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VARIE: Un po’ della mia vita

6 agosto 2018

di Bartolomeo Di Monaco

Nelle letture che sto facendo sono arrivato al “Sessantotto”, quel movimento di rivolta che affascinò soprattutto il mondo giovanile e che aveva per obiettivo una palingenesi della società, retta da una classe dirigente e da una borghesia considerate corrotte e dispotiche. Il Sessantotto è definito dagli storici “la terza rivolta populista”, dopo quelle dell’interventismo relativo alla Prima guerra mondiale  e del fascismo rivoluzionario  (Paolo Buchignani: “Ribelli d’Italia”, pagg. 259 – 261). Il termine populismo, che oggi va tanto di moda e viene usato in senso dispregiativo, in realtà appartiene ad una tradizione importante che ha dato vita alla Guerra mondiale irredentista, e ad una corrente all’interno del Fascismo mussoliniano che si sentiva molto vicina alle masse e ne auspicava la rivoluzione, così come poi invocò anche il Sessantotto.

Questo burrascoso Sessantotto io l’ho vissuto. Come lavoratore bancario ero iscritto al sindacato e precisamente alla Cisl, nella categoria che allora andava sotto la sigla F.I.B (Federazione Italiana Bancari), poi diventata F.I.B.A quando furono inglobati i lavoratori del settore assicurativo. Ora non so se si chiami ancora F.I.B.A.  Avevo 26 anni e ricoprivo cariche nel direttivo della mia organizzazione (nel 1970 ne divenni segretario provinciale, carica che mantenni per 2 mandati fino al 1978). La situazione del mondo del lavoro era caratterizzata dal dominio assoluto degli imprenditori, soprattutto quelli privati. Impiegati e lavoratori non avevano che pochi diritti: i minimi riconosciuti dal codice civile. Fu questa constatazione che mi indusse all’impegno. Le cose mutarono quando fu promulgato lo “Statuto dei lavoratori”, nel 1970 (Legge 20 maggio 1970, n. 300), per volontà di un uomo sensibile quale fu il socialista Giacomo Brodolini, che morì  l’11 luglio 1969, cioè prima che lo statuto vedesse la luce. Il suo lavoro fu continuato da Gino Giugni, fine giurista, considerato il materiale estensore di questa  legge che cambiò radicalmente le condizioni del lavoro e del sindacato, il quale poté più agevolmente esercitare le azioni di tutela. Una di queste era garantita (lo è ancora oggi) dall’art. 28, il quale consente al sindacato di difendersi anche direttamente, senza l’ausilio di un avvocato. Ricordo che, proprio avvalendomi di questa facoltà, difesi vari lavoratori davanti al Giudice del lavoro. Una delle sentenze favorevoli ottenuta con la mia difesa, una volta passata in giudicato, fu la prima del genere e fece giurisprudenza. In talune occasioni, mi capitava di chiedere un incontro con le sedi centrali delle banche per discutere di qualche interpretazione contrattuale, ed anche qui, ci sono state occasioni di vittoria. Ricordo che al Monte dei Paschi di Siena, nel Palazzo Salimbeni, mi trovai a discutere con 3 o 4 avvocati, schierati davanti a me e a un dipendente della stessa banca che mi aveva accompagnato. Mi diedero ragione e quei lavoratori ebbero un sacco di arretrati. Nel corso di un congresso nazionale della mia  organizzazione, mi vedevo indicare a dito e sentivo mormorare: Quello è il Di Monaco che ci ha fatto avere gli arretrati. I lavoratori del Monte dei Paschi di Siena esprimevano in quel modo la loro riconoscenza.

Leggevo le maggiori riviste del lavoro e cercavo se ci fosse qualche sentenza che potesse interessare la mia categoria (cominciarono ad apparire, infatti, sentenze a favore del lavoro dipendente, prima rarissime). Quelle che trovavo le diffondevo nelle sedi bancarie della provincia attraverso apposite circolari, commentandole. Ne feci molte. Come pure ho stipulato, in rappresentanza della mia sigla sindacale, vari contratti sia presso la Cassa di Risparmio di Lucca, di cui sono stato dipendente fino al pensionamento, che presso la Banca del Monte di Lucca.  Ho sempre avuto rispetto per i dirigenti e gli imprenditori in genere. Ho sempre riconosciuto che è al loro talento, al loro impegno e alle loro capacità, che si deve il lavoro. Sono essi che lo creano e lo sviluppano. Nel corso delle trattative, quando la mia controparte insisteva per non cedere su di un punto, dicevo sempre che un buon contratto è quello del quale le parti contraenti  sono entrambe soddisfatte.

In questo clima, gli anni  del Sessantotto e immediatamente successivi, smossero un sentimento di solidarietà tra lavoratori di diverse categorie. Si viveva un fermento che denotava  che una novità importante era avvenuta e si apriva un capitolo carico di attese nella storia  del lavoro dipendente.

Ero di sinistra? Ero di destra? Non l’ho mai saputo. So solo  che ho sempre voluto perseguire obiettivi che creassero giustizia e solidarietà. Anche oggi è così. Laddove trovo un pensiero che condivido non lo nascondo, da qualunque parte provenga. Essendo cattolico, sono stato vicino alla Democrazia cristiana; ho anche votato a sinistra qualche volta, ed oggi mi sento più vicino al centrodestra per una ragione che ho potuto verificare con la mia esperienza e che trovo confermata dalle letture che sto facendo.  La sinistra non si è ancora liberata della “doppiezza” togliattiana. Non guarda per il sottile se qualcosa le fa comodo, ed è disposta a sostenere posizioni che prima contrastava. Se qualcosa è fatto dalla sinistra va bene; se la stessa cosa la fa l’avversario (che secondo l’insegnamento di Togliatti e di Gramsci deve essere considerato un nemico da cancellare), trova il modo di cavillare per sostenere che è sbagliata. Oggi grida al razzismo, che non c’è, come anni prima ha gridato al fascismo imminente (durante i governi Berlusconi, ad esempio). Non abbiamo avuto il ritorno del fascismo né avremo una società razzista. È scontato. Gli italiani non consentiranno l’avvento né dell’uno né dell’altro. A meno che l’allarmismo strumentale non inasprisca gli animi. La sinistra dovrebbe maneggiare con cautela questa materia esplosiva.
Il mio carattere non tollera la doppiezza.

Arrivati a questo punto, qualcuno mi potrebbe chiedere: E oggi non sei solidale con gli immigrati? Lo sono, ma con quelli veri, definiti dalle nostre leggi.  Gli altri devono essere aiutati nelle loro terre (ne ho già scritto più di una volta); e se violano le leggi, gli immigrati devono essere sanzionati anche con il carcere, senza che accada che la magistratura il giorno dopo li mandi liberi pronti a replicare il reato. Una società disordinata favorisce l’egoismo, la violenza, la precarietà, la miseria e anche la xenofobia, soprattutto se questa viene alimentata in una situazione di inquietudine e di rabbia.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart