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TEATRO: I MAESTRI: John Osborne. Il dandy con il mitra spara a salve

2 novembre 2012

di Gaia Servadio
[da “La fiera letteraria”, numero 31, giovedì, 1 agosto 1968]

Londra, luglio

Che cosa, cosa mai può avere causato la totale débàcle di uno dei migliori commediografi di questo secolo? Come sono mai potute uscire da una penna come quella di John Osborne Time Present (Tempo presente) e The Hotel in Amsterdam? Apparsi a brevissima scadenza al Royal Court Theatre, ac­colti trionfalmente da turisti e da un pubblico inglese finalmente compia­ciuto dalle battute scadenti dei due testi, Tempo presente è ora passato al Duke of York Theatre. Un albergo a Amsterdam, continua a trionfare al Royal Court.

Ma se l’incauto volesse comprare un biglietto per due serate di sbadigli, l’o­perazione non sarà delle più facili. Sono super-prenotati per mesi. Non solo, ma lo sbadiglio regna anche nei giornali domenicali. L’Observer trion­fa di interviste di Tynan a Osborne e di critiche che analizzano le sfavillan­ti battute e intenzioni dei due lavori. Il sopratitolo dei due testi è In the meantime, cioè Nel frattempo. Spe­riamo veramente che la mediocrità di Osborne sia momentanea.

In verità è con profondo rammarico che assistiamo stupiti a questo rincretinimento di Osborne. John Osborne, sanno tutti, è un commediografo, un attore, un violento, un sofisticato allo stesso tempo. Il personaggio è no­tevole. Prima di dare un’occhiata alle due pièces, ripercorriamo la sua car­riera. Quando, essendo a corto di testi,

Royal Court (ormai, con l’Aldwych, l’unico teatro di classe sperimentale in Inghilterra), scelse Ricorda con rabbia, nessuno si aspettava che avrebbe te­nuto il cartellone per mesi e avrebbe procurato al Royal Court tali guada­gni (54.000 sterline nette) da rimette­re in sesto lo sbilancio totale di quel teatro. L’autore era un giovane attore che aveva appena compiuto 26 anni e aveva già scritto cinque testi teatrali. Jimmy Porter, il protagonista di Ri­corda con rabbia, era un ribelle (e da qui lo slogan «angry young men » ). Un eroe della nuova generazione, la cui infanzia era stata morsa dalla guerra e che si ritrovava anni più tardi in una Inghilterra il cui sistema di classe era rimasto esattamente lo stesso.

 

TYNAN DECRETĂ’ IL SUCCESSO

 

Di questo testo i critici scrissero: « Una schifezza (esatta traduzione); Jimmy Porter dovrebbe essere con­dannato a lavare gabinetti per tutta la vita » (Evening News); « Era forse in­teso come uno studio di odio in quello squallido attico? » (Daily Telegraph); « Neurotico, esagerato e più che di cat­tivo gusto » (Daily Mirror), « Tutto il senso dell’azione è assolutamente ina­deguato » (The Times), « Volgare e anche noioso » (News Chronicle).

Il giovane attore, il quale era certa­mente l’autore di uno splendido e im­portante testo, doveva aspettare la do­menica per vedere sull’Observer il maggior critico teatrale del momen­to, Kenneth Tynan, scrivere: « Dubito che potrei voler bene a una persona che non desideri andare a vedere Ri­corda con rabbia ».

Osborne, così torturato e tartassato da critici e giornalisti (la sua vita pri­vata, le mogli, le case di campagna e di città non sono mai state lasciate in pace), è riuscito ad attaccare la stam­pa in modo così poderoso che, in ve­rità, ha vinto la battaglia. Per questi suoi due ultimi lavori i critici sono stati intimiditi e la maggior parte dei giornali ne ha parlato bene. Persino le cattive critiche (The Times) sono re­ticenti e dubbiose.

 

ORMAI UN UOMO RICCO

 

Ma continuiamo nella carriera di John Osborne. Nel ’57 venne Archie Rice, l’eroe di The Entertainer (consa­crato sia in teatro che in cinema dalla presenza di Laurence Olivier e di una giovane promessa del teatro inglese, Joan Plowright, che doveva poi diven­tare Lady Olivier). Archie era un uo­mo anziano e amareggiato. Il suo cini­smo finiva nell’apatia, gli ideali nell’al­cool, il futuro nelle mani dei burocra­ti. E anche L’epitaffio per George Dil- lon, un fiasco non solo di critiche ma di botteghino, benché sia tra le cose migliori di Osborne, poneva la doman­da: « C’è posto in una società commer­cializzata per un idealista sensibile che appartiene alla classe operaia? ». La risposta è negativa. Dillon sacrifica i suoi princìpi, Archie si volgarizza, Jimmy rinuncia a tutto. E Bill Maitland, eroe di Testimonianza inammis­sibile, viene abbandonato dalla società che lo lascia ai suoi monologhi nevro­tici, alle sue pillole, al suo essere bril­lante e distruttivo. I testi di Osborne sono sempre così autobiografici, che un latte frappé di questi personaggi ci porta direttamente all’Osborne di oggi.

John Osborne è ormai un uomo ric­co. E’ più che attaccato ai suoi guada­gni e alla sicurezza che gli dà il dana­ro. « Mi fa da cuscino contro la paura di finire in un disastro finanziario, contro l’idea di un processo per banca­rotta e la prigione. Una volta mettevo i soldi in un cassetto. In molti sensi sono stravagante, ma sono sicuro che non mi abituerò mai alla sensazione di essere ricco », mi diceva qualche anno fa. Oggi dice: « Mi piacerebbe vivere in un luogo grande come una stazione ferroviaria. Ma penso che non compre­rei un jet privato o cose del genere, anche perché non mi interessa usci­re fuori dall’Inghilterra ». In verità Osborne ha una casa che è quasi grande come una stazione ferroviaria, nel cuore di Chelsea, mobili-fatti-per-John-Osborne, straripante marmi.

Suo padre morì quando Osborne era un ragazzino. Era un disegnatore com­merciale e « c’erano dei periodi nei quali il guadagno complessivo di tutti e due i miei genitori era di una sterli­na la settimana ». Con il regista Tony Richardson, Osborne aveva fondato una delle case cinematografiche piĂą buone e lucrative del mondo,la Woodfall ProductionsLtd. (Ricorda con rabbia, Sapore di miele, Sabato sera domenica mattina, Tom Jones, ecc.). Dopo una recente litigata con Richardson, Osborne ha lasciatola Woodfall. Litigatanotevole dev’essere sta­ta, dato che Tempo presente è una dichiarazione d’odio a Vanessa Redgrave (e cosa c’entra la poverina? Tra l’altro è persino divorziata da Tony Richardson) e nell’Albergo a Amster­dam aleggia la terribile figura di K.L. = Tony Richardson in persona. « Oh, se tu solo conoscessi Richardson », mi è stato detto, « ti saresti tanto diverti­ta ». Ma perchĂ© mai il pubblico deve conoscere i segreti dell’ispirazione de­gli autori, per apprezzare uno spetta­colo? I segreti ci sono sempre — lo dice persino Cyril Connolly — ma non è necessario dover rintracciarli.

Parte dell’organizzazione finanziaria di Osborne comprende orala Breakthrough ProductionsLtd. per gli spet­tacoli teatrali ela John OsbornePro­ductions Ltd. per le tasse. Riparato da un muro di banconote, c’è l’uomo che Kenneth Tynan ha definito « il dandy con il mitra ». Vestito elegantemen­te, sembra allergico alle cose che non siano perfette, alle camicie che non siano di bucato. Porta giacche di pelle e cashmere, da un anno a questa par­te, baffi alla D’Artagnan. Detesta il di­lettantismo, le debuttanti, l’estero. Ma va all’opera e adora Mozart, Verdi e Strauss. C’è l’Osborne ribelle, l’ex-esponente dei giovani arrabbiati. Ma se è mai esistita quella cometa, non era Osborne a tipificarla, dato che per natura è un uomo di contraddizioni. Il suo vero talento è il dissenso. « Non vedo cosa ci sia di sbagliato nell’esse­re un esibizionista o un voyerista. Va benissimo essere tutto quello. Se uno è uno scrittore, sta facendo delle cose difficili che la maggior parte delle per­sone non è capace di fare ed è quella l’unica giustificazione necessaria. Se sei alcoolizzato, è scarogna, succede che le cose sono come uno funziona ».

 

PARLA COME UN CARRETTIERE

 

La nuova moglie di John Osborne, la quarta, è un’attrice di prosa, Jill Bennett, la protagonista di Tempo pre­sente. Una signora dal viso ad angoli, bello e brutto allo stesso tempo, e dal­la parlantina ininterrotta. « No, John non ha scritto Tempo presente per me o su di me. Non lo fa mai. Ma ci sono pezzetti di me nella protagonista. E’ una parte difficilissima, la più lunga ch’io abbia mai avuta, ma mi piace. Mi piace il tipo di disciplina che una par­te come quella impone. Mi piace la di­sciplina del teatro, comunque, il fatto che devo continuare a recitare anche se mi sento di pessimo umore, se sto male, se ho un raffreddore ».

Jill Bennett usa un linguaggio da carrettiere totalmente instampabile. Dice che era una bravissima giocatrice di hockney, a scuola. « Adoro gli uomini intelligenti. Adoro le donne in­telligenti. In verità adoro le donne. Non sono mai stata una di quelle don­ne circondate da ammiratori. Preferi­sco cento volte cenare con una donna interessante con la quale veramente si può parlare che non con qualche uo­mo noioso che ti porta fuori, e basta ». Jill Bennett ha appena finito di girare un film perla Woodfall, anzi, per To­ny Richardson, The Cliarge of the Light Brigade, nel quale ha il ruolo di una donna brutta. « John lo ha appena visto e dice che io sono bellissima nel film. Naturalmente è matto ».

Osborne non ama discutere i propri testi. Lo farebbe se fosse un critico, dice, ma essendo l’autore, ogni com­mento avrebbe una nota falsa. « Come si fa a dire “penso che la mia opera ri­fletta questa decade” anche se lo pen­so? Non sarebbe terribile? E’ il pub­blico che deve decidere ».

Gli scrittori che diventano delle ce­lebrità, in genere finiscono con l’igno­rare gli articoli, i critici, i pettegolezzi. Non così Osborne, che soffre intensa­mente per gli abusi del giornalismo. E fino a un paio di anni fa ne ha avuti parecchi. Più volte ha citato in tribu­nale vari giornali. Vinse una causa contro il Daily Mail, ma rifiutò poi di essere pagato. Si vendicò con una commedia musicale, Il mondo di Paul Slickey (un gioco di parole: William Hickey da il nome a una colonna di pettegolezzi e « slick » significa scal­tro, superficiale). La stampa a sua vol­ta rispose all’« attacco al mondo dei ti­toli », ai giornalisti spicci, e la pièce fu un fiasco.

Osborne è rimasto fedele alla sua carriera di attore e ogni tanto la ri­prende. « C’è qualche cosa negli ingle­si di estremamente passionale. In fon­do siamo sempre stati della gente di teatro e forse l’Inghilterra è l’unico Paese dove questo esiste. Negli Stati Uniti è un disastro. In Francia non è mai esistito niente: è una nazione pro­fondamente borghese. Il teatro, lì, è concepito come qualche cosa di ele­gante, da vedere la sera, ben vestiti. In Italia non lo so, ma ho visto Ricor­da con rabbia dato in maniera del tut­to diversa. Non capivo una parola, ma aveva una qualità melodrammatica che mi piaceva. Poi voi avete i film. Adoro Fellini, la sua generosità di idee da prendere o lasciare ». E poi, a proposito dell’Inghilterra: « Sì, sono un patriota nel senso che la mia vita ha solo un significato qui, non altrove. Sono sempre stato un radicale, ma an­che un autoritario in molti sensi. Non credo negli studenti, nelle minoranze, negli happenings, nell’LSD, comunque sospetto che chi si droga deve essere abbastanza modesto per conto proprio. No, non voterò alle elezioni generali. Comunque non ho votato dal 1951 ».

La censura, la burocrazia, le regole sono un problema per Osborne. Un pa­triota per me rimase fermo nelle mani del Lord Chancellor — il censore per eccellenza — per mesi. I tagli richiesti erano tali che il teatro dovette formal­mente trasformarsi in un club per po­terlo rappresentare. A suo tempo Osborne disse che Un patriota per me era « come un’operetta senza musica, una cosa ambiziosa da Covent Garden. Il tema: amore appassionato. Tempo: post-Freud, il quale è sicuramente il più grande spartiacque della consape­volezza. Luogo: Impero austro-ungari­co tra il 1890 e il 1913. Il soggetto: uno scandalo di spionaggio veramente esi­stito ». Era — a mio parere, ma non di altri (Mary McCarthy lo uccise in un articolo e io litigai con lei) — un otti­mo esperimento, un testo commoven­te.

Anche Under Plain Cover, il dram­ma di una giovane coppia, tutta presa dai propri giochi sessuali, la cui feli­cità viene distrutta da un giornalista in cerca di una storia sensazionale, soffrì delle forbici dei censori.

« Sì, certo che era uno studio di sado-masochismo. Ma mi dicono che Harold Pinter mi abbia battuto ne Gli amanti ». A questa breve pièce, segui­va nello stesso spettacolo II sangue dei Bamberg, « una stravaganza satiri­ca, una favola… », come la definisce Osborne. E’ lĂ  storia di un matrimo­nio tra una principessa e un fotografo. Le due commedie erano rappresentate con il titolo di Testi per l’Inghilterra. E l’Inghilterra è uno dei temi fissi di John Osborne. L’emozione è comples­sa, le espressioni di odio sono desideri di qualcuno che vorrebbe cedere il proprio Paese diverso (ma non sa be­ne come: « Non sono anarchico, caso mai sono conservatore » ) e che realiz­za invece come le strutture sono sem­pre le stesse. A Osborne facevano rab­bia la monarchia, la stampa, il clero, i conservatori, il rispetto per il mili­tarismo. Una lettera di Lord Russell, sul New Statesman, che lanciava un grido disperato di attacco alle armi atomiche e alla distruzione del mon­do, lo commosse al tal punto che Os­borne scrisse una sua famosa lettera, Ti odio Inghilterra, che provocò la vio­lenta reazione della stampa inglese. « Lo spettacolo di questo vecchio che si preoccupava del futuro del l’umanitĂ  era commovente », disse. Anche il pro­tagonista di The entertainer si espri­me ferocemente contro il proprio Pae­se, ma all’ultimo momento si rifiuta di lasciarlo con la scusa che ama troppo la birra inglese. « C’è molta gente che dichiara che farebbe qualsiasi cosa per l’Inghilterra », mi disse qualche anno fa, « ma quando viene il momen­to di pagare le tasse, allora si rifugia­no in Paesi lontani dagli esattori fisca­li inglesi ». Ma oggi dice: « Se lascio l’Inghilterra, e Dio non voglia, sarĂ  per ragioni fiscali. Vedo sempre la po­vertĂ  dietro l’angolo ».

Questo è Osborne, un timido bollen­te. E’ quello che dice: « Un testo è scritto senza pensare ai significati. Quelli usciranno fuori. Stimolare, col­pire, ferire, discutere: a tutto questo l’autore vuole arrivare ».

Così vero. Così dovrebbe essere. Ma dove sono andati a finire i colpi che John Osborne suonava al suo pubbli­co? In Tempo presente e Un albergo a Amsterdam è tutto un giocare in grembo di un pubblico facile, al quale non si offrono possibilità di discussio­ne, stimolo, frustate. Dove sono anda­te a finire le battute e le ferite di Lu­tero, di Ricorda con rabbia che ci han­no assorbito in teatro e poi in discus­sioni di ore?

 

OSPITE INDESIDERABILE

 

Tempo presente: una pièce difficile da descrivere perché, a parte che non ha intreccio, non ha neanche contenu­to scenico o personaggi o il minimo di azione teatrale. Pamela (Jill Bennett), un’attrice rompiscatole e alle soglie della maturità (e, aggiungiamo noi, della menopausa, visto il suo modo di comportarsi), si agita nella casa della sua amica Constance (Katherine Blake), una deputatessa-ministro-laburista, insultando la disgraziata, dicendo­le ogni cinque minuti quanto è cretina e rubandole l’amante. Più che cretina la deputatessa è un personaggio non solo impossibile, ma inesistente. In­tanto una signora così importante e occupata non avrebbe tempo per ospi­tare una attrice di prosa in declino che le fa continue scenate e insulta gli invitati. Non potrebbe avere amanti e dormirci assieme così apertamente da­to che quegli stessi giornalisti che hanno tormentato Osborne nei suoi adulteri, tormenterebbero con assai più distinzione e dedizione una depu­tatessa-ministro-laburista. Persone del genere non possono neanche vivere in case così lussuose stipate di bottiglie di champagne che vengono comunque scolate dall’inquieta amica Pamela (con ghiaccio dentro).

Nella prima scena troviamo Pamela che sta insultando la propria madre e la giovane sorellastra. Suo padre, un famoso attore, è moribondo. Pamela non andrà ai funerali. Lascia queste consuetudini borghesi alla madre che odia, disprezza, dilania. Ma chi è la madre? Ha ragione Pamela di odiarla? Osborne non ce lo spiega. Comunque Pamela continua a insultare un ex-­amante, un futuro amante, l’amante di Constance, la stessa Constance, Abi­gail (Vanessa Redgrave: non in scena, naturalmente), le dimostrazioni anti­guerra in Vietnam, i giovani comme­diografi, gli sperimentalisti, i Beatles, gli scrittori e in particolar modo le scrittrici.

Secondo atto: Pamela, con nostra sorpresa, è ancora ospite di Constance che non solo non la caccia come do­vrebbe, ma detesta l’idea che la « divi­na » lasci il suo nido. E la cosa non è neanche giustificata da uno sfrenato amore lesbico della deputatessa verso Pamela. E’ totale ammirazione e conti­nuo voltare mille guance ai continui schiaffi di Jill Bennett. Constance co­me personaggio è un insieme di tutte quelle persone che Osborne disprezza e, ahimè, ne riconosciamo molte, come la sua povera ex-terza moglie Penelo­pe Gilliatt, Barbara Castle, ecc. Ma sic­come le persone attaccate da Osborne sono varie, il personaggio non mantie­ne una sua regolarità.

Comunque, Constance è vagamente consapevole che l’uomo, con il quale spesso e volentieri divide il talamo, è innamorato della ciaccolante ospite. E colpo di scena (finalmente succede qualcosa, noi lo sappiamo ma la depu­tatessa no), Pamela aspetta un bambi­no. Lascerà l’appartamento, decide, e si farà aiutare dal suo agente teatrale — una ridicola e spiacevole caricatura di un omosessuale. Il trasferimento di Pamela ad altra località fa lacrimare tutti, come se partisse per sempre ver­sola Papuasia.

Ma di chi è il bambino? Be’, questo è lasciato allo spettatore, se il poveret­to non ha nel frattempo abbandonato la sua poltrona. E’ dell’ex-amante (che ora corteggia Abigail = Vanessa Red­grave) e quindi un totale sfogo di ma­sochismo da parte della consumatrice-di-champagne Pamela? (alla fine dello spettacolo ha fatto fuori almeno dieci bottiglie, ma si vede che è acqua). O la paternità dell’infante (che non ve­drà la luce, lo sappiamo da telefonate varie e ulteriori soliloqui) è da attri­buirsi all’amante della deputatessa che, in fondo, Pamela vagheggia? In quest’ultimo caso è quindi giusto che Pamela abbandoni l’appartamento, benché, insisto con il dire, avrebbe do­vuto lasciarlo prima, visto che l’ospite si comporta così male, che parla in continuazione, che fa disordine, lascia in giro le sue cose, ed è in vestaglia a mezzogiorno e in sottoveste alle quat­tro di pomeriggio.

 

AMY E’ COSI’ CARA

 

A Un albergo a Amsterdam il pub­blico si contorce dalle risate. Molto spesso anche perché la battuta è ripe­tuta a oltranza. Altra trovata: una li­nea aerea per soli pederasti: « E1 Fag » (« fag » in gergo vuol dire omosessua­le). Anche questa idea viene detta e ridetta come se fosse un concetto spi­ritosissimo. Chi sostiene l’impossibile ruolo del protagonista di Un albergo a Amsterdam (un attore script-writer), è Paul Scofield. Ringraziamo il cielo. Attore formidabile, Scofield riesce a sostenere una parte assurda, e a non farci annoiare così mortalmente come ci era successo in Tempo presente.

E’ anche il suo trionfo. Mentalmen­te uno si dice: « Deve essere Dio se è riuscito a dire questa frase senza far­mi arrossire ».

La scena: oggi, Amsterdam. Un ho­tel, ovviamente. Un gruppo di sei per­sone, legate al mondo dello spettacolo in un modo o nell’altro, ha deciso di fuggire da Londra. Tre uomini e tre donne. Non è proprio Londra che li opprime. E’ L. K. (Tony Richardson), il manager, il bruto che li tiranneg­gia, del quale spesso parlano.

Arrivano in una suite, felici di esse­re altrove, di non avere lasciato trac­cia, numeri di telefono, di essere in­somma, irraggiungibili. Il linguaggio è quello del mondo teatrale, le battute sono molto « in ». I tre uomini hanno tre mogli, cioè tutto è regolare, ben­ché i signori confessino di essere o di essere stati un po’ omosessuali e da come recitano si direbbe che lo sono totalmente.

L’azione è estremamente statica, né esiste azione psicologica. Di nuovo il protagonista è davvero il protagonista. Cioè gli altri personaggi esistono solo quando Laurie li descrive: « Gus non viene preso mai abbastanza sul serio. Adoro Gus »; oppure: « Amy è così ca­ra. Ad Amy piacciono tutti, è così buo­na ». Della propria moglie Laurie dice: « E’ una donna cosi forte, sotto sotto. Capisci? ». Di questi personaggi, che dopotutto, si alternano in continuazio­ne sulla scena, non sapremmo assolu­tamente niente se non ci fossero al­cune battute del protagonista che li descrive.

 

GALLONI DI CUTTY SARK

 

Anche in Un albergo a Amsterdam c’è un colpetto di scena dopo i ripetersi metodici di « el fag » e di « assorbenti igienici ». Annie, l’attrice sposata a David, la quale è sempre stata in pal­coscenico e che ha solo dato spunti a Scofield per le battute di Laurie, An­nie dicevamo, è l’oggetto degli amori di Laurie (ma non era omosessuale?). Seduto su un divano, Laurie dice ad Annie: « Per me tu sei sempre stata la più prorompente, romantica, allegra, amorosa, impetuosa, farfallesca, spa­ventosa, distaccata, costante donna ch’io abbia mai incontrato ed è per questo che ti amo ».

Per fortuna che Laurie ci dice tutte queste cose. Chi avrebbe mai capito perché mai il protagonista è innamo­rato di questa misteriosa e silenziosa generica? E anche Annie ama Laurie da tempo. Ma, nella loro situazione, sarà impossibile « concretare », così al­meno dicono. La gioia di questa sco­perta è comunque annegata dal mes­saggio della segretaria di L. K. Questo arriva perché la sorella di Penelope Gilliatt, scusate, la sorella di Margie, non solo viene a disturbare il gruppo ad Amsterdam, ma avendo parlato con L. K., ha anche tradito il segreto della residenza del gruppo.

Il messaggio dice comunque che L.K. (Tony Richardson, nel caso qual­cuno si fosse dimenticato) è morto: si è suicidato. La vacanza è finita. Il week-end rovinato e, aggiungo io, i conti del bar rovineranno il gruppetto che ha consumato galloni di Cutty Sark.

Che peccato dover parlar male di Osborne, che peccato non poter de­scrivere delizie, comunicare entusia­smi, fuochi artificiali. Ma non è diver­tente sapere i fatti privati di Richard­son, Redgrave, della ex-moglie di Osborne, della sorella dell’ex-moglie di Osborne, dell’attuale moglie di Osbor­ne, dei Beatles, di Osborne stesso. E della incipiente mezza età di Osborne e del suo odio verso quanto è nuovo, sperimentale, diverso.

I problemi che questo commediogra­fo di grande talento ci aveva sottopo­sto fino a ora erano assai, assai più ampi. E anche il palcoscenico, se usa­to bene, è un luogo più ampio che non un rettangolo per un meschino vomitio di insulti privati.

 


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1 commento

  1. Comment by Celesta — 12 ottobre 2013 @ 14:52

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart