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VARIE: LETTERATURA: Il mio servizio militare: 1965 – 1966

16 novembre 2018

di Bartolomeo Di Monaco

Oggi è volontario. Lo volle così il governo Berlusconi e mio figlio Stefano ne ha usufruito.

Dico subito che sono d’accordo con la scelta di Berlusconi e contrario ai tentativi di riportarlo alla obbligatorietà. Ma non desidero dilungarmi sul tema. Voglio invece raccontarvi la mia esperienza di quando il servizio militare era obbligatorio.

Ricevetti la cartolina. Lavoravo già alla Cassa di Risparmio di Lucca e guadagnavo bene (allora i bancari erano una categoria abbastanza privilegiata). In famiglia – una famiglia di modeste condizioni economiche – non si voleva che partissi. La legge prevedeva che su tre figli, uno potesse essere esentato. E i miei volevano fortemente che fossi io, del cui stipendio avevano bisogno. Ero il figlio mediano. Più grande di me era Giuseppe, il quale era già arruolato nell’arma dei carabinieri, e il minore, Mario, stava completando gli studi di ragioneria (poi entrerà alla Banca d’Italia). I genitori desideravano che fosse lui a fare il servizio militare. Ma io mi opposi sostenendo che, essendo il secondo figlio per età, toccava a me andare sotto le armi. Promisi che non avrei fatto mancare lo stipendio mensile se fossi riuscito a superare gli esami del (mi pare di ricordare) 38° bando di arruolamento per ufficiali di complemento. Ci riuscii e fui mandato alla scuola carristi di Caserta, nella caserma intitolata alla medaglia d’oro al valore militare generale Federico Ferrari-Orsi. Qui avevo a due passi (6 chilometri) tutta la parentela dei miei genitori, entrambi nativi di San Prisco (dove anch’io ero nato nel 1942) e passai sei mesi allegramente. Ogni sera mio zio Michele veniva a prendermi e andavo a giro con i miei cugini (Luigi, di poco più grande di me, soprattutto). Insomma non mi mancava niente. Finita la scuola ufficiali, fui mandato con il grado di sergente AUC (Allievo Ufficiale di Complemento) a Legnano. Vi trascorsi forse tre mesi. Nella caserma di Legnano mi capitò anche un incidente. Ero solito non portare il basco in caserma. Lo infilavo nella spalletta. Un maresciallo mi vide, mi fermò e mi redarguì. Queste ed altre insubordinazioni che seguirono mi costarono qualcosa nelle note complessive a fine servizio.

Arrivò finalmente la nomina a sottotenente di complemento e fui trasferito a Bellinzago Novarese, presso la grande Divisione Centauro. Vi trascorsi mesi bellissimi e ricchi di soddisfazioni. Destinato ad una compagnia (il nome del capitano, forse Tomei o qualcosa che comincia con la T, non lo ricordo più), ne venni distratto per andare sotto il comando del capitano Scalise, addetto al servizio culturale del Reggimento, retto dal Colonnello Grenga. Costui mi aveva dato l’incarico di fare dei servizi ogni volta che in caserma c’era qualche manifestazione importante. Questo privilegio mi consentiva di risparmiarmi le sfilate e di sedere nella tribuna accanto agli ufficiali superiori. Gli altri sottotenenti, quando mi incontravano, mi dicevano sorridendo che avevo avuto una gran fortuna. E infatti era proprio così. Prima di ogni manifestazione, mentre io andavo a zonzo, loro si addestravano con i loro plotoni per intere giornate. Dormivo insieme con un collega di Genova, di cui ricordo il cognome, Repetti. Quando tornava trafelato dalle esercitazioni, mi sorrideva alludendo alla mia fortuna sfacciata. Sorridevo anch’io, naturalmente, essendone conscio. Godevo di molta libertà. Il colonnello comandante Grenga aveva lasciato quest’ordine al suo attendente, che aveva, se non ricordo male, il grado di maggiore, ed era questo: “Il sottotenente Di Monaco è libero di venirmi a trovare quando vuole. Deve solo bussare e entrare”. Non mi scorderò mai queste parole, che mi lusingarono e mi fecero sentire importante.
Feci comunque anch’io i miei campi di addestramento.

Il primo fu in Sardegna a Capo Teulada in provincia di Cagliari. Vi era un mare bellissimo, dove facevamo i bagni e un addestramento avventuroso. Ricordo che un giorno che ero di servizio decisi di portare al mare tutti i soldati che erano stati puniti. Era l’agosto del 1965, e non mi pareva giusto che, puniti per colpe lievi, dovessero essere privati di occasioni così belle. Gli altri, i non puniti, andavano al mare trasportati da camion. Noi andammo a piedi, ma fu un viaggio gioioso, anche se ci stancammo. Non vi dico la contentezza dei puniti. Non facevano che ringraziarmi.
Nel mio libro (prima edizione, poi sminuzzata), “La ragazza e il Cavaliere” (Maria Pacini Fazzi, 1979) ricordo quell’avventura così:

Giunsi in Sardegna su uno di quegli aerei sgangherati del­l’aeronautica militare soprannominati “vagoni volanti”. Atterrai a Decimomannu vicino Cagliari in piena estate. La prima cosa che mi colpì fu la campagna bruciata dal sole, l’erba diventata paglia. Il vento dell’elica provocava su di essa degli strani lamen­ti, presto lontani, dispersi in quel deserto enorme. Oggi, affac­ciato alla finestra, il pensiero mi porta laggiù, indietro negli anni e non so dire se davvero il passato esista o se tutta la nostra vita sia invece qui dentro di noi, pronta a ritornare ogni volta che vo­gliamo, o anche improvvisamente, per un magico richiamo. Era­vamo, alcuni di noi, seduti intorno alla palazzina dove era allog­giata la nostra compagnia, la 1a del XX battaglione carri, una domenica. Non c’era niente da fare. I camion pieni di soldati erano partiti molto presto per una vacanza al mare. Riempite le borracce, ci mettemmo a torso nudo e partimmo a nostra volta, a piedi, cantando. Incontrammo delle dune di sabbia bianchissi­ma, come non ne avevo mai viste; il paesaggio s’impregnava di esotico, eccitante, ma anche di desolazione: una distesa di sab­bia bianca sotto un cielo infuocato; il mare ancora lontano.
Gli uomini che portavo con me si trascinavano, le borrac­ce vuote, le camicie penzoloni, legate alla vita, sudaticce.
Vedemmo il mare; fu un profondo selvaggio grido; era stupendo, di un lucente azzurro che ci strappava, ci calamitava gli occhi; quieto dentro un’insenatura silenziosa, ci procurò una sensazione straordinaria, il fascino di una solitudine eternamen­te immobile, carica di storia, di secoli, di uomini capitati lì co­me noi, colpiti da quella stessa immagine profonda. Ci buttam­mo nell’acqua, ormai solo per rubare quell’incanto, per farne carne nostra.
Fu una nuotata in cui l’acqua grondava pesante dalle brac­cia, si attaccava a noi, prendeva prepotentemente il suo posto nella nostra vita. Ci immergevamo, riaffioravamo con forza sol­levandoci a metà busto; ritornavamo giù in fondo dopo aver get­tato nell’aria manciate d’acqua.
Mi allontanai dal gruppo e, giunto ad un punto che tutto di nuovo era silenzio, salii su di uno scoglio e rimasi lì sdraiato a guardare i compagni. Erano lontani; i loro movimenti continui, forti, eccitati, ma anche ampi, solenni, ricolmi. E tutta quella forza non arrivava lassù, dove mi ero arrampicato; si spegneva, svaniva. Mi pareva di contemplarla, quell’insenatura, dentro il palmo della mia mano.”.

Il secondo fu in un luogo che mi pare si chiamasse Turbigo, in provincia di Milano. Comandavo un plotone di cinque carri armati. Era di notte. Ad un certo punto uno dei carri si smarrì e prese a salire una collina. Vedevo le sue luci lontane. Ero disperato, non sapevo come guidarlo e farlo rientrare. Ci riuscii per miracolo. Un altro giorno, il pilota del mio carro non aveva visto che davanti a sé stava una profonda buca. Con la radio gli urlavo di deviare o frenare, ma lui non lo faceva. Io, che con il busto stavo fuori della torretta, vedevo tutto ed ero spaventato, convinto che ormai dovessimo caderci dentro. Si fermò a tempo, con la punta del carro già sull’orlo della fossa. Un’altra volta un carro si fermò e non riusciva a ripartire. Il motore fumava. Doveva essere successo qualcosa di grave. Infatti il motore si era bruciato (dissero per mancanza di benzina). Volevano far pagare i danni al pilota e dovetti sudare sette camicie perché fosse risparmiato. I superiori non gradirono il mio intervento e la mia firma che assolveva il soldato da ogni responsabilità, e anche questo pesò sulla mia pagella finale. Ma io ero contento. I soldati mi volevano bene, sapevano che ero dalla loro parte.

Il Natale 1965 e il Capodanno 1965 – 1966 li trascorsi di guardia al deposito carburante di Gozzano, vicino a Borgomanero.

Nello stesso libro del 1979, prima citato, ricordo così quel periodo fascinoso:

Nell’inverno del ’65, la notte di Capodanno, me ne stavo disteso sul letto della mia cameretta del deposito militare di Gozzano, dove mi trovavo dal 27 dicembre per il mio turno di sorveglianza.
Telefonai ad uno dei posti di guardia, situato sulla som­mità della collina: tutto bene, mi rispose la sentinella.
Al posto di guardia principale, davanti all’ingresso, trovai i soldati seduti intorno al fuoco; il caporale mi ricordò che era l’ultima notte dell’anno; mi pregò di restare un po’ con loro.
Era una stanzetta piccola, ci si stava bene, tutti raccolti vicino al fuoco. Fuori era straordinariamente freddo e la neve, caduta nei giorni precedenti, rifletteva magicamente la luce della casermetta. Mandai due soldati a Borgomanero a comprare qual­cosa per festeggiare; promisi che sarei tornato per la mezza­notte.
Volli salire a visitare gli altri soldati che si trovavano in cima alla collina.
Era buio; lo stretto camminamento, che portava sin las­sù, era pericoloso a causa della neve gelata. Spesso incontra­vo degli scalini che bisognava salire con prudenza. Vi era un gran silenzio. Ogni tanto, una luce posta sul sentiero formava come un’isoletta, un cerchio suggestivo dentro quel buio immenso, assoluto.
Le mani in tasca, chiuso nel giaccone di pelle nera, svaga­vo in una sensazione fiabesca, che diveniva frenetica ogni volta che scorgevo lontano una nuova luce, piccolissima, alla quale an­davo come a un appuntamento.
Gli alberi, allora, uscivano dalla notte e si vestivano di for­me sempre meno oscure, più dolci, ed imponevano su di me la misura, la forza della natura.
Giunsi in cima alla collina.
All’interno della casermetta, alcuni soldati erano sdraiati sulle brande, forse qualcuno già dormiva; due stavano intorno al fuoco.
Il caporale fu contento di vedermi. Chiamò i compagni; parlammo per più di un’ora, soprattutto evocammo ricordi dol­cissimi.
Promisi che l’indomani avrei mandato su da festeggiare; insieme poi avremmo visitato il paesucolo che sorge proprio al­dilà del camminamento, e ci saremmo seduti alla piccola osteria, vecchia, antica, per riacciuffare un po’ della vita che sembrava averci abbandonato.”.

Mi ero arruolato nel gennaio 1965, forse uno o due giorni prima del mio compleanno, che cade il 14 di quel mese. Un anno dopo, nel gennaio 1966, vicino al congedo, mi assegnarono il comando di un plotone di reclute. Erano spaventate, timorose. Feci di tutto per metterle a loro agio. Mi ricordo di uno di loro, che mi accorsi, quando feci l’ispezione la prima volta, che aveva gli occhi di lupo. Lo sapeva e si sentiva in imbarazzo. Con tatto, feci di tutto per farlo sentire a suo agio. E anche questa fu una vittoria che mi rallegrò.

Giunti  a fine gennaio o agli inizi di febbraio, ci furono i primi congedi dei soldati. Con il capitano Scalise ed altri redigemmo un giornalino a ricordo di quei mesi trascorsi in divisa. Ogni soldato ne aveva uno che teneva in mano al momento del raduno di congedo davanti al colonnello comandante, il quale annotò che era la prima volta che un giornale-ricordo veniva rilasciato ai congedanti e mi citò per ringraziarmi. Ho ancora una copia di quel giornale, che feci coinvolgendo alcuni soldati bravi nello scrivere e nel disegnare. Un giornale fatto al ciclostile, molto modesto, ma ci consentì di passare ore felici. Anche di questo si sapeva in caserma, tra i soldati e gli ufficiali.

Così successe, per fortunata volontà del destino, forse a ricompensa delle mie buone azioni (quand’ero di picchetto, quanti soldati non ho punito, ma ho mandato indietro a pulirsi le scarpe o a mettere in ordine la divisa, per poi, al loro ritorno, lasciarli andare in libera uscita!), che il giorno del mio congedo, andando verso l’uscita della caserma insieme con un altro ufficiale di Grosseto, congedante come me (in realtà un ufficiale non viene mai congedato, come succede al soldato), ad un certo punto (era mattino presto, forse le 5 o le 6 di fine marzo 1966), udii il capoposto gridare al plotone di picchetto di uscire a rendere gli onori. Gridava: “C’è il tenente Di Monaco che si congeda. Uscite fuori!”. L’ufficiale di turno lasciò fare, sorridendo. Di lì a qualche secondo vidi schierati alla mia sinistra il plotone di picchetto che mi rese gli onori. Andai a salutarli ad uno ad uno: erano, per combinazione, proprio i miei soldati che avevo accolto e istruito. Avevo le lacrime agli occhi. Quando varcai la porta, mi voltai a salutarli e a ringraziarli di nuovo. Era il mio definitivo addio a quella esperienza che aveva occupato una parte importante della mia vita.

Qualche tempo dopo fui chiamato dalla caserma di Lucca. Mi dovevano consegnare le note sul servizio prestato. Non furono buone. Il capitano che non mi aveva mai visto all’opera, quel Tomei (non so, ripeto, se quello era il suo cognome) aveva scritto che non avevo le doti del comando. Non so perché fu chiesto a lui di redigere le mie note (che probabilmente scrisse con un certo risentimento) e non al capitano Scalise, con cui avevo lavorato per tutti i mesi trascorsi nella caserma “Babini” di Bellinzago Novarese. Ma così è la vita.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart