|
|
TEATRO: I MAESTRI: Diego Fabbri. Beati i violenti22 giugno 2012
di Giorgio Zampa Genova, novembre Un gruppo di sei persone, cui non direi si addica la qualifica certo impeÂgnativa, di banda, ha commesso in una chiesa un furto ed è finito nei guai. Lasciamo ai due capi della ghenga la responsabilitĂ sulla portata dell’operazione; uno dei due almeno, « il francese », chiamato anche coÂmandante, fatto venire d’oltre confine, dovrebbe intendersene. Al danno di un bottino meno che magro, si agÂgiunge un guaio altrimenti serio: messo in allarme dallo scampanìo di un sagrestano, un frate che forse, ai suoi tempi, aveva fatto il partigiano o il cappellano militare, spara con una pistola sui ladri in fuga e colpiÂsce proprio il francese. Quando gli alÂtri si ritrovano nel cortile del casaÂmento designato per nascondersi, non hanno notizie precise: chi lo dice feÂrito a un polpaccio e scomparso tra la folla, chi raggiunto alla spina dorÂsale e spacciato. Nervosismo, accuse reciproche, paura tra i complici che si aggirano in mezzo a panni sciorinaÂti e vasche d’una vasta corte, ballaÂtoi, scale, androni, mentre le loro donÂne stanno alla larga, tra curiositĂ e tiÂmore. Il solo a mantenere la calma è il vescovo. Distinto, bianco di capelli, forse piĂą stanco che cinico, si preocÂcupa che i giovani della banda, non commettano in quel momento sciocÂchezze, non escano dal rifugio, non facciano discorsi con le donne, laÂsciando che la polizia si sfoghi in giri a vuoto, con le sue sirene e le sue pantere. E poichĂ© oltre a essere uoÂmo d’esperienza non è privo di culÂtura, ha frequentato per anni il semiÂnario e porta a giusto titolo il suo nomignolo, ha una pensata. Il capo, il francese, è stato fatto fuori; tutto, almeno, lascia pensare sia andata coÂsì. I complici lo hanno abbandonato, se ne stanno nascosti, in un certo senso lo hanno rinnegato, per paura di essere scoperti. L’analogia gli vieÂne spontanea. Comincia per gioco. Il bersagliere che, riconosciuto dalle donnette, ha negato tre volte di avere avuto rapporto con il « capo », viene identificato con Pietro. Il piĂą giovane, va da sĂ©, diventa Giovanni. Bruno, detto l’Usuraio, è Tommaso. II fratelÂlo gemello di Giovanni è Giacomo, oreÂfice-ricettatore. Il vescovo assume la parte di Matteo. Poi ci sono le donne. Olga, una prostituta amica di Bruno- Tommaso, è Maddalena. E « la franÂcese », un’ubriacona che il misterioso capo ha portato con sĂ©, è Maria. ManÂca Giuda: il quale arriva nelle vesti di un contabile che, pure facendo parte dell’associazione, ne resta al margine, applicandosi a truccare asÂsegni e smistare banconote. Giuda porta la notizia che il comanÂdante è morto. Ma prima dell’annunÂcio, tra vescovo e accoliti ci sono state discussioni che hanno creato una atmosfera singolare. L’uomo navigaÂto, nella sua scaltrezza, aveva cercato di organizzare una specie di gioco per distrarre i compagni, evitare colpi di testa. A poco a poco, la finzione gli prende la mano. A domande dirette rivoltegli da esseri piĂą rozzi e sempliÂci di lui risponde con argomenti che credeva cancellati dalla sua memoria. Si accende un dibattito sull’affermaÂzione: « Gli ultimi saranno i primi ». Come è possibile, questo? Gli ultimi, nessuno li aiuta; debbono contare solÂtanto sulle loro forze, sulla loro astuÂzia, sull’efficienza dei loro piani. Per i diseredati, non c’è capo che si. muova. La suggestione provocata dall’analoÂgia agisce in modo sempre piĂą efficaÂce; il presente, di colpo, si cancella. Gigi il contabile, che raccoglieva giĂ da prima l’antipatia e la diffidenza dei complici, invidiosi del suo lavoro eseÂguito con mani in apparenza pulite, viene avviluppato in una maglia di sospetti, costretto, in una forma quasi ipnotica, ad assumere la parte di GiuÂda. In un crescendo di tensione, doÂvuto anche alla gelosia che Bruno prova verso di lui come amico di OlÂga, dopo un intermezzo recitato tra un operaio che, credendo di trovarsi in mezzo a una compagnia di diletÂtanti, assume la parte di Barabba e costringe Giuda ad assumere sino in fondo la responsabilitĂ del tradimenÂto, arriva la fine a doppio effetto, reaÂle e metastorica. Percosso, colpito brutalmente dai complici, Gigi-Giuda dubita se rimanere nel rifugio, trapÂpola per lui piĂą che per gli altri, o tornare alla sua banca. L’esitazione gli è fatale. Un fischio che arriva dal di fuori, l’ambiguitĂ del suo atteggiaÂmento mentre spia da una finestra, lo rovinano. Riafferrato e battuto anÂcora piĂą duramente, Bruno, che ha ragioni particolari di odiarlo, ne agÂguanta il corpo esanime e lo immerge con il capo sott’acqua, sino a provoÂcare la morte. Le giustificazioni che Giuda aveva prima dato del suo opeÂrato, quelle soprattutto relative al prezzo accettato per la designazione di GesĂą, si sono tutte rivelate, nella loro varietĂ , insostenibili. Su questa sovrapposizione di racÂconto evangelico a un fatto di croÂnaca dei nostri giorni, sulla converÂsione di una analogia, richiamata per ragioni di opportunismo, in una saÂcra rappresentazione ambientata nel cortile di una casaccia di periferia, reÂcitata da criminali decisi a tutto, alÂla presenza delle loro donne, si chiuÂde il primo tempo dell’Avvenimento di Diego Fabbri, andato in scena nelÂla Sala Dusedel Teatro Stabile di Genova, con l’allestimento di Luigi Squarzina. Pur con la tensione, la raÂpiditĂ dell’azione, l’abbondanza di eleÂmenti drammatici, questo lungo atto può considerarsi, in fondo, come una premessa del secondo; nel quale il dramma trova le sue ragioni sostanÂziali. GiĂ con il Processo a GesĂą, Fabbri si era cimentato con la tradizione evangelica, aveva tentato una interÂpretazione, in termini attuali, dell’epiÂsodio centrale della vita di Cristo. Il nucleo intorno al quale è raccolta e organizzata la materia del lavoro ora rappresentato e non meno decisivo. Che cosa accadde nei due giorni e mezzo passati dal momento del traÂpasso di Cristo alla scoperta della tomÂba vuota? A parte la ricostruzione maÂteriale dei fatti, quasi impossibile per la scarsitĂ di elementi forniti dalla tradizione (chi fu Giuseppe D’Arimatea, il ricco signore che indusse Pilato a consegnargli il cadavere del suppliziato per deporlo in una tomba nuova, di sua proprietĂ ? Che avvenÂne durante il sabato, nella tenebra del sepolcro chiuso da un blocco di roccia, e intorno a esso?): alle prime luci dell’alba del terzo giorno, Maria Maddalena e l’« altra Maria », si troÂvarono di fronte all’inesplicabile: un avvenimento dal quale, secondo FabÂbri, la storia dell’uomo assunse un corso nuovo. Forse era stata perpeÂtrata una sostituzione di cadavere? Non certo per opera degli apostoli, paurosi di essere coinvolti in una epuÂrazione. Meno che mai potevano esserÂsi accinti a un’impresa così arrischiaÂta i familiari. Chi aveva allora rimosÂso il macigno, spezzati i sigilli fatti apporre dall’autoritĂ romana? Aveva senso pensare a una « resurrezione », a un ritorno alla vita di un uomo-Dio che dall’esistenza si era congedaÂto in modo sublime? I personaggi della banda, definitiÂvamente passati, nella seconda parte, dalla crudezza della cronaca alle luci alabastrine che emanano da una realÂtĂ numinosa, discutono in termini di alternativa, come di possibilitĂ reali, su quello che può essere accaduto doÂpo che il corpo del capo, a detta delle donne inviate al cimitero, non si trova piĂą nella tomba. Nessuno sa daÂre una ragione plausibile dell’accaduto. Ma il vescovo, il registratore dei fatti che, come Matteo, constata e commenÂta, coglie la portata dell’avvenimenÂto. Da quel giorno, da quando venneÂro mandate avanti le donne per eluÂdere la polizia, nella paura della vioÂlenza, dell’arresto, nacque la vera pauÂra, l’uomo si rassegnò ad accettare la propria vigliaccheria. Non solo: da quell’evento impossibile, da quell’asÂsurdo, prese avvio quello che si saÂrebbe poi chiamato lo scandalo della speranza. Gli uomini si sarebbero diÂvisi: chi avrebbe creduto all’apertura della tomba, alla rianimazione del cadavere, come al piĂą naturale degli eventi; e chi avrebbe riso su quelÂl’impostura, si sarebbe adirato, avrebÂbe inveito. E non sarebbero mancati quelli che avrebbero finto di credere, che avrebbero tratto vantaggio dallo sfruttamento del prodigio, costruenÂdoci sopra la propria bottega. Meglio allora i negatori risoluti, i violenti: quelli che, come il Vescovo, hanno il coraggio del no assoluto, « che porÂtano via di piĂą per avere piĂą salÂvezza ». La finzione cessa quando riappare l’operaio che nella prima parte si era prestato a rappresentare Barabba e ora si palesa come un confidente delÂla polizia, mandato in avanscoperta. La trappola è scattata. Mentre si senÂte sempre piĂą vicino l’urlo delle sireÂne ed echeggiano spari, ognuno prenÂde nelle mani la propria salvezza. Il mondo è dei violenti. Nella pulita, proba regìa di SquarÂzina, che ha evitato ogni effetto di suggestione troppo facile, la materia che si addensa nella cornice del dramÂma, rischiando non di rado di confonÂderne i piani, è stata filtrata e ordiÂnata al limite del possibile. Quando l’operazione non riesce, è difficile per lo spettatore sottrarsi a un disorienÂtamento, c’è da credere che – il lavoÂro acquisterĂ maggiore coerenza nelÂle repliche successive, chiarendo pasÂsaggi oggi ancora confusi. Tra gli atÂtori, da segnalare la prestazione, sinÂgolarmente matura, di Eros Pagni nella parte di Giuda e di Carlo D’AnÂgelo che rende con misura la rasseÂgnazione malinconica, la negazione senza speranza, e forse per questo non disperata, del vescovo. Nel grupÂpo delle interpreti femminili, si è avuto l’impressione che dominasse un registro di voci troppo alto: la potenza vocale, specie se scarsamenÂte controllata, non sempre si identifiÂca con l’efficacia drammatica. Letto 277 volte. Nessun commento »Non c'è ancora nessun commento. RSS feed dei commenti a questo articolo. TrackBack URI Lascia un commento |
||||||||||