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VARIE: I MAESTRI: L’incidente psichiatrico

8 maggio 2012

di Franco e Franca Basaglia
[da “Quindici”, numero 13, novembre 1968]

Qualsiasi incidente si verifichi nell’istituzione psichiatrica, viene abitualmente imputato alla ma­lattia, chiamata in causa come unica responsa­bile dell’imprevedibilità del comportamento dello internato: la scienza — nel definire il malato come incomprensibile — ha offerto allo psichia­tra lo strumento per deresponsabilizzarsi nei con­fronti di un paziente che, per legge, deve con­trollare e custodire. Lo psichiatra ha, dunque, fi­nora usato questo strumento, come l’unico che potesse scaricarlo dalla responsabilità che il suo compito comporta. Responsabile di fronte alla so­cietà che lo delega, del controllo dei comporta­menti anomali e devianti (dove non si ammet­tono — come per altre specialità — rischi e fal­limenti) lo psichiatra non ha che trasferito la responsabilità di tali comportamenti nella malat­tia, limitandosi a ridurre al minimo la possi­bilità di azioni soggettive del malato, attraverso la sua totale oggettivazione, all’interno di un si­stema istituzionale deputato a prevedere l’impre­vedibile. Solo attraverso il congelamento dei ruoli che compongono questa realtà, lo psichiatra può garantire il controllo della situazione, per mezzo di norme e regole che si riferiscono alla legge (per quanto riguarda le competenze del procu­ratore della repubblica), al regolamento interno (per quanto riguarda i rapporti con l’ammini­strazione provinciale da cui l’istituto dipende) e alla scienza con le sue classificazioni e categorie che definiscono le caratteristiche, spesso irrever­sibili, del malato.

In questo spazio dove l’abnorme è la norma, il malato turbolento, il malato agitato, il malato scomposto sono accettati e giustificati secondo gli stereotipi della malattia; così come l’omicidio, il suicidio o le aggressioni di ogni tipo, fino a quelle di carattere sessuale che possono verifi­carsi in istituzioni più liberalizzate (e quindi più promiscue), sono compresi e giustificati se in­globati nel meccanismo ignoto e imprevedibile delle sindromi. L’incomprensibilità di un atto, to­glie ogni responsabilità a chi vi assiste o all’am­biente in cui si inserisce, dato che nel momento in cui viene definito come malato, nessuno viene preso in causa, oltre l’impulso abnorme e incon­trollabile che fa parte della natura della malattia.

Ma, una volta che si avvicini il malato non più come un’entità isolata, chiusa nel suo mondo incomprensibile e imprevedibile, staccato dalla realtà sociale di cui fa parte — nonostante sia difficile individuarne il posto —, avulso dalla realtà istituzionale in cui gli è assegnato solo un ruolo passivo, anche l’istituzione viene coinvolta in ogni atto, come parte in causa del suo com­portamento, poiché ogni fenomeno viene ad essere correlato alla situazione, nella quale il paziente si trova a vivere.
L‘incidente può essere quindi guardato da due punti di vista opposti che corrispondono, esatta­mente, ai due diversi modi in cui l’istituzione giudica il malato ad essa affidato.

Nel primo caso, si parla della classica istitu­zione chiusa di tipo custodialistico, dove il rap­porto con il malato è di natura prevalentemente oggettuale, dato che l’efficienza è lo scopo primo dell’istituzione: il malato è un oggetto, all’inter­no di un sistema nelle cui norme e regole deve identificarsi, se vuole riuscire in qualche modo a sopravvivere alla sopraffazione e al potere di­struttivo che l’istituzione esercita su di lui. Ma, che vi si opponga con comportamenti sfacciata­mente anomali, o che vi si adegui con comporta­menti apertamente servili e sottomessi, il malato è comunque determinato dall’istituzione che — attraverso la rigiditĂ  delle sue regole e l’unidimensionalitĂ  della realtĂ  che impone — non fa che fissarlo nel suo ruolo passivo che non gli consente una sola alternativa, oltre l’oggettivazione e il suo adattamento ad essa.

E’ dunque l’istituzione che, nel suo proporre una realtà priva di alternative e di possibilità personali, che vadano oltre l’irreggimentazione e la serializzazione della vita quotidiana istituzio­nale, dà al ricoverato le indicazioni verso l’atto che si presume egli debba fare. Indicazioni che sono implicite nella totale assenza di una finalità e di un futuro verso il quale il malato possa progettarsi, e che rispecchiano la mancanza di alternative, di finalità e di possibilità di futurizzarsi dello psichiatra, in quanto delegato di una società che esige da lui il controllo dei com­portamenti anomali, con il minimo di rischio.

In questa situazione coatta, dove tutto è con­trollato e previsto in funzione di ciò che non deve accadere, piĂą che in funzione di una finalitĂ  po­sitiva nei confronti del malato, la libertĂ  non può essere vissuta che come l’atto proibito, ne­gato, impossibile ad attuarsi, in una realtĂ  che vive solo per prevenirlo. Lo spiraglio di una porta aperta, una stanza incustodita, una finestra soc­chiusa, un coltello dimenticato sono l’invito espli­cito ad un’azione distruttiva, per prevenire la quale esiste l’istituzione. Questo è il risultato del­l’identificazione con l’istituto cui si costringe il malato, il quale non può non vivere la libertĂ  che come momento auto o etero-distruttivo, così come l’istituzione si è affannata ad insegnargli. Dove non ci sono alternative, dove non c’è la possibilitĂ  di scegliere e di responsabilizzarsi, lo unico futuro possibile è la morte, come rifiuto di una condizione di vita invisibile, come pro­testa al grado di oggettivazione in cui si è ri­dotti, come l’unica illusione possibile di libertĂ , come l’unico progetto possibile. Ed è troppo fa­cile identificare queste motivazioni con la natura della malattia, così come la psichiatria classica ci ha insegnato.

In questo contesto ogni azione che — in qual­che modo — rompa il cerchio ferreo delle regole istituzionali, è un’illusione di libertĂ  che si iden­tifica con la morte. La fuga da un’istituzione il cui unico futuro possibile sia esplicitamente la « morte », non può essere che un tenta­tivo di sottrarsi a quel futuro, nell’illusione di poter essere ancora padroni della propria vita e responsabili dei propri atti; ma viene inevi­tabilmente a concludersi con la conferma della propria schiavitĂą o con la morte.

L’unica responsabilità che l’istituzione — pa­radossalmente — concede all’internato è quella dell’incidente, che si affretta a trasferire nel ma­lato e nella malattia, rifiutandone ogni legame e partecipazione. Il malato che, durante la lun­ga degenza, si è trovato spogliato e deresponsa­bilizzato in ogni suo movimento, si ritrova com­pletamente e automaticamente responsabile di fronte al suo unico atto di libertà, che quasi sempre coincide con la morte. L’istituzione chiu­sa. come mondo già morto in sè fin dal mo­mento dell’oggettivazione del malato nelle sue re­gole disumanizzanti, gli offre dunque come unica alternativa esplicita la morte, che si presenterà ogni volta con la faccia illusoria della libertà.

In questo senso l’incidente (di qualunque na­tura esso sia) non è che l’espressione del vivere la regola istituzionale fino in fondo, portando alle estreme conseguenze le indicazioni che la istitu­zione fornisce al malato.

(A questo punto, il discorso può naturalmente essere trasferito dal malato ricoverato, alla per­sona senza alternative, senza un futuro, senza una possibilità, che viva in una realtà in cui non trovi posto. L’esclusione di cui è oggetto, serve allora di indicazione all’unico atto possi­bile. che non può non essere un atto di rifiuto e di distruzione).

Nel caso di un’istituzione aperta, la finalità globale dell’istituto è il mantenimento della sog­gettività del ricoverato, anche se la cosa può andare a scapito dell’efficienza generale dell’or­ganizzazione. Questa finalità si rispecchia in ogni atto istituzionale, così che, se risulta neces­sario passare attraverso l’identificazione del ma­lato con l’istituto, si tratta di un’identificazione in cui il ricoverato può riconoscere ed individuare la propria finalità personale, una possibilità fu­tura, dato che l’istituzione si presenta come un mondo aperto, che offre delle alternative e che indica come possibile la vita del malato.

In questa realtà, la libertà diventa norma e il paziente si abitua lentamente ad usarla; il che significa che si tratta di un esercizio alla re­sponsabilizzazione, all’autocontrollo, alla gestione della propria persona. Ma perché ciò avvenga, è necessario che tutta l’istituzione (cioè i diversi ruoli che la compongono) sia interamente coinvolta e presente in ogni momento e in ogni atto, come sostegno materiale e psicologico del mala­to. Questo significa la rottura della rigidità dei ruoli; la rottura del rapporto oggettuale con il malato di cui si condividono le finalità; la rot­tura del rapporto autoritario-gerarchico in cui i valori di un polo della relazione siano dati per scontati, così come i non-valori dell’altro; la pos­sibilità di più alternative in cui il malato sia in condizione di opporsi al mondo delle regole istituzionali, ricavandone la percezione di conti­nuare ad esistere, all’interno di un’istituzione che si propone esattamente di creare le condizioni perché egli possa continuare ad esistere. Ciò si­gnifica che l’istituzione rinuncia ad ogni forma di difesa che non consista nella partecipazione di tutti i ruoli che la compongono all’andamento generale di una comunità, nella quale i limiti dell’uno sono fissati dalla presenza dell’altro e dalla reciproca possibilità di contestazione.

Questa è, naturalmente, la formulazione uto­pica della realtà istituzionale aperta: le contrad­dizioni sono presenti in questa realtà, così come lo sono nella realtà non istituzionale. Ma ciò che conta è che l’istituzione non si incarica di co­prirle e di nasconderle, ma tenta di fronteggiarle con i malati e di evidenziarle, dove esse si pre­sentino più ambigue.

In questo contesto l‘incidente non è piĂą il tra­gico risultato di una mancata sorveglianza, ma un mancato sostegno da parte dell’istituto. La azione istituzionale sostenuta da malati, infermie­ri e medici può, talvolta, venir meno, creare dei vuoti nei quali si inserisce l’incidente; gli atti mancati, le omissioni, le prevaricazioni hanno sempre conseguenze perfettamente logiche e la malattia ha qui un gioco molto relativo.

La porta aperta diventa, allora, un’indicazio­ne per una presa di coscienza sul significato della « porta », della separazione, dell’esclusione di cui i malati sono oggetto in questa società. Essa assume un valore simbolico oltre il quale il malato si riconosce come « non pericoloso a sé e agli altri » e questa scoperta non può non spingerlo a domandarsi perché mai sia costretto, allora, ad una condizione tanto infamante e per­ché lo si escluda.

In questo senso l’ospedale aperto agisce stimo­lando la presa di coscienza da parte del malato di essere un escluso reale, potendo disporre di uno strumento che gli dimostra — com’è sua unica funzione dimostrare — ciò che è stato fatto di lui e il significato sociale che ha avuto la istituzione in cui è stato rinchiuso.

D’altra parte l’istituzione aperta, come con­traddizione in una realtà sociale che fonda la sua sicurezza e il suo equilibrio sulla netta se­parazione in compartimenti stagni, categorie, co­dificazioni che conservano le nette divisioni delle classi e dei ruoli, non può non coinvolgere in questa presa di coscienza lo psichiatra e il per­sonale curante. Essi si trovano immessi in una realtà di cui in parte sono complici e in parte vittime, costretti dal nostro attuale sistema so­ciale a dichiararsi garanti di un ordine che vo­gliono distruggere, esclusi essi stessi ed escludenti insieme. La porta aperta agisce dunque anche sullo psichiatra, come presa di coscienza del suo grado di schiavitù nei confronti di un sistema sociale che si sostiene sugli esecutori ignari e silenziosi.

Che significato ha la fuga, l’incidente in que­sto contesto? Esso si riallaccia direttamente al grado di apertura verso l’esterno e alla natura sociale della realtà verso cui si apre: le pos­sibilità che l’istituzione offre possono cozzare con­tro il rifiuto da parte della società esterna di metterle in atto. Il futuro, il progetto dell’istitu­zione non può che essere l’esterno. Ma così come l’istituzione tradizionale è coinvolta negli inci­denti, come parte in causa della loro genesi, nel­l’istituzione aperta — proprio in quanto aperta verso l’esterno — la società in genere, con le sue regole violente, le discriminazioni e le so­praffazioni, continua a rappresentare il rifiuto, la negazione, l’esclusione del malato di mente come uno dei tanti elementi di disturbo, per i quali c’è — appunto — l’istituzione e lo spazio adatto.

In questo caso di chi sono le responsabilità? Un malato che può venire dimesso e che si trova rifiutato dalla famiglia, dal posto di lavoro, dagli amici, da una realtà che lo respinge violente­mente come uomo di troppo, che cosa può fare se non uccidersi o uccidere chiunque abbia per lui la faccia della violenza di cui è oggetto? In questo processo chi può, onestamente, parlare solo di malattia?


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart