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TEATRO: I MAESTRI: Diego Fabbri. Beati i violenti

22 giugno 2012

di Giorgio Zampa
[da “La fiera letteraria”, numero 48, giovedì 30 novembre 1967]

Genova, novembre

Un gruppo di sei persone, cui non direi si addica la qualifica certo impe­gnativa, di banda, ha commesso in una chiesa un furto ed è finito nei guai. Lasciamo ai due capi della ghenga la responsabilità sulla portata dell’operazione; uno dei due almeno, « il francese », chiamato anche co­mandante, fatto venire d’oltre confine, dovrebbe intendersene. Al danno di un bottino meno che magro, si ag­giunge un guaio altrimenti serio: messo in allarme dallo scampanìo di un sagrestano, un frate che forse, ai suoi tempi, aveva fatto il partigiano o  il cappellano militare, spara con una pistola sui ladri in fuga e colpi­sce proprio il francese. Quando gli al­tri si ritrovano nel cortile del casa­mento designato per nascondersi, non hanno notizie precise: chi lo dice fe­rito a un polpaccio e scomparso tra la folla, chi raggiunto alla spina dor­sale e spacciato. Nervosismo, accuse reciproche, paura tra i complici che si aggirano in mezzo a panni sciorina­ti e vasche d’una vasta corte, balla­toi, scale, androni, mentre le loro don­ne stanno alla larga, tra curiosità e ti­more.

Il solo a mantenere la calma è il vescovo. Distinto, bianco di capelli, forse più stanco che cinico, si preoc­cupa che i giovani della banda, non commettano in quel momento scioc­chezze, non escano dal rifugio, non facciano discorsi con le donne, la­sciando che la polizia si sfoghi in giri a vuoto, con le sue sirene e le sue pantere. E poiché oltre a essere uo­mo d’esperienza non è privo di cul­tura, ha frequentato per anni il semi­nario e porta a giusto titolo il suo nomignolo, ha una pensata. Il capo, il francese, è stato fatto fuori; tutto, almeno, lascia pensare sia andata co­sì. I complici lo hanno abbandonato, se ne stanno nascosti, in un certo senso lo hanno rinnegato, per paura di essere scoperti. L’analogia gli vie­ne spontanea. Comincia per gioco. Il bersagliere che, riconosciuto dalle donnette, ha negato tre volte di avere avuto rapporto con il « capo », viene identificato con Pietro. Il più giovane, va da sé, diventa Giovanni. Bruno, detto l’Usuraio, è Tommaso. II fratel­lo gemello di Giovanni è Giacomo, ore­fice-ricettatore. Il vescovo assume la parte di Matteo. Poi ci sono le donne. Olga, una prostituta amica di Bruno- Tommaso, è Maddalena. E « la fran­cese », un’ubriacona che il misterioso capo ha portato con sé, è Maria. Man­ca Giuda: il quale arriva nelle vesti di un contabile che, pure facendo parte dell’associazione, ne resta al margine, applicandosi a truccare as­segni e smistare banconote.

Giuda porta la notizia che il coman­dante è morto. Ma prima dell’annun­cio, tra vescovo e accoliti ci sono state discussioni che hanno creato una atmosfera singolare. L’uomo naviga­to, nella sua scaltrezza, aveva cercato di organizzare una specie di gioco per distrarre i compagni, evitare colpi di testa. A poco a poco, la finzione gli prende la mano. A domande dirette rivoltegli da esseri più rozzi e sempli­ci di lui risponde con argomenti che credeva cancellati dalla sua memoria. Si accende un dibattito sull’afferma­zione: « Gli ultimi saranno i primi ».

Come è possibile, questo? Gli ultimi, nessuno li aiuta; debbono contare sol­tanto sulle loro forze, sulla loro astu­zia, sull’efficienza dei loro piani. Per i diseredati, non c’è capo che si. muova.

La suggestione provocata dall’analo­gia agisce in modo sempre più effica­ce; il presente, di colpo, si cancella. Gigi il contabile, che raccoglieva già da prima l’antipatia e la diffidenza dei complici, invidiosi del suo lavoro ese­guito con mani in apparenza pulite, viene avviluppato in una maglia di sospetti, costretto, in una forma quasi ipnotica, ad assumere la parte di Giu­da. In un crescendo di tensione, do­vuto anche alla gelosia che Bruno prova verso di lui come amico di Ol­ga, dopo un intermezzo recitato tra un operaio che, credendo di trovarsi in mezzo a una compagnia di dilet­tanti, assume la parte di Barabba e costringe Giuda ad assumere sino in fondo la responsabilità del tradimen­to, arriva la fine a doppio effetto, rea­le e metastorica. Percosso, colpito brutalmente dai complici, Gigi-Giuda dubita se rimanere nel rifugio, trap­pola per lui più che per gli altri, o tornare alla sua banca. L’esitazione gli è fatale. Un fischio che arriva dal di fuori, l’ambiguità del suo atteggia­mento mentre spia da una finestra, lo rovinano. Riafferrato e battuto an­cora più duramente, Bruno, che ha ragioni particolari di odiarlo, ne ag­guanta il corpo esanime e lo immerge con il capo sott’acqua, sino a provo­care la morte. Le giustificazioni che Giuda aveva prima dato del suo ope­rato, quelle soprattutto relative al prezzo accettato per la designazione di Gesù, si sono tutte rivelate, nella loro varietà, insostenibili.

Su questa sovrapposizione di rac­conto evangelico a un fatto di cro­naca dei nostri giorni, sulla conver­sione di una analogia, richiamata per ragioni di opportunismo, in una sa­cra rappresentazione ambientata nel cortile di una casaccia di periferia, re­citata da criminali decisi a tutto, al­la presenza delle loro donne, si chiu­de il primo tempo dell’Avvenimento di Diego Fabbri, andato in scena nel­la Sala Dusedel Teatro Stabile di Genova, con l’allestimento di Luigi Squarzina. Pur con la tensione, la ra­piditĂ  dell’azione, l’abbondanza di ele­menti drammatici, questo lungo atto può considerarsi, in fondo, come una premessa del secondo; nel quale il dramma trova le sue ragioni sostan­ziali.

Già con il Processo a Gesù, Fabbri si era cimentato con la tradizione evangelica, aveva tentato una inter­pretazione, in termini attuali, dell’epi­sodio centrale della vita di Cristo. Il nucleo intorno al quale è raccolta e organizzata la materia del lavoro ora rappresentato e non meno decisivo. Che cosa accadde nei due giorni e mezzo passati dal momento del tra­passo di Cristo alla scoperta della tom­ba vuota? A parte la ricostruzione ma­teriale dei fatti, quasi impossibile per la scarsità di elementi forniti dalla tradizione (chi fu Giuseppe D’Arimatea, il ricco signore che indusse Pilato a consegnargli il cadavere del suppliziato per deporlo in una tomba nuova, di sua proprietà? Che avven­ne durante il sabato, nella tenebra del sepolcro chiuso da un blocco di roccia, e intorno a esso?): alle prime luci dell’alba del terzo giorno, Maria Maddalena e l’« altra Maria », si tro­varono di fronte all’inesplicabile: un avvenimento dal quale, secondo Fab­bri, la storia dell’uomo assunse un corso nuovo. Forse era stata perpe­trata una sostituzione di cadavere? Non certo per opera degli apostoli, paurosi di essere coinvolti in una epu­razione. Meno che mai potevano esser­si accinti a un’impresa così arrischia­ta i familiari. Chi aveva allora rimos­so il macigno, spezzati i sigilli fatti apporre dall’autorità romana? Aveva senso pensare a una « resurrezione », a un ritorno alla vita di un uomo-Dio che dall’esistenza si era congeda­to in modo sublime?

I personaggi della banda, definiti­vamente passati, nella seconda parte, dalla crudezza della cronaca alle luci alabastrine che emanano da una real­tĂ  numinosa, discutono in termini di alternativa, come di possibilitĂ  reali, su quello che può essere accaduto do­po che il corpo del capo, a detta delle donne inviate al cimitero, non si trova piĂą nella tomba. Nessuno sa da­re una ragione plausibile dell’accaduto. Ma il vescovo, il registratore dei fatti che, come Matteo, constata e commen­ta, coglie la portata dell’avvenimen­to. Da quel giorno, da quando venne­ro mandate avanti le donne per elu­dere la polizia, nella paura della vio­lenza, dell’arresto, nacque la vera pau­ra, l’uomo si rassegnò ad accettare la propria vigliaccheria. Non solo: da quell’evento impossibile, da quell’as­surdo, prese avvio quello che si sa­rebbe poi chiamato lo scandalo della speranza. Gli uomini si sarebbero di­visi: chi avrebbe creduto all’apertura della tomba, alla rianimazione del cadavere, come al piĂą naturale degli eventi; e chi avrebbe riso su quel­l’impostura, si sarebbe adirato, avreb­be inveito. E non sarebbero mancati quelli che avrebbero finto di credere, che avrebbero tratto vantaggio dallo sfruttamento del prodigio, costruen­doci sopra la propria bottega. Meglio allora i negatori risoluti, i violenti: quelli che, come il Vescovo, hanno il coraggio del no assoluto, « che por­tano via di piĂą per avere piĂą sal­vezza ».

La finzione cessa quando riappare l’operaio che nella prima parte si era prestato a rappresentare Barabba e ora si palesa come un confidente del­la polizia, mandato in avanscoperta. La trappola è scattata. Mentre si sen­te sempre più vicino l’urlo delle sire­ne ed echeggiano spari, ognuno pren­de nelle mani la propria salvezza. Il mondo è dei violenti.

Nella pulita, proba regìa di Squar­zina, che ha evitato ogni effetto di suggestione troppo facile, la materia che si addensa nella cornice del dram­ma, rischiando non di rado di confon­derne i piani, è stata filtrata e ordi­nata al limite del possibile. Quando l’operazione non riesce, è difficile per lo spettatore sottrarsi a un disorien­tamento, c’è da credere che – il lavo­ro acquisterĂ  maggiore coerenza nel­le repliche successive, chiarendo pas­saggi oggi ancora confusi. Tra gli at­tori, da segnalare la prestazione, sin­golarmente matura, di Eros Pagni nella parte di Giuda e di Carlo D’An­gelo che rende con misura la rasse­gnazione malinconica, la negazione senza speranza, e forse per questo non disperata, del vescovo. Nel grup­po delle interpreti femminili, si è avuto l’impressione che dominasse un registro di voci troppo alto: la potenza vocale, specie se scarsamen­te controllata, non sempre si identifi­ca con l’efficacia drammatica.


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