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Trevisan, Vitaliano

7 novembre 2007

I quindicimila passi  

“I quindicimila passi”

Scrivere un libro che si apre sul tema del perché sia difficile far coincidere il numero dei passi che si fanno per recarsi in un luogo con quelli compiuti al ritorno, è un’impresa davvero insolita che mi ha incuriosito non poco. Sapere che il protagonista non fa altro, quando cammina a piedi (sempre?) che contare i passi tra casa e destinazione, tra destinazione e casa, non è pratica di tutti i giorni.

Si apprende subito che la coincidenza dei passi tra andata e ritorno si è verificata un paio di volte, ed una sola volta quando si è trattato di distanze oltre i diecimila passi. Il perché il conto non torna mai, ci sarà spiegato più avanti: Il numero dei passi non è mai uguale all’andata e al ritorno perché qualcosa o qualcuno riesce sempre a disturbarmi, facendomi perdere il conto o, peggio ancora, facendomi perdere il ritmo.

È appunto quell’unica volta in cui il conto torna oltre la distanza dei diecimila passi, che ci viene raccontata, allorché il protagonista narrante, Thomas Boschiero, si reca da casa sua, nel paese di Cavazzale, allo studio del notaio Strazzabosco, a Vicenza, in piazza Castello, per firmare alcune carte relative alla scomparsa della sorella.

Dal notaio lo dividerà una distanza proprio di quindicimila passi. Eppure anche qui ci sarà una interruzione, ma essa non dipenderà da cause esterne. Sarà infatti il protagonista che ammetterà: Nessuno mi aveva disturbato, nessuno mi aveva inopinatamente rivolto la parola. Fu di mia volontà che mi diressi… eccetera, eccetera.

E tuttavia i passi coincideranno: gli stessi all’andata, gli stessi al ritorno, nonostante l’interruzione.

È il caso quindi di mettersi a fianco di Thomas e di fare un po’ di strada con lui.

Ma quando si prepara ad uscire per recarsi dal notaio, e si sta ancora vestendo, si scopre che costui non ci narrerà fatti, ma pensieri; e subito sappiamo un sacco di cose: che i genitori sono morti, che sua sorella ha fatto da madre sia a lui che al fratello, poi misteriosamente scomparso da dieci anni dopo aver commesso qualcosa di cui ancora non sappiamo niente, scomparso come la sorella; che c’è, inoltre, un giubbotto di cuoio, imbottito di pelo di agnello, che il padre ha tolto ad un ungherese congelato nel corso della ritirata di Russia dell’ultima guerra mondiale. Su quel giubbotto si indugerà per una narrazione davvero di un gotico nero nero, che non mancherà di ripresentarsi ogni tanto, perfino nelle note.

E, pensate, il protagonista non è ancora uscito di casa. Fare un passo per costui – mi dico – è come fare un chilometro per una persona normale. Questa è la scala della storia che si va dipanando, dunque: un passo uguale a un chilometro, che vuol dire lentezza dell’azione, ma attenzione, non del pensiero.

Quindi, sebbene tutto sembri così buffo e improbabile, emerge già una coerenza assoluta, che non fa una piega, e si intuisce che entriamo all’interno di un microcosmo che ad un’osservazione esteriore è del tutto simile a qualsiasi altra cosa che si muove sulla Terra, ma in effetti non lo è, e risponde, come un’eccezione forse, a regole particolari.

Riesce (è proprio il caso di usare questo verbo) finalmente ad uscire di casa solo dopo averci fatto capire che il suo desiderio è quello di fuggire, andarsene altrove, tenere le persone il più lontano possibile dal suo contatto. E così, dopo il giubbotto ungherese, c’è ancora un oggetto, una valigia, su cui elucubra la mente del protagonista, facendoci conoscere, attraverso di essa, il suo carattere indeciso e incostante. Poi sarà la strada, e poi una stanza che gli darà modo di soffermarsi sul suicidio e sulle diverse modalità di eseguirlo, e poi uno strano ritratto scorto in una vetrina, e poi una casa incompiuta, e poi la casa di strada della Commenda, e così via, che daranno sempre l’occasione per uno sguardo impietoso su ciò che ci circonda: il visibile che contamina e sconvolge l’invisibile che è in noi.

I primi concetti che egli seziona con un bisturi sottile sono legati proprio all’esistenza: distinzione tra morte e scomparsa; poi quella tra l’essere paralizzato nella volontà o invece incatenato: sottigliezze che ci permettono di cominciare a fare anche noi i primi passi verso questo sconosciuto microcosmo, intuendo sin d’ora che arriveremo a conoscenze, a rivelazioni inquietanti, tali da lasciare un’impronta su di noi.

Uscito di casa conta, secondo ormai la consuetudine, i passi che lo separano dai vari luoghi che incontra lungo il cammino, ma non smette mai di pensare, di generare come una bobina elettrica pensieri su pensieri. In realtà, questo processo reso così evidente al lettore, un processo che appartiene a tutti, anche se non lo avvertiamo consapevolmente, già spaventa, mescola, nell’aria che respiriamo accanto al protagonista, la stessa sua angoscia, la stessa sua inquietudine, finché quel vortice irrefrenabile di orrore e di paura entra e s’impossessa di noi.

Sarà un cammino nella disperazione – penso – niente di allegro, ma qualcosa che mi costringe a farmi serio una buona volta, a guardare quel protagonista come se fossi io in lui, morso dalla stessa tarantola invisibile di quell’esistenza che, prima che all’esterno, scorre nelle nostre vene. Alcuni pensieri sono irriverenti, non condivisibili, almeno da me, tuttavia hanno questa impronta diabolica di un’inquietudine contagiosa.

Osservate: anche la lettura ha la lentezza dei passi, eppure ci pare di leggere un libro come tanti, ma la pagina è più densa, non si può andare veloci. Ricordiamocelo sino alla fine: qui il rapporto è un passo uguale a un chilometro.

Dirà il protagonista: Camminare in lungo e in largo e camminando contare i miei passi, è un’abitudine che mi ha salvato. Aggiungerà in modo esplicito che lo ha salvato dal suicidio.

Uno dei capitoli più forti ed emblematici è quello che si riferisce al racconto fattogli dal fratello di un ritratto scorto in una vetrina. Naturalmente, il protagonista sta ricordando tutto questo mentre si reca, contando i passi, dal notaio. Il fratello aveva visto esposto in una vetrina un curioso quadro di Francis Bacon che riproduceva tre teste che parevano e non parevano dello stesso soggetto. Da ciò il fratello aveva tratto, infine, la conclusione che erano le teste dello stesso personaggio, ma quelle deformate che ciascuno ha dentro di noi.

Il capitolo è molto suggestivo e mostra ancora evidente il gusto del gotico a cui pare tendere qualche volta l’autore, che fa anche uso di periodi lunghi di molte righe per caricare il senso della sua atterrita meraviglia. Sebbene alcune conclusioni sia sulla morte, sia sull’esistenza dentro di noi di più di un’alternativa al nostro io – se non proprio più di un io addirittura deforme e distinto dalla nostra immagine consueta – siano abbastanza note e scontate, la narrazione riesce a dare il senso del grottesco implicito, così come riusciamo a scorgerlo nei quadri di pittori precedenti a Bacon, tra i quali, ad esempio, il Bruegel, quando si sofferma a tracciare sui volti quelle rughe, quegli occhi, quelle espressioni che sono il ritratto dell’intimo che sta dentro quei suoi personaggi.

Faccio notare che tutte questi pensieri che turbinano nella mente di Thomas sono quelli del fratello che, misteriosamente scomparso, pare invece essersi annidato nel protagonista per divenire un altro suo io. E attraverso di lui, del fratello di Thomas (che sta diventando un protagonista principale come Thomas, un vero e proprio alter ego), ciò che, a poco a poco, comincia a spaventarci è nientemeno che la normalità. Perché stiamo imparando che essa è falsa ed ingannatrice. Certo, acquisita questa convinzione, il rapporto con gli altri si fa difficile, come è successo al fratello che, tornato al negozio per rivedere il quadro, dopo averci ragionato tutta la notte, ritrovandosi innanzi il volto del proprietario del negozio, così si esprime: restai così impressionato dalla normalità di quel volto.

I ricordi del fratello su questo aspetto della realtà non sono ininfluenti sull’immaginario di Thomas, il quale ci rivela che le sue passeggiate, naturalmente a piedi, vanno sempre a confluire in un bosco di roveri che non esiste. Che è una reazione, una resistenza alla normalità spaventosa della vita reale, che distrugge il bello – com’era appunto quel bosco di roveri, dove c’era anche un laghetto – per sostituirlo con capannoni artigianali e industriali, affacciati su via del lavoro, via del progresso, via dell’artigianato, via dell’industria e quant’altro. E appena più avanti: Gli uccelli, penso ogni volta che passo per la zona artigianale, dove andranno ora gli uccelli? E, ancora, questo passo significativo: Proprio come un tempo, pensavo, percorrendo il bosco di roveri, a ogni piè sospinto si può incontrare un animale feroce, continuamente si corrono rischi mortali. Dietro ogni albero può essere nascosta la nostra fine. Eppure alberi non ce ne sono più, pensavo. Sembrano, questi, i momenti di autonomia di Thomas dal fratello (anche se, come vedremo, non sarà del tutto vero), che non solo ha assediato e tenuta psicologicamente incatenata la sorella, ma coi suoi pensieri si è inserito nei pensieri di Thomas nel tentativo di dominare anche lui. Notate che come gli alberi non ci sono più, allo stesso modo è sparito il fratello, ma in entrambi i casi essi continuano ad esistere e ad essere presenti, con intatto tutto il loro vigore, nella mente del protagonista.

A volte mi giro di scatto, convinto che girandomi di scatto, in modo repentino e senza alcun preavviso, tanto che a volte sorprendo perfino me stesso, potrei sorprenderlo sopra le mie spalle. Mi giro di scatto per sorprenderlo, ma non riesco mai a coglierlo di sorpresa. È logico, mi dissi, non riesci a sorprenderlo perché non c’è. In realtà, si apprenderà più tardi, a pag. 115, che anche il fratello, visitando quei luoghi della natura devastati dall’uomo, diceva di riuscire a figurasi il bosco di roveri. E a noi viene voglia di sussurrare a Thomas: No. Guarda meglio, non cercare tuo fratello fuori, ma dentro di te.

Come si è già detto, il fratello acquista la dimensione di un alter ego, che andrà sciogliendo il suo enigma nella parte finale, come si vedrà.

Ogni volta che Thomas torna a casa avverte la presenza del fratello, trova che qualche oggetto è stato spostato o usato, e allora si mette a cercare per essere sicuro che non ci sia nessuno. Tuttavia: Sono sicuro che mio fratello è in casa, ma non riesco a trovarlo e lui si nasconde e non si fa nemmeno sentire.

C’è una sottigliezza stilistica che ho apprezzato, rara se non unica. Dove sta l’autore? Non si vede mai, ma è lui che racconta, non Thomas, anche se pare. Si è affacciato, l’autore, timidamente nella pagina iniziale, quando fa questo inciso: Una volta, scrive Thomas seduto sul gradino della veranda, eccetera, eccetera. Qui si svela, e lo farà poi solo al termine della storia, solo in questi due estremi momenti possiamo incontrarlo, poi, come il fratello di Thomas, egli entra dentro un altro io narrante, e il passaggio viene mostrato a tutti qui: Ma il continuo contatto con il mondo, penso seduto sul gradino della veranda, eccetera, eccetera. Là: la terza persona singolare (ossia, siamo in presenza dell’autore che narra), qui: la prima persona singolare (l’autore si è trasferito in Thomas). Questa annotazione del raccontare stando sulla veneranda tornerà altre volte, e ci farà capire che ci troviamo in presenza di una narrazione che si presenta su tre piani: quello dell’autore, da cui tutto parte, ossia il piano, o meglio, il contenitore più grande, quindi quelli di Thomas, che racconta due volte: quando fa quel viaggio dei quindicimila passi (il contenitore che sta dentro quello più grande dell’autore) e quando è sulla veranda, che è il contenitore che sta dentro l’altro di Thomas.

Riprendiamo. Thomas sta ancora percorrendo la strada che deve condurlo dal notaio Strazzabosco. Non ha mai smesso di pensare, e pensare pesante, denso, conflittuale, impietoso: È vergognoso che io sia ancora in vita, mi dissi mentre camminavo lungo la Marosticana in direzione di Vicenza. Sempre lì, verso la pazzia e addirittura la morte, conducono i suoi pensieri; qualsiasi sia l’oggetto: il giaccone ungherese, la valigia, la stanza, la strada, il ritratto di Francis Bacon, la notte, i rumori, la casa incompiuta, e così via, tutto lo conduce all’analisi della morte, vista come liberazione, come scelta in grado di far deflagrare la realtà, distruggerla, svuotarla, e quindi oltrepassarla. Comincia ad apparire con maggiore spessore la traccia di un disegno sconvolgente.

Bisogna essere preparati, forti, per leggere questo libro.

La casa incompiuta ha qualcosa di allucinante, come spesso troviamo nelle fiabe. C’è una casa i cui lavori di ristrutturazione non vanno avanti da almeno quindici anni, per una lite tra due vecchie ottuagenarie, la proprietaria soprannominata Magnabosca, sfacciatamente ricca, e l’inquilina Cetra. C’è perfino un muratore che raddrizza gli attrezzi sbattendoli contro la propria gamba di ferro. Pare proprio, come siamo già entrati nel bosco di roveri, di entrare in un altro aspetto della realtà, che non è quello visibile, ma quello assurdo – sembra voglia dirci l’autore – che si nasconde nelle cose. Di nuovo compare la morte come liberazione da ogni cosa e da ogni specie: animata e inanimata. Durante quel viaggio di quindicimila passi, infatti, Thomas scopre che finalmente i lavori sono ripresi: dunque – pensa – la Cetra, l’inquilina testarda e sfortunata, non può che essere morta, e la sua morte determinerà il compimento della casa.

Sottili e significativi cominciano ad essere anche i nomi scelti di certi personaggi, a cominciare dal notaio Strazzabosco, poi la vecchiarda Magnabosco, detta Magnabosca, e l’architetto Lazzaron. Anche Cetra non è un nome scelto a caso.

Con l’arrivo alla casa incompiuta si avvia una fase diversa di questo cammino solitario del protagonista. È da qui, infatti, che inizia un collegamento non immaginario con il fratello, attraverso i ricordi e i pensieri che raccoglie dal suo diario, i quali alimentano di nuova forza il disprezzo che già è presente in Thomas, ma più accentuato nel fratello, nei confronti di una società – lo abbiamo già visto con il bosco di roveri – impazzita, capace di distruggere, attraverso giustificazioni banali ed irritanti (l’architetto Lazzaron è anche assessore all’urbanistica e diverrà perfino sindaco) il bello che ci era stato donato dalla natura. Il cattolicesimo – secondo i due fratelli, ma è una accusa insufficientemente argomentata, a mio giudizio, e le fasi conclusive del romanzo mostrano un conflitto non ancora risolto – ha avuto ed ha gravi responsabilità in questo deturpamento. Il cammino di Thomas diviene anche un cammino nel degrado e di denuncia: Ci abituiamo a tutto o quasi a tutto. Tutto ciò che vediamo, mi dico camminando, vuol dire che possiamo vederlo. Tutto ciò che sentiamo possiamo sentirlo e quello che facciamo è ben evidente che possiamo farlo.

Continuando a camminare, i ricordi del fratello si fanno più insistenti, e la storia, avviandosi alla fine, comincia a colorarsi di un’oscura minacciosa ombra, che lega tra loro la sorella, il fratello di Thomas e lo stesso Thomas. Non voglio svelare oltre, ma accade come se nella massa dei pensieri chiusi nella mente del protagonista camminatore, una tempesta più forte del pensiero, perché reale, consistente, aprisse uno squarcio, in cui l’orribile e il disgusto che venivano prima percepiti intorno al protagonista, si riversano come cosa non immaginata ma vera, con il peso della loro concretezza, sulla fisionomia di Thomas, deformandola.

L’autore ha uno stile personale molto accattivante e mosso, sia nella costruzione dei periodi, che in uno speciale suo intercalare, sia infine nell’esercizio riuscito di scoprire una persona o un oggetto attraverso il ripetersi di osservazioni che, in sequenza, si fanno via via più complete e definitive. Un esempio: Eppure, un giorno, non mi ricordo più quanto tempo fa, passando a piedi esattamente dove sto passando ora, un uomo era uscito in terrazza. (…omissis…). Ma ecco che, con mio enorme stupore, un uomo esce in terrazza, al primo piano, con tanto di accappatoio, tazza di caffè nella mano destra e sigaretta accesa nella mano sinistra. (…omissis…). Non ci credevo. Mi dico: no, non può essere che uno esca così, su quella terrazza a quest’ora, in accappatoio, col caffè in una mano e la cicca nell’altra. Ma l’uomo era là, proprio di fronte a me, col suo accappatoio giallo, appoggiato al parapetto che guardava giù. Sorseggiava il suo caffè, fumava la sua sigaretta. Avete notato? Prima si parla semplicemente di un uomo sulla terrazza, quindi si dice che ha in mano una tazza di caffè e una sigaretta e indossa un accappatoio. Successivamente si precisa che in mano ha una cicca e l’accappatoio è giallo. Di questi esempi, se ne potrebbero fare ancora, ma il lettore li troverà da sé.

Ricordate l’osservazione dei tre piani narrativi? Essi scivolano fluidamente uno dentro l’altro senza quasi che ce ne accorgiamo: l’autore narra di Thomas e Thomas, stando seduto sui gradini della veranda, narra dei suoi quindicimila passi e, mentre compie questo percorso, ci racconta del fratello e di come, stando sulla veranda, pensava alla sua solitudine disperata. La veranda, ecco: un autentico rompicapo psicologico di questa scrittura dalla tessitura davvero complessa, tale da apparire scritta secondo regole a noi sconosciute. Essa, la veranda, appare all’inizio quando Thomas decide – così ci racconta l’autore nella prima pagina – di fare un resoconto del percorso che ha portato a quel risultato incredibile di far coincidere il numero dei passi dell’andata con quelli del ritorno, ma essa, la veranda, ricompare anche all’interno della narrazione di tale resoconto, come se fosse sempre un punto di osservazione particolare da cui prendono le mosse azioni (è da lì che parte un altro precedente percorso a piedi alla ricerca del fratello) e pensieri (sempre presenti in entrambi i percorsi come fossero le fasce muscolari di quei passi e tali da rendere alla fine simili, come se fossero ricondotti ad unità, quei diversi cammini, fusi uno dentro l’altro): la veranda, insomma, vista come una specie di sorgente infausta di una storia che fa rabbrividire.

Tutte queste osservazioni da me fatte nel corso del viaggio, il lettore potrà verificarle da sé una volta giunto alla sorprendente conclusione del libro, che qui non voglio svelare: sono le tracce, le avvisaglie di una verità sconvolgente, sparse qua e là dall’autore.

Una correzione da suggerire in occasione della ristampa: ultime righe di pag. 93: … ci convincemmo che la casa di strada della Commenda e l’enorme parco che la circondava non *esistesse* affatto: *esistessero*.
Vitaliano Trevisan: “Standards vol. I”. Sironi, pagg. 128. Euro 11,80

In questo libro la predilezione all’analisi e alla speculazione che già era apparsa ne “I quindicimila passi” si palesa subito sin dal primo dei cinque racconti che compongono quest’ultimo lavoro dello scrittore vicentino. La sua è una scrittura che riesce a trascinarci dentro il labirinto dei pensieri, ce ne fa percorrere tutto il tragitto e ci domandiamo stupefatti come si possa riuscire a far proliferare un pensiero da un altro in una successione talmente collegata che pare naturale, ovvia, e non lo è.

Allorché nel primo racconto dal titolo: “Quando cado” entriamo in contatto con la mania del protagonista di salire in alto ad ogni occasione: sui muretti di cinta, sui tetti, oppure di sporgersi dalle finestre dei piani alti e guardare la voragine sottostante, nel desiderio di poter un giorno cadere nel vuoto, già ci rendiamo conto che qui non avremo a che fare con storie di ordinaria follia, bensì con immagini cariche di sensazioni portate fino ai limiti estremi, che non rappresentano se non l’occulto irrazionale e selvaggio che sta dentro di noi. Percorso bizzarro, ossia, ma seducente.

Come quello degli altri racconti, infatti. La paura di uscire di casa per non rischiare di non esservi più ammesso, e infine la forza impiegata su di sé per vincerla, ispirano “A Xmas Carrol”, titolo che dà l’occasione di precisare, come è indicato nel risvolto di copertina e a pag. 123, che abbiamo di fronte una raccolta di “standard”, ovvero di scritti che si rifanno, attraverso una elaborazione originale, ad opere celebri del passato. Scrive il curatore della collana “Indicativo presente”, Giulio Mozzi: “Eseguire uno standard significa ammettere un debito verso la tradizione e, nel contempo, affermare virtuosisticamente la propria individualità.”

Pare davvero che Trevisan, per un’operazione di questa specie, sia un autore più che dotato.

La passeggiata che distingue questo secondo racconto, e che si svolge nell’imminenza del Natale, in realtà, pur così affollata, ricca di osservazioni per tutto ciò che si muove e si vede intorno, è un cammino solitario del protagonista, che ha come unica compagnia il frastuono e il ruzzolare accidioso dei suoi pensieri.

La continua trasformazione, l’inafferrabilità di ciò che la mente cerca di unire a sé, ci rende tremanti e sempre irrisolti nella nostra personalità, continuamente sottoposta ai colpi dell’inconscio e del mistero dentro e fuori di noi: “Che cosa strana, le parole, come riescono a trasformarsi restando esattamente le stesse, esattamente le stesse.” È un tentativo estremo che l’autore cerca di rendere in tutta la sua difficoltà nel racconto “Il calmante”, nel quale questo sforzo di intelligenza e di partecipazione rischia di creare intorno a noi la sovrapposizione disordinata di percezioni, tale da non permetterci più di distinguere l’immaginazione dalla realtà. È così che si può essere visitati e catturati dall’inquietudine, perfino anche dalla follia, e dalla morte. Dentro la quale ci si può pure inoltrare, come Trevisan ha cercato di fare in “Accanto a una tomba”, riuscendo a immaginarla non come uno spartiacque tra due esistenze, tra due modi di vivere, ma come un punto di riferimento, una possibilità di scambio tra di esse, così che la morte in realtà potrebbe anche non esistere più.

Lasciano inquietudine questi racconti, molta inquietudine. Essi, distinti come sono, narrano la stessa storia di ricerca e di smarrimento e per i quali vale quanto nell’ultimo racconto, dal titolo molto lungo: “Fulvio Falzarano non compra nulla, ma viene a prendere un caffè con me”, l’autore (che qui si fa chiamare 3visan) osserva a proposito di Beckett: “Che scrittore, che ritmo, che ripetizioni, che contenuti, che ripetizione sempre costante degli stessi contenuti.”

Pare di immergerci in una realtà non compiuta, a cui manchi qualcosa che il pensiero cerca e non trova: “niente è più pericoloso per me, voglio dire per una testa come la mia, che essere in balia di sé stessa.”

Pensare incessantemente, alla ricerca di una compiutezza del reale che forse non esiste: è questo che vuole suggerirci l’autore?


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Bart