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Tomizza, Fulvio

7 novembre 2007

La quinta stagione  

“La quinta stagione”

Mondadori, pagg. 234, Euro 6,20

Si comincia con il gioco dei ragazzi alla guerra, e Stefano, sparando con un fucile prestatogli da Villi, ferisce al ginocchio la serva Dina. “Nessuno di loro aveva ancora visto la guerra”, chiosa l’autore; ne sentivano parlare dai grandi e vedevano partire i “coscritti”. Ma i loro giochi eran già di spari, di botti coi barattoli fatti saltare dal carburo: echi di quelli veri. Siam dentro ai capricci di un’infanzia spensierata, lontana dalle crudezze della realtà, ma, come accade, i giovani in qualche modo la imitano sempre, ne ascoltano inconsapevoli la voce, e qui è la guerra che si fa sentire. E Stefano, il giovane protagonista, è un quadro che tiene in soffitta a terrorizzarlo, che ha disegnate due “corazzate enormi”. Come pure la statua che vede a Capodistria di Nazario Sauro, con le sue grosse catene: “gli pareva di trovarsi alla presenza di un dolore sconfinato” e anche a Trieste “Si sentiva via via portato a considerare che la città già di per sé fosse un po’ guerra”. Stiamo accostandoci alla guerra attraverso gli occhi di un ragazzo. A Trieste apprende dalla mamma della caduta di Mussolini: “È cascato. Non è più.”

Tomizza è scrittore di confine, appartiene a un mondo, le terre istriane, mescolato di civiltà, e così è la sua lingua, che si nutre di parole nate apposta per unire genti diverse. È una scrittura che si guarda intorno alla ricerca di segni, di premonizioni, e ci conduce con sé lungo un percorso accidentato di cui avvertiamo le oscillazioni, come un corpo magro che mostri tutte le sue ossa.

Il soggetto della storia sono i giorni che circondano la caduta del Duce. L’Italia fascista, che fino al giorno prima aveva visto le adunate oceaniche e per le strade sfilare i balilla con il fez in testa, viene colta nel momento del suo sgretolamento. Dice Marco, il padre di Stefano, quando la moglie ritorna da Trieste: “Te lo avevo detto di restare a casa.” Si ha paura di ciò che potrà accadere, dopo tanti anni di tirannia, e con la guerra in corso. Tomizza, scarnificando negli episodi, ce ne mostra le crude conseguenze, tralasciando il primo piano dei tuoni di cannone e delle raffiche delle artiglierie, per mostrarci, non la rossa scenografia dei fuochi, ma le laceranti ferite individuali che segnano per sempre la vita. Stefano cresce con le curiosità e le scoperte proprie dei suoi anni, scopre l’amore con le ragazzine, tutte ansiose anch’esse di quella vaghezza che le rende desiderate dai maschietti; si nascondono e fanno le loro prime esperienze, ma poi, un giorno, tornando a casa, vede che è tornato dalla guerra Vinicio: “con due tubi di ferro conficcati nella carne”, al posto delle gambe. Già la madre, anzitempo disgustata, aveva gettato nella melma della cava la divisa fascista del padre. E tuttavia non erano molti coloro che si rendevano conto di ciò che li circondava. Dei primi partigiani si diceva che erano “i ribelli”, “fratellastri dei bolscevichi”, che “facevano scappare giovani suore con gli occhi sbarrati”. Sono i partigiani di Tito.

Tomizza rende gradualmente, come in effetti lo fu, la crescita di questa consapevolezza di una libertà, a molti giovani sconosciuta, che si stava conquistando. Comincia Danilo, un compagno di giochi di Stefano, ad esprimere la volontà di andare coi ribelli. Attraverso le prime scaramucce di costoro, le prime diserzioni dei soldati dell’esercito regolare, si creano le avvisaglie di un mutamento che non si sa ancora quanto sia profondo e desiderato da quella civiltà contadina, che di sommovimenti e percosse ne aveva già ricevuti tanti in passato, ed era riuscita a sopravvivere intatta.

Per i tanti abbandoni di armi, giberne, elmetti che si facevano da parte dei soldati che fuggivano dalle caserme, ai ragazzi “era diventato più facile fare la guerra”. Mentre i soldati compaiono in qualche modo mascherati e ridicolizzati nei loro abiti civili, spesso mescolati ai resti di una divisa, sono i ragazzi che figurano armati di ciò che prima apparteneva a loro. Ossia, la guerra si vede ancora di profilo, sullo sfondo, ed ancora non viene percepita nella sua lacerante perversità. Sembra lontana, ridotta a un’eco che lascia il posto ai piccoli segni di ciò che deve venire, e compaiono uomini come il confinato Olivo, che ha “all’occhiello della sua giacca: una stella rossa cucita in fretta col filo bianco” e sale sul muretto “e nel suo discorso menzionò più volte la data del primo maggio.” Spuntano altre stelle “sui risvolti delle giacche” e Stefano “intuiva che stelle e garofani costituivano l’embrione di una nuova divisa”. La prima rudimentale formazione partigiana che si forma a Giurizzani, il paese dove è ambientata la storia, suscita in Stefano, ancora una volta, un pensiero legato alla guerra: “era questa la guerra? Essere sempre contro? Non smetterla mai e continuare ad odiarsi anche nei momenti di tregua?” Non è tanto lo “stukas” tedesco che appare nel cielo e mitraglia il paese di Cràssiza a colpire la fantasia di Stefano, ma il racconto che i ribelli “avevano buttato nella foiba di Pisino trenta uomini di Parenzo. Si diceva che metà ne avessero ammazzati e metà li avessero lasciati vivi; avevano poi legato insieme col fildiferro uno morto e uno vivo e li avevano spinti giù.” Il padre gli dirà “di averli conosciuti uno per uno, per lo più bottegai e commercianti come lui, gente che aveva solo pensato al lavoro.” Ora la guerra non è più per Stefano un gioco. Non la osserva più sfumata all’orizzonte, sta riconoscendo, al di là della maschera, il suo vero volto. Essa è dispensatrice di odio e di vendette, e di inenarrabili crudeltà. Prima di rivelarsi entra nel cuore della gente e lo incancrenisce. Al partigiano del paese di Carsette che, sbucato da un cespuglio, chiede riparo tra gli sfollati, rispondono che non può restare, è troppo pericoloso tenerlo con loro: “qui siamo solo donne e bambini.” E repubblichini come Guerino, col mitra in mano, si divertiranno a spaventare la gente, quando non la uccideranno addirittura. La presa di coscienza di Stefano è lenta, nonostante i rastrellamenti che si intensificano intorno a lui e le fucilazioni nei paesi vicini, e ci vorrà del tempo prima che il pianto lo liberi e lo renda consapevole. Al crescendo delle crudeltà che si fanno sempre più vicine, l’autore fa corrispondere una scrittura che registra freddamente la cronaca degli avvenimenti: anziché le grida isteriche della sofferenza, noi udiamo i pianti ripiegarsi nello stupore della incredulità. Ma la guerra c’è sia nelle grandi che nelle piccole cose, tutte indistintamente le segna con la medesima ferita, e la scelta di Tomizza di presentarla nel mentre sparge subdolamente il suo dolore nelle minute azioni quotidiane (“Sottilmente la guerra gli cambiava le cose d’intorno”) dà ad essa il marchio di una più violenta e rabbiosa ignominia.


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