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Venturi, Marcello

7 novembre 2007

Bandiera bianca a Cefalonia

“Bandiera bianca a Cefalonia”

Feltrinelli, 1963

Marcello Venturi è un altro scrittore di origine lucchese, classe 1925, che ha raccontato la guerra, come hanno fatto Benedetti, Tobino, Petroni, Micheli, Teglia. Nel romanzo si rievoca l’eccidio di Cefalonia perpetrato all’indomani dell’8 settembre 1943 dai tedeschi ai danni della Divisione Acqui. È grazie a questo libro che tutto il mondo venne a conoscenza di una delle stragi più efferate della Seconda guerra mondiale.

Il protagonista è figlio del capitano di artiglieria Aldo Puglisi, morto nell’eccidio. S’imbarca per andare a ricercare le tracce superstiti di quella morte. Cefalonia, scrive, posta com’è all’imboccatura del Golfo di Lepanto, è sempre stata, sin dall’antichità, un’isola di morti. Dapprima i Tebani, poi gli Ateniesi, i Macedoni, i Romani, i Normanni, i Veneziani, i Turchi, i Francesi, i Russi, gli Inglesi hanno cercato di conquistarla. Dalla nave la scorge vicina alle altre due isole: Itaca e Zante. È diretto ad Argostoli, una delle sue città principali, situata oltre le montagne, “sembrava dovesse essere una fila unica di casette basse, allineate in faccia al mare.”, alla ricerca del fotografo che scattò la foto del padre conservata nella camera della mamma: Pasquale Lacerba. È alla ricerca anche di Caterina Pariotis, dal “malinconico sorriso di donna greca.”, presso la quale il padre aveva preso in affitto una camera, a quel tempo una giovane maestra elementare. Il terremoto del 1953, gli fa trovare però una città diversa, quasi irriconoscibile, con le sue ferite ancora aperte, gli edifici sventrati, le strade senza più crocevia: “Argostoli era una città cancellata.” In mezzo a quei ruderi prendono a snodarsi, tuttavia, le immagini della vita che vi doveva scorrere al tempo in cui vi abitava suo padre. Venturi alterna il percorso del protagonista con quello dei personaggi di quel periodo di guerra. Prima ancora di aver incontrato il fotografo Lacerba, il passato acquista, ossia, la sua fisicità onnipresente. Quando lo incontra, infatti, la mente del fotografo non è più in grado di ricostruire compiutamente ciò che è stato: i volti soprattutto; ma i fatti hanno la forza di tornare dal passato, ci fa capire Venturi, ed essi si trasformano in un eterno presente. Così, ammantate da un afflato poetico che non manca mai allorché il passato è filtrato dalla memoria, tornano le immagini della giovane Caterina, ostile agli italiani fino a quel giorno, l’8 settembre, in cui da vincitori si trasformarono in sconfitti, e del capitano Puglisi, il quale avrebbe voluto che, non solo Caterina, ma tutti i cefalioti, avessero compreso che egli non li odiava e che provava simpatia “per lei, e per i suoi genitori, e per la gente dell’isola e tutta la sua gente in genere. E anche per la storia greca.” Ecco comparire, dunque, il tormento, l’inquietudine che una guerra provoca sempre, quando si sconfigge un popolo e si crede di essere i vincitori. In realtà, la guerra porta sempre sconfitte, dappertutto e su chiunque, senza distinguere tra vinti e vincitori. La vittoria, se può essere materiale, non è mai morale: “tutti erano dei vinti.” Ad una domanda precisa del protagonista, il fotografo Lacerba risponde: “Non ricordo che sia accaduto niente.” Ed è su questo niente, che Venturi inizia a raccontare dell’eccidio. Suo primo punto di osservazione è il bar di Nicolino, dove delle prostitute italiane stanno sedute intorno ad un tavolo, incuriosite dal movimento inaspettato di truppe tedesche che sono sbarcate sull’isola all’improvviso (succederà anche in seguito, che Venturi si avvarrà di queste donne, quando, ad esempio, Nina, la tenutaria del bordello, dalla finestra della Villetta vedrà passare sotto di sé Puglisi e i suoi soldati che hanno lasciato la loro postazione di Lixuri ai tedeschi. O quando, sempre dalla finestra della Villetta, vedranno ammarare un idroplano tedesco, all’indomani della tregua stipulata il 14 settembre tra i due eserciti. Sarà ancora Nina con le sue ragazze che il capitano Puglisi vedrà il giorno che, su di un autocarro, attraverserà la Piazza Valianos, prigioniero dei tedeschi. Queste donne, queste prostitute, “movimento allegro di colori e di occhi, di braccia e di gambe nude.”, trasmetteranno una grande tenerezza, che farà da luce all’oscurità della tragedia incombente). Allorché cominciano a giungere i primi rinforzi tedeschi, siamo ancora agli inizi dell’agosto del 1943, prima, quindi, dell’armistizio dell’8 settembre. A Nina, seduta al caffè con le sue ragazze (la ritroveremo al caffè con le sue ragazze anche quando i carri armati tedeschi verranno schierati sulla Piazza Valianos), il fotografo Lacerba, sopraggiungendo, dice: “C’era da immaginarlo. Degli italiani non si fidano più.” Il passato, allora, riaffiora prepotente nella mente di Lacerba. Con stupore, “contro la sua volontà”. Aveva cercato di liberarsene: “di cui si credeva o voleva credersi liberato, ma che era lì, pronto a riaffiorare alla prima occasione.” L’ufficiale tedesco Karl Ritter non ha dubbi, il popolo greco, verso il quale il capitano Puglisi nutre rispetto, non merita che disprezzo, trattandosi di un popolo inferiore, di ostacolo “allo sviluppo del progresso e della civiltà.” Sono messi subito di fronte, dunque, due modi diversi, quello tedesco e quello italiano, di confrontarsi con un popolo che è stato vinto e umiliato, che continueranno a presentarsi per tutto l’arco del romanzo. Lacerba, mentre rievoca quei giorni tornatigli alla memoria, camminando con l’aiuto di un bastone, poiché ha “la gamba destra intirizzita”, lo conduce da Caterina Pariotis, “scarmigliata, coi neri capelli striati di un grigio sporco; ma gli occhi neri del tutto, senza venature o riflessi che ne attenuassero la nera intensità.” Lacerba ha preso a ricordare, e così accadrà a Caterina, ma ciò che sta facendo il protagonista, con il suo viaggio alla ricerca della verità, comporta una violenza nei loro confronti, nei confronti, cioè, di chi ha cercato di dimenticare. Se ne rende conto: “Io violentavo la loro memoria, entravo nel loro passato; li costringevo, con la mia presenza, a disseppellire ciò che essi avevano seppellito dietro di sé.” Il viaggio, dunque, non è più soltanto il risveglio della memoria da un torpore che l’aveva sommersa e annullata, ma è anche il ritorno al presente – una specie di resa dei conti contro l’oblio – dei sentimenti che avevano nutrito quelle anime, e che si credevano inariditi, se non addirittura spenti. Il romanzo ha qui disegnato definitivamente il suo scopo: fare del passato il presente. Dare ad un episodio sepolto e sfuggito per tanto tempo perfino alla storia, la forza ricompositiva e testarda del presente. La ricerca raduna le parti di un mosaico che si era disperso, e in questo ritrovarsi, nonostante il protagonista invochi che “tutto ciò che è passato non conta più”, quei frammenti si rianimano del loro tessuto originario. Veniamo a conoscere, così, che gli ultimi giorni del capitano Puglisi non sono stati altro che giorni di malinconia. Lo sa bene Caterina Pariotis che lo aveva ascoltato seduta con lui sulla riva del mare e gli aveva scoperto negli occhi la voglia di piangere: “Forse pensava agli eserciti anglo-americani, avanzanti sulla terra italiana, marcianti alla conquista delle sue città, sapendo che presto anche la sua città sarebbe stata conquistata, esattamente come era accaduto per Argostoli e Cefalonia e tutte le città e i villaggi della Grecia. Forse, si chiedeva Caterina, già vedeva la propria moglie mendicare una pagnotta e una scatoletta di carne da un ufficiale americano, divenuto inquilino di casa sua; la vedeva andarci a letto, nel loro letto matrimoniale.” La storia del capitano Puglisi si trasforma, così, sin dal principio, nella richiesta di perdono che il vincitore rivolge al vinto: “Ma la cosa più assurda, l’aspetto meno credibile di questa follia collettiva, era rappresentato, alla mia mente, dal come un normale uomo qualunque, per esempio mio padre (ingegnere, costruttore di ponti, non distruttore, con moglie e figlio a casa), potesse accettare l’idea di esser trasformato, lui stesso, in nemico: nemico, intendo dire, per gli altri.” Il perdono è tra i suoi ultimi pensieri quando sarà fatto prigioniero e ricorderà Caterina: “Ancora una volta le avrebbe chiesto perdono di tutto: per esser venuto a Cefalonia nelle vesti di conquistatore, per averle voluto bene, e, forse, per averla fatta soffrire un poco.” I Tedeschi, all’indomani dell’armistizio, non perdono tempo. Prenderanno prigionieri i soldati italiani di stanza nell’isola, li caricheranno sui camion, li porteranno vicino al mare, e li fucileranno. Venturi ci fa sapere in principio, mentre si ricompone il mosaico degli avvenimenti, che sarà fucilato anche il capitano Puglisi. A comandare il plotone di esecuzione sarà Karl Ritter, un tedesco che era stato suo amico. Puglisi non muore subito; resta gravemente ferito, si finge morto e a fatica riuscirà a raggiungere la casa di Caterina. La giovane e i suoi genitori lo accolgono e lo curano, ma invano. Di lì a poco morirà. È Caterina che racconta questi particolari, e la sua voce non riesce a nascondere i sentimenti: “guardava davanti a sé, ma vedendo cose lontane, del passato, di quel passato che io avevo fatto risorgere e che oramai non sarei riuscito a ricacciare indietro.” Il protagonista prova ad immaginare una relazione tra Caterina e il padre, e ne rimane coinvolto: “Caterina Pariotis era una donna (non capivo perché né volevo capirlo) più donna di mia madre, a suo modo; con qualcosa di più autentico di mia madre, nello sguardo e nella voce; persino nella sua scarna figura. Ed era al fianco di lei, che il volto di mio padre mi riusciva meglio inquadrato; non a fianco della mamma.” Il viaggio, dunque, è anche la ricerca della verità liberata dal mito, il ritorno alla misura e ai limiti del reale, in cui ciascun uomo si mostra qual è, non troppo dissimile dagli altri. Il giorno dell’armistizio, annunciato non solo dalla radio, ma anche dal suono delle campane di tutta l’isola, il capitano Puglisi prova una strana sensazione nel sentirsi invitato “a combattere contro i tedeschi, a disarmarli. Provò uno strano effetto, a sentirsi chiamato direttamente da coloro che erano stati i nemici”. Considera, anche, che lì sull’isola i tedeschi sono “quattro gatti”, assai improbabile, quindi, il tentativo di un’azione contro gli italiani. Andava perciò immaginando il modo migliore di presentarsi a Franz Fauth e Karl Ritter per invitarli a deporre le armi. Sarà proprio questo indugio degli italiani a segnare il loro tragico destino. Lo pensano sia il fotografo Lacerba che Caterina. Venturi cerca soprattutto nella loro memoria le varie parti del mosaico disperso e le ricompone con una cronologia ricca di flashback. Ai pensieri di quella sera dell’armistizio che si affollano nella mente del capitano Puglisi, mette a confronto – “in una notte tiepida come questa di settembre” – quelli dell’ufficiale tedesco Karl Ritter. Entrambi pensano alla loro casa, alla loro città. Solo che in Ritter si fa concreta e pungente la consapevolezza che “Se gli italiani ci attaccano, siamo perduti.” I tedeschi sono in tutto tremila granatieri al comando del tenente colonnello Hans Barge, gli italiani un’intera divisione di almeno diecimila soldati. Ma la differenza tra loro è questa: che “gli italiani non si muovevano”, “aspettavano l’alba, aspettavano ordini più precisi, forse.” Allora sulle labbra di Karl Ritter spuntò un sorriso: “Buoni soltanto per andare a puttane, pensò. Un popolo di camerieri, della stessa razza del greco.”

Anche i tedeschi, alla fine, aspetteranno il mattino del 9 settembre, ma saranno i primi a muoversi e la loro “guarnigione, anche se piccola, anche se fragile messa a confronto della Divisione italiana, funzionava perfettamente, in ogni suo minimo e lontano ingranaggio.” Mentre il generale Gandin, comandante della Divisione italiana, non era riuscito a ricevere ordini precisi dai superiori e si domandava “perché e per che cosa? E per chi?” erano morti i suoi soldati e aveva un solo pensiero dominante, quello di “evitare altro spargimento di sangue.”, arriva dal “Comando dell’XI Armata” “un radiogramma, firmato generale Vecchiarelli, in cui si ordinava alla Divisione “Acqui” di consegnare le armi collettive ai tedeschi.” Il fotografo Lacerba imputerà alle indecisioni del Generale Comandante della Divisione italiana il precipitare degli eventi e il terribile eccidio. In realtà, la figura del Generale è una delle più commoventi, se si pensi alla situazione improvvisa e nuovissima in cui si è venuto a trovare, in mezzo alla generale confusione diffusa dappertutto negli Alti comandi dell’esercito italiano. La mattina del 10 settembre “Gli Junker volavano sopra Lixuri, sopra Argostoli.”, carichi di truppe: “Il tenente colonnello Hans Barge riceveva rinforzi.” Il libro pone la domanda cruciale: “Il governo Badoglio aveva ordinato di tenere le armi e di difendersi da eventuali attacchi nemici. La Divisione non solo era in grado di difendersi, ma era in grado di disarmare, nel giro di poche ore, i granatieri di Hans Barge. Perché, dunque, era stata scelta la resa? Perché si preferiva ubbidire agli ordini del Supergrecia, anziché agli ordini del governo legittimo?” Per poter tornare a casa, rispondeva qualcuno; consegnando le armi i tedeschi li avrebbero lasciati andare. Altri non ci credevano: i tedeschi, una volta consegnate le armi, li avrebbero tenuti prigionieri. Venturi si sofferma più volte sulla figura del Comandante della Divisione, dilaniato da mille dubbi, tra i quali quello che non avrebbero potuto resistere agli attacchi dell’aviazione tedesca, che si sarebbe subito levata in volo “dagli aeroporti della Grecia e dell’Albania”, e angosciato soprattutto dal pensiero di non spargere più una goccia di sangue dei suoi soldati: “Il sangue, questo sangue che continuava a sentirsi addosso, come se la guerra l’avesse perduta lui.” Consegnare le armi, dunque, e non combattere? Ma anche: come mai questa frattura tra il Governo legittimo e il generale Vecchiarelli? Si stava perpetrando una qualche congiura a danno della sua Divisione? Conosciamo altre pagine della nostra storia, i cui interrogativi, simili a questo, non sono stati mai risolti: ad esempio, nella Prima guerra mondiale, la disfatta di Caporetto; tornando indietro nel tempo, e precisamente alle guerre risorgimentali, lo scrittore Carlo Alianello ricorda ne “L’Alfiere” il comportamento dei generali borbonici che favorirono l’avanzata di Garibaldi.

La “Casetta Rossa” è uno dei luoghi dove avviene il massacro dei soldati italiani, e dove è stato fucilato Aldo Puglisi. Il protagonista vi arriva accompagnato dal fotografo e non trova che ruderi ricoperti da erbacce, come se la natura avesse inteso “cancellare anche la testimonianza di tanta ferocia”. Ma ci avevano già pensato i tedeschi a non lasciar tracce dietro di sé, bruciando e seppellendo “tutto”, così come andavano facendo nei campi di sterminio.

Si viene a sapere anche troppo presto che cosa avrebbero fatto i tedeschi in caso di resa della Divisione: la guarnigione italiana di stanza nella vicina isola Santa Maura aveva consegnato le armi, ma era stata presa prigioniera e il suo comandante, il colonnello Ottalevi, “era stato fucilato.” Venturi ricostruisce gli avvenimenti restituendo ai morti gli ultimi istanti della loro vita, coi loro pensieri e i loro sentimenti. Il Generale Comandante decide di non consegnare le armi, ma nemmeno di attaccare; spera ancora in una trattativa ragionevole; Hans Barge, invece, vuole dare una lezione agli italiani e invia Karl Ritter dal capitano Puglisi, la cui postazione di artiglieria è situata sulle alture di Lixuri. Sono stati tanto tempo insieme come camerati. Puglisi nel riceverlo ha un tremito, ma non è di paura, bensì di vergogna, “come se lui personalmente avesse tradito Karl.” I tedeschi sono venuti per chiedergli la resa, hanno le pistole puntate contro di lui, che “Si era sganciato la rivoltella, l’aveva gettata ai piedi di Karl; non per disprezzo, per stanchezza.” La postazione di Lixuri cade, dunque, in mano a Karl Ritter, che di lassù assiste alla scena dell’affondamento di tre “pontoni” tedeschi carichi di armi e di soldati, in procinto di sbarcare sull’isola. L’ordine di far fuoco con “i suoi cannoni costieri” viene proprio dal capitano Puglisi, il quale si rende conto che, continuando a temporeggiare, si sarebbero favoriti i tedeschi, intenzionati a chiuderli in trappola. È la sera del 13 settembre. Il racconto è cresciuto come è cresciuta di pari passo la scrittura, che si è fatta sicura anche nei momenti in cui il sentimento è messo a scorrere nelle vene dei personaggi. Viene in mente quella stupenda rievocazione dei Martiri di Otranto, che Maria Corti fa nel suo romanzo: “L’ora di tutti”. Tra il comandante tedesco e quello italiano pare svolgersi una tragica partita a scacchi. Hans Barge, che ha schierati i carri armati davanti alla Palazzina del Comando italiano, dopo il cannoneggiamento subito, chiede una tregua. Non ci sarà resa, se i tedeschi non consentiranno agli italiani di lasciare l’isola con le proprie armi, continua a insistere il Generale che, convocati gli ufficiali, non nasconde il suo disappunto per quel cannoneggiamento, poiché, se essi sono superiori di numero ai tedeschi, questi avranno il sostegno dell’aviazione, al contrario degli italiani. Il romanzo, che rievoca una tragedia realmente accaduta, è sostenuto da uno stile che ne rende emozionante la lettura. La stessa costruzione a mosaico della storia riesce a farsi accettare come una tessitura armoniosa, mai pesante, e la sola possibile. Il desiderio del ritorno a casa aleggia come una speranza su tutti, forse anche sui tedeschi. Aldo Puglisi maledice la guerra, e rimprovera a sé, e perfino ai suoi soldati, di non aver saputo ribellarvisi sin dall’inizio, quando tutti avrebbero dovuto rifiutarsi di indossare la divisa. Ma per tornare a casa, ora non c’è che un solo mezzo, non farsi disarmare: “Si era iniziata una specie di gara, tra la morte e lui, tra la morte e tutta la Divisione.” Quello che era accaduto ai compagni di Santa Maura stava ancora davanti ai loro occhi. Meglio combattere che farsi prendere prigionieri dai tedeschi. La pensano tutti così, decisi a rischiare la morte.

Il protagonista, intanto, continua il suo viaggio sull’isola. Sono trascorsi molti anni dall’eccidio e Cefalonia, sottolinea ancora una volta, sembra averlo dimenticato. Nelle giornate di sole, essa spalanca dinanzi al mare tutte le sue meraviglie. Si domanda, il protagonista: “Possibile che, tra tanta bellezza e intelligenza, fosse stata commessa una simile strage?” Occorre guardare dentro il presente, sembra suggerirci Venturi, per scoprirvi il passato, che non muore mai. E il passato di Cefalonia ha questa brutta pagina di storia in cui si è consumato, dice apertamente Venturi, nientemeno che un tradimento. Se ne rende conto il capitano Puglisi, ma anche tutti i soldati, allorché, il 14 settembre, ottenuto dai tedeschi l’impegno ad accettare la resa lasciando alla Divisione le proprie armi, si era visto “che navi italiane non ve ne erano, né in porto né all’orizzonte”. Perciò, “si era chiesto, istintivamente, come e quando la Divisione avrebbe potuto imbarcarsi, con tutte le sue armi pesanti e le sue armi leggere.”, e “che vi era qualcosa di incredibile, di irreale, in quanto si andava preparando: la sensazione di un trabocchetto, sulla via troppo semplice e piana che il tenente colonnello Hans Barge stava loro spianando dinanzi.” Venturi non usa mezze parole nella sua denuncia. Il giorno 15 settembre, infatti, ecco, verso le ore 14,30, apparire nel cielo di Cefalonia uno stormo composto dai temibili Stukas. Comincia il bombardamento dal cielo, un inferno. I nostri soldati sono impotenti, alla totale mercé – come aveva previsto il generale Gandin – dell’aviazione, che ha deciso di colpire al cuore la Divisione per impedirne il contrattacco. Dal mare continuano a sbarcare truppe tedesche, soprattutto il 18 e il 19 settembre. Venturi apre il racconto, ora – quando la storia sta giungendo alla sua conclusione – a tre osservatori speciali: il capitano Aldo Puglisi, l’ufficiale tedesco Karl Ritter e Caterina Pariotis: due rappresentanti degli eserciti in guerra tra loro e una isolana, il cui cuore ha vinto le ultime incertezze e ha sostituito il primitivo odio verso il soldato italiano con l’amore. Il freddo Karl Ritter sta pregustando la sua vittoria, carico della sicurezza che gli deriva dalla forza del suo esercito e “come se la guerra la conoscesse da tempi immemorabili, al di là della memoria”, ma anche sospinto dall’odio per il tradimento italiano; Caterina Pariotis sta percorrendo l’isola alla ricerca dell’ufficiale italiano; vuole essere certa che nel momento della sconfitta il capitano Puglisi conosca il suo amore e non si senta solo; Puglisi, da parte sua, avverte che ci sarà presto l’incontro con la morte. Karl Ritter comincia la sua offensiva, eccitato dal desiderio di “trasformarsi, il più possibile, in animale da preda.”, e dal perverso proposito che “Stavolta non vi sarebbero stati prigionieri.” Così avverrà. Nel primo scontro con gli italiani, non ci sarà nessun superstite, tutti fucilati e lasciati cadere in un burrone. La marcia forsennata di karl continua, e il suo disprezzo per gli italiani si accresce: “Non volle sentirli, i parlamentari italiani: a che sarebbe servito? Cosa avrebbero potuto dire? Che i granatieri togliessero pure gli orologi e gli anelli ai prigionieri: gli italiani non eran prigionieri di guerra, eran preda del vincitore. Mai, nella sua vita di soldato, gli era capitato di combattere contro un nemico più inetto.” Venturi segue passo passo il cammino di Karl, poiché sarà il suo percorso a condurlo dal capitano Puglisi; sarà lui a fucilarlo. La sua avventura personale è nello stesso tempo il preludio corale alla tragedia. La scrittura graffia quelle ore terribili, che stanno disegnando una ossessione e una morte: “Karl Ritter contò gli ufficiali italiani, diciannove ufficiali italiani; non contò i sottufficiali e i soldati, ma eran da fucilare anche quelli, eran tutti da fucilare. Dette l’ordine di condurli nel valloncello, e che fossero fucilati laggiù; e che, terminata la fucilazione, due genieri collocassero delle mine tra i cadaveri e le facessero esplodere.” La narrazione muove gli eventi con una progressione mai precipitosa, tale che lascia nel lettore la sensazione di una tragedia che si compone a poco a poco, e questo è uno dei pregi del libro: non solo i movimenti delle truppe, ma i pensieri dei protagonisti e quelli dei personaggi che via via animano la scena si avvertono già lambiti da ciò che accadrà. Tutto a Cefalonia si è mosso sin dal principio e continua a muoversi nel solco ineludibile della tragedia. Essa non avrebbe dovuto accadere: vi erano le possibilità che non accadesse, eppure un perverso disegno, vuoi degli uomini, vuoi del destino, la rende inevitabile. Saranno i soldati italiani a pagare quella improbabilità della tragedia che è stata lasciata lentamente a consumarsi.

Il resto degli italiani ora è chiuso nella morsa tra i granatieri di Karl Ritter e i Gebirgsjaeger (gli alpini tedeschi) del maggiore von Hirchfeld. Non c’è più scampo. Siamo arrivati al mattino del 22 settembre, e alle ore 11 “sulla torretta della Palazzina Comando di Argostoli si alzava la bandiera bianca.” La notte, dalle isole di Itaca, Zante, Santa Maura, la gente vede accendersi i falò per tutta Cefalonia, che appare non più “un’immobile isola da sempre ancorata ai suoi scogli, ma un grosso piroscafo di linea, in navigazione sul mare notturno, con le luci di bordo accese.”, e si domanda che cosa stia per accadere. Se lo domandano anche i cefalioti. Poi ad un tratto si sparge la voce per tutta l’isola: “Bruciano i soldati italiani. Li hanno fucilati e adesso li bruciano perché nessuno li possa trovare mai più, perché nessuno al mondo ne sappia mai niente.” Sono le pagine più drammatiche del libro, narrate con sobrietà, ma ugualmente terrificanti. Venturi restituisce al presente quei lontani giorni e noi vediamo i cefalioti e i pochi soldati italiani scampati all’eccidio, in tutta fretta sottrarre alle fiamme i cadaveri non ancora bruciati e portarli via uno ad uno lungo la collina per dar loro sepoltura. Scrive Venturi: “Centoquarantasei ufficiali e quattromila soldati, catturati vivi e poi uccisi, nelle esecuzioni sommarie, salivano verso il cielo in quelle spesse, pigre nubi di fumo.”

Aldo Puglisi è ancora vivo, con altri ufficiali è tenuto prigioniero nella caserma Mussolini. Dalla finestra ha visto tutto. I tedeschi gli hanno detto che loro non moriranno; saranno trasferiti in un campo di concentramento. Ma non è vero. Farà la fine di tutti gli altri; non avrà paura, non emetterà un lamento quando si troverà davanti al plotone di esecuzione, con la faccia rivolta al mare: “Improvvisamente sentì, ma come da lontano, il silenzio; e dentro al silenzio, le raffiche dei mitra e delle machine-pistol, ma anch’esse lontane, attutite. Ebbe il tempo di stupirsene, di quel loro crepitio appena percettibile. Una dolce vampata di calore gli salì alla bocca. E cadde il buio.” Karl Ritter è lì, a comandare il plotone di esecuzione. Si domanda quanti sono “questi italiani?” È già da due ore che sta fucilando i prigionieri e ancora arrivano da Argostoli colonne di autocarri pieni di italiani. Venturi fa passare anche su di lui, allora, apparso sempre così freddo e determinato, l’ombra della inutilità di quella strage, l’ombra della nausea, della incertezza e della “improvvisa paura.” Sarà solo un momento, ma sufficiente a dilatare all’infinito il senso orrendo di una carneficina imposta dal desiderio della vendetta e dall’odio.


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Bart