritorneranno, 1941

Lo scrittore fu insignito della medaglia d’oro al valor militare, come il fratello minore Carlo, morto combattendo.
È il giorno in cui l’Italia dichiara guerra all’Austria: 24 maggio 1915. Carolina, quarant’anni, sposata con Domenico Vidali, di dieci anni più anziano, è in casa, assorta nei suoi ricordi, quando arriva la figlia Angela, la secondogenita, che le reca la notizia dell’entrata in guerra. Angela, che ha ventidue anni e si guadagna da vivere insegnando musica al Conservatorio, è entusiasta. Con la guerra Trieste sarà liberata, inoltre potrà rivedere i suoi fratelli: Marco, il maggiore, e poi i più giovani di lei, Sandro e Alberto, tutti e tre fuggiti per arruolarsi nell’esercito italiano. E potrà rivedere anche Guido, il suo fidanzato conosciuto in Italia, a Firenze. Non così la pensa Carolina, che sa le tristi conseguenze della guerra: “Con la guerra italiana, fra lei e i suoi figli si sarebbe levata una barriera di ferro e di fuoco”.
È una scrittura quieta e calda quella dell’autore, pensosa anche, e mossa dal sentimento.

Attraverso gli occhi della domestica Berta, scesa bambina (sedici anni) giù dai monti a servire in casa di Carolina, noi abbiamo il ritratto dei figli di lei. Berta li ha visti crescere e ha imparato a conoscerli. Ciò che soprattutto l’ha colpita è il loro attaccamento alla madre e la forte personalità di quest’ultima, verso la quale tutti i figli paiono convergere (la figura della madre sarà rilevante nel romanzo). Ha poca simpatia per Angela, bella come la madre, ma di carattere risoluto e superbo. Marco, il maggiore, è più mite e affabile e Berta ha imparato a leggere proprio per il “desiderio di riuscire a toccare almeno la soglia del mondo spirituale di Marco.”.

Il quadro che accoglie il romanzo è quello della guerra che vede tre popolazioni in conflitto: gli austriaci da una parte, dominatori dei territori, dall’altra gli italiani irredentisti insieme con gli slavi, entrambi in lotta per l’affrancamento dall’Austria. Gli sloveni considerano, tuttavia, propria nemica anche l’Italia. Alla “casa nazionale slovena” si dice: “Dobbiamo odiare gli Italiani, perché sono i nostri padroni.”.

Quando Marco parte per arruolarsi nell’esercito italiano e non la saluta, Berta si sente offesa, e per una specie di vendetta si avvicina agli slavi. Dusan è uno slavo che la corteggia, ed è però simpatizzante per l’Austria. Da lei cerca di avere qualche notizia sulla famiglia di Carolina, ma Berta non si sbilancerà mai.

Stiamo toccando i sottili fili della guerra. C’è un dramma ulteriore che scuote la vita di Carolina: il marito Domenico è stato chiamato pure lui sotto le armi, ma dal governo austriaco. È partito con tanta malinconia (“Lui, che quell’uniforme l’aveva sempre odiata”), sapendo i figli arruolati nel fronte opposto. Quando in strada scoppiano manifestazioni d’ira contro gli italiani (“bande di teppisti, forse incoraggiati dalle stesse autorità austriache, giravano a saccheggiare i negozi dei sudditi italiani”), Berta parteggia per i primi e si scontra con Angela, il cui fidanzato, Guido, è, lo ricordiamo, pure lui arruolato nell’esercito italiano. L’aria di guerra è entrata nella loro casa: nella serva “avevano una nemica.”. Ma era meglio non licenziarla: “sarebbe stata una risoluzione inumana e forse anche più pericolosa”. Berta si dimostrerà invece molto legata alla casa, e fedele.

La famiglia di Carolina appartiene ad un ceto medio; dopo tanti sacrifici sono arrivati ad avere una casa grande, arredata con bei mobili, voluti da lei e pagati a rate. Hanno a pensione due studenti, Mario e Beppe. La preoccupazione di Carolina e di Angela è anche per la casa, e temono che il saccheggio arrivi prima o poi da loro.

A mano a mano che si procede, la scrittura assume accenti irredentistici, e la passione dell’autore vi alita come un vento caldo. Quei momenti par di viverli, in cui a Trieste ci si preparava all’arrivo delle truppe italiane e si componevano di nascosto opuscoli, bandierine, coccarde per accoglierle. “Dobbiamo sbrigarci; l’Italia, domani, potrebbe esser qua.”, dice Angela alle amiche, radunate nella sua casa come cospiratrici.

Si attende, dunque, con trepidazione che nel porto di Trieste arrivino le navi italiane.

Stuparich ha il respiro lungo del narratore di razza, quel respiro, cioè, che ci tiene compagnia nella lettura, senza mai annoiarci. Si serve anche della memoria dei suoi protagonisti per ripercorrere periodi di vita passata, in cui sentimenti e consuetudini hanno segnato la loro esistenza, con ciò accrescendone lo spessore e la profondità.

Non dimentichiamo che appena poco tempo prima (1938-1940) era uscito il grande romanzo di Riccardo Bacchelli, “Il mulino del Po”, in cui il piacere del narrare e questo lungo respiro si erano imposti di nuovo all’attenzione della critica. Prima di Bacchelli si doveva andare indietro fino a Giovanni Verga, e più indietro ancora a Alessandro Manzoni.

Siamo sul fronte, ora: “La strada correva piena di svolte per un terreno collinoso. La campagna era desolata: tutta a gradinate di vigneti che parevano serpi nere rampicanti e a filari d’alberi fruttiferi, simili a scheletri, sotto il livido cielo invernale. Di tratto in tratto compariva velato l’occhio del sole, fra due ciglia corrucciate di nuvole fredde e maligne. Il cannone non smetteva di brontolare.”. Il paesaggio è visto con gli occhi di Marco, il figlio maggiore di Carolina che, per prudenza, ha assunto il cognome di Vieraccini, così come hanno fatto i suoi fratelli. È di lui che ora s’interessa l’autore: “A Quisca, sulla piazza nascosta alla vista del nemico, c’era già un groviglio di carri, di carrette, di muli, di camion, che per muoversi aspettavano il trapasso del crepuscolo nell’oscurità.”.

Sta camminando quando gli sparano dal Sabotino, il monte su cui sono asserragliati gli austriaci: “Capì la minaccia del Sabotino e il gusto del nemico nella caccia all’uomo che si profilava così ingenuamente sulla bianca strada.”. È la cattiveria della guerra, che Stuparich ci mostra in tutto il suo terribile fragore di disordine e di morte. La scrittura si è fatta asciutta, le parole hanno in sé la forza della evocazione.

Marco ha già ottenuto due medaglie d’argento e la promozione a tenente. Si sta facendo onore.

Non mancano descrizioni di azioni di guerra: “Pioggia a rovesci, quella notte; fango sino a mezza gamba. S’inciampa in radici, si sprofonda in buche, si cade bocconi sopra cadaveri insepolti e putrefatti; ci s’impiglia in cavalli di Frisia coperti di stracci e di melma.”. Ecco la descrizione di una trincea, dove stanno “affastellati” i soldati italiani: “Tutti gli altri, ammucchiati dentro il sudicio budello, raggomitolati nel fango, dormivano; i più fortunati avevano a riparo un’asse o un telo da tenda; gli altri giacevano sotto la pioggia, con la mantellina fradicia sul capo. Anche quelli alle feritoie dormivano, in piedi, col fucile spianato.”. Più avanti troveremo: “Quegli uomini neppure mangiavano più: le gavette, abbandonate ai loro piedi, erano ancor piene della pasta distribuita poche ore prima, le pagnotte non erano state toccate; la pioggia aveva trasformato la pasta in un intruglio dal color sanguigno, che traboccava sconciamente dai recipienti, e aveva ammollito e deformato le pagnotte.”. Poi, ancora: “Qualche austriaco dalle trincee del Sabotino vide passare Marco allo scoperto. Uno, due, tre colpi di fucile frustarono l’aria, le pallottole vennero a conficcarsi vicinissime a lui.”. Il romanzo odora di trincea e di guerra. I due eserciti nemici quasi si toccano: “Qualche diecina di metri più in su correva la linea nemica: la si vedeva sbucar fuori per un piccolo tratto, nascondersi di nuovo in un valloncello, per rispuntare ancora più a sinistra e più in alto; quindi, ad angolo retto, s’inerpicava su per le pendici del Sabotino, parallela e prossima alla nostra linea.”.

Un giorno riceve la visita del fratello Sandro, ufficiale pure lui, e apprende che egli ha chiesto di essere destinato al suo stesso reggimento. Marco non sta in sé dalla contentezza e si adopera affinché sia assegnato al suo battaglione. Il colonnello lo accontenta.

Marco e Sandro si ritrovano spesso insieme; si confidano e parlano della loro mamma, che è sempre presente nel loro cuore. Sandro gli dice: “Posso pensare che qualcuno di noi o anche tutti noi tre non si ritorni più a Trieste: uscire illesi di qua sembra ogni giorno più difficile. Ma non ho il coraggio di immaginare che si ritorni e non si trovi più lei.”. Riflettono che la guerra li sta cambiando e quando ritorneranno a casa dovranno essere più attenti alle cose semplici, e liberare la mente da superbie e ambizioni: “Sento che, se ritorneremo, saremo più sani. Sapremo godere delle cose essenziali: del pane, d’una tovaglia di bucato, d’un fuoco che ci scaldi; godere, dell’aria, della buona stagione e… dell’amore.”.

Vi è ben espressa una contrapposizione fra le semplici aspirazioni dei due fratelli e la violenza della guerra, nella quale le pagine del libro ci introducono con una intensità sempre maggiore, facendocela sentire come una piaga dolente: “Per quale scopo, inesplorato e inesplorabile malgrado che innumerevoli menti si fossero tormentate a scoprirlo, Dio creava la vita e la distruggeva così?”. Vi sono momenti in cui alla immagine del soldato si sostituisce quella dell’uomo, fragile e nello stesso tempo cocciuto di fronte agli eventi: Sandro “Osservava quegli uomini stanchi curvare il corpo camminando, affrontare il vento e la tempesta che li ricacciavano indietro, con un impegno, con una tenacia estrema, come se dopo aver vinto quell’ostacolo della natura essi andassero incontro al riposo, al premio, alla felicità. Quale forza, quale ineluttabile spinta li faceva avanzare così?”. Stanno per raggiungere la trincea dove è in corso l’attacco nemico. Sono attesi, poiché c’è bisogno di rinforzi. Poco prima si erano illusi di poter godere di una pausa di riposo, che era stata invece interrotta improvvisamente.

Marco è poco più avanti con la sua compagnia. Ormai ha raggiunto la linea nemica, piovono pallottole, bombe, razzi, lanciafiamme, che mettono paura: “Egli aveva capito, nel passato, che da quello sconvolgimento subitaneo del sangue poteva nascere indifferentemente o la paura o il coraggio, due getti della stessa radice: l’urlo del sangue che fugge o l’urlo del sangue che s’avventa; e l’uno piuttosto che l’altro, per cause imponderabili.”.

L’occhio dell’autore non abbandona mai la visione dell’umanità che si nasconde sotto la divisa del soldato. Essa è presente in ognuno e rende tutti eguali: “La trincea era piena di cadaveri che bisognava scavalcare, italiani e austriaci mescolati insieme: nemici che intrecciavano le gambe tra di loro, che giacevano capo presso capo; mani gialle, rattrappite, che si afferravano a spalle avversarie, come per un ultimo disperato soccorso.”.

Ormai la scrittura di Stuparich è tutta impastata dalla guerra: la osserva e la denuncia con spietatezza. Accanto alla passione irredentistica non manca mai questa componente umanitaria tesa a mostrare incrinature, ferite e follie che hanno colpito l’uomo.

Il risalto si fa maggiore ogni volta che il soldato rievoca la dolcezza della propria famiglia. Quando Marco è ferito è alla mamma che pensa e alla sua casa. Sogna di essere là e vede davanti a sé, come se fosse reale, la mamma che lo assiste e gli dona tutto il suo amore: “ora sono soltanto per te. Dimmi, tutto quello che vuoi. Mi sembra di poterti dare qualunque cosa tu chieda.”. Sarà Sandro che correrà a soccorrerlo, sfidando il pericolo: “La speranza di trovare ancora vivo il fratello gli batteva segreta nel cuore, ma era preparato anche alla sua morte. (…) La ricerca di Marco era come una ricerca di se stesso.”. Marco muore: “Nessuna fibra lo legava più alla terra.”. Sandro, mentre stava per raggiungerlo, sarà colpito da una granata e diverrà cieco.

Carolina e Angela hanno ricevuto una cartolina che per giungere ha impiegato dieci giorni. È firmata, con falsi nomi, dai figli. Sono vivi, dunque, ma le due donne sanno bene che in quei dieci giorni può essere successo di tutto. Felici per quel poco che potevano, e inconsapevoli, girano per le strade di Trieste, dove si vedono solo donne e bambini e le saracinesche dei negozi e i magazzini sono quasi tutti chiusi. Carolina, oltre che ai figli, pensa a Domenico, il marito, e ha timore che venga inviato sul fronte italiano. Ci pensa spesso, come assalita da un incubo. In più, deve far fronte alla polizia austriaca che indaga sui suoi figli e ora sa con certezza che si sono arruolati volontari nell’esercito italiano. La sua casa è, dunque, spiata: “La polizia doveva possedere copia di tutte le notizie mandate a lei dai suoi figlioli.”. Pensa: “I suoi figli, Domenico, loro due, tutti erano nelle mani di Dio.”.

Domenico ha avuto dal suo capitano di origine boema una licenza e sta tornando a casa in treno. Il capitano, che lo chiama “Domenicus”, nel salutarlo gli ha detto: “Va con Dio, Domenicus, e se puoi, non ritornare quassù.”. Il viaggio di Domenico è reso con una scrittura che ha i colori e gli umori delle località che attraversa. Bastano piccoli accenni per condensarli e trattenerli nella memoria. È il caso della sua sosta a Lubiana, nella trattoria della Dolinka, il cui marito è tornato paralizzato nelle gambe, oppure dell’incontro con una triestina “piccola di statura e molto grassa”, Rosa, che pratica il commercio clandestino e ha con sé un fagotto dove ha racchiuso i suoi acquisti a Lubiana, che rivenderà a Trieste, traendone un piccolo guadagno: “Si fa quel che si può. (…) Qui in Slovenia molti contadini vivono ancora nell’abbondanza, basta conoscerli. E più ancora ai confini ungheresi.”.

Domenico arriva a casa il giorno in cui festeggiano il ventunesimo compleanno di Sandro, anche se lui è lontano, in guerra. Carolina lo abbraccia, ma la felicità dell’incontro è turbata dal pensiero dei figli che stanno combattendo sul fronte opposto. Il suo animo avverte la fatica di questa divisione. Angela, invece, pensa che “quel ritorno era di buon augurio. Forse non sarebbe trascorso molto tempo che a quella medesima soglia farebbero ressa Marco, Sandro, Alberto e Guido.”. Non sanno ancora della morte di Marco e della disgrazia di Sandro.

Attraverso Domenico, esuberante nel vivere e nel raccontare (Angela gli dirà: “A te riesce sempre l’impossibile”), l’autore ci porta sull’altra linea del fronte e ce ne offre degli spaccati che ci rendono il senso di una omogeneità delle situazioni e dei traumi della guerra. Ripartirà, privando Carolina dell’illusione che rimanesse per sempre. La rassicurerà con queste parole: “Vedrai, nella baraonda si dimenticheranno di me e mi lasceranno tranquillo.”.

Carolina e la figlia Angela sono di nuovo sole. La lunghezza della guerra sta producendo cicatrici anche su di loro: “Su di loro gravava un senso nuovo e doloroso: di non poter comunicare, esse che s’eran sempre ritrovate una nell’altra e confortate nei momenti più gravi. Erano invase dal freddo terrore d’una attesa che si prolungava oltre le forze.”. Intorno a loro si respira l’astio della gente per i figli considerati traditori. La domestica Berta un giorno entra nella stanza e dice loro: “Non c’è più carbone. Ma il nostro carbonaio m’ha detto che non avrebbe più servito una famiglia dove c’erano dei traditori.”. Berta, in questo triste frangente ed anche in altri, creduta una spia, si dimostrerà invece solidale con la famiglia e pronta a difenderla dalle angherie.

Trieste, sferzata dalla bora, è sezionata attraverso i drammi della guerra: amicizie che si frantumano, nuove povertà, notizie di familiari rimasti uccisi al fronte, cattiverie, egoismi. L’occhio di bue del romanzo si muove con assoluta maestria ora su questo ora sull’altro scenario, sempre attraversati dal dolore e solo ogni tanto da un barlume di speranza. Tragica è la figura di Antonietta, la madre di Cesare Alessandri, un amico dei figli di Carolina, una volta che ha appreso della sua morte sul fronte: “Quando capì che questo era proprio vero, alzò le braccia e batté le palme una contro l’altra nel vuoto, poi le lasciò ricadere sopra la testa, serrò le mani nei capelli e cominciò a strapparseli e a urlare.”.

Nelle famiglie che hanno i figli alla guerra, la snervante attesa della sua fine e soprattutto il timore di cattive notizie, sono forieri di tensioni che logorano e consumano. Carolina ha appena fatto visita alla mamma di Cesare e quando torna a casa è sfinita, si mette a letto, i suoi nervi sono a pezzi: “Quello che aveva minato a poco a poco il suo coraggio era stata l’attesa, il prolungarsi d’una situazione insopportabile d’incertezze. (…) ogni cosa poteva accadere ai suoi figli, essere già loro accaduta da molto tempo… e lei non saperlo, non poter in nessun modo soccorrere.”. Angela teme per la sua salute.

Con Antonietta e Carolina sono rappresentate tragicamente le condizioni fisiche e psichiche delle madri che hanno i figli in guerra. L’autore ci fa capire che in realtà le guerre sono due, una combattuta con le armi e l’altra combattuta col sentimento di chi è restato a casa e attende; esse sono nello stesso tempo distinte e fortemente connesse. Quando Carolina, ricoverata in ospedale e operata per un “dissanguamento”, si risveglia e chiede alla figlia dove mai si trovi, Angela le risponde: “Dio t’ha salvata, per noi, per quelli che devono ritornare.”. E il medico che l’ha operata, le dirà: “Una madre così è necessaria ai suoi figli, sempre.”. Lella, la giovane vedova di Cesare, aveva scritto, riferendosi ai combattenti: “A voi i patimenti e la morte, a noi il dolore.”.

Sandro ora si trova a Firenze, assistito da Allegra (bella e triste la sua figura), la fidanzata di Marco che, oppressa dal dolore per la morte di lui, s’è offerta di assistere il fratello, perfino scrivendo sotto dettatura le sue memorie di guerra e i suoi ricordi della madre. La condizione di Sandro, che all’esterno appare serena, in realtà è drammatica. Quando è solo ripensa ai giorni in cui ci vedeva e lo prende lo scoramento: “Rivoglio la luce. Ho diritto alla luce che m’è stata tolta. (…) Un sordo mugolio gli usciva dalla bocca. Smaniava e gemeva; serrava i denti per non urlare. Portava le mani al petto, come per resistere allo schianto del cuore.”; “Mamma, aiutami tu, da lontano.”; “Ebbe chiara coscienza che il filo della sua vita era legato alla sua volontà. Sarebbe bastato che il desiderio di morire divenisse ancora un poco più forte, perché la sua vita si staccasse da quel filo e sprofondasse nel nulla, come una pietra nel mare.”. Il dramma di Sandro, le sue terribili ore di solitudine sono resi con profondo scavo psicologico: “Sentiva che la più piccola debolezza poteva perderlo. Egli era solo con se stesso, solo di fronte a se stesso.”.

Carolina e Angela continuano ad ignorare le sorti dei loro cari a causa delle linee interrotte, ma si avverte che ormai, come una nuvolaglia, un grumo di patimenti si sta addensando sopra la loro famiglia. Non c’è aspetto doloroso della guerra che non sia meticolosamente indagato. Lo smarrimento dei profughi friulani che Allegra vede arrivare alla stazione di Firenze, la ferisce e sgomenta, e ad una famiglia smarrita dà soccorso. Le avevano detto con disperazione: “E che cosa faremo qua, senza tetto, senza mezzi, in tanti che siamo? Oh, sarebbe forse stato meglio morire tutti a casa nostra.”. Il romanzo, costruito con lucidità e ferma padronanza della struttura, si rivela di una spietata e commovente unità e completezza.

Alberto è ancora vivo, ha il grado di capitano, a testimonianza del suo valore. Il suo battaglione di alpini è in ritirata e per questo si sente umiliato: “Egli, che una settimana prima pareva ancora un fanciullo, era invecchiato di dieci anni. La barba bionda incolta, ciocche di riccioli biondi fuori del cappello, incorniciavano un viso solcato di rughe, dalle guance infossate.”. È accerchiato, gli sono rimasti sessanta alpini, il resto del battaglione è stato fatto prigioniero. Anche i suoi alpini pensano alla prigionia come a una liberazione dagli stenti e dalla fatica: “Dopo la pioggia cominciò a soffiare un vento gelato che li riasciugava facendoli rabbrividire. Dagli strappi delle nubi uscì la luna: appariva e scompariva e, attirando gli sguardi, li invogliava al pianto.”; “Nella notte alcuni precipitavano nei burroni, altri si buttavano a terra per morire: i superstiti serravano le fila, incapaci di pensare, di sentire.”. Riesce a districarsi e a portare in salvo il resto dei suoi uomini. Fatica e scoramento lo avevano insidiato durante il tragitto; aveva pensato alla mamma e alla sua famiglia, perfino aveva pensato di uccidersi: “Mamma, perdonami, non ho più la forza.”.

Avrà una licenza e incontrerà Sandro: “Allegra, ammutolita, vide i due fratelli abbracciati, le teste appoggiate l’uno sulla spalla dell’altro.”.

Sono i primi segnali d’una ricongiunzione inquietante e difficile.

Sandro, infatti, la teme. Parlando con Lella, la vedova di Cesare, le dice: “Credi davvero che una madre sensibile possa trar conforto dalla presenza di un figlio ridotto così?”. Tanto Lella che Allegra fanno di tutto per rasserenarlo.

Giordano, il grosso e burbero attendente di Marco, rimasto mutilato, gli fa visita e tesse con le lacrime agli occhi le lodi del fratello: “Io non ho rispettato che un solo uomo in questo mondo, in lui vedevo l’avvenire: era un giusto ed era un santo.”. Ricorda il giorno in cui Sandro si unì al suo reggimento e gli testimonia quanto amore Marco avesse per il fratello: “Sa che cosa mi disse allora? ‘Tu, Giordano, non vieni con me, tu resta con mio fratello; spia tutto ciò che gli può occorrere; quel che fai a lui una volta sola è come se lo facessi a me cento…’”.

L’arrivo di Giordano e la sua rievocazione di quei giorni creano alcune delle pagine più commoventi del romanzo. Pagine nutrite di una speciale sapienza narrativa che le rende mirabilmente asciutte ed essenziali.

Anche l’amore tra Alberto e Lida, la nipote di un parroco di quei luoghi di guerra, don Checco, è reso con una leggerezza sapiente e crea un quadro di giovinezza e di felicità in mezzo a quegli orrori: “La terra che li accoglieva, sussultava sotto i contraccolpi delle batterie, il combattimento era come un semicerchio di fuoco intorno a loro, nel cielo sopra di loro avanzavano minacciosi gli aeroplani.”; “Le sue soste erano l’amore.”.

Sandro sa di questo amore, e ne è contento. Ha chiesto a Giordano di portarlo sul campo di battaglia (dove andrà in giro a parlare ai soldati) e ora i due hanno raggiunto Alberto, che confida al fratello la sua felicità: “Sandro, Dio mi vuol bene. Non ho mai vissuto con tanta leggerezza, con tanta intensità come ora. Mi pare d’essere in un mondo pieno di luce e di grazia.”. Alberto “era passato dalla trincea al comando d’armata”, un incarico tranquillo che aveva cercato di rifiutare, ma inutilmente, fino a quando, grazie ai suoi meriti, viene accontentato e tornerà al battaglione. Si accorge, però, di non essere più quello di prima. L’amore per Lida lo ha mutato: “Lida era diventata un sol nodo, dentro di lui, aggroppato stretto con la sua anima.”. Lo consolerà Sandro, e gli spiegherà che qualcosa di nuovo c’è anche per lui, giacché il destino ha voluto che egli portasse la sua esperienza alle nuove leve, inculcando loro il convincimento di poter rimediare alle sconfitte subite: “questa è la loro forza.”.

Gli stati d’animo dei personaggi sono resi con fine sensibilità; si alternano i sentimenti, i quali lacerano o consolano le fibre dei personaggi, facendoceli sentire vivi come nel reale. Lida non ha più visto Alberto, che è partito all’improvviso per il fronte. Lei trepida, ma è sicura del suo amore: “Non avrebbe neppure cercato di immaginare dove fosse Alberto, perché il vero Alberto era dentro il suo cuore e di là nessuna forza, nessuna volontà estranea poteva  farlo allontanare.”.

Carolina, Angela, Antonietta (la madre di Cesare), Allegra, Lella, Lida compongono un ritratto femminile della guerra, dove si sono allogati lo spasimo dell’attesa e il dolore.

Sandro, tra i personaggi maschili, è colui che massimamente, con la sensibilità donatagli dalla sua disgrazia, riesce a penetrare i tessuti della guerra e con i suoi occhi interiori ne indaga le fibre dolorose e se ne imbeve. In uno dei suoi discorsi diretti ai soldati che combattono al fronte, dirà: “senza libertà, dentro e fuori di noi, non c’è gioia, non c’è allegrezza. Sacrifichiamoci tutti se occorre, ma dimostriamo che la sola vera vittoria è quella dell’amore.”.

Sono parole che ascolta anche Lida, poi apprenderà che Alberto è morto.

Pure Angela, apprende dall’amica Albina, la sorella di Cesare e figlia di Antonietta, che il suo Guido è morto “sul San Gabriele.”.

Carolina è sfinita dal logorio dell’attesa, ed ora vede che anche Angela sta cedendo fisicamente, è svogliata nel mangiare. Fa di tutto per rincuorarla. Ma si rincuorano a vicenda. Angela le dice: “Vedrai che il prossimo Natale saremo di nuovo tutti uniti.”. E Carolina, poco dopo, si abbandona alla speranza: “Ritorneranno? Li ho sognati tutti, a occhi aperti, intorno a me, nella casa silenziosa, in questa mia camera”. Dei tre figli, Carolina e Angela ancora non sanno nulla.

Siamo ora alla fine del 1917, Trieste patisce la guerra, scarseggia il cibo; gli austriaci non sono più così baldanzosi come prima, la loro offensiva del Piave è fallita. Molte famiglie di commercianti si sono ritirate a Vienna. Il porto, prima rumoroso di movimento e di navi, ora è quasi un deserto.

In questo clima di imminente disastro, Domenico fa ritorno a casa, è fuggito; Carolina; che è sola in casa, ne coglie tutta la sua sfinitezza, ma anche la sua gioia. Le dice: “L’Austria crolla finalmente.”. Nella tenera conversazione che seguirà, Carolina non mancherà di confidargli la sua speranza: “Siamo qui insieme, e tutto quello ch’è passato, non conta, purché Dio ci dia vita ancora da poter rivedere i nostri figlioli.”. Resta al capezzale del marito, che si è addormentato, e l’osserva: “Più paurosamente ora di prima, di quando lo aveva visto sull’uscio appena arrivato e poi nella camera in fondo, Carolina scorgeva in quei segni la traccia d’una fatica devastatrice a cui l’anima non era stata capace di reggere.”.

Con queste ficcanti parole, Stuparich ci racconta il dramma vissuto dagli italiani che si erano arruolati nell’esercito austriaco, come aveva fatto Domenico. Lo scandaglio psicologico continua ad essere di elevata fattura.

Domenico è tornata al suo vecchio lavoro, ma nel magazzino ormai vuoto bastano le sue braccia e quelle del capo facchino Toni, rimasto mutilato del braccio sinistro sul fronte russo. Per passare il tempo vuoto, va a pescare con le lenze sul molo, e di quando in quando porta del pesce a casa “consolandosi doppiamente in sé nel veder brillare gli occhi d’Angela e sorridere riconoscente la bocca della sua Carolina davanti a quella cena insperata.”.

In realtà, il personaggio di Domenico, pur ammaccato dalla guerra, resta immutabile nella sua esuberanza e nel suo ottimismo di fondo, nonché nel suo sforzo continuo di non farli svanire. Quando lui compare, il romanzo si ravviva. Ne trae giovamento anche Angela, molto legata al padre: “Con lui dimenticava il proprio strazio, si ridava alla speranza, tornava più giovane, lei che in quegli ultimi mesi s’era considerata vecchia e finita.”.

Siamo ormai giunti al 1918 e agli sgoccioli della guerra. Il presidente americano Wilson ha dettato le quattordici condizioni da rispettare da parte di Germania e Austria per accettare la loro resa. Sono affissi dei comunicati che riportano le ultime notizie e a Trieste comincia il mormorio e un insolito movimento.  Si respira una nuova aria.

Angela si reca spesso davanti al mare, sperando di veder giungere le navi italiane, e con esse i suoi fratelli. Il ricordo di Guido si è affievolito, di sé pensa che il suo destino “era di vivere per gli altri.”. Al contrario la madre, Carolina, si è chiusa nella sua casa: “Quanto più gli altri si sentivano attratti dall’affollarsi e dal precipitare delle vicende esteriori, tanto più lei aveva bisogno di raccoglimento. (…) Uno strano fenomeno era avvenuto nella sua coscienza. La fisionomia, la personalità dei suoi figli s’erano in lei quasi smarrite. Non li distingueva più. Marco, Sandro, Alberto s’erano fusi in una sola creatura, senza volto, con un solo cuore di tre palpiti che rispondeva al suo. (…) Se le riusciva di staccare, per un momento, i suoi figli uno dall’altro, era uno strazio: le pareva d’aver smembrato un corpo solo, d’aver diviso in tre parti una sola, indivisibile anima.”.

Fuori cresce il clamore della folla. L’esercito italiano sta per irrompere nella città. Angela, rientrando, le riferisce: “Tricolori sventolano dalle finestre delle case; di ora in ora la fioritura cresce. Uomini e donne vanno intorno con le coccarde sul petto.”.

La passione dell’irredentista Stuparich emerge con toni robusti in queste ultime pagine in cui il dolore della città sta per essere vinto dalla liberazione e dalla gioia tanto attese. Dirà Angela: “Mamma, è stato giusto soffrire tanto, per aver questa gioia.”. Suonano le campane delle chiese.

Ma Carolina ancora ha visioni, allucinazioni, ansie, trepidazioni. Pare avvertire nell’intimo la tragedia che l’ha colpita e che ancora non si è fatta palese: “Partecipava alle emozioni da loro provate, ma nello stesso tempo qualche cosa in lei la staccava da tutto, qualche cosa che tratteneva lo slancio del suo animo.”.

Nell’esaltazione generale, appaiono i primi tentativi di conquistare il popolo alle nuove idee politiche, al socialismo in particolare. Domenico ne sente parlare in una osteria, ma non è a quello che ora pensa. Anche nella sua mente affiorano la memoria dei figli e la preoccupazione per la loro sorte.

Carolina ha aperto un armadio e ne ha tratto il vestito di velluto che s’era fatto fare “nel ’15, poco dopo la partenza di Marco”, “per andare dal fotografo”; poi non l’aveva più indossato. Ora se lo mette e si guarda allo specchio, è dimagrita: “Mi troveranno così, ma basterà la loro voce a trasformarmi.”.

Carolina e Domenico sono i primi a prepararsi alla tragedia, in qualche modo l’avvertono, anche se cercano di scongiurarla. Angela vive, invece, l’attesa spasmodica delle navi italiane, che finalmente giungono nel porto di Trieste, invaso dalla folla. In città è arrivata la “spagnola” (anche a Vienna) e miete vittime: “Di fuori, per le strade è tutta una festa; ma nelle case bisognerebbe vedere; scene strazianti, desolazione.”. Anche Berta, la domestica, ne è colpita (se la caverà): “s’udiva il respiro affannoso della malata avvolta nelle coperte, e ogni tanto delle parole sconnesse, slave e italiane mescolate insieme: Berta delirava.”.

Lucia, un’amica di Angela, è rientrata a Trieste da Vienna. È venuta per aspettare anche lei il ritorno del suo innamorato Fernando. Dal suo treno vedeva andare in senso opposto i convogli della ritirata austriaca; racconta a Carolina: “gli uomini erano arrampicati sui predellini, sulle piattaforme, sopra i tetti, intorno alle locomotive come grappoli; avevano i fucili; anche le mitragliatrici, e sparavano; nelle carrozze davanti alla nostra ci furono dei feriti”.

Ora Angela è tutti i giorni alla stazione ad attendere l’arrivo dei fratelli. La gioia della liberazione è passata in secondo piano: “passati i giorni dell’entusiasmo”. I bersaglieri hanno sfilato per la città tra ali di folla entusiasta, ma ora è il tempo dell’attesa dei reduci, dei sopravvissuti: “Guido, no, non lo aspettava più; ma gli altri, i suoi fratelli, perché tardavano tanto a venire, a dare almeno un segno di sé?”. Quando scendono dai treni e passano tra la gente, lei li scruta con il cuore in sussulto: “Angela, immobile, tesa, quasi senza respiro, non si lasciava sfuggire un viso, un moto di quelli che passavano.”.

Sono pagine tragiche, quelle che ci incalzano. Davanti a noi scorrono, come se le vedessimo ad una ad una, le figure dei soldati che tornano a casa, e respiriamo l’ansia e la consunzione fisica e psicologica dei familiari che sono in attesa. Carolina non ha mai smesso l’abito di velluto, e tiene la tavola apparecchiata e pronta a ricevere i figli. Ma tanto in lei quanto in Domenico, e pure in Angela, i giorni che trascorrono producono lacerazioni e sgomento.

Una mattina Domenico viene a sapere da un amico guardiamarina la tragedia: due dei suoi figli sono morti. Ma quali? Non ha il coraggio di parlarne in casa, si porta il dolore con sé.

Intanto Sandro, con Allegra, è partito da Firenze per tornare a casa. In entrambi c’è la tensione di un incontro tanto atteso. Sandro sa che è l’unico a tornare, e a tornare in quelle condizioni; Allegra sa che, una volta tornato Sandro alla famiglia, resterà sola, non avrà più scopo la sua vita.

Giunto a Trieste, Sandro “Sentì subito scorrersi per le tempie e nei capelli i refolini della bora: il vento di Trieste, il vento della sua giovinezza.”.

Ora salgono sulla carrozze che li porterà a casa: “Il cavallo batteva sordamente i grossi zoccoli sul selciato umido, la carrozza traballava.”.

È Angela che apre la porta e grida di gioia. Domenico si fa da parte nel corridoi per lasciarli passare; Carolina: “Cercò disperatamente lo sguardo di lui e vide, allora, l’orribile cicatrice, il vuoto degli occhi.”; “Vieni, Sandro, figlio mio.”. E lui ai suoi, accennando ad Allegra: “vogliatele bene.”.

La figura di Carolina si accende di una luce folgorante in questa conclusione del romanzo. Il lettore che prima ne avesse dubitato, ora non può nutrire più dubbi: è il personaggio che fa da centro e da cerniera, che accoglie in sé i sentimenti e le sofferenze di tutti, è coagulo e catarsi, forza e radice per la rinascita. Le dirà Sandro: “Oh, mamma, questo tuo amore è come la radice della vita.”. E poi troveremo ancora: “Un leggerissimo brivido percorse le membra di Carolina, come se da un oscuro torpore ella fosse passata in una luce d’aurora.”.

Un romanzo che non può essere dimenticato. Sono felice che l’editore Garzanti lo abbia ristampato nel 2008.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart