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Tramutoli, Giancarlo

7 novembre 2007

Uno che conta
La vasca da bagno  

“Uno che conta” (2007)

Manni editore, pagg. 96

Di questo autore lucano (vive a Potenza), che ha studiato lettere moderne a Napoli, cassiere di banca (ossia, uno che conta, ma anche uno che osserva) e con la passione della pittura, ho già parlato nel libro “Generazioni a confronto nella letteratura italiana” (Marco Valerio editore, Torino, 2006), a proposito del suo precedente romanzo: “La vasca da bagno” (Fernandel, 2001).

Si può affrontare il mondo da dietro il vetro di uno sportello bancario? Lo si può vivere, lo si può capire? Con una scrittura dinoccolata, moderna, condita con il sale dell’humor e dell’ironia, Tramutoli ci risponde di sì. Perché ciò che conta è l’interesse che noi nutriamo per il mondo. Anche se può non risolvere i nostri problemi esistenziali. Ma se il mondo ci interessa, allora poco importa se non ci piace così com’è e lo mettiamo alla berlina, deformato da un personalissimo e raffinato senso dell’umorismo. Un umorismo che, a mano a mano che nel romanzo l’indagine va avanti, si colora sempre più di nero, giacché la vita non è mai quella degli altri, ma unicamente la nostra, quella, ossia, che sta rintanata dentro di noi: qualche volta perfida, cinica, pronta all’agguato e alla nostra distruzione.

Ho parlato di scrittura dinoccolata, un po’ alla Paolo Nori, ed eccone l’esempio forse più significativo: si parla di un libro che sta per essere pubblicato: “A meno che… a meno che non glielo compri tu, e glielo fai trovare aperto alla pagina giusta con evidenziate le frasi sospette che lui si avvicina al leggio dove ci arriva su un tappeto rosso che tu gli avrai srotolato con cura in modo che dopo lui può finalmente venire a giustiziarmi che io, lo sai, te l’ho sempre detto e scritto e telefonato, io, non opporrei resistenza alcuna, che anzi mi fa un favore se m’ammazza, in questo momento, un vero piacere mi fa, se ci riesce, che io, in effetti, morto lo sono già.”

Il protagonista (che altri non è che l’autore) ama scrivere; è, questa, un’altra delle sue passioni; trasferisce nella scrittura, oltre che nella pittura e nell’ascolto della musica, le vibrazioni e gli impulsi che riceve dal mondo che si affaccia nel suo lavoro. Un suo romanzo, proprio il giorno nero, in cui aveva vinto su di lui la disperazione e stava per impiccarsi nella sua casa, è accettato da Mondadori, il numero uno dell’editoria. Gli arriva una telefonata e lui, ancora col cappio al collo e la seggiola sotto i piedi, ascolta nella segreteria la voce della donna al telefono che gli da la notizia.

Il mondo che si affaccia durante il suo lavoro, dunque, si sta muovendo, si fa sentire e prende forma. Tramutoli ci ha abituato alla sua ironia. Leggere un suo libro è riflettere attraverso il piacere del gioco e del divertimento: “lo slogan mio è: osa e getta!”. Alla Maraini, che lo chiama alla Rai per intervistarlo, confida che la sua aspirazione è quella di “fare il postino, per essere un vero uomo di lettere.” Sembra che l’autore voglia dirci che se si riesce a vedere l’aspetto caricaturale e grottesco delle cose, se ne trasuda, ed esso riempie di sé tutto ciò che facciamo. Tramutoli è già noto per i suoi umoristici e frizzanti aforismi, apparsi sul Corriere della Sera. Ma anche frasi come questa sono significative di un certo modo di fondere tra loro i propri strumenti di analisi e il mondo: “Mi faccio una doccia pensando alla faccia che faccio quando allo specchio mi spaccio per uno che c’ha la spocchia.” Aforismi e frasi simili appaiono come le luci che illuminano un percorso in fondo al quale temiamo di incontrare sofferenza e delusione: “Fare il morto, galleggiare infingardamente invece di partecipare alla gara sbuffando e mulinando e schiumando.” E anche: “risucchiato dalle particelle tossiche dell’ufficio sono diventato freddo, arido, pietrificato.” Ma soprattutto: “Un giorno uscirò direttamente dalla vetrata vicina al mio box, lasciando la mia sagoma, come un monumento alla libertà.” È un Tramutoli diverso, infatti, quello che ci consegna il nuovo romanzo.

Se la solitudine (si ritira spesso nella mansarda) lo ha allenato agli incidenti della vita, non ve lo ha assuefatto: è il caso dell’abbandono di Carla, una bella ragazza conosciuta allo sportello, che si è stufata della sua sessualità priva di ogni sentimento, e specialmente di Valeria, conosciuta nel corso di una presentazione del suo libro.

“Scrivere. Dipingere. Leggere.” sono i punti di riferimento della sua vita. Se li porta dentro la banca, e se li porta fuori imbevuti del mondo che si è affacciato lì, davanti allo sportello: “Quando le versano, le banconote dei clienti hanno spesso l’odore della loro attività. Quelle del macellaio non fanno proprio un buon odore. Quelle del pasticciere, profumano di dolci alla crema.” Allorché scrive o quando dipinge, la mente e gli occhi sono nutriti da questo mondo: “E non frequento praticamente nessuno. A parte Gaetano, che con lui non ci sono transazioni utilitaristiche, che ci si vede senza terzi fini, che abbiamo lo stesso vizio di scrivere e di leggere e di parlare della bellezza tenendoci per noi tristezze e angosce varie, facendo finta che tutto va benone e che non accadrà anche a noi, prima o poi, di morire.” Il Gaetano che ricorre spesso nel racconto è lo scrittore Gaetano Cappelli, uno dei più bravi di questi anni, anche lui di Potenza, amico sin dall’infanzia dell’autore.

Il libro, dunque, è stato pubblicato dalla Mondadori, vende, l’editore è contento e lo sollecita a scriverne un altro. Le presentazioni lo portano in molte città: “Faccio fatica a prenderli ‘sti pullman, a staccarmi dal mio borgo selvaggio, dalle mie pigre abitudini, dal calduccio confortevole della mia tana. Ma poi quando arrivo, son contento.” Ossia, il libro, ora che si è materializzato, lo ha preso per il bavero, gli ha fatto saltare il bancone dietro il quale si era rintanato ad osservare la vita, e lo trascina fuori. Incontra persone nuove, anche scrittori come Paolo Nori, Sebastiano Vassalli. I suoi aforismi pubblicati e pagati profumatamente dal Corriere della Sera, hanno aggiunto fama alla fama già conseguita con il libro, che sta scalando le classifiche: “in qualche mese m’è successo tutto quello che ho sempre sognato e sono pieno di donne”. Si è perfino innamorato di una di loro, Valeria.

Allo sportello sembra che non sia cambiato nulla: “la trentenne carina mi chiede il saldo del suo conto. Ma in realtà dice soltanto: ‘Mi fa il conto?’ E io le rispondo: ‘Allora, di primo cosa ha preso?’ Ha riso per un minuto d’orologio. Di che altro sennò?”

In realtà, il libro ha prodotto un mutamento. È riuscito a far emergere il suo male oscuro: “Io e il mio vuoto d’amore.”

Il romanzo, sotto la scorza sarcastica che lo ricopre, nasconde, dunque, la sofferenza che produce la solitudine, quando manca di amore. Fuori nel mondo o dietro i vetri di uno sportello bancario, non riusciamo mai ad essere veri, riusciamo soltanto a deformare, giacché della realtà, quella che ci riguarda direttamente, quella con cui dobbiamo fare i conti tutti i giorni, abbiamo paura: “Io sparo sentenze a destra e a manca. Io reagisco, mica cazzi. M’indigno. E dopo che mi son sfogato mi ritiro nel mio cantuccio a sanguinare piano. A leccarmi le ferite e le palle da me. Nel mio limbo. Nel mio rassicurante nulla.”

Con le varie donne della sua vita non è mai riuscito a comunicare oltre un certo limite. Ogni volta, anche con Valeria, all’improvviso l’amore s’inceppa. I passaggi continui tra il suo lavoro in banca e la propria vita all’esterno sono, in realtà, l’espressione di una fatica a vivere e a riconoscersi: “Perché non si può vivere con più leggerezza. Perché tutto deve essere possesso assoluto, gelosia, invidia, pensieri asfissianti… camminare in centro, in Via Pretoria, da solo non ci puoi camminare per mezz’ora che qualcuno che ti giudica disperato lo trovi sempre.” Un forte desiderio di far cadere la maschera, di cercare il se stesso che non riesce a manifestarsi e a comunicare, dà il via a una crescente disperazione che ad un certo punto s’impone su tutto il resto, quasi annullandolo: “Non si riesce a vivere né a morire. Al più si galleggia. Si fa il morto e la corrente ti porta dove vuole. Mentre te ne stai abbandonato a occhi chiusi. Senza più voglia di niente.”

Allorché anche Gaetano va a lavorare a Roma, nella sede della Rai (“curerà una rubrica di musica e letteratura”) il protagonista confessa: “Adesso mi sento davvero solo. Mi telefona spesso. Non gli faccio capire quanto mi pesa la sua lontananza. Poi penso che anche questo va in una direzione precisa. Addirittura utile. Una direzione di disperazione assoluta.”

Non ridiamo più, ora. Il tempo della maschera, del divertimento e dell’ironia, è finito. Davanti a noi sta un uomo costretto dalla vita ad una nudità tragica, ad una resa definitiva, privato di illusioni e di speranza.

“La vasca da bagno”

Fernandel, pagg. 96. Euro 9,40

Tramutoli, insieme con Raffaele Nigro, Gaetano Cappelli, Livio Romano, Roberto Saviano, Gianrico Carofiglio ed altri, è un uomo del Sud che ha deciso di non lasciare la sua terra, di non andare al Nord se non attraverso le sue opere. Scrittori, questi, che ammiro, poiché restano a vivere e a lottare in mezzo alla propria gente.

Giancarlo Tramutoli è nato a Potenza nel 1956. Ha al suo attivo varie opere quasi tutte di poesia: “Onde per cui si muove il mare”, Ermes 1995 (Premio Marcello Marchesi 1996); “Lampadine”, Ermes 1998; “I Canti di Onan”, Ermes 1999 (Premio Theidos 2000); “Temporali”, Zerozerosud 2002. In prosa ha scritto un delizioso, godibilissimo “Il dizionario dei luoghi ameni”, Promo Editore 2000 e, nel 2001, “La vasca da bagno”, Fernandel, il romanzo di cui ci occuperemo. Sue poesie e aforismi sono stati pubblicati sul “Corriere della Sera”.

Ma Tramutoli è anche un pittore di tutto rispetto. Dipinge dal 1974. Ho potuto vedere riprodotti sul web i suoi quadri espressionistici intitolati “La testa tra le nuvole”; “Pesci”; “2+2=22”; “Darsi all’ittica” e sono rimasto piacevolmente ammirato della sua bravura. Oltre che ricordarmi Chagall, ha richiamato alla mia mente Antonio Possenti, il pittore lucchese che collaborò con i suoi disegni graffianti e sognatori ad un tempo a ” Il Mondo”, nel periodo in cui fu diretto dall’altro lucchese Arrigo Benedetti (1969 – 1971). Rispetto a Possenti, in Tramutoli scorgo più dolore.

Della sua poesia Sebastiano Vassalli, sul “Corriere della Sera” ha scritto: “Giancarlo Tramutoli è uno dei rari poeti giocosi che ci siano oggi in Italia (Paese, come tutti sanno, con la più alta concentrazione di poeti seri e seriosi del mondo e, forse, dell’universo).”
Ma veniamo al romanzo. Che non è un romanzo nel senso classico, ma una specie di diario, di raccolta di pensieri e, specialmente, di immagini, che, nati in principio intorno alla vasca da bagno, si ramificano poi per la casa, in strada, nella scuola, sul pullman, nell’ufficio. Sono capitoli brevi, brani di vita, in cui si mette a fuoco l’immagine e poi si conclude rapidamente. Il ricordo è elemento essenziale della costruzione del personaggio, a cui rimane indosso un velo di malinconia, dentro al quale sta rinchiusa una solitudine che non si riesce a scacciare: “Io sto su una sedia a sdraio a leggere il giornale. I gatti attorno. Penso ai pochi amici che ho, che vedo di rado, come a degli angeli caduti. Fingiamo di essere forti. Poi nelle nostre stanze solitarie si annuvolano i soffitti. Restiamo come degli ebeti ad aspettare che piova.” È la stessa metamorfosi, ma questa volta nella solitudine e nella tristezza, che abbiamo conosciuto nella bella ed inquieta canzone di Gino Paoli, “Il cielo in una stanza”. Si ha la sensazione di avere a che fare con un bozzolo che si muove, che cerca di aprirsi un varco: “sto in un angolo della casa a pensare ancora ad una via d’uscita.”
La sua crescita avviene nel silenzio: “Certe sere che restavo in casa mi chiudevo a chiave nel bagno. Mi immergevo nella vasca con l’acqua calda che facevo scorrere fino a farmi ricoprire interamente. Stavo al buio. In quel languore fetale. C’era un silenzio assoluto. Nessun rumore veniva da fuori. Solo il rumore di una goccia che cadeva lenta e pesante ogni due minuti.” Tramutoli sta segnando le tappe della sua crescita, dunque. La vasca da bagno è il luogo ideale di ogni suo tentativo: “Ora che non ho più tempo per fare un bagno, penso a quando dovevo risolvere qualche dilemma esistenziale. O prendere una decisione importante. Immancabilmente mi tuffavo nella vasca. E ci restavo anche un’ora. Al buio. Senza riuscire a pensare assolutamente a nulla.” Troviamo sparsi nella letteratura di tutto il mondo, luoghi incantati come questo: una soffitta, un giardino, un bosco, il cavo di un albero, uno scuro ed umido sottoscala, dove un ragazzo, ma anche un uomo, cerca di ritrovare se stesso. Tramutoli non dice di raccontarci una parte importante della sua vita, ce la narra come fosse stata un innocuo, semplice gioco di molti anni fa, ma è proprio quello il segmento di vita che ha avuto nella vasca da bagno il suo input, il nascondiglio magico e segreto. Ossia, la componente più notevole della sua formazione. Ce la offre nell’anello che noi componiamo a poco a poco con i suoi frammenti, un anello che Tramutoli ci mette al dito come fosse quello il gesto atteso, in grado di indicare la via di uscita dalla sua solitudine: “Mi hanno sempre raccontato che da piccolo non parlavo. La verità è che non ricordo quasi nulla dei miei primi dieci anni. Come se avessi vissuto in qualche angolo della casa in un torpore invernale, col naso sul vetro freddo di un balcone pieno di neve.” Tramutoli ha scritto un libriccino di poche pagine; si pensa – come è accaduto a me – di leggerselo nell’intervallo tra due letture ritenute più importanti, e ci si accorge, invece, che quei capitoletti di poche righe sono un condensato di immagini, di sentimenti e di pensieri. C’è tutto il mistero e il travaglio non solo di una crescita, ma della stessa vita, di fronte alla quale non è mai facile restare in piedi: essa è tanto forte quanto siamo deboli; sicura, quanto siamo incerti, spietata quanto la temiamo. Scorre insensibile ai nostri sentimenti, ai nostri sogni, alle nostre più semplici aspettative. I fatti accadono, sembrano tentazioni, occasioni che la vita suscita apposta per noi, eppure non riusciamo mai a coglierli.

Valerio, Alfredo, Mariano, Pio Rocco, Renato sono alcuni nomi dei suoi fratelli (in tutto sei maschi e quattro femmine: di queste conosciamo i nomi di Maristella e Lilla): “A un certo punto, dopo aver bazzicato un po’ Valerio e i suoi amici, un po’ Mariano e i suoi amici, mi sono trovato da solo. Senza amici miei. Ero il fratello di Valerio. Ero il fratello di Mariano.”; Sara, Ornella, Gianna, Carmela, Sonia e soprattutto Giulia, le donne incontrate e, qualcuna, amate. Di Giulia, rivista dopo anni, anche lei impiegata in una banca come il protagonista, scrive: “la mia vecchia fiamma, quella che mi ha fatto sanguinare per più di due lunghissimi anni, a cui non ho mai dichiarato le mie intenzioni”.
Di questa solitudine non riuscirà forse a liberarsi. Ha trentasette anni, e teme che la sua crescita sia finita: “Scrivevo versi. Poi mi sono lasciato andare: adesso arrivo fino al margine del rigo. Il frigo non lo apro più per vedere cosa c’è da mangiare. Lo apro per vedere cosa c’è da bere.”

Ma è una solitudine che si è abbeverata alla vita, nei quadri, nei colori, nelle azioni che essa gli ha posto innanzi. Perché, ci viene spontaneo domandarci alla fine della lettura, il contatto con la vita è riuscito a produrre nel protagonista nient’altro che solitudine? Ma, riflettiamo bene, è davvero solitudine? Leggiamo l’ultimo capitolo, il 187, con il quale si dà la chiusura al libro e, a mio avviso, la sua chiave di lettura: “Faccio scorrere l’acqua calda nella vasca. Fuori sta piovendo e ogni tanto si sente tuonare. Vedo l’acqua coprirmi pian piano le gambe, poi il bacino e il torace. La lascio scorrere fino a quando mi arriva al mento. Sento a occhi chiusi il fruscio della pioggia. Resto al buio in silenzio ad ascoltare.” Abbiamo già incontrato una scena come questa. Ricordate, nel capitolo 33, il rumore di quella goccia d’acqua “che cadeva lenta e pesante ogni due minuti.” La sentiva ma non l’ascoltava. Era un rumore che veniva da dentro. E ricordate, nel capitolo 47, quando dice, sempre riferendosi alla vasca da bagno: “E ci restavo anche un’ora. Al buio. Senza riuscire a pensare assolutamente a nulla.”? Il segno, questo, di un’assenza, di una estraniazione. Ora, invece, fuori, c’è la pioggia che fa rumore. Si stabilisce un contatto con l’esterno che prima mancava, e soprattutto il protagonista scopre per la prima volta quell’attitudine all’ascolto che altro non è se non il risultato di una solitudine che finalmente si è incontrata con la vita.


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2 Comments

  1. Comment by bubi — 10 marzo 2008 @ 11:13

    bellooooooo

  2. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 10 marzo 2008 @ 13:05

    Grazie dell’attenzione al libro e alla lettura.

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart