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Teglia, Remo

12 settembre 2008

Mala Castra
La ballata del mezzadro
Terra e ghiaie  

“Mala Castra”, 1965

Altopascio, in provincia di Lucca, dove Remo Teglia nacque nel 1913, è un borgo illustre non solo per la storia locale (vi si combatté nel 1325 la battaglia di Altopascio tra l’esercito lucchese, che ne uscì vincitore, guidato dal celebre condottiero Castruccio Castracani, e l’esercito fiorentino) ma anche perché, posta sulla strada dei pellegrini che fin da Canterbury si recavano in Terrasanta, fu sede di un ospedale che ebbe fama per tutto il medioevo, retto dall’Ordine dei Cavalieri del Tau, la cui insegna la si può ancora oggi osservare sulla base dell’antico campanile del paese, in cima al quale è pure visibile “la smarrita”, la campana che, coi suoi rintocchi, chiamava a sé i pellegrini.
Remo Teglia, che esercitò con amore e dedizione la sua professione di medico, è senza alcun dubbio uno scrittore dimenticato. Si fa fatica a rintracciare qualche scritto su di lui. Eppure ne parlarono, lodandolo, critici importanti, come Franco Antonicelli, Lorenzo Gigli, Pietro Bianchi, Giuliano Gramigna, Paolo Milano.
“Mala Castra” fu il suo romanzo di esordio, uscito nel 1965, frutto della sua esperienza diretta della guerra. Va ricordato che il viareggino Mario Tobino aveva pubblicato nel 1952 “Il deserto della Libia” e nel 1962 “Il clandestino” che senza dubbio hanno influito su di lui più de “Il passo dei longobardi” del lucchese Arrigo Benedetti, che è dell’anno prima, il 1964; e de “Il mondo è una prigione”, che è del 1949, dell’altro lucchese Guglielmo Petroni. Ambientato nei Balcani, narra le gesta di un battaglione italiano alle prese con la guerriglia macedone nel 1943. Con “mala castra” era appellato quel luogo sin dal tempo dei romani che, due secoli avanti Cristo, avevano avuto, anch’essi, a che fare con la guerriglia. Questo ricordo suggestiona soprattutto il dottore del battaglione che dice al capitano: “Saranno passati di qui, come noi adesso: fanti leggeri e fanteria pesante, i muli, le armi e le vettovaglie […] Siamo o no i legionari di Roma? E anche noi abbiamo i nostri mala castra.”
Nel primo scontro coi partigiani macedoni, i soldati italiani hanno il loro primo contatto con la morte. Cadono in un tranello e il loro sottotenente Brondi muore. Lo trasportano in barella al battaglione e lungo la strada il soldato Triglia, detto Faina, e l’altro soldato, Gumina, che sta battendo col fucile e coi piedi il bosco coperto di cespugli e pruni, hanno già nel sangue il veleno che la guerra inietta negli uomini. La morte ha il volto della sorpresa e dell’incredulità, mai accettata, odiata e maledetta, improvvisa, vigliacca, traditrice. Il Gumina comincia a bestemmiare. Il Faina, che sorregge la barella dove è deposto il corpo del tenente “Sentì che sveniva, ebbe voglia di vomitare. Lasciò andare la barella, le gambe gli vacillavano, i tendini dei polsi gli sembrò che si spezzassero. Rimase fermo e pallido, e tutti si fermarono.” La guerra può distruggere perfino i legami di un’amicizia che si è formata e consolidata nella sofferenza e nel dolore.
