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TEATRO: La disarticolazione del linguaggio. Eugene Ionesco: Il Re muore. Einaudi

29 gennaio 2010

di Maria Antonietta Pinna

Linguaggio avanguardista, potentemente disarticolato, costruito su verità comuni, paradossi e nonsense che finiscono con l’esprimere la verità, il senso universale della morte e del disfacimento.

Ionesco, poeta dell’assurdo. Delirante, camaleontico, fantastico onirismo.
Pubblica nel 1962 Le Roi se meurt, l’opera di un drammaturgo già maturo.
Destino individuale ed universale sono legati insieme nel canovaccio, cementati fino all’ultimo atto ed oltre.

Il Re-maschera Bérenger è uomo e contemporaneamente umanità. Il suo destino macrocosmico. La sua malattia assimilabile ad un malessere mondiale, ad una destrutturazione totale di cui Margherita, prima moglie e regina è l’apostolo nero assieme al medico di corte, che è anche chirurgo, boia, batteriologo e astrologo.

Non c’è tregua. Ritmi rapidi, incalzanti, dialoghi sferzanti. Le parole hanno muscoli ed artigli.
Spaventa perfino la melliflua pietĂ  di Maria, seconda, epicurea moglie del re, in una dinamica di sensualitĂ -disgusto.

Teatro forte, sempre fresco, trasposizione di moti e terrori inossidabili.
Qui la paura della morte è tutt’uno con la consapevolezza.
Quel “non pensarci”, l’ignorare la realtà della fine è messo impietosamente a nudo, svergognato nella sua ipocrita amnesia. L’uomo è solitudine privata, ma anche crisi ed angoscia di tutti.

La lacerante consapevolezza del deperimento, della brevitĂ : “Sono salito al trono due minuti e mezzo fa… Non ho avuto neppure il tempo di dire bah! Non ho avuto il tempo di conoscere la vita… Non ne ho avuto il tempo,non ne ho avuto il tempo…”.

Attraverso l’iterazione, l’ossessivo rendersi conto che il destino è più forte del più forte, più potente di un re dalle centottanta guerre, al di sopra delle leggi degli uomini.

L’impotenza dell’uomo con la sua tragica maschera è palese, il suo dibattersi da marionetta simile all’agonia di un pesce fuor d’acqua.

Emergono figure mostruose da magmi interiori, “corpi estranei, parassiti”, incrostazioni dell’anima, illusioni che difendono. Vicini alla morte però non è più necessario proteggersi. “Il sognatore esce dal suo sogno”, libero da “spine, squame, alghe, liane, foglie umide e viscide”.

L’unica grandezza può consistere soltanto nell’accettazione del non essere. La limitatezza del tempo… Inutile cercare di essere ricordati. Vano è l’aggrapparsi al concetto di esistenza.

Un senso di spazi pieni, molto pieni, stracarichi di immagini, assassinii, deliri vorticosi di lettere e parole in libertà, resistenze e lotte contro la dissolvente agonia. Poi d’improvviso il vuoto, senza respiro, come un quadro di De Chirico.

Tutto statico, sospeso nell’inquietudine. Un’assenza che è angoscia pura tradotta in arte.
Strani accostamenti, atmosfera surreale, tutta metafisica.
Pittura e teatro dalle lunghe ombre, gioco d’inconscio, straordinariamente intelligente e vitale.

Leggete Ionesco nell’ottima traduzione di Gian Renzi Morteo per l’Einaudi, poi rileggetelo ancora e ancora… Godetevi un quadro di De Chirico.
Scoprirete sempre qualcosa di nuovo.
Alla ricerca della pienezza del vuoto.


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2 Comments

  1. Comment by mariapia frigerio — 29 gennaio 2010 @ 14:59

    bell’articolo! Ho avuto la fortuna di avere Morteo per quattro anni come professore di Storia del teatro a Torino e l’emozione di vedere Ionesco alla prima torinese de “Il re muore”(Giulio Bosetti) in un palchetto dello storico teatro Gobetti. Grazie per questi ricordi di gioventĂą.

  2. Pingback by [Incipit] Il re muore | Sonnenbarke — 13 ottobre 2013 @ 10:51

    […] Una recensione. * Il teatro dell’assurdo su Wikipedia. * Un sito su Ionesco (alcune pagine, come la […]

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Bart