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Verga, Giovanni

7 novembre 2007

Il marito di Elena

“Il marito di Elena”

Brancato, 1987, pagg. 308. Euro 8,26

Cosa cercare di Verga, uno dei grandi maestri della nostra letteratura? Sulle sue opere maggiori, tra le quali le stupende novelle, che non bisogna mai dimenticare, si sa tutto, ormai. Allora mi sono andato a cercare questa opera quasi del tutto sconosciuta, che Verga compose nel 1882, subito dopo “I Malavoglia”, che è del 1881 e prima di “Mastro don Gesualdo”, che è del 1888.

L’interesse di questo romanzo, dunque, risiede nel fatto che esso viene immediatamente a ridosso di quello che è considerato il suo capolavoro, e spinge a ricercarvi, se vi sono, i segni di una maturazione stilistica, che dovrebbe essere ormai definitivamente consacrata.

Vediamo insieme, se è così.

Napoli, quartiere di Foria. È sera, una fredda sera d’autunno, don Liborio, vicecancelliere di tribunale, e donna Anna, sua moglie, stanno per andare a letto, sono già in camera, quando una delle due figlie, Camilla, bussa all’uscio gridando: “Elena è fuggita”. Elena è la sorella più piccola. Gran trambusto. È stato Cesare Dorello, giovane avvocato accolto in casa e trattato come “un parente della famiglia anche lui.”, a portarsela via, sospettano i genitori. Al commissariato, quando don Liborio rivela che la ragazza e più anziana del suo rapitore, si burlano di lui. Torna a casa arrabbiato contro tutti e tutto. Ci hanno portato via l’onore, grida alla moglie, la quale è più conciliante. Non è la prima volta che queste cose succedono: importante e risolutivo, dice, è che i fuggiaschi infine si sposino e tutto si aggiusterà, come sempre è accaduto per fatti come questi.

Non è la Sicilia, dunque, il teatro di questo romanzo, ma la città di Napoli, vista da un siciliano ragguardevole, e la prima curiosità che ci prende è quella di vedere se Verga sia capace di coglierne tutti gli aspetti di città antica, passionale, ricolma di tradizioni, di pregiudizi e di superstizione, così come aveva fatto per la sua Sicilia.

Cesare e Elena cercano rifugio dapprima presso conoscenti, ma nessuno li vuole ospitare per non inimicarsi soprattutto donna Anna, che ha forte personalità e gode di rispetto.

Verga fa un passo indietro e ci narra la storia di Cesare, che viene da una famiglia di contadini non agiata, ma che è riuscito, con i sacrifici dei suoi, e soprattutto dello zio canonico don Anselmo, a prendere la laurea di avvocato e perciò ora è visto con rispetto da don Liborio e donna Anna, che gli permettono di far visita in casa loro e cercano di favorire il matrimonio tra il giovane e Elena.

La casa è frequentata anche da Roberto, impiegato presso un ospizio di trovatelli, che aspetta di avere una promozione, che tarda a venire, per sposare Camilla.

Il romanzo non ha la scrittura originale e saporosa de “I Malavoglia” e la città di Napoli non assume la coralità e le vivide inquietudini che ritroviamo invece nel piccolo villaggio di Acitrezza, ma la storia, come vedremo, resta ugualmente cospicua.

Tanto quanto sono in subbuglio i genitori di Elena – che è stata nel frattempo presa in casa da uno zio di Cesare, Luigi, mentre il giovane se n’è andato a stare in albergo grazie ad una colletta di amici che gli hanno prestato la piccola somma di cento lire -, così lo sono anche i genitori di Cesare. Lo zio prete don Anselmo, fratello di don Luigi, è furioso, non vuol più avere a che fare con il nipote se si fa vedere in giro con la ragazza; la mamma, donna Barbara, vedova, è disperata e decide di incontrare il figlio. Si mette in viaggio.

Gli accenti romantici presenti nel colloquio tra Cesare e la madre, sebbene trattenuti, fanno capolino e segnano le influenze della narrativa contemporanea su questo autore che nel capolavoro dell’anno prima aveva portato una ventata di novità e di prestigioso rinnovamento. Quella saldatura tra personaggi e ambiente, quel rimescolamento tra di loro perché diventino il medesimo sangue, tipico dei suoi capolavori, qui è assente.

L’atmosfera, tuttavia, che dovrà poi caratterizzare il “ciclo dei vinti”, è respirabile anche in questo romanzo, e Cesare altro non è che un vinto, come pure Elena.

Lo zio canonico, don Anselmo, prende una rapida decisione: quei giovani devono sposarsi per uscire dal peccato. Perciò scrive a don Liborio e Cesare e Elena, divenuti marito e moglie, vanno a stare in una piccola proprietà assegnata da don Anselmo a Cesare, con una piccola rendita non sufficiente tuttavia a mantenere la famiglia. Cesare comincia a far debiti, impegnando la proprietà, all’insaputa di Elena, che fanciullescamente si gode la campagna e il paesaggio intorno, felice di quella sua nuova condizione di padrona.

A poca distanza si estendono le terre del Barone, amministrate dalla vedova, una donna scaltra e legata alla terra, tanto brava da aver radunato un patrimonio di terre immenso. Ha un solo figlio, don Peppino, e vuole maritarlo, giacché passa il suo tempo tra “Cani e schioppi!” ed è giunto il momento di “fargli entrare qualche altra cosa in testa.”

Quando Elena, in visita alle terre del Barone, lo incontra e don Peppino si mostra galante con lei, ella comincia a pensare a lui.

Le difficoltà economiche di Cesare che è costretto a mettere in vendita la proprietà di Rosamarina, la diffidenza insorta nei vicini, che prima si erano mostrati entusiasti della compagnia di Elena, ma ora si ritirano avendo appreso delle difficoltà finanziarie, la devozione che il barone continua a mostrare per lei, finiscono per creare tra Elena e don Peppino un rapporto sempre più intenso. La malinconia di quei giorni autunnali, la tristezza che va invadendo a poco a poco l’anima della donna, l’insoddisfazione per il marito dimostratosi così ingenuo, risvegliano in lei quella parte nascosta, ambiziosa e perfida, forse anche un po’ ipocrita, che la fanno somigliare in qualche modo alla protagonista di “Madame Bovary”, il celebre romanzo di Flaubert pubblicato qualche anno prima, nel 1857: quella Emma, cioè, che trova nella monotonia delle giornate e nella semplicità del marito, l’occasione per scatenare le sue ambizioni di provinciale affascinata dal bel mondo. Lo stesso accade a Elena: “Ogni volta vedeva il barone piantato sulla porta del casino, si sentiva attratta insensibilmente verso di lui dalla monotonia di quella vita che li accomunava nella stessa noia”.

Quell’uomo era ricco e rispettato, e tutte le personalità più in vista si scappellavano dinanzi a lui, mentre egli le degnava appena di “un cenno amichevole del capo.” Gli stessi che, altezzosi, si erano allontanati dalla sua casa, i Goliano, i Brancato, ad esempio, eccoli inchinarsi davanti a quell’uomo nemmeno tanto bello, ma che aveva il potere persuasivo della ricchezza.

Elena cerca di resistere, come del resto aveva tentato di fare anche Emma Bovary, e manda a chiamare il barone al quale, in tono risoluto, dice: “Vi ho chiamato per dirvi che non vi amo, e che voglio amare soltanto mio marito.”

Venduta la proprietà, acquistano a Napoli, di fronte al mare, un quartierino di poche stanze, che Elena pensa ad arredare convenientemente, adibendone una a studiolo di suo marito e mettendo fuori della porta una placchetta d’ottone con l’indicazione “Avvocato Dorello”. Un giorno alla settimana, riceve gente importante, che frequenta la casa unicamente per la sua bellezza, e incoraggia il marito a coltivare quelle amicizie altolocate, utili al suo lavoro. Inizia una vita frivola, con lo scambio delle visite e delle feste, dalle quali Cesare si sente lontano e si accorge che non ha più quei momenti desiderati, intimi, con la sua sposa, felice della nuova vita che conduce, giacché vede bene di essere ammirata e corteggiata. Alla tristezza del marito, rispondeva: “Che vuoi… Bisogna fare come fanno gli altri. Ma son tutta tua, lo sai.”

Il personaggio di Elena è stato pennellato un poco alla volta dall’autore, ed ora sta prendendo i colori vivi di un’animazione e di una vigoria tutta psicologica che ci affascina. Meno ipocrita di Emma Bovary, ugualmente ambiziosa, la donna, se non si fa amare dal lettore, nemmeno suscita disprezzo o diffidenza. La sua natura, pur così complessa, ha il rigoglio e la simpatia della spontaneità: “aveva bisogno di quella vita, di quel lusso, di quelle seduzioni, se ne inebbriava spensieratamente, senza sospettare il male.” Precisa l’autore, nel momento in cui sottolinea la sua ambizione di occupare un posto privilegiato, lei e suo marito, in quella società doviziosa ed elegante: “Non sapeva nemmeno che i denari della vigna e della casa sfumavano rapidamente.”

Allo stesso modo, la figura, che sembrava così scialba, di Cesare, il marito ingenuo e buono, che fa di tutto per nascondere alla moglie le difficoltà finanziarie della famiglia, cresce e si fa anch’essa d’una complessità psicologica ragguardevole: “Piangeva per quella contraddizione vergognosa, per quella tirannia della corruzione mondana che costringeva lui, il marito, a lasciare la moglie adorata senza difesa, in mezzo alle insidie velate, e alle brame incessanti dei seduttori, sola, perché gli altri fossero più liberi di confessarle col frasario ipocrita tutte le brame oscene che accendeva la sua casta bellezza nella loro fantasia viziosa, coi complimenti sfacciati, cogli sguardi impudichi che la ricercavano sotto le stoffe trasparenti. E andarsene lontano per non sembrare di voler ascoltare quel che le dicevano, e guardarla alla sfuggita, e se ella arrossiva dover fingere di non accorgersene, e se sorrideva volentieri con un altro trattarlo da amico!”

In questo sviluppo così intricato e affascinante, riluce la grandezza del Verga che conosciamo.

Elena ormai sa che suo marito non ce la farà mai a conseguire una posizione sociale quale quella che lei ha vagheggiato. Sua madre non può credere che suo marito non ami frequentare l’alta società; e suo padre continua a nutrire una incondizionata fiducia in lui, come nei giorni in cui aveva preso la laurea, e ripete a Elena: “Tuo marito ha ingegno da vendere.” Ma ora aggiunge: “Peccato che gli manchi la fibra!”

I creditori hanno cominciato a bussare alla casa di Cesare, fanno la fila. Non ci sono soldi per pagare. Elena si avvede del trambusto, vende il suo pianoforte per accontentare qualcuno di essi. Il mondo le sta crollando addosso. Un suo ammiratore continua a farle la corte con assiduità. Non è il ricco barone, ma una specie di dongiovanni, squattrinato, che però sa come lusingarla. Verga scrive: “Infine…” Da quel momento Elena, prima rintanata in casa per la vergogna, “esciva tutti i giorni.”

Nel momento in cui Cesare comincia a trovare un po’ di lavoro e “a respirare”, Elena, che aspetta un figlio, ha una gravidanza faticosa. Il suo corpo si disfa e l’armonia e la bellezza che avevano destato tanta ammirazione e anche tanta invidia ben presto svaniscono. Ma a intristire la sua figura è soprattutto la delusione per una vita tanto diversa da quella sognata, e Cesare avverte, “con la divinazione penetrante di chi ama davvero”, che Elena prova un rancore verso di lui per “la responsabilità di quei sogni di ragazza che s’erano involati.”

Lo scandaglio psicologico dei due protagonisti resta di notevole livello, minuziosamente disegnato, e questo romanzo, se manca della coralità e dell’incanto de “I Malavoglia” (difficile d’altra parte ripetere un cotanto capolavoro), possiede tuttavia una sua particolare bellezza nel momento in cui l’autore ci fa discendere nei meandri del sentimento e della ragione rimescolati e sconvolti.

Quando una lettera non viene imbucata dalla serva perché insufficiente nell’affrancatura, Cesare scopre che essa è stata scritta da Elena ed indirizzata a Cataldi, il bellimbusto che stava tutte le sere sotto il balcone di casa sua e che ora è partito per l’America. Che cosa contiene la lettera? Con la memoria ripercorre le tante sere che Elena rincasava tardi, e una in particolare, allorché gli era parsa “pallida, colla colpa ancora negli occhi.” Nascono così il sospetto del tradimento e l’angoscia nei confronti di una verità che avrebbe potuto travolgere la sua vita: “dove andava ogni volta che usciva di casa in fretta, col velo sul viso?” Quindi la domanda: “Sino a qual punto s’era data ad altri?” Il suo tormento viene acuito sapientemente dall’autore, attraverso le lungaggini della serva che ha sempre qualche cosa da fare e non lo lascia solo con Elena. Indugia, è insicuro, ha paura della verità. Passano i giorni e finalmente Elena partorisce una bambina. Da questo momento tutto si rinvigorisce in lei, mentre Cesare è contento nel vederla tornata allegra e vivace come un tempo. La sua casa è di nuovo frequentata come una volta, si dànno feste, la bambina, la piccola Barbara – a cui è stato dato il nome della madre di Cesare – viene affidata ad una balia, dato che la mamma non sopporta i suoi strilli, ed Elena è perciò libera di frequentare le sue amicizie: “Le serate musicali della signora Elena erano affollate di baronesse e di marchese più o meno decadute, di signore senza titolo ma che davano il tono alla moda, di uomini tutti della miglior società che potevano parlare sul serio delle loro relazioni aristocratiche”. Della famosa lettera, Cesare pare non ricordarsi più, tutto preso dalla felicità di Elena.

Dunque, Verga, lungo questo percorso tormentato, ci fa passare davanti al perdono di Cesare, la cui felicità può esistere solo se è un riflesso di quella della moglie: “Egli voleva solo che Elena fosse felice”, disposto a starsene in disparte, pago della anelata gratitudine di lei: “Non voleva dubitare di lei, non voleva soffrire come aveva sofferto.”

Ma la storia si ripete, e questa volta, invece che Cataldi, è un poetastro, frequentatore della casa, a corteggiarla. “Domani!” gli risponde.

Elena non muta. La sua natura è sorda a qualsiasi gesto di pietà e di perdono. La sua ambizione di provinciale, allevata ed educata nei sogni, non è fiaccata dal rimorso e dalle asprezze dell’esperienza.

I suoi amori adulterini riprendono senza alcun pentimento e Cesare, che lo viene a sapere, ancora perdona. Anima debole, piange ogni volta che pensa ai tradimenti di Elena, e questo pianto, che pare liberatorio, ha invece tutta la complessità dell’anima ripiegata e contorta su se stessa, smarrita, incapace di dispiegarsi e rivelarsi. Il tormento di Cesare (che, ricordiamo, ha parte importante nel titolo del romanzo) è quanto di più tenebroso e tragico si possa incontrare, come la spregiudicatezza di Elena, così naturale e mai senza segni di alcun profondo rimorso, è quanto di più solare (“con perfetta disinvoltura”) e irriducibile sia dato conoscere. Morta la madre di Cesare, il ricco zio Anselmo decide di far pace col nipote e prende la famiglia sotto la sua protezione. È l’occasione per Elena di ritornare alla vita dispendiosa che aveva cocondotto ai tempi della tenuta di Rosamarina. Inntra di nuovo il ricco barone, non le manca il suo corteggiamento, anche se ora è un uomo “fatto sposo con una delle più ricche damigelle di Avellino”, – ma manderà “a monte il suo matrimonio”, restando scapolo per lei – come non le mancano i corteggiamenti di altri. I pettegolezzi che nel paese di Altavilla corrono sulla sua reputazione rendono ancora più ambita la sua persona e Elena: “ricominciava a sentire un piacere mascolino nell’indovinare tutte coteste impressioni, nel solleticare coteste simpatie, nel provocare la confessione di questi sentimenti”. Si arriva a pensare che il loro matrimonio sia di facciata, e che Elena sia stata utile al marito per procurargli una clientela di riguardo nel suo lavoro: “I più indulgenti dicevano che marito e moglie erano separati di fatto, da un pezzo”. L’epilogo finale, che non riveleremo, mostra ancora una volta, in quella fragilità e insicurezza di lui e in quella algidità di lei, la perfezione dei due personaggi.

Un romanzo, perciò, che meriterebbe di essere meglio conosciuto e studiato.

Giovanni Verga. Non dimenticando le novelle, di cui Verga fu un autentico maestro (si pensi a: Nedda, Cavalleria rusticana, La lupa, Rosso Malpelo), qui si vuole ricordare il cosiddetto “ciclo dei vinti” che doveva comprendere ben cinque opere, ma che praticamente si concluse con i due capolavori: I Malavoglia (del 1881) e Mastro don Gesualdo (del 1888). Entrambi uscirono prima a puntate nella “Nuova Antologia”. Noti sono i romanzi, autentici gioielli della nostra letteratura, da cui sono stati tratti film (celebre La terra trema di Luchino Visconti) e sceneggiati televisivi. Qui preme sottolineare che, con uno stile sobrio ed efficace, che poco concede ai voli romantici di quel tempo, e che si avvale anche dell’uso del dialogo e del dialetto siciliano e di numerosi – forse troppi – proverbi e modi di dire popolari, Verga prende in esame il mondo degli umili e dei diseredati, ossia dei vinti, rafforzando con la sua invenzione narrativa quello che sarà conosciuto come il “verismo verghiano”. Rilessi i Malavoglia nel 1985 e annotai il capitolo VI con la pesca e la processione dei Malavoglia dall’avvocato Scipioni e dal segretario don Silvestro; la descrizione della burrasca nel capitolo X, e nel capitolo XV i ritratti della Mena e di compare Alfio. Non ho rinvenuto annotazioni di particolare rilievo nel Mastro don Gesualdo, che rilessi nel 1986, e che si pone un gradino sotto I Malavoglia, la cui originalità narrativa lo colloca tra i grandi romanzi dell’Ottocento italiano.


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Bart