Narratore di fatti, dalla scrittura asciutta, qua e là con i segni della sua toscanità (“Ha consumata la scatoletta e zirla succhiando tra i denti i frustoli della carne.”), Teglia lascia che siano i fatti a parlare e a mostrare ciò che avviene nella mente degli uomini. Allorché ci si incontra con l’irreversibile morte, si vorrebbe poter tornare indietro, ma non ci è concesso. Dice il maggiore, che ancora non sa della morte del suo tenente, ma è come se la percepisse: “Che cosa me ne fregava, che ce li ho mandati a fare?” Quando il capitano rientra con la sua barella di morte, sa solo strillargli: “Tu comandavi la pattuglia e tu sei il responsabile di quello che è successo: sei un inetto e un chiacchierone!” Il capitano “Saltò indietro e strinse il moschetto: – Sacr…, disse. Stava per diventare matto.” Ecco, dunque, gli sconvolgimenti che i fatti recano nei sentimenti degli uomini, e se la morte è mistero, ombra e perfino follia, essa reclama sempre il rispetto e l’attenzione che le si deve. Innalza colui che ne viene avvolto, prima di scomparire e scomporsi in cenere, nella luce e nel calore di un fuoco di conoscenza e di meraviglia e, così come accade all’incendiarsi di uno zolfanello, dona a quel corpo avviluppato e incamminato verso il nulla una improvvisa magia di attrazione, la quale imprime a quel nulla che l’attende, in quell’attimo di fuoco, la consistenza e l’ardore di un’intera vita.
Solo ora il maggiore vuole sapere di quella vita, infatti, che si è consumata e non è più. La morte, nel momento che ci afferra con la sua tenaglia, dunque, non sacrifica ma rivela ed esalta la vita.
Che altro di meglio c’è per la morte di una guerra? L’uomo ve la incontra sempre, ne apprende la lezione, riesce a guardarla negli occhi e si trasforma, suggendo dagli altri le forze che lo accompagneranno per tutta la vita, anche dai morti (“gli vide gli occhi aperti che non erano più i suoi.”). Nei capitoli dedicati all’imboscata, magistralmente scritti, il VI e il VII in particolare, è questo che s’impara. I fatti, quando sembra che non abbiano sangue nelle vene, e tutti si somiglino, si rivelano diversi l’uno dall’altro, come sono diversi gli uomini. Il cappellano che osserva i soldati uscire dal treno alla disperata caccia dei cecchini, che sparano da un’altura e li hanno intrappolati, nel benedirli, loro lontani, ne ha già compreso ed assorbito l’anima: “sollevò la mano a benedirli. La mano si trattenne, prima sul Padre e poi sul Figliolo, più svelta sullo Spirito Santo, perché intanto tutti eran saltati via, di là dalle rotaie e dal terrapieno, e correvano. E il cappellano li vedeva: alzava un po’ la testa, sollevandosi sul busto, appoggiato al gomito.” Dirà Francisco, uno dei soldati: “Questo è il giorno del giudizio”. Chi non è più tanto giovane, o chi ami il cinema, ricorderà il film di Allan Dwan: “Sands of Iwo Jima” (in italiano mi pare fosse: “Iwo Jima deserto di fuoco”), del 1949, in cui il grande John Wayne interpreta la parte del sergente John M. Stryker a capo di un manipolo di soldati che devono a costo della loro vita smantellare una postazione giapponese situata su di un’altura. La descrizione minuziosa di Teglia, con il suo sergente che guida i soldati alla conquista della collina, lo riporta alla mente e vi si trovano infatti molte analogie legate alla crudeltà della guerra. Pensate che perfino il cappellano don Egidio, quando sente detonare le bombe che il sergente ha lanciato sul nemico, esclama: “Bravi!” e nel contempo si rende conto, allorché ha per le mani un moribondo da assistere, che la guerra è solo un teatro di morte: “Dove lo porto, – pensò, – se dappertutto si muore?” Non v’è dubbio che nel romanzo di Teglia si muove lugubre, terribile e incontrastata, vincitrice, la morte. Allorché il sergente e i suoi due soldati superstiti, Francisco e Nardone, conquistata la cima, sono accovacciati tra i massi, al riparo dai colpi di fucile che provengono da un’altura di fronte, sono consapevoli che la morte è in agguato e si deve stare all’erta. Il nemico non è visto come persona, dunque, ma è il braccio, il vessillo, l’annunciatore della morte. È per non farsi sorprendere da lei che la notte stanno in guardia, a turno, di sentinella: “Chi si fida di due soldati che sono di sentinella? Ma se ne va della pelle, le sentinelle stanno all’erta. Uno passa all’altro la voce: se chiavaccia l’otturatore, vi rinchiude la sua paura, e bisogna stare attenti, c’è da beccarsi una pallottola.”
Le lusinghe dei nemici che li hanno nel frattempo accerchiati e li invitano, nascosti nell’ombra, alla resa assumono per il sergente e i due soldati superstiti il significato di una conversazione non tanto con altri uomini bensì con la morte in agguato. Teglia ha trasfigurato il suo racconto di guerra in una partita a scacchi con la morte. Si attende l’evento misterioso che si sa incombente (“Delle figure si affacciavano sulle alte creste e sparivano. Gli occhi inquieti dei soldati correvano da una cresta all’altra.”), che è un po’ l’atmosfera che si respira ne “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati, del 1940. Anche quando infuria la battaglia, l’improvviso sbucare dal nulla dei partigiani macedoni accentua in realtà il senso dell’attesa e avvolge gli uomini nel terrificante ma fascinoso mistero del proprio destino, come accade al partigiano che è quasi riuscito a percorrere il campo scoperto e sta per gettarsi oltre una palizzata, che lo avrebbe salvato, ma “il caporale, a denti stretti, gli sparò freddamente, con metodo: gli dette un attimo di respiro, mirò la palizzata e ve lo colse mentre saltava. Tutti aspettavano che sparisse, ma invece rimase a mezzo nel salto, piegato sullo steccato, forse un recinto per le capre.” Ogni personaggio più o meno anonimo del romanzo fa continuamente la sua mossa nella partita a scacchi con la morte, qualche volta con successo e qualche volta inesorabilmente vinto. Si dirà che in tutte le storie di guerra è presente questo motivo. Non così come in Teglia, a mio avviso, in cui le azioni hanno in sé una specie di pausa infinitesimale, la quale altro non significa se non quell’attimo in cui si decide di muovere la propria pedina e si determina il proprio destino.
Teglia si muove sul teatro di guerra spostando il suo punto di osservazione in capo prima ad uno poi ad un altro dei suoi personaggi, e talune azioni che abbiamo seguito in una descrizione diretta, tornano percepite in lontananza da un altro personaggio. Un tale modo di sezionare gli episodi di una stessa battaglia stende sulla storia una trama di unità e di simbiosi assai più compatta che se si fosse scelta la descrizione di un’azione unica e complessiva. Ciò che li cementa tra loro, infatti, e li trasforma in uno stesso segmento dell’esistenza è proprio quella sensazione di precarietà e imperscrutabilità che accompagna sempre il passo silenzioso della morte: “Le pallottole sfioravano la polvere, una strisciata rapidissima si tirava dietro gli occhi e la mente.”
Quella fila di muli carichi di feriti, che trascinano barelle sotto gli occhi malinconici dei sopravvissuti sono l’immagine più sconvolgente di una vita che non è riuscita a maturare e a compiersi per il cinico gioco del destino, che ha voluto beffardamente avvicinare gli uomini alla morte e rabbrividirli in quel suo gelido e fulminante respiro: “Altri feriti, lievi, camminavano tra muli e barelle, qualcuno col braccio al collo, altri con la testa fasciata. E altri stavano sui muli, che non potevano camminare”. Pieratti, Bassi, Mangioni, Capasso, il dottore, il sergente, il maggiore, Della Farnesina, i partigiani fucilati, passano sotto i nostri occhi come simboli di una guerra che non è soltanto esteriore, fatta di bombe, di mitragliatrici, di pallottole, bensì espressione la più marcata ed evidente dell’eterna lotta tra la vita e la morte, di come non sia facile vivere e nemmeno morire.

“La ballata del mezzadro”, 1971

Il lungo racconto uscì, sempre per Einaudi, nel 1971, ossia sei anni dopo “Mala Castra”, il romanzo d’esordio. Quella scrittura asciutta, magra, ossuta, che già appariva in quel primo libro, acquista qui una maturità e una originalità tali che non se ne può prescindere. Non sono molti gli scrittori, infatti, che a distanza di tanti anni non hanno perso il carattere moderno e anticipatore della loro scrittura. Dimenticato, chi sa quanti oggi vorrebbero scrivere come lui e lo terrebbero per maestro. Non una sbavatura di sentimento sfilaccia dalla sua prosa, eppure i fatti nudi e crudi che racconta ci restano dentro. Ecco un esempio significativo: “di un ufficiale sai qual è la voce, il capitano, il maggiore, il sergente, quella aspra che comanda, ma di nessuna sai qual è la voce, quella che pure deve avere quando vive come tutti che non comanda.”
Come in “Mala Castra”, c’è un tenente medico che unisce tra loro fatti e personaggi, nel quale non è difficile individuare la figura stessa dell’autore, che partecipò come ufficiale medico alla Seconda guerra mondiale. Ma qui, in più, anche Taras Bulba riflette l’esperienza di guerra dello scrittore lucchese.
Taras Bulba è un contadino che si trova a combattere in Albania. Il suo nome vero è Domenico Tarassi. È uno dei cucinieri e quando lo conosciamo, nell’incipit, sta cogliendo cavoli per il pranzo dei commilitoni. Fa anche altre faccende di pulizia. Il momento che si coglie della guerra è quello dello sbandamento intorno all’8 settembre 1943. Alcuni battaglioni impegnati nei Balcani si arrendono ai tedeschi. Altri reparti, invece, cedono le armi ai partigiani albanesi e macedoni, taluni si fermano a combattere con loro. È lo stesso scenario descritto da Manlio Cancogni nel suo romanzo “La linea del Tomori”, uscito qualche anno prima, nel 1965, l’anno stesso in cui fu pubblicato il romanzo d’esordio di Teglia, “Mala Castra”.
Taras Bulba con un amico, un compaesano, Saverio Mancini, che nella vita faceva il maestro, si rifugia presso un vecchio contadino. Entrambi lo aiutano nel lavoro dei campi e nella stalla. La guerra si allontana, anche i tedeschi non sono più aggressivi come prima e si ritirano. Finché la guerra finisce. Teglia fa trascorrere le stagioni in fretta come se esse avessero perduto il loro significato, nonostante che Taras Bulba continui ad aiutare, insieme con l’amico, il vecchio contadino albanese. La guerra uniforma, rende tutto uguale sotto la sua coltre nera, sembra suggerirci Teglia.
Il racconto è una puntigliosa cronaca di come un soldato ha trascorso i suoi giorni di guerra e quelli immediatamente successivi; piccoli fatti, minute azioni quotidiane, conversazioni del tutto ordinarie lo trapuntano, ornati da una scrittura rara che li innalza e li rende pregevoli.
Il ritorno a casa di Taras Bulba, il suo incontro con i genitori, reso asciutto come un guscio di noce, hanno pochi riscontri nella nostra letteratura. Sono pagine che, rilette oggi, fanno gridare al miracolo per l’originalità della scrittura, un’originalità tanto più sorprendente in quanto ha nella naturalezza e nella semplicità il suo punto forte. Non sono i vocaboli, che compaiono ogni tanto a segnarne la toscanità, e meglio ancora la lucchesità, a farne una scrittura preziosa, come avviene spesso negli scrittori versiliesi, primi fra tutti Pea e Viani, bensì la costruzione dei periodi e l’articolazione tra di essi, che lasciano trasparire una loro suggestiva scheletricità. Il racconto si regge tutto su di una costruzione sintattica che ha fatto della nuda parola il suo architrave, su cui poggiano i numerosi fatti minimi che accadono, dentro i quali noi sappiamo che corrono i sentimenti così come corre il sangue nelle vene.
Quando Taras Bulba giunge a casa: “Bussò alla porta, sul filo di luce fra i due battenti.

РChi ̬?
– Son io!
– Sei te? – disse la voce, bizzosa: – Allora apriti.
– Apri, mà.
Il chiavaccio fischiò dentro gli anelli della serratura. Taras Bulba sentì stridere i denti, brontolò:
– Dategli un po’ d’olio a questo chiavaccio.
– Chi sei? – disse la madre.
– Son io, mà: non mi riconosci?
La vecchietta si mise a sedere e con la becca del grembiule si asciugò gli occhi. Disse:
– Sei tornato?
– Vedi, – disse. Le stava accanto col sacco in spalla, la toccò sul braccio: – Che fai, mà, piangi?
La madre si asciugò un’altra volta, disse: – Chi piange!”

Il padre è stato minato dall’arteriosclerosi, è rintanato in un cantuccio: “Stava su un seggiolone, un filo giallo di bava gli scendeva per il mento, gli guazzava la barba, ci aveva fatto un solco.” Oltre a sbavare, se la fa addosso. Taras Bulba sente la puzza: “Che è questo puzzo? La madre disse: – Se la fa addosso.”
Allora, la prima cosa che fa, lava il padre: “Tirò i calzoni al padre per le cianche. Il vecchio mandava dei gridetti, si aggrappava qua e là al seggiolone. Lo misero in piedi e gli sfilarono i calzoni. Taras Bulba con un cencio e sapone lavò il padre fino alle spalle; gli sciacquò i genitali. Il vecchio faceva: – Ih, ih! – come piangere, ma anche come ridere; ripeteva: – Domenico, Domenico!
Gli disse: – Babbo, che mi tocca fare! – Lo strofinava con vigore. – Temi il solletico? Ma che temi, se non ci hai più nulla! -: gli ci diede una cenciata.”
Credo che chi legga queste mie note, abbia potuto apprezzare il valore di quanto ho riportato, che non sono altro che due soli esempi tra i tanti che si potrebbero fare delle qualità narrative di Teglia. Il quale meriterebbe di essere scoperto un’altra volta, così come lo scoprì Einaudi in quegli anni, allo stesso modo che è accaduto a Federico Tozzi, al quale in qualche modo assomiglia. Leggete questa rarità, riferita al padre morente: “Gonfiò le gote, come si fa quando si appoggi il fiato in uno sforzo.” O anche: “La polenta fumava sulla tovaglia. La madre la divise con il filo: la polenta come rilassarsi si allargò in quattro cantoni, sudò vapore sulle tagliature. La madre allora con il refe in bocca per un capo, l’altro fra due dita, tagliò un cantone di polenta in fette, rimbalzandolo nella mano perché scottava. Levò dal fuoco i salacchini, li prendeva per la coda, ne mise due nel piatto del figliolo.” Oppure: “I tralci delle viti piegavano di pigne.” O andiamo a leggerci il parto della vacca nel capitolo 22, pezzo di una bravura indicibile.
In paese ci sono già i fermenti del rinnovamento conseguente alla guerra. Corrono le idee nuove, socialiste soprattutto. La madre, Lisa, vorrebbe che il figlio portasse in dono ai padroni due galletti, un’usanza antica, ma Taras Bulba li toglie dalla sporta e li getta a terra. Ride di queste idee antiquate. Rivolto alla madre: “- Sai come mi chiamavano alla guerra?
La madre disse: – Ce l’hai no, il tuo nome?
– Taras Bulba.”
Tra i paesani si chiacchiera delle mutazioni portate dalla guerra. Taluni mestieri sono in declino, l’industria sostituisce a poco a poco il lavoro artigiano. Anche per i contadini ci sono grossi cambiamenti. Chi non è provvisto di mezzi adeguati, non può far rendere il proprio campo.
Taras Bulba conduce una vita grama, è caparbio però: “usciva dalla stalla con la carretta carica di letame: lo trasportava nella concimaia, l’ammassava battendolo con la forca. Col boccale rovesciò sul concime il liquame del pozzo di raccolta, sì che il concime sia sempre bagnato e la paglia possa fermentare. La massa gli cresceva sotto gli occhi, alta quanto lui, fumava al sole: finché diventi una massa di«burro nero», allora vi monta sopra e lo taglia con la vanga. Era scalzo, rimboccò i calzoni a mezza gamba, mosse le dita lercie per togliere le pagliuzze.”
Il duro lavoro rende poco, metà del guadagno va al padrone, e la parte che resta non basta a saldare i debiti. La vita dei campi, la sua durezza, sono rese con puntiglio da Teglia. Taras Bulba non ci sta ad essere sfruttato a quel modo. Accenna alle prime resistenze. C’è la festa di San Jacopo, che è il patrono del paese (Altopascio, dove nacque Teglia, ha per patrono proprio San Jacopo) e Taras Bulba vi partecipa portando lo stendardo, come faceva il padre prima di lui. Gli amici lo sfottono. Il Mancini, che è stato soldato con lui, gli dice: “Non dargli retta.” Sebbene nella testa di Taras Bulba vi si muovano, ancora confuse, idee rivoluzionarie e ribelli, il rispetto della tradizione, soprattutto quella religiosa, non viene meno. È la profonda anima del contadino che affiora in superficie, il cui contatto diretto con le meraviglie della natura sollecita un costante pensiero di Dio. Teglia mostra di conoscere molto bene i valori profondi del personaggio che descrive. Anche il rapporto tra la madre e il figlio è reso nel contrasto tra la tradizione e il nuovo che avanza. Il figlio ha preteso dal padrone più di quanto stabilito dalle leggi vigenti, così altri contadini. Devono essere processati. La madre, a cui non piace la “tracotanza” del figlio, gli dice: “Un processo è un processo: non è una cosa da nulla, te lo sai che non è da nulla. E la prigione è la prigione: non è una cosa da nulla. Si deve fare: e sì, si deve fare! Te però ci metti rancore.”
Nonostante che egli neghi la sua rabbia, il pensiero di essere sfruttato lo perseguita: “Fare il contadino è il mestiere più difficile. Bisognerebbe che ci fosse il compenso. Invece è il mestiere più disgraziato: tutti ci stanno a mangiare sopra.”
Annetta, la figlia di Fanucci, un contadino anche lui, non vuole sposarlo. Non sposerà mai un contadino, gli dice. L’amico Mancini gli consiglia di lasciare i campi per la fabbrica, ma Taras Bulba non riesce a dimenticare che quella terra è stata coltivata da generazioni di suoi avi, e la considera ormai come se fosse di sua proprietà. In paese è il 4 novembre, si commemorano i caduti. Taras Bulba rifiuta di unirsi ai suoi compagni per rendere omaggio al monumento, come si fa da tanti anni. Chiacchiere, solo chiacchiere, dice. Invece la campagna richiede fatti, non chiacchiere.
Quel rifiuto è la sua rottura col passato, la sola rottura possibile. Non potendo fare altro, legato alla terra da tante generazioni, è alla terra, solo alla terra, che egli può far ritorno per ritrovarsi: “Questa terra è mia. E questa casa. Io ci sono nato e cresciuto. E quel cipresso l’ho piantato io, con mio padre. Ogni frutto che c’è, vedi, ogni vite e gelso e filo d’erba, li ho piantati io, o li ha piantati mio padre o il mio nonno.”
Ma si avverte nell’aria che tutto è destinato a perire, e che questa è proprio l’ultima, nostalgica ballata del mezzadro.

“Terra e ghiaie”, 1973

Ci siamo occupati di due romanzi di Remo Teglia (Altopascio 9.3.1913 – Altopascio 22.5.1975): “Mala Castra”, del 1965, e “La ballata del mezzadro”, del 1971. Due anni dopo, nel 1973, esce “Terra e ghiaie”.
Ancora una volta è la scrittura che stupisce: asciutta, essenziale, smossa nella sintassi, efficace. I suoi personaggi sono tale e quale.
Beppe scende dalla tradotta che, finita la guerra (la prima guerra mondiale), lo riporta a casa. Nella dimora patriarcale vive anche la moglie Natalina e la figlia Caterina, ancora piccola, che Beppe non sa riconoscere in mezzo agli altri bambini. Sarà la moglie a indicargliela. L’ambiente è quello di una povera famiglia di contadini. I visi dei vecchi, il padre e la madre, sono cotti dal sole e solcati dalle rughe.
Come Taras Bulba ne “La ballata del mezzadro”, Teglia narra la storia di un ritorno. Un giovane ha lasciato la sua casa per andare alla guerra ed ora vi ritorna. Sogna di riprendere la vita di prima, di respirare la stessa intima e cara atmosfera di quando vi trascorreva la sua esistenza felice, e invece la guerra ha allungato la sua ala nera anche oltre le trincee, ha cambiato la stessa natura, oltre che gli uomini. È il tema caro all’autore, che tuttavia riesce sempre a dipanarlo senza far trapelare alcun sentimento di nostalgia e di rimpianto. La forza della sua scrittura sta qui, nelle parole che sono pietre. Di tre anni più giovane di Mario Tobino, Teglia si distingue dal narratore viareggino per lo straordinario controllo del sentimento. Ciò che in Tobino si trasfigura in un lirismo che scorre in una scrittura anch’essa limata e ridotta all’essenziale, in Teglia si prosciuga nello scorrere delle parole. A mano a mano che le parole si susseguono nella scrittura di Tobino, ne fuoriesce il sentimento tradotto in un lirismo che lo avvicina alla poesia. Teglia percorre un cammino contrario: a mano a mano che le parole si susseguono nella scrittura esse si massificano e diventano pietre. Si è già detto di una vicinanza di Teglia a Tozzi, e questo romanzo la conferma.
Leggere Teglia procura un piacere speciale. Le sue storie sono intense, sprofondate a un tempo nell’intimo e nel sociale, che diventano un tutt’uno, e accanto alla storia c’è n’è sempre un’altra che ci accompagna, quella della sua scrittura. Dire che Teglia è un maestro, forse è dir poco. Che gli sia toccato l’oblio, misura l’inadeguatezza delle generazioni che lo hanno seguito. Da lui si può imparare molto, liberarci della stupidità, della vacuità e della mollezza dei tempi nostri.
Beppe trova lavoro alla cava, qui scavano buche in cerca di “terra refrattaria, caolino, preziosa.” Devono sprofondare intorno ai cinque metri per trovarla: “Rapidamente si demarca il tassello da scavare nel corpo del podere. Da un giorno all’altro vedi gli operai discesi nel riquadro della buca: alla cintola e poi fino alle spalle: ora le teste su e giù altalenanti sul ritmo della pala, e poi le pale che volano la terra dal profondo.”
Scene di lavoro, disgrazie, liti al bar, scherzi tra compagni (tutti ravvivati dai soprannomi: Pitto, Bindo, Bronzo, Mando, Peppolino) smuovono le giornate dei personaggi, gente comune, segnata dalla fatica, le cui donne, una volta sgravate, vanno ad allattare in Francia: “le madame di Francia che se ne fanno delle puppe?”
Il padrone del podere è irremovibile, spietato. Il padre di Beppe, il vecchio Gosta, va da lui per essere autorizzato a tenere il figlio sul podere. È tornato dalla guerra, la moglie Natalina aspetta un altro figlio. Ma il padrone non vuole nuove bocche da sfamare a carico del podere. Il suo è un no secco: “Per il principio. Mi dispiace, è per il principio.”
Le pare giusto?”, risponde il vecchio. Chi sta bene non ha cuore, pare suggerirci Teglia, non riesce a capire la sofferenza e i patimenti di chi ha fame. Nella descrizione di questo mondo di povertà e di umiliazioni, si avverte l’affetto e la dedizione di Teglia. Si pensi alla disgrazia nella cava di terra bianca che accade a Bindo, una frana “gli ha troncata la spina e l’ha spaccato dentro. […] Beppe e Leonildo nell’astanteria: ritti e fermi, carichi di mota. […] A piedi scalzi, sulle mattonelle diacce. Stavano lì: se è vivo, c’è speranza: se Bindo è vivo, se li avesse cercati. Gli ci volesse sangue: perde il suo nei grandi invasi del corpo: li immaginavano tenebrose caverne, e Bindo, vi grondava la sua vita, gonfiandole, forse gorgogliavano.” Egli stesso, nella sua missione di medico, fu generoso e sempre disponibile con la povera gente. La Dott.ssa Licinia Scardigli, direttrice della Biblioteca di Altopascio, ne ricorda la schiettezza, l’altruismo e l’umiltà. Ho potuto raccogliere altre testimonianze di chi lo conobbe e lo ebbe come medico di famiglia, tra cui Andreina Manfredini (il padre era molto amico di Teglia e aveva fatto la guerra negli stessi luoghi) e Anna Rosa Foscarini. Quest’ultima era una bambina, e in famiglia avevano Teglia come medico. Ne ricorda la figura e soprattutto rammenta alcuni episodi narrategli dalla madre, tra i quali quello accaduto a Montecarlo a riguardo di una bambina febbricitante. Teglia si siede accanto a lei e trascorre molte ore ad osservarla per capire la malattia e quindi per curarla. A quel tempo, non c’erano i mezzi tecnologi di oggi e il medico doveva ricorrere ai suoi studi, alla sua esperienza e alle sue personali qualità. Così era Teglia, bravo anche in quello, come fu bravo narratore. Bisogna essere toscani, e meglio ancora lucchesi come lui, per innamorarsi della sua scrittura, per goderla appieno. Difficile che al di fuori di questi confini, pur lodandone la qualità altissima, si possa riuscire a odorare e respirare tutti gli umori e i profumi che ne sprigionano. Si tratta di un artista che ha fatto della sua prosa un’opera d’arte. Essa è scolpita come la pietra di Michelangelo. Silenzioso e umile, quando nella mia terra risuonavano i nomi di Tobino, di Petroni e di Benedetti, pressoché coetanei.
Appaiono in paese le prime camicie nere: “Nazionalisti non ne vide altri. E poi vide in paese, una mattina di domenica, due giovanotti con camicia nera, gli stivali e calzoni da ufficiale: con un frustino da cavallerizzo, un nerbo agile di bue. Passeggiarono a lungo sul selciato, con gambe stracche, strascicando i tacchi, facendo rintronare gli stivali. Entrarono nel caffè, picchiettavano il nerbo per il calcio contro il bordo del banco.”
Notate la semplicità e l’efficacia della descrizione di due di questi: “Uno era grasso, con camicia nera: la giubba gli faceva molte pieghe alle spalle, invece sullo stomaco gli stava tirata. L’altro era magro, con camicia nera anche lui: la giubba gli stava larga.”
Nascono le prime prepotenze e le prime scaramucce in paese. Di mira è preso Peppolino, considerato un “rosso”. Beppe si schiera al suo fianco.
Si respira già un’atmosfera di soggezione. Sono in pochi a tenera testa ai fascisti. I più subiscono in silenzio, alcuni cominciano a cantare le loro canzoni, succubi. La guardia municipale, Pasquino, è tra questi. Dice a Peppolino: “Che fai, solo, la guerra a tutto il mondo?”
Segue una descrizione di Peppolino dall’impronta tipica dello stile dell’autore: “Guardava innanzi senza fare segno e poi, come i discorsi tutto intorno ronzando infine fossero molesti, fece davanti al viso con la mano il gesto di scacciarli.” E subito dopo: “C’era il sole e una fresca tramontana; e pareva che Beppe senta il sole, delle due cose, e Peppolino la brezza: infatti Beppe ha la camicia aperta e la giubba attaccata ad una spalla, invece Peppolino si stringeva i risvolti della giubba, l’altra mano la teneva in tasca.”; “Il bimbo con le mani appiccicose e la bocca impasticciata, Beppe gliele asciugò con la pezzola.”
Si noti la sua capacità di mettere in risalto cose dell’ordinario quotidiano che capitano a tutti e che presto dimentichiamo. Qui è Caterina, la figlia di Beppe, che si prepara per la Prima Comunione: “Aggeggiava alla fibbia di una scarpa, perché ad un buco il cintolino era lento, nell’altro era troppo stretto: questo fatto la rendeva nervosa, piangerebbe.”; oppure qui, con la anziana serva di casa De Fauves (il giovane tenente Andrea De Fauves comanda i fascisti del paese), Matilde, intenta ad infilare l’ago nella cruna: “Col filo grosso, con la cruna sottile, con l’occhio incerto, tentennava il capo del filo, lo inumidì, lo torse fra le dita per affinarlo, disse: – Non ci passa.”
Un paesano, Bronzo, pensando alla morte di Bindo sotto la frana, “non c’è assicurazione né indennizzi di alcun genere.”, crede che il fascismo avrebbe portato il socialismo, la giustizia per i contadini e gli operai nei confronti dei padroni, prepotenti e sfruttatori. Così “All’improvviso diventò fascista.” Beppe, invece, chiamava Mussolini: “Il Grande Chiorba”, che nel lucchese significa La Grande Testa, alludendo alla sua ampia pelata.
I fascisti aspettano il 1° maggio, “una giornata rabbiosa di divisione”, per fare le loro scorrerie. I paesani hanno paura, se ne stanno con gli occhi bassi.
Peppolino no, e ci lascia la pelle: “Era là steso, con lo sterno magro scoperto. E però come andasse per la strada, per viottoli d’erba, nelle case, insieme a loro, che gli fa paura, perché è morto, perché ha coraggio e tutti bisognerebbe averlo, il coraggio e non tutti lo possono avere.”
Ora è Beppe ad essere preso di mira. Lo considerano un rosso. Bronzo è un suo amico (“era fascista per via dell’ordine, della religione”), il prete gli ha detto che Beppe deve stare attento, ha parlato misterioso.
La sensazione che riesce a dare l’autore è quella di un paese che, nel mentre continua la sua vita normale, dedito ai lavori dei campi o a quelli della cava, avverte l’arrivo di un futuro diverso, minaccioso e violento, in cui saranno essi a pagare: “Gli pareva, il mondo fosse aggrinzito.”
Intanto Beppe deve lasciare la fattoria, è di troppo, come aveva detto il padrone a Gosta, il padre, quando Beppe era tornato dalla guerra.
È finita la mietitura, la sua presenza non serve più. Sono scene che richiamano alla memoria, per freschezza e intensità, “Il mulino del Po” di Riccardo Bacchelli (1963), e anche i film “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi (1978) e “Novecento” di Bernardo Bertolucci (1976).
Questo romanzo viene per ultimo, dopo che i precedenti ci hanno raccontato la seconda guerra mondiale e le sue tragiche conseguenze. Vi sono rese palpabili le atmosfere che precedettero quegli anni funesti. Ci fa capire quali furono le avvisaglie, le colpe, le debolezze e i silenzi.


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4 Comments

  1. Comment by Genot Gérard — 11 aprile 2010 @ 19:07

    Sono stato amico di Remo Teglia negli utltimi anni prima della morte della moglie Flora, et della sua. Ho pubblicato un articolo sulla rivista francese “Critique”: La rogne [= rabbia] de Remo Teglia, intorno al 1975 (non ne ho più copia).

    Non ho più i romanzi di Remo Teglia e li cerco. Avrei il progetto di tradurre in francese Mala Castra.

    Se qualcuno potesse aiutarmi a trovare copie dei romanzi, gliene sarei grato. Vorrei anche riprendere contatto con i figli: Marco e Luca.

    Cordialmente,

    Gérard Genot,

    Ordinario di Linguistica italiana, Université Paris X Nanterre

    (in pensione). 🙂

     

  2. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 11 aprile 2010 @ 22:58

    Gentile professore, grazie dell’attenzione.
    I romanzi di Teglia si possono acquistare qui.
    Ho sentito dire che Marco e Luca vivono a Firenze. Non so di più. Tuttavia qualche indicazione più precisa può trovarla presso l’ufficio cultura del Comune di Altopascio, qui.
    Bartolomeo Di Monaco

  3. Comment by Genot Gérard — 26 maggio 2010 @ 14:42

    Gentile si gnore Di Monaco,

    la ringrazio, con molto ritardo, per la Sua gentile risposta (che non ho avuto l’idea di cercare!). Grazie anche per le informazioni sull’acquisto di libri del compianto amico Remo Teglia.

    Il figlio Luca mi ha scritto, e Le sono grato di aver fatto sì che abbiamo potuto riprendere contatto.

    Molto cordialmente,

     

    Gérard Genot

  4. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 26 maggio 2010 @ 22:41

    Sono lieto di esserLe stato utile.

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart