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Tomei, Enrico

27 novembre 2009

Racconti viareggini di terra e di mare

“Racconti viareggini di terra e di mare”, Baroni, 1996.

Viareggino purosangue, nacque a Viareggio il 21 giugno 1912 e vi morì il 6 maggio 1991. Laureato in lingue straniere insegnò in Egitto la lingua italiana nei licei arabi. Con un racconto, Il contrabbandiere, vinse il premio Viani per racconti inediti.

Questo libro, che uscì postumo per volontà del figlio prof. Paolo Emilio Tomei, è una raccolta di racconti dedicati soprattutto al mare e ai suoi uomini, come aveva fatto, tra gli altri, Mario Tobino con Sulla spiaggia e aldilà del molo, del 1966.

Stile gravido, succoso, ricco di humus, da viareggino che ha respirato il mare e la piazza, Tomei si propone di tramandare il ricordo di una città popolana, legata a doppio filo alla vita.

Bettaccino, che è il mezzadro di Egidio, il padre dell’autore, fa da vetturino quando occorre portare al cimitero un defunto. È il turno di Cecche, che è morto “ultraottantenne, alto, ancora diritto, ossuto, col naso a becco d’aquila; una specie di rapace”. Bettaccino teme di giungere in ritardo: “Con qualche minuto di distacco giunse anche Bettaccino col carro funebre lanciato al galoppo perché credeva di essere in ritardo e, mentre in piedi schioccava la frusta e incitava il cavallo ad alta voce, le lembe della palandrana gli si agitavano per la corsa, dandogli l’aspetto di un enorme pipistrello svolazzante.”

La scrittura di Tomei è questa, rotonda, efficace.

I marinai che, quando giunge l’inverno, non vanno più per mare, si rifugiano all’osteria. In casa si sentono spaesati e di peso alla moglie. All’osteria bevono e chiacchierano: “Il vino è silenzioso, non parla, ma fa parlare”. La moglie è spesso l’oggetto dei loro lazzi. Dice ai compagni Felicino, che la moglie non è “Nemmeno vostra parente, capite? Nemmeno vostra parente…” e Scentavedove va a caccia di domestiche sulla spiaggia, approfittando del tempo in cui portano a spasso il cagnolino della padrona, le incanta con i suoi modi di fare e le ripulisce dei loro risparmi.

L’asino Ugenio non vuol essere guidato da nessuno fuorché da Bettaccino, e quando passerà di mano da padrone a padrone ne farà passare di tutti i colori ai nuovi proprietari.

Uomini e cose sono trattati allo stesso modo, non è fuori luogo dire che sono trattati con la stessa umanità: “per la prima volta, considerai il vento come una cosa viva”. L’asino Ugenio e “Dedalo”, il bel veliero che ondeggia sull’acqua, in attesa che si levi il vento e possa prendere il largo, sono come persone animate. Così la “Sandrina”, il barcobestia del padre Egidio. Delfini e pescecani sono cacciatori e prede ad un tempo, come gli uomini, come il nostromo che, caduto in mare, sta sott’acqua per controllare i movimenti dei terribili predatori, nel mentre sta arrivando la barca che lo condurrà in salvo. La “Bella Venezia” è il traghetto che ormeggia sulla “banchina del molo di ponente” e attende i turisti per portarli in gita lungo la costa. Il Marchi ne è il padrone e cerca di attrarre a sé i clienti e quando la barca prende il largo si sente tornare il marinaio di una volta e ordina al macchinista di andare a tutta forza, incurante della paura dei passeggeri.

Tomei è legato alla Viareggio della sua gioventù. Il progresso non gli piace, sciupa le cose belle: “Il vecchio si era rifugiato sulla spiaggia di levante per sfuggire al progresso che gli divorava le cose più belle della sua gioventù”.

Il ricordo in lui è la scintilla della vita, il segno di una immortalità. Tutto vive nel ricordo, immune dal tempo e dalle mutazioni del progresso.

I viaggi sulle coste spagnole, gli incontri con una umanità diversa, e spesso sofferente per la povertà, riesumano il sottofondo di una esistenza che muta solo in superficie, restando intatta laddove l’uomo è se stesso, solo con la sua natura.

Valencia, la città di mare spagnola, è come la Viareggio del tempo, popolana e viva nella tradizione millenaria: “Il carattere allegro dei valenciani spandeva intorno un’aria di festa: le vecchie strade con i toldos, tende appese da una casa all’altra, attraverso la via, per riparare i passanti dal sole e dalla calura estiva, davano all’ambiente un’aria di intimità e di confidenza sì che io mi sentivo per nulla forestiero; anzi mi sembrava di esserci sempre vissuto e anche nato, addirittura.” Per un marinaio, anche se prova da lontano la nostalgia di casa, le città di mare emanano lo stesso calore, sono come una grande madre pronta ad accoglierlo dovunque egli vada.

Nel racconto tra i più belli e avventurosi, “Il capitano dello schooner”, il lettore è avvolto dalla magia dei viaggi per mare e dalle nuove conoscenze di luoghi e persone che al mare sono legati. È una piccola miniatura del capolavoro, di autore ignoto, “Lazarillo de Tormes”, del 1554.

Tomei fa accenno anche alla rivolta viareggina del 2 maggio 1920, provocata dall’uccisione di un tifoso da parte di un carabiniere nel corso della partita di calcio Viareggio – Lucca. Si costituì la “Repubblica di Viareggio”, difesa dalle “Guardie Rosse”. Durò poco, e venne sedata con l’arrivo di una nave da guerra. Il racconto, che ha il titolo “Nino”, traccia le atmosfere che precedettero quei sommovimenti. Nell’aria c’era da tempo voglia di rivoluzione. Quella russa si era compiuta da poco e i viareggini a quella guardavano, incuranti dei pericoli. Il fascismo era alle porte. Nino è un ribelle, i genitori lo affidano ad Egidio, il padre dell’autore, perché lo faccia diventare un uomo. Succederà. La vita di bordo è dura, la ribellione incalza, specie in un animo giovane e già predisposto.

Assisteremo ad altri viaggi per mare, tutti intrisi di salmastro e di avventura, dove la terra ferma non è che un passaggio momentaneo: “Quando i tre misero i piedi in terraferma sembrava loro di non saper più camminare. Abituati al rollio della nave, ora, si dondolavano sulla persona come tre paranzelle nel marettone.”

Solo il luogo di partenza, Viareggio, la loro Patria, ha lo stesso profumo del mare: “Viareggio nacque sul mare, anzi dal mare come Venere e, come Venere, fu subito seducente e bella.

Pare di riascoltare le parole di Tobino: “Oh Viareggio più bella dell’Oriente”.

Una Viareggio ruvida, che sa temprare i suoi figli per farne bravi capitani di mare, come capitan Ceina, ribelle da ragazzo e, dopo, da adulto, gran navigatore.

Tomei ha scritto per tutti coloro che sono legati al mare e, sulla terra, alla vita rustica, per l’uomo che deve guadagnarsi l’esistenza e non si sottrae alla fatica e al disagio. Sono uomini forti, che vissero in un periodo, quello tra fine Ottocento e i primi del Novecento, che non aveva riguardi per nessuno, e chi non ce la faceva doveva mettersi da parte. Ma erano pochi gli sconfitti. Tanta miseria, tanta sofferenza, ma patita sempre da vincitori, mai da sconfitti. È questa la Viareggio che ci consegna Enrico Tomei.


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