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Veronesi, Sandro

7 novembre 2007

La forza del passato

“La forza del passato”

Un premio letterario di quindici milioni vinto dal protagonista, Gianni Orzan, trentasette anni, che lo dona subito dopo ad una donna che ha un figlio in coma è il pretesto per avviare un storia colma di dubbi, di interrogativi, di riflessioni.Il modo di narrare, anche se non proprio lo stesso, richiama alla memoria lo stile di Maurizio Maggiani, lo scrittore di Castelnuovo Magra che nel 1995 con il suo Il coraggio del pettirosso vinse contemporaneamente il Premio Campiello e il Premio Viareggio – Rèpaci, che sono, guarda caso, gli stessi premi che nell’anno 2000 ha vinto anche Veronesi con La forza del passato. È il suo un modo di affabulare istintivo, tale che si potrebbe dire che è sufficiente mettere sotto la sua osservazione un fatto, un oggetto, un pensiero, insomma una cosa qualsiasi, perché ne costruisca una storia. Così come succede a Maurizio Maggiani. Veronesi entra dentro i periodi, dentro le parole, vi crea un varco e lo riempie di altre parole, di frasi; perfino, in quel piccolo varco, di storie. Un esempio, lo si può trovare nel punto in cui, allorché sta andando con il presunto taxista, a Fregene, si accorge che, mentre sta parlando, sputa. Non se n’era mai reso conto, prima, di questo suo difetto. E si apre il varco che viene riempito di parole. Ma lungo quel viaggio ci sono altre intromissioni di questo tipo, e il lettore le vedrà da sé.

L’autore è nato a Firenze nel 1959, un giovane narratore, dunque, che presenta uno stile che si compone anche di lunghi periodi, senza alcun timore di giocare con le parole, di metterle in fila una dietro l’altra, di rischiare con esse, dipanarle come un gomitolo per far sorgere più di un’immagine e più di una emozione. Ho potuto contare ben venti righe che compongono un unico periodo: quasi mezza pagina. Ma di periodi tali e quali, lunghi diciotto, sedici, quindici, nove, otto righe, eccetera, è disseminata l’opera. Un affabulatore senza paure, senza riserve mentali, a suo agio nel raccontare, disinvolto.

E così, una volta donati alla donna quei quindici milioni, ecco che non si capacita del perché abbia fatto quel gesto. Di quei soldi ne aveva bisogno, erano stati una manna dal cielo. La sua mente ragiona, ragiona, s’attorciglia nei dubbi, nelle ipotesi e così via. Sale su di un taxi per tornare a casa, ma s’immagina che il taxista, apparentemente abusivo, sia un criminale che vuole minacciare la sua famiglia, suo figlio Franceschino in particolare, di otto anni. Quando vede sulla destra un’auto della polizia ferma, apre lo sportello e si butta in strada. Il taxista, dopo una brusca frenata, riparte e scompare.

Il protagonista è già disegnato a tutto tondo, sappiamo com’è, le sue ubbìe, le sue incertezze, le sue inquietudini, la sua insicurezza. È uno scrittore di libri per ragazzi, nel suo lavoro ha successo, come dimostra l’importante premio che gli è stato assegnato. Ma ora con la moglie Anna – che fa la traduttrice ed è un ex ballerina – mentre sta andando a rifugiarsi dai suoceri a Viareggio, in questa notte di mezzo giugno, s’interroga alla ricerca del lato oscuro della nostra vita. Dov’è?, ci chiediamo. Infatti, se qualcuno lo minaccia, significa che qualche buco nero nella sua vita c’è. E comincia un’esplorazione intima della sua vita. Sono trascorse poche pagine e già stiamo entrando nel cuore del romanzo. Ma a questo punto, da Lucchese amante della mia meravigliosa terra, devo ringraziare questo autore toscano che fa muovere i passi dei protagonisti anche nella bella Viareggio di cui non sa com’era ai primi del Novecento: Certo che ne so io di com’era Viareggio a quei tempi. Nulla. Però mi capita di immaginarla: l’aria, i colori e gli odori di allora, non so come ma mi par di ricordarli; e quando ci capito, in giugno, nel paradosso di queste giornate vuote e rarefatte, ma specialmente alla mattina presto, lungo la spiaggia con gli ombrelloni ancora radi, ho sempre la sensazione che riaffiorino da sotto le macerie del presente. Come quando s’incontra una donna anziana mai vista prima, e nel modo che ha di sorridere o di ritirare la mano dopo un saluto ci par di rivedere tutta intera la sua bellezza di mezzo secolo prima. Questa bella descrizione mi richiama alla memoria i versi di uno dei suoi figli più illustri, anzi, il più illustre, Mario Tobino: O Viareggio più bella dell’Oriente/che nell’immacolato celeste delle tue sere/esali l’acuto profumo dell’oleandro,/in te son nato/in te spero morire./E lacerino le trombe l’aria,/solenni e motteggiatrici,/quel dopopranzo di malinconia pensierosa/che trasporteranno al cimitero/l’unico poeta. E qui mi fermo e scaccio via il mio campanilismo. Riandiamo al romanzo.

Gianni torna a Roma, lui solo. Ha convinto la moglie a restare col figlio a Viareggio. Nel corso del viaggio, ricordando un fatto accaduto, pensa una frase importante, e cioè che ho cominciato a dubitare apertamente di me stesso. È una ricognizione che si avvia non solo sulla sua persona, sul mistero che sta nascosto dentro di noi, ma sul significato della stessa esistenza, che ci imprigiona, a mano a mano che cresciamo, nello smarrimento della propria consapevolezza: quando siamo certi di sapere cosa attenderci dalla vita, ecco che una nuova esperienza manda all’aria tutto, e si ricomincia da capo, nella confusione da cui eri partito. Un bel tema, mi viene da riflettere. Ricompare quello strano tassista, conosceva suo padre, che nel frattempo è morto, e ha da fargli una rivelazione. Gianni sale con lui sul fuoristrada da cui era schizzato fuori al primo incontro e inizia il viaggio per andare a farsi una mangiata a Fregene. Ecco, questa parte è proprio un esempio, il primo che incontriamo di una certa consistenza, della qualità affabulatrice che ho sottolineato in questo autore: piccoli passi avanti verso la rivelazione, accompagnati da riflessioni silenziose, mezze parole, diffidenza dello scrittore tanto massiccia che si taglia col coltello, fanno scorrere pagine e pagine di questa storia. Non vi accade nulla se non un avvicinamento alla conoscenza. Una specie di percorso binario, che si svolge da una parte sulla strada che conduce a Fregene, e dall’altra dentro il protagonista, che sa, intuisce, che anche questa sarà una di quelle esperienze che dilanieranno la sua sicurezza e lo faranno regredire, fino a costringerlo a ricominciare tutto da capo.

La rivelazione è riportata nella quarta di copertina e il lettore già la conosce. Il padre di Gianni, morto da poco, non era affatto un vecchio, incallito, beghino, democristiano, bensì nientemeno che una spia geniale del KGB, e il taxista è comunista come lo era lui, ed è stato il suo migliore amico. Una prova? Anche lui si chiama Gianni, Gianni Bogliasco (ma sarà poi vero?), ecco perché il protagonista porta quel nome: un segno della loro forte amicizia. Tuo padre era comunista sul serio, qualcosa che adesso lo dici e la gente si mette a ridere ma che invece per lui era una ragione di vita molto alta e solenne, perché il mondo era ingiusto, e per lui la strada per migliorarlo l’aveva tracciata Marx, punto e basta. Si delinea una figura del padre che ha tenuto nascosta a fatica la propria vera identità alla sua famiglia (non è solo comunista… ha fatto qualcosa di più, vedrete) e per l’amore che nutriva per essa, è rimasto lì al suo posto, nella falsa identità, anche quando la sua missione non aveva più senso. Gianni Bogliasco è venuto apposta a trovare il figlio, anche se aveva giurato all’amico morente di mantenere il segreto, ma ora avverte che deve rivelare a Gianni la grandezza e il genio che furono del padre. Mentre si trovano al ristorante, seduti a tavola, un nuovo sipario si apre e noi vediamo ora muoversi il padre, che comincia ad assumere contorni sempre più visibili. Nel corso della conversazione non mancano quei varchi che ho ricordato, in cui l’autore fa calare nuove parole, nuove immagini, nuove storie (piacevoli i ricordi di Tiberio Murgia e di Orson Wells che legge una poesia di Pasolini, e di Giorgio Bassani che gli presta la voce, un Bassani un po’ trascurato, e invece era un grande.) E così scopriamo che il titolo è tratto da una poesia di Pasolini che dice: Io sono una forza del passato, solo nella tradizione è il mio amore, eccetera. La sorprendente conversazione con il tassista, nello scrittore di libri per ragazzi, qual è il protagonista, ha una sua lenta mutazione in un racconto fantastico da raccontare ai bambini, che assorbirà a poco a poco, per diventare il suo omologo, questa storia. È il primo effetto della rivelazione, che troviamo descritto al capitolo 10. Tutto ciò accade al mattino del giorno dopo. Il primo giorno, infatti, è già finito. A sera del giorno dopo, ritorna la scena che avevamo letto nel capitolo 5, tale e quale: Gianni è di nuovo disteso sul lettino del terrazzo, ha bevuto il gin tonic, e ascolta lo stesso ubriaco del giorno prima che bestemmia come un ossesso. La storia sembra ricominciare da capo. Il meccanismo narrativo è svelato. Brogliasco suona alla porta, è invadente come il giorno prima, e torna a raccontare. È il secondo atto che si avvia, dopo che il sipario è stato di nuovo sollevato. È mutata la scena, sono mutati i colori, ma le parti sono ferme al loro ruolo. Ha portato del cibo con sé e offre il pranzo al padrone di casa. Cominciano a mangiare e la descrizione di quest’uomo invadente, amico del padre, mentre mangia con gusto e voracità e parla, parla, senza mai interrompersi, è una delle migliori del libro. Che ha preso un ritmo vertiginoso: sembra quasi che quell’amico del padre con la sua logorroica frenesia, abbia lasciato un segno di sé anche sull’autore, che comincia a inanellare cascate e cascate di parole, a creare varchi continui da riempire e nascono le digressioni sulle rosticcerie, sulla famiglia, sul fumo, sulla politica, sull’alcolismo. Tutto è facilitato dall’impiego sempre più ravvicinato di periodi lunghi, che trasmettono ansia, movimento. Si ha la sensazione di un’accelerazione alla quale non è possibile star dietro, ad un ritmo tale che è proprio esso a lasciarci la profonda sensazione di sgomento che può generare la parola. Ed ecco che in mezzo alle tante parole che si attorcigliano, si beccano, sprofondano, s’innalzano, nella frenetica smania di costruire immagini e situazioni, si comincia ad intuire qualcosa: nella prima parte c’è stata, secca, rapida, la rivelazione della vera identità del padre, ancora non creduta da Gianni. In questa seconda parte, ecco che lo stiamo percependo, si annuncia un’altra rivelazione, che si sfoglia e si presenta a poco a poco. Sta per accadere qualcosa, è nell’aria, qualcosa che potrebbe travolgere lo stesso protagonista. E quando lo travolge, sono di nuovo le parole che escono da una particolare scrittura di questo autore – resa al massimo grado nel capitolo 18 (una sola frase senza punteggiatura che occupa tutto il capitolo) – a scandirne la violenza e a segnarne il trauma.

Conclusione: un libro scritto da un maestro della parola, un giocoliere che può con esse fare ciò che vuole, un raccontatore naturale, spontaneo. Troppo bravo. Si veda l’ultima parte del capitolo 20, quando il protagonista ripercorre a ritroso la sua vita, e ci dà la sensazione di una pellicola che velocemente si riavvolge, e si ferma proprio al punto giusto – dopo che è tornato ad essere contemporaneamente il nulla e il tutto -, proprio nel momento in cui, fuori del romanzo, sono annidate le cause di questa storia. Dirà più avanti, con bella espressione: ho proprio sentito la memoria scivolarmi addosso.

Ma devo dire che la macchina narrativa, pur così ineccepibile, perfetta, mi è apparsa fredda come il metallo, non mi ha suscitato emozioni. Mi è sembrato di trovarmi di fronte, non ad un autore che esiste fisicamente, ma davanti ad una anòdina catena di montaggio, che sia stata messa a punto per offrire sempre un prodotto di qualità. Un po’ quello che è accaduto e accade in America. Un narratore da ammirare per quel suo funambolismo delle parole, per quella sua brillante scrittura che, tuttavia, a motivo proprio di quella sua furiosa velocità, appare non adeguata a penetrare e a scandagliare nell’animo del lettore.

Anche qui, come ho fatto per altri autori, annoto un errore grossolano, dovuto certamente alla svista del correttore: Un enorme illusione non ha l’apostrofo. E la parola tammurriata di origine napoletana (da tamburo. Si tratta di un ballo di influenza araba) la troviamo scritta con una sola erre: tammuriata.

Infine, due passaggi che non mi sono piaciuti: quando il protagonista cerca di mettere in moto la sua vespa per andare all’incontro con la signora cui ha ceduto l’assegno del premio letterario, e solo dopo un po’ si ricorda che era ingolfata (non può succedere!) e quando, riferendosi al figlio della signora che si trova in coma, usa questa cinica espressione: ed ora che si è addormentato troppo le dà una mano a cercare di risvegliarlo. Invece questa è una frase che mi ha colpito in senso positivo: Perché ci sono verità terribili che stanno scritte solo nei tetti delle ambulanze, e uno riesce a vederle solo quando ci si trova sdraiato sotto. E anche questa: Escludi un uomo dal corso del tempo e finirà di penare.


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