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VARIE: LETTERATURA: Il giornalino che composi quando ero soldato

18 novembre 2018

di Bartolomeo Di Monaco

Ho già raccontato qui la mia esperienza di soldato e ho parlato anche del giornalino che composi per i soldati della mia compagnia che stavano per essere congedati. Eravamo di gennaio o di febbraio del 1966. I testi sono tutti miei, ma il giornalino è corredato di disegni, alcuni con didascalie, eseguiti da alcuni di questi soldati. Ho conservato i loro nomi. Chi sa se saranno ancora vivi, e chi sa se mi ricorderanno.

Ne propongo la lettura sicuro che servirà a tanti che hanno fatto il servizio militare a ricordare la loro esperienza. È stato emozionante per me rileggerlo (ho fatto qualche minima correzione. Ah, avevo 24 anni!). Bdm

 

CIAO, AMICO

 

Questo non è un libro, né un quaderno, né un album: non ha alcuna pretesa. È un insieme di fogli. Questo soltanto.
Li abbiamo messi insieme e ne abbiamo tirato fuori un modesto ricordo della nostra vita militare.
Vi abbiamo nascosto, perché vi abbiano un ricordo duraturo, le cose più simpatiche, gli amici, i Superiori, certe storie che capitano soltanto quassù.
Il tempo passerà, perché quello è il suo lavoro, e non c’è lagrima che possa fermarlo; passeranno i giorni, i mesi, gli anni, e ad ogni ora la nostra fronte acquisterà una goccia di sudore, una piega nuova. Nell’anima si sommeranno nuove storie, nuove immagini, e lo spazio per i nostri ricordi diverrà trop­po avaro. Anche la nostra mente farà fatica a ricordare.
Allora si sentirà il bisogno di queste vecchie pagine, di sfogliarle dopo tanto tempo.
Allora, solo allora, quando gli anni le avranno così bene co­perte di polvere e di oblio, ogni foglio ci dirà la verità di questi giorni.

LO STAFF-COMMAND

Ogni tanto ti capita di vedere ima grossa Mercedes parcheggiata davanti al Comando; prima aveva la sigla C.D.— Corpo Diplomatico, e se non lo sapevi, pensavi che qualche grossa personalità stra­niera era entrata in Caserma.
La Mercedes è del nostro Colonnello Comandante, e in qualche modo gli somiglia. È spaziosa, di gusto, dà nell’occhio.
L’autista, un piccolo carrista dei nostri, quando è dentro, ci si sperde. Il Colonnello ha piena fiducia di lui, e spesso gliel’ho sentito proprio dire.
La tiene ben pulita e guai se c’è una sola macchia di polvere!
Quando passa lei ti viene spontaneo di fare un passo in là e metterti sull’attenti; e a volte ti capita di vedere quel piccolo autista, solo!, che ti strizza l’occhio, con­tento d’averti messo paura.
Di lontano senti l’Ufficiale di picchetto che grida ar­rabbiato: “Rompete le righe!!!!”.
Se entri al corpo di guardia lo senti predicare ai suoi soldati: “Vi raccomando: calzoni stirati, cravatta al centro, cappotto perfetto, basco diritto.”
Poi lo senti gridare : “Tu! Corri a tagliarti i capelli; non voglio prendere gli arresti per colpa tua!”.

I NOSTRI DUE COMANDANTI DI BATTAGLIONE

L’UNO (ovvero il Ten. Col. Tonelli)

I suoi discorsi cominciano sempre così: “Ho voluto radunare oggi ‘er’ Battaglione…”, poi una pausa piuttosto impegnativa, infine quella smorfietta con la mandibola, che serve ad avvertire che il discorso, un discorso profondo, sta per cominciare. Poi invece dura solo cinque minuti; questo non perché le sue cose non siano importanti, ma è che lui è uomo di poche parole e sa che a un buon pescatore per tirare su un pesce basta una sola lenza. Sa bene che noi ci stanchiamo a sentire i lunghi sermoni, e che la sostanza va via più sono le parole.
Gli abbiamo voluto bene durante questi mesi proprio per questo: e gli abbiamo perdonato volentieri le manie del basco, e come vele al vento abbiamo issato i nostri fregi, Ogni sabato abbiamo ramazzato dietro lo cucine e sul viale Chiamenti, anche se quella benedetta voglia di lavorare se ne andava a spasso da sola. Mai più nel refettorio si sono uditi schiamazzi, o visti prendere il volo, come giubilanti uccellini, torsoli di mela o molliche di pane.
II soldato italiano è fatto così, e obbedisce sopratutto a chi lo ama; dà a chi sa comprenderlo; stima chi sa leggergli dentro.
Di lui ci ricorderemo le poche parole, la sua figura simpatica, il suo accento romanesco alla Trilussa.

L’ALTRO (ovvero il Ten. Col, Hocner)

Invece lui ci ha accompagnato durante i primi mesi da “spina” e durante la nostra “complicata” maturazione. Gliene abbiamo fatte passare di tutti i colori, è vero, però andavamo d’accordo quel tanto che basta.
Su di un punto soltanto siamo rimasti un po’ ostinati e la sua arma per combatterci, ricordate, era quella solita lettera che cominciava così: “Sul viale Gafsa anche stanotte hanno or…!!”.

LUI È IL MIO CAPITANO

Quando mi vedi scattare sull’attenti, fermare immobili le ciglia irrequiete dei miei giovani anni; quando le mie lunghe braccia sono distese come barre d’acciaio lungo i fianchi; quando tu leggi nei miei occhi l’esuberanza di correre e saltare e nello stesso tempo la silenziosa immobilità di chi sa dominarsi, allora tu dovrai alzare lo sguardo avanti a me: là, in piedi, sta un Ufficiale alto, solido, dai capelli neri come la notte, dalle gambe dritte come tronco d’albero.
DA LUI DIPENDE QUELLO CHE SONO. Mi ha forgiato di fuoco e di ferro, eppure i suoi occhi sono dolci. Mi ha parlato di disciplina e di dovere, e dalla sua bocca ho conosciuto il nome degli Eroi e il valore del sacrificio. Mi ha vestito lentamente, come un mosaico, di una corazza di virtù e di fede, di cui oggi sono orgoglioso. Quando mi vedi scattare sull’attenti, e dentro di te pensi: “Non l’ho mai visto fare così”, guarda chi mi sta davanti.
DA LUI DIPENDE QUELLO CHE SONO. Passano gli uomini, ne sono passati tanti, sotto le pieghe della sua fronte, e una magnifica forza tutti trascina.

IL PRIMO GIORNO

Abbiamo preso la nostra valigetta e siamo saliti sul treno.
Dentro abbiamo messo biancheria intima, sapone, dentifricio, rasoio, spazzola da scarpe.
Addosso abbiamo vestito l’abito meno nuovo, ormai abituato allo fatiche dei lunghi viaggi.
La nostra storia comincia così.

LA STECCA

Ne senti parlare subito il primo giorno; “Ti lascio la stecca”, ti dicono; e tu da principio ti metti a sorridere, perché non ne afferri bene il senso.
La stecca… sembra quasi il soprannome d’una di quelle ragazze di strada, con cui si va volentieri insieme per fare… quattro chiacchiere.
Poi il secondo giorno è diverso.
Hai già lavato le marmitte in cucina, hai imparato a dire “signorsì”, sempre; a maneggiare la ramazza come un fantasista nel circo.
Allora senti che qualcosa ti pesa dentro, che hai voglia di piantare tutto e scappare via. Guardi gli altri che sono venuti prima di te, e nei loro occhi afferri la gioia di tornare presto a casa, di correre per le strade d’una volta; ridere a squarciagola con la ragazza dal nasetto all’insù; dalla voce che ti solletica il cuore. Ricordi le scorribande nei paesotti di campagna, dove le ragazze sono colorite di sole e di terra, dove il suono dell’Avemaria piega il ginocchio all’anima più irrequieta. Ricordi il silenzio delle tue mattine d’Estate, quando non avevi altra preoccupazione che di correre al mare.
La tua ramazza ha un’altra storia da raccontarti, che durerà più di un anno, una lunga favola che non lascia il tempo di tornare indietro: è la stecca.

DOPO IL PRIMO MESE

È già passato un mese; fuori mi vedi come il primo giorno: capelli rasati, barba ben fatta, occhi cattivi sull’attenti. Dentro però, mi sento già diverso.
Un formicolio nel cuore mi fa pensare a casa mia; ma non è più come la prima volta. Ora non piango. Ho imparato ad essere lontano e solo.
Quando passa il Capitano, la mia mano sale decisa alla fronte, il piede batte a terra come il tuono.
Lui è fiero di me: sa che ho appena un mese, ma ce la metto tutta. Dagli occhi si vede che ho voglia di essere mi bravo soldato.
Ma tu, che dormi accanto a me, sai anche altre cose che gli altri non vedono.
La sera, quando metto i piedi a molle nell’acqua, sorridi: quando stringo i denti, levandomi gli anfibi, quando non posso batterti la mano sulla spalla perché il braccio mi duole.
È passato un mese e sembra un giorno. Da fuori puoi vedere che ce la metto tutta.
Ma non venire mai in camerata, la sera, quando mi lascio andare sul letto. Non mi riconosceresti più.

LA SUPPOSTA

Quando venni qua dentro mi fu affidato il mio angelo custode, dai lunghi capelli come un cacciatore del Dakota.
“Ehi, amico, vieni qua, mi dice, devi sapere certe cose per vivere qui dentro come si deve, lasciatelo dire da chi si è fatto pelle dura e i denti aguzzi prima di te.
Devi conoscere cinque luoghi da tenere a mente come il tuo nome o i granelli d’asfalto delle tue strade di casa:

– la palazzina del Comanda, da dove non devi passare mai per non incontrare il tuo Capitano;

– lo spaccio, dove, imboscato tra tanti, nessuno ha voglia di venirti a pescare;

Рil cinema, perch̩ fa bene di tanto in tanto avere qualcosa di buono da sognare;

Рil refettorio, per litigare col compagno di branda, che da quando ̬ cuoco te la fa pagare.

– Eppoi quella palazzina là in fondo, preziosa come uno scrigno, profonda e misteriosa come il mare, benedetta come il legno del naufrago.
Ogni volta che ci vai ne vieni fuori con una licenza sacra di dormire in pace. Per quel giorno addio ramazza, addio sveglia la mattina: il caporale di giornata è Napoleone dopo Waterloo.”
Poi mi batte una mano sulla spalla e mi strizza l’occhio, come ho visto fare tante volte dai vecchi “lupi” dei mari del Nord.
Lui è il nonno.
Il nonno da tredici stelle: il Generale ne ha soltanto quattro.
“Anch’io ci voglio provare, gli dico. L’infermeria è la mia Pagoda: so che per ogni grazia c’è la sua preghiera.”
Una bella mattina non mi alzo.
Il caporale mi sta davanti, le mani ai fianchi. Aspetta e guarda. Gli dico: “Mi fa male la gola, marco visita, caporale.”
“Vieni con me, mi dice, ed io gli corro dietro come un cane.”
So che laggiù, in fondo alla strada, c’è la mia Pagoda ed ho già pronta la mia bella preghiera.
Ma tutte le strade portano a Roma, oggi ho imparato da te questa storia, dottore. Ho inventato malattie sconosciute ed ho cercato di farti piacere con la mia fantasia. Mille malattie, come tante strade di speranza, ho aggiunto al tuo vocabolario: ma ogni volta ti sei preso gioco di me! Mi hai sbattuto contro la solita brutta ricetta: una supposta gialla!
Non hai fantasia, dottore. Io, intanto, ci penserò sopra.
Qualcosa non va, mi pare.
Domani tornerò dal “nonno” e starò più attento a quello che dice. Un giorno, ci conto, te la farò, dottore.

IL GAVETTONE

Signore,

la mia preghiera non è come quella che sei abituato a sentire, la sera. Sì, anch’io prego per i miei cari: la mamma che ho lasciata a piangere, la fidanzata che mi aspetta: e soffre.
Sono birichino io, Signore, e ogni giorno ne combino qualcuna.
Che colpa ne ho se sono nato così?
Ieri ho litigato col “nonno”.
Devi fare la branda, mi dice, il nonno è stanco e deve riposare.
Anch’io ero stanco; e Tu che vedi ogni cosa, mi hai visto marciare avanti e indietro; quel caporale è di ferro, Tu lo sai bene, e se si mette in testa una cosa, ti fa morire.
Anch’io ero stanco, Signore, e avevo anche voglia di piangere.
Ho i miei pensieri ogni giorno e casa mia l’ho qui sul cuore.
Ma c’è una legge qua dentro, Signore, che non si scalfisce nemmeno col diamante; quando il nonno ha detto: “sono stanco”, tu sai già cosa vuol dire.
Stanotte, Signore, veglia su di me.
È freddo fuori, e l’Estate se n’è andata da un pezzo.
Persino gli alberi tremano al vento.

LIBERA USCITA: ovvero sempre la stessa storia!

Stasera mi sono detto: questa volta voglio fare una sorpresa a Edy, con la mia cravatta nuova.
Lei sarà ancora dietro il banco e guarderà ogni tanto l’o­rologio, lo so.
Lei sì che l’aspetta il suo bel soldatino.
Come ho fatto a conoscere Edy?
È presto detto: ho due occhi sbarazzini che accendono fuoco come fili di sole, viso lentigginoso intorno al naso, gambe lunghe da trampoliere, e una “c” difettosa che fa ridere anche me.
Ero con Gino, la prima volta, lui è più bello di me, ma Edy mi dice: mi piaci quando dimentichi il piede sotto la sedia, e ti fai male: quando mangi il gelato e ti rimane solo la cialda.
Edy, Edy, stasera vengo da te.
Il tuo soldatino è più felice che mai. Senti come fischia! La radiolina a transistor è sopra lo specchio, guardo il rasoio che scivola sulla morbida pelle, l’orologio che corre lentamente sul cuore.
Voglio essere bello solo per te.
Mi sento un fringuello destatosi in Primavera sopra la rosa più bella.
La mia voce sarà un fruscio di fronde che ti faranno pensare all’amore.
Edy, Edy, questa sera è mia; lungo la strada lascerò una scia di profumo.
Però dovrò pregarti d’una cosa; so che la farai.
Vedi quello là in fondo, che va e viene con la sua fetta di cielo sulle spalle? È giovane anche lui, e fuori ha la sua ragazza; sta pensando a lei.
È un povero diavolo, il suo termometro sale e scende e nessuno di noi sa come regolarsi. Dovrai fargli un sorriso! Piccolo però, se no sarò geloso.
Un sorriso che gli faccia capire la fortuna che m’è capitata.
È lui, sai, che mi farà uscire.

L’ISOLA DI FUOCO

Ogni carrista che si rispetti ha una Sardegna sulle spalle; guai a quello che se ne va dopo 15 mesi senza averci messo piede!
È un po’ come un’avventura nel West al tempo dei pionieri.
Si parte con le orecchie piene dei tanti discorsi che si sono sentiti fare dai “nonni”, le solite chiacchere: “scoppierai”, “il sole ti brucerà”, “non resisterai alla sete” e così via.
Così quando arrivi alla vigilia della partenza ti viene spontaneo farti il segno della Croce e raccomandare l’anima a Dio. Sai bene che non ci troverai gli Apaches, o i Cheyennes, o i Sioux, ma solo carri armati: però quel giorno, chissà perché, ci vedi tra loro come una strana somiglianza.

SARDEGNA 1965

Si parte!
L’itinerario è il solito.
Lo hanno già fatto gli “anziani”, i “nonni” e lo si farà forse ancora per anni, perché si dice che il C.A.U.C. (Campo Addestramento Unità Corazzate) di Teulada sia uno dei migliori d‘Europa, se non il migliore.
Si va da Bellinzago a Pisa in treno, un viaggio di molte ore che ti fa venire il sonno. Solo alla stazione, come per magia, ti svegli, e allora ti metti a fare i complimenti alle belle ragazze. li viene un po’ di rabbia perché queste benedette donne sono troppo furbe, e ti sorridono quando sanno bene che non ti puoi muovere. (Qualche volta però… questo finestrino non è poi tanto piccolo…). Io a volte ho avuto un momento di coraggio, ma poi è passato dietro di me il tenentino a fare i controlli d’uso…
I DC119 ci aspettano a Pisa. Non sono tanto nuovi, però. Dicono che vanno bene e non c ‘è pericolo.
Ci insegnano a indossare il paracadute. Il Maresciallo dell’Aviazione ha pazienza; però avrei voglia di dirgli che mi sento conciato come un salame.
II mare è calmo e il panorama che si vede da quassù a 3000 metri d’altezza è nitido. Ora appare l’isola d’Elba con la sua curiosa forma a triangolo. È la prima volta che abbraccio un’isola con una sola occhiata. Sembra deserta, ma so bene che tra quelle macchie di case, di boschi, c’è gente che lavora. Magari qualcuno ha il viso rivolto all’insù e contempla il mio “vagone volante”. Chissà che misteriosamente i nostri sguardi non si incontrino.
Decimomannu è aldilà di quella pianura. Sì, tutta quella regione di montagne, colline, pianure, fiumi, è la grossa Sardegna. Dall’aereo riesco ad abbracciare il mare della Spagna.
E’ stupendo!

COMUNICAZIONE APOPLETTICA: un DC 119 ha dovuto mutare rotta per un guasto! Poco dopo si apprende che è atterrato sano e salvo a Fiumicino. C’erano sopra i bersaglieri.

I FATTI: LA MARCIA DI SOPRAVVIVENZA

La giornata è calda, anzi caldissima; se ti guardi intorno il paesaggio è color terra, bruciata dal sole implacabile di Agosto. C’è poca acqua e le cisterne si svuotano in una mattinata. Poi si va avanti ad acqua minerale.
In queste condizioni “ideali” si parte per la marcia di sopravvivenza. Il nostro timore è che nessuno tornerà vivo.
Passiamo all’aperto due notti; non fa freddo, ma quante benedette zanzare! Si dormirebbe bone sotto le stelle, ma questo ronzio non concilia davvero il sonno. Al mattino, non ce n’è uno che non sia pieno di bolle.
Ecco la prima calamita! Il Capitano deve portarci l’acqua.
Come farà a ritrovarci? L’idea è immediata: si prende un razzo da segnalazione e si spara. Deve essere bello vederlo correre nel cielo con la sua scia luminosa! Ci proviamo: il razzo si accende e scappa via velocissimo. Poco dopo, però, ci troviamo circondati da una bella lingua di fuoco. Il bosco è in fiamme!
Quasi al termine della marcia, Acone, il “cobra”, cade a  terra di botto, poi comincia a contorcersi e a urlare. Il Ten. Saltini non sa che pesci prendere. La Caserma è a tre Km. Bisogna mandare qualcuno a chiamare soccorso. Mandiamo Belli: sembra il più fresco! Ma tre km sono tanti.
Alla fine si ferma in mezzo alla strada e aspetta il miracolo.
Passa una bicicletta piano piano; il ciclista è allegro e fischietta. “Vieni qua, amico, portami laggiù, in caserma!”.
Viscusi s’è perduto! Lo sentiamo gridare dall’altra collina. Dobbiamo recuperarlo.
Di Cesare ai lamenta, gli fanno male le ossa. Anche Gasparato, poveretto, ha i suoi guai.
Quando rientriamo siamo malconci e non crediamo ai nostri occhi. Ci contiamo: manca Giani, come al solito, è rimasto indietro!

UNA ESERCITAZIONE

Il plotone del Ten. De Donatis è uno dei migliori. I suoi carri si muovono contemporaneamente e l’allineamento è perfetto.
Si arriva a mille metri dall’obbiettivo e la Compagnia si ferma all’unisono, pronta ad aprire il fuoco. I cannonieri sono felici. Faranno fuori il bersaglio al primo colpo. Sentono che è il loro giorno di gloria; hanno fatto tante prove in bianco, rincantucciati dentro la torretta, che ora la voglia di far bene non li può tradire.
Ma che succede?
Qualcuno in vetta alla collina, sventola le bandierine di segnalazione contro il mare. Che vuol dire?
Mio Dio! È curioso che si possa arrivare a tanto per amore!
Una coppietta se ne sta quieta quieta sulla barchetta, proprio dietro il bersaglio, e a tutto pensa fuorché al boato imminente delle cannonate.
Il Comandante gesticola anche lui. Niente!
L’esercitazione è sospesa e i cannonieri hanno la mano sul cannone, ma nessuno spara.
Un piper prende il volo e scende in picchiata contro la barchetta, si solleva, poi di nuovo fa la sua puntata sui due. Capiranno i segnali?
Non ancora. L’amore è cieco sì, ma anche sordo!
L’esercitazione “dell’amore” riprende dopo una ‘piacevole” sosta di sei ore.

LA PESCA MIRACOLOSA

Capita quando si ha la passione della pesca. Sono quelle ‘cosucce* che i pescatori quando si trovano insieme fanno di tutto per non raccontarti.
Ma noi abbiamo assistito coi nostri occhi e vi possiamo dare la notizia fresca e originale.
Il nostro Capitano Scalise e il Tenente Saltini sono stanchi.
Hanno appena finito una esercitazione. Cosa c’è di meglio di una salutare pesca? Va bene; prendono il necessario e quieti quieti se ne vanno al mare.
Il posto è buono, l’acqua è azzurra, gli scogli sono comodi, non c’è vento.
Si può pescare.
Tira la lenza una volta, tira la seconda, tira la terza: è impossibile!
Proviamo la quarta.
Allora il Ten. Saltini sa il fatto suo. Quando succedono cose simili, dice, lui se ne intende.
I nostri due sono in costume da bagno, e fanno la loro discreta figura, (Sono un po’ palliducci e hanno un po’ di pancetta, è vero, ma cosa vuol dire? L’importante è avere un bel costume!).
Il Ten. Saltini si gonfia, stringe in dentro lo stomaco: a vederlo così, si potrebbe scambiare per Maciste.
Si butta!
Sì, si butta in acqua. Noi dietro la scoglio siamo pronti ad ogni evenienza.
II Capitano lo vede sparire sottacqua. Si siede, guarda la lenza che scivola tranquillamente sull’acqua, e sorride. Il metodo è buono; può sembrare originale, ma è buono.
All’improvviso ecco che l’altro salta fuori dall’acqua come una foca e con il poco fiato ancora in gola sbuffa: “Scalise, tira su, tira su!”.
Il Capitano ha cambiato espressione: è deluso* “Saltini, hai attaccato all’amo un pesce troppo piccolo!”.

CARO TEN. SALTINI,

mi permette di chiamarla così, vero? Oggi sto per andarmene e non c’è aggettivo più bello per ricordare l’affetto e la stima che ho per lei.
Quando venni qua alla “Babini”, avevo appena cinque mesi, e nella testa mi ronzavano ancora le urla del C.A.R., i sergenti di ferro, i caporali che non perdonano.
Lei senz’altro mi ha riconosciuto tra tanti: tremavo più di tutti ed ero quello che non parlava mai. Avevo sempre voglia di muovermi sull’attenti, e qualche volta lo facevo; riuscivo a star fermo solo quando non si doveva, e al tempo giusto mi formicolava il sangue. Venivo dal C.A.R. ed ero una cosa a metà: un mezzo soldato, un carro senza cingoli, una divisa senza colore.
La vidi la prima volta mentre saliva le scale.
Qualcuno mi disse: “Quello è il Ten. Saltini, il tuo Superiore. Èun bravo Ufficiale”. Dissero proprio così, tutti la conoscevano bene, e la fama della sua simpatia, e del suo largo sorriso, mi fece tremare un poco.
Erano i giorni in cui cercavo un sostegni a cui appoggiarmi, un muro dove piangere.
Poi lei mi è entrata nel cuore e non se n’è andata più.
Come un sasso caduto nel fiume.
Oggi me ne tomo a casa: sul mio taccuino ho scritto il suo nome: non lo dimenticherò mai.

IL MARESCIALLO ANDREANI E IL SERGENTE CATALANO

Questi due sono le colonne della Compagnia, ovvero il braccio destro e il braccio sinistro del Capitano.
Tutte le grane dei Carristi fanno capo a loro.

Il Maresciallo Andreani parla poco, ha voce metallica e ci sembra un buon ragionatore. Si è specializzato nella contabilità della Compagnia e conosce i      numeri categorici di tutti i registri, e i conti fino alla lira. Se ti accade di rompere qualcosa, è con lui che devi fare i conti: conosce i prezzi del mercato meglio di un economista.

Il Sergente Catalano è esile e anche lui ha una vocetta particolarmente metallica, ma gli si può trovare una ragione: dove è lui, c’è un carro armato, e a forza di stare insieme…
Lo trovi appollaiato sulla torretta, testa in giù e gambe al sole: ogni bullone che passa per aria, lui l’afferra al volo, e, guarda un po’, sa dove va messo.
Però quando trova il tempo per districarsi dai cilindri e dalle ventole, la sua passione sono i ’’cubi”: guai a te se hai il tuo fatto male!

E POI…

Il Sergente Chiappetta è grassottello, ha i capelli ricciuti, appena però; qualche volta si fa crescere la barba per due o tre giorni e prende l’aspetto di un mezzo professore.
Gli piace camminare lentamente e toccarsi la pancia paffutella; corre con disinvoltura e con una certa eleganza; molleggia un po’. Quando si va in palestra è lui che si butta per primo alla spalliera, salta la cavallina, flette le gambe sopra la testa. Però non l’ho mai visto salire sulla corda!

 

Il Sergente A.U.C. Pagano è rosso in viso come il fuoco.
Hai voglia di implorargli di parlare, di raccontarti una storia qualsiasi. Non parla!
È tutto preso dai carri e dai “nonni” che gli sono stati affidati.

E POI…

De Bianchi è il carburantista del Reggimento. Lui la mattina non fa adunata! Lo incontriamo qualche volta, ma proprio qualche volta, solo al refettorio. È un indipendente, lui.

Cesarini è il barman del Circolo Ufficiali, Ha trovato il modo di imboscarsi. Lo diceva e c’è riuscito. Dicono che ha avvelenato un paio di Ufficiali e che “purga” tutti quelli che non gli firmano il permesso.

Acone, ovvero “il cobra”: ha il viso lentigginoso e lo vedresti bene in un film western, ma non troppo serio.
Si dice (sono voci!) che non può stare lontano da quel benedetto paese pieno di belle donne: Gozzano!

Fabris e Galli sono i due furieri, ovvero Stanlio e Olio.
Fabris è Olio. Sono quelli che rompono le uova nel paniere perché quando ti metti in testa di andare in libera uscita, ti trovi di servizio.  Fabris sa tutto su i “gialli”…
Galli conosce ogni buco per scappare in libera uscita.

Gronnonico è detto Kochis, e ha infatti i tratti del guerriero invincibile. Guai se si arrabbia: “appiccia tutte cose!”.

Garaci è “siculo”, ma non ne ha l’aspetto. È un compagno con cui si sta bene insieme. Solo che ogni tanto sparisce. Dov’è? In infermeria: ha marcato visita!

Lion è un “mangione”. Se si sperde nella nebbia di queste parti, l’unica strada che sa trovare è quella del refettorio.

Colasante è l’armiere. Ogni volta che dobbiamo montare di guardia ricorriamo a lui. Naturalmente ci sporchiamo le mani perché le Winchester sono tutte unte d’olio. Se scoppia la guerra è lui che può salvarci.

Belli è il “cachet” contro il freddo: è il magazziniere!
A lui si ricorre quando nevica per avere una coperta in più, o un altro paio di anfibi quando quelli vecchi sono da buttare.

Mussi è quello che parla l’americano perché ha una ragazza in America. Sa fare tutto: muratore, imbianchino, elettricista, falegname. Prende parte a tutte le sfilate, picchetti d’onore o corsi vari di addestramento. Per fortuna che il servizio militare dura solo quindici mesi.

Giani è l’idraulico del Reggimento, ma se muori di sete non ti rivolgere a lui, così pure se ti vuoi lavare il viso al mattino. È un mezzo imboscato. Faceva coppia con De Matteis.

Vitali è alto e robusto. È il gigante della Compagnia. Per fortuna è un gigante buono.

Cerullo è quello che brontola sempre quando lo mettono di servizio. Brontola brontola, ma alla fine è lui che li fa tutti.

Colella e Meroni sono “le magliaie” della Compagnia. Si sono specializzati nel fare scialli e centrini per le nostre ragazze.

Esposti e Villa, ovvero Spic & Span, sono gli sciacquini.

Azzolin, Piazza, Caruso, De Nicola, Di Cesare, Ferrario (alias lupetto), Gasparato, Giangiacomo,  Letizia» Marvulli, Scarciglia ( ovvero il tosapecore), Stevanella (detto il bello), Nicotra (o il trisavolo), Viscusi: sono i fannulloni!

ADDIO!

Sono passati quindici mesi! Il tempo è volato.
Non ci volevo credere quando i miei “nonni” mi dicevano: “Vedrai, passerà presto”. Ne avevo allora sette e non ero arrivato neanche a metà: e ogni giorno mi era sembrato un anno.
Porterò nel cuore ogni attimo di questi mesi che non rivivrò più, di questa bella esperienza che capita una volta sola nella vita, e non la si può lasciar sfuggire inutilmente.
Oggi ho cambiato nome, ne ho avuti tanti: “recluta”, “spina”, “vice nonno”, “nonno”, “anziano”. Oggi mi chiamano “borghese” e tutti mi rispettano. Sul bel basco nero ho il numero più alto di stelle e in seno ai miei soldati valgo quanto un Generale; un mio consiglio è come un ordine, una mia confidenza è un privilegio. Oggi puoi vedere la mia barba correre libera sulle guance e i miei capelli crescere come fili d’erba in un fertile campo; la mia branda ha perso la geometria del cubo, il caporale di giornata è il mio più caro amico che sa chiudere un occhio. La tromba alla mattina è una dolce sinfonia che concilia il sonno.
È finita! Sono trascorsi quindici mesi lunghi, ma sono passati come un battito d’ali.
La mia mente è già piena di ricordi. Lo sarà anche domani, quando qualche sconosciuto soldato passerà davanti a casa mia e mi riporterà quassù, tra la nebbia, la neve, il vento gelido: quando avrò un figlio dal viso aperto e abbronzato, dalle mani larghe e pesanti, e penserò che la Patria lo sta aspettando.
Durante questi mesi ho conosciuto amici nuovi e indimenticabili, le loro risate si sono cementate alla mia allegria e abbiamo costruito insieme una torre di giovinezza che sfiderà il tempo.
Ci siamo sfogliati l’uno nell’altro, come le pagine di un libro splendente di purezza e di speranza; e abbiamo parlato dei nostri “castelli in aria”; della nostra adolescenza, dei nostri giochi infantili, delle nostre belle ragazze lasciate a casa: bionde, brune, lentigginose, pettegole, taciturne: e i nostri discorsi ci hanno fatto sentire di nuovo tanti bravi ragazzi che hanno bisogno di stringersi in cerchio, le mani sulle spalle, per respirare una giovinezza esuberante.
Vi ricorderò tutti, amici di queste mesi più belli; e nessuno dovrà dubitare che il mio scrigno di sogni e di ricordi si è aperto all’aria. Lo terrò chiuso come un diamante dalle sfaccettature di sole, e quando lo aprirò soltanto i miei occhi dovranno specchiarvisi.
Voi mi avete visto diventare uomo, lentamente, giorno per giorno, e come la mia adolescenza se n’è volata con le mie lagrime e le mie prime trepidanti incertezze. Avete visto il mio viso bruciarsi alle fatiche dell’esperienza, i miei occhi distinguere un filo di seta nella notte, le mie mani stringere forte il fucile.
Ho camminato con scarpe pesanti su strade impossibili, stringendo i denti e maledicendo la mia debolezza; e i miei piedi hanno trovato insospettata forza nella pesante marcia.
È il regalo più bello,  il premio che la Patria mi ha dato per la mia fede.
Vi ricorderò tutti: e ogni sera, quando vorrò dormire, le note benedette del ‘Silenzio’ mi batteranno nel cuore, come quelle stelle lassù, nelle calde nottate d’Agosto.

I NOSTRI QUINDICI MESI

31° Reggimento Carri “Centauro”
5a Compagnia
II° Battaglione
Caserma “Babini” di Bellinzago Novarese

(Comitato di Redazione: Cap. G. Scalise; Ten. G. Saltini; Ten. De Donatis; Sten. Galiasso; Stn. Di Monaco)


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